domenica, 19 Settembre 2021
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Il cervo di Key è giunto sull’orlo dell’estinzione per la caccia e la distruzione della foresta tropicale

Il cervo di Key è giunto sull’orlo dell’estinzione per la caccia e la distruzione della foresta. È stato Darwin a osservare che le specie animali e vegetali tendono a diminuire le proprie dimensioni quando si trovano isolate di Francesco Lamendola  

È stato il giovane Charles Darwin a osservare che le specie animali e vegetali tendono a diminuire le proprie dimensioni quando si trovano a vivere isolate in un ambiente insulare. Nella relazione del suo viaggio a bordo del brigantino Beagle, egli scrisse, a proposito della volpe delle Isole Falkland (Canis lupus antarticus, da oltre un secolo, purtroppo, estinta), che era l’unico esempio di sua conoscenza di una specie animale relativamente grande, confinata su delle piccole isole lontane dal più vicino continente.

Di fatto, il rinoceronte di Giava o la tigre della Sonda, fra le altre specie, testimoniano la regola generale: che, cioè, le specie viventi su un continente sono più grandi delle relative sottospecie stabilitesi nelle isole di medie e piccole dimensioni.  Ciò è una conseguenza, senza dubbio, dell’ambiente più ristretto e, di conseguenza, della minore disponibilità non tanto di cibo, quanto di spazio per la ricerca di esso. Ne abbiamo un esempio anche in Italia, con il cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus, un tempo assai numeroso nelle due isole della Sardegna e della Corsica), più piccolo e snello del suo vicino parente, il cervo nobile europeo. Fra parentesi, esso si è estinto in Corsica, fra l’indifferenza generale,  nel 1970; sopravvive in due aree ristrette della Sardegna: i monti di Capoterra e il massiccio dei Sette Fratelli, nonostante il bracconaggio di cui continua ad essere vittima (cfr. Fulco Pratesi, Esclusi dall’arca. Animali estinti e in via di estinzione in Italia, Mondadori, Milano, 1978, pp. 63-64).

Ebbene, un tipico esempio del nanismo della fauna insulare è quello del cervo delle isole Key (Key Deer), chiamato anche cervo virginiano della Florida. Il suo nome scientifico è Odocoileus virginianum clavium, ed è una sottospecie del notissimo cervo della Virginia o cervo dalla coda bianca (Odocoileus americanus) – il celeberrimo Bambi del film di Walt Disney, per intenderci – diffuso su un vastissimo areale, che va dal Canada fino al Brasile, passando attraverso la Mesoamerica. Solo che, mentre il cervo della Virginia è un animale maestoso e imponente, lungo 170-180 cm. (più 30 cm. di coda) e alto alla spalla 1 metro e 10 cm., con delle bellissime corna che possono avere anche 14 punte, e con un peso che arriva a superare i 200 kg., il cervo di Key è una vera e propria forma nana.

Complessivamente esistono ben 39 sottospecie di cervo della Virginia, e si è osservato che la loro taglia, notevole in quelle stanziate nelle regioni più settentrionali, tende a diminuire mano a mano che si scende verso il sud. Tuttavia il cervo di Key costituisce un’eccezione alla regola perché, pur non essendo la forma più meridionale – come si è detto, il cervo virginiano si spinge fino al Mato Grosso, al Gran Chaco e alla Pampa argentina – è una delle più piccole, se non la più piccola di tutte, dato che non supera di molto i 20 kg. di peso: esattamente un decimo del suo poderoso «cugino» della terraferma nordamericana.

Più precisamente, possiamo dire che un esemplare di maschio adulto può pesare dai 25 ai 34 kg., ed è alto al garrese 76 cm; mentre una femmina adulta pesa dai 20 ai 29 kg. ed è alta in media 66 cm. Il suo mantello è bruno-rossiccio; la coda, il ventre, la gola, le orecchie e la pelle intorno agli occhi sono bianchi; il portamento è svelto ed elegante, e il palco delle corna non raggiunge mai grandi dimensioni. Si nutre delle foglie di oltre 150 tipi di piante, ma predilige quelle delle mangrovie e delle palme.

Ma che cosa ci fa questo grazioso artiodattilo, così isolato, in un minuscolo ecosistema insulare di tipo tropicale, e tanto lontano dalle sue terre d’origine, nelle foreste temperate dell’interno dell’America settentrionale? Come ci è arrivato, quando? E quali prospettive di sopravvivenza gli si presentano, dato che ha la sfortuna di vivere a poca distanza da una delle zone più densamente urbanizzate degli Stati Uniti, quella di Miami, con un continuo passaggio di automobili, aerei, navi e motoscafi, nonché di mezzi militari di ogni tipo?

Innanzitutto, diamo uno sguardo all’ambiente naturale delle isole Key (che gli americani chiamano Florida Keys), che, prima dell’arrivo dell’uomo bianco e della cosiddetta «civiltà», doveva essere uno dei più affascinanti tra quanti ve ne sono al mondo.

Le isole Key sono un cordone di circa 50 isole di origine calcarea e di banchi corallini, che parte dalla zona immediatamente a sud di Miami, sulla punta sud-orientale della Florida, e descrive un ampio arco in direzione sud-ovest, terminando a Key West, per una lunghezza complessiva di 125 miglia. Sgranate nello Stretto della Florida, tra l’Oceano Atlantico e il Golfo del Messico, e poste poco ad ovest delle isole Bahamas, le Key sono una autentica meraviglia della natura, caratterizzate dalla foresta tropicale e dalla presenza di numerosi alligatori. Vi si trova l’unica barriera corallina ancora vivente di tutto il Nord America, ciò che ha indotto il governo di Washington ad istituirvi il Parco Nazionale marino delle Florida Keys.

Si può suddividere l’arcipelago in cinque settori, che sono, da nord-est a sud-ovest: Key Largo, Islamorada (il nome deriva dallo spagnolo purpureo, quindi «isole purpuree», con riferimento alla chiocciola marina o, forse, alla Bougainvillea purpurea), Marathon, Big Pine e le Lower Keys. Per la cronaca, a Key Largo furono girate alcune sequenze del film di John Huston La regina d’Africa, con Humphrey Bogart e Katharine Hepburn, nel 1951. Anche lo scrittore Ernest Hemingway amava molto queste isole, dove si ritirò a scrivere romanzi come Per chi suona la campana Avere e non avere; e vi ambientò romanzi e racconti come Il vecchio e il mare. La sua casa è stata ora trasformata in un museo.

L’aspetto del vicino Parco Nazionale degli Everglades, proprio all’estremità meridionale della Florida, può rendere un’idea di come dovevano presentarsi le isole prima dell’arrivo degli Europei: una lussureggiante foresta tropicale, tipica degli ambienti umidi, con pini, palme e mangrovie; una straordinaria quantità di uccelli d’ogni genere, fra i quali aironi bianchi, pellicani, mestoloni rosa,  gabbiani, falchi pescatori e il raro nibbio delle Everglades, dal piumaggio di un grigio-ardesia uniforme; rettili in abbondanza, compresi dei grandi e pericolosi alligatori (che, ogni tanto, assalgono anche l’uomo).

E, poi, un clima dolcissimo per tutto l’anno, rinfrescato dalle brezze marine; un mare d’un blu cobalto, cui fanno da sfondo le sagome ondeggianti delle palme; un cielo vasto e luminosissimo, quasi sempre sereno (a parte i tifoni stagionali); e il magico gioco di riflessi e di chiaroscuri creato dallo specchiarsi della folta vegetazione nelle acque tranquille, presso le rive popolate di canne palustri. E, da ultimo ma non per un ultimo, le meravigliose scogliere coralline, che offrono uno degli ambienti sottomarini più incantevoli del pianeta.

Un paesaggio, dunque, lussureggiante ed arcano, da primi giorni della creazione del mondo. Ne abbiamo testimonianza nelle opere dei pittori di tendenza romantica, ad esempio nello stupendo quadro di Herman Herzog Landscape  with Heron (ossia Paesaggio con airone), che ha qualcosa di biblico e di solenne nella struggente malinconia del tramonto rossastro che sta calando sulle macchie di grandi alberi e sugli specchi d’acqua in procinto di scivolare nell’ombra. E quell’airone, ritto in mezzo all’acqua bassa, fa pensare immediatamente alle antichissime rive del Nilo, ove Mosé  fu abbandonato, in una cesta, sulle acque; se non, addirittura, al Paradiso terrestre, presso il Giardino dell’Eden.

Insomma, le isole Key sono il luogo ideale per il turismo: e, infatti, è proprio questo quel che ne è stato fatto, con una proliferazione di asfalto e cemento che ha drasticamente alterato l’ambiente naturale, portando ovunque superstrade e grattacieli, alberghi di lusso, installazioni per la navigazione a vela e a motore e per la pesca subacquea. Per non parlare del vicino Aeroporto internazionale di Miami (asceso agli onori delle cronache per il disastro aereo che coinvolse un Jumbo di linea, il 29 dicembre 1972); della base aeronavale di Key West, punto più meridionale degli Stati Uniti e sentinella avanzata verso l’isola di Cuba; e, più a nord, sulla costa orientale della Florida, perfino della base spaziale della N.A.S.A. di Cap Canaveral.

Gli studiosi pensano che il cervo di Key (che alcuni chiamano anche «cervo dalla coda bianca di Key»: ma tutti i cervi virginiani sono chiamati «dalla coda bianca») sia migrato in questo arcipelago tropicale durante la cosiddetta Glaciazione del Wisconsin, quando una lingua di terra asciutta univa le isole al vicino continente. I geologi americani suddividono l’era glaciale nelle quattro glaciazioni del Nebraska, del Kansas, dell’Illinois e del Wisconsin, le quali corrispondono, a un dipresso, a quelle che i geologi europei denominano di Gunz, Mindel, Riss e Wurm; pertanto, si tratterebbe dell’ultimo periodo glaciale, verificatosi a partire da 120.000 anni fa circa (cfr. Edith Ebers, la grande era glaciale; titolo originale: Von Grossen Eiszeitalter, 1957; tr. it. Sansoni, Firenze, 1963, p. 173).

D’altra parte, il cervo di Key possiede le caratteristiche di un buon nuotatore, spostandosi agevolmente da un’isola all’altra; per cui si potrebbe immaginare che egli sia stato in grado di migrare dal continente al suo ultimo rifugio insulare, anche senza bisogno dell’aiuto delle glaciazioni, che fecero scendere il livello del mare. In acqua, tuttavia, il cervo di Key deve guardarsi (come, del resto, animali domestici, quali cani e bovini) da un pericoloso predatore, l’alligatore, che sta in agguato sul bordo della foresta di mangrovie e che popola in quantità straordinaria gli Everglades e tutta la Florida meridionale, comprese le isole Key (cfr. Perry Chang, Florida, Marshall Cavendish, New York, 1998, pp. 20-21).

Dicevamo che il cervo di Key, a parte gli alligatori, non aveva nemici naturali prima dell’arrivo dell’uomo. Sulla vicina Florida c’erano bensì il puma e soprattutto l’orso, che però non si spinse oltre l’estremità della terraferma (i lettori de Il cucciolo di M. K. Rawlings, o gli spettatori del film omonimo del regista Clarence Brown, ricorderanno la sua sgradita attività di predatore del bestiame domestico); e anche gli indiani Seminole, che pure gli davano pazientemente la caccia, appostandolo con arco e frecce – come, del resto, le tribù del continente la davano al grande cervo virginiano – non giunsero mai a metterne seriamente in pericolo l’esistenza.

Eppure, benché all’inizio del XX secolo la specie non apparisse eccessivamente minacciata, nel 1955 gli esemplari selvatici sopravvissuti erano scesi, bruscamente, a non più di 25: come dire che la specie era giunta, nel senso letterale dell’espressione, a un solo passo dall’estinzione. Che cos’era accaduto, per provocare una svolta così repentina e drammatica?

I nemici del cervo delle Key, a parte gli alligatori, erano essenzialmente due: uno diretto, dovuto alla caccia per ricavarne la carne e il grasso, o per semplice divertimento (si fa per dire); e l’altro, forse ancora più pericoloso, indiretto: l’alterazione dell’habitat per il disboscamento della foresta primigenia, attuato allo scopo di acquisire nuovi terreni allo sviluppo edilizio e per realizzare una moderna ed efficiente rete stradale, proporzionata all’importanza turistica – e anche strategica – dell’arcipelago.

Ma procediamo con ordine.

I primi vascelli europei che si presentarono davanti a questo paradiso naturale comparvero nel corso del XVI secolo. Erano le caravelle e, più tardi, i galeoni dei conquistadores spagnoli, che costeggiavano avidamente la penisola della Florida e le isole circostanti (le Key; le Bahamas ove già era approdato Colombo nel suo  primo viaggio; le vicine Grandi Antille) alla ricerca degli agognati metalli preziosi: oro ed argento.

Ironia della sorte, almeno una parte dei loro tesori non hanno potuto portarseli via, perché il galeone spagnolo Nuestra Señora de Atocha fece naufragio, nel XVII secolo, proprio nelle acque poco profonde a 45 miglia a ovest di Key West, mentre trasportava un carico di oro e argento che è stato valutato in parecchi milioni di dollari; 400 dei quali sono stati recuperati, in anni non lontani, da un celebre «cacciatore di tesori» americano.

Il primo europeo a fornire una descrizione del cervo di Key è stato, dunque, un navigatore spagnolo, un certo Hernando de Escalante Fontaneda, il cui vascello fece naufragio davanti alle isole verso il 1550, ed egli stesso vene catturato e trattenuto per un periodo dagli indigeni, prima di poter recuperare la libertà.

La caccia al timido cervide rimase libera per circa quattro secoli, e c’è – quindi – da stupirsi se, nonostante tutto, esso è riuscito tenacemente a sopravvivere. Solo nei primi decenni del Novecento, finalmente, ci si cominciò a rendere conto del pericolo che incombeva su questa rara ed elegante sottospecie del cervo virginiano, e nel 1939 la caccia venne vietata. Tuttavia la legge non doveva essere molto rispettata in quell’angolo di paradiso non ancora scoperto dal turismo, dove l’uomo «civile» viveva, sovente, in condizioni di notevole isolamento (si pensi, ancora, a certe pagine de Il cucciolo), dal momento che il cervo di Key, nel corso degli anni Cinquanta, sembrava irrimediabilmente avviato all’estinzione.

Che cos’era avvenuto?

Più insidiose delle doppiette dei cacciatori di frodo, ovunque stavano avanzando le colate di asfalto e di cemento, alterando l’ambiente in maniera sempre più invasiva.

Scrive Rinaldo D. D’Ami in Gli animali da salvare (vol. 18 della collana Guarda e scopri, Casa editrice AMZ, Milano, 1975, pp. 8-9):

«…qui, dove una volta vivevano gli animali selvatici, sorgerà il più lussuoso quartiere residenziale della nostra contea…»

Annunci di questo genere si leggono sui multicolori cartelli pubblicitari disseminati un po’ dappertutto in Florida. Qui mastodontici bulldozers hanno travolto cipressi, palme, magnolie, hanno sradicato cespugli, hanno livellato terreni, scavato fossi, eretto argini. La dinamite ha aperto la strada laddove le macchine non riuscivano a sfondare. Immense idrovore, succhiando milioni di metri cubi d’acqua hanno prosciugato le paludi; macchine sferraglianti hanno dissodato le nuove terre; altre ancora hanno costruito strade e aeroporti, mentre i centri abitati crescevano come funghi. Sloggiato dalle loro tane, dai loro covi, dai loro nidi, gli animali sono fuggiti terrorizzati a nascondersi presso gli ultimi stagni nel fitto delle foreste superstiti, tra le erbe alte degli acquitrini. Ma l’opera distruggitrice ha già dato i suoi frutti: le terre adibite all’agricoltura inaridiscono e il mare, non più arginato dalle acque dolci delle paludi che vi sfociavano, penetra nell’entroterra annientando le colture, inquinando pozzi e condutture. Per di più le frequenti siccità impoveriscono tutto l’ambiente naturale. Anche l’allevamento dei gamberetti di mare è in pericolo per l’aumentata salinità, con gravi danni per l’industria ittica locale. Inoltre, nel Parco nazionale di Everglades, rimasto senz’acqua a causa della siccità, milioni di pesci sono morti e con loro migliaia di uccelli che se ne alimentavano. Questo è il desolante quadro della devastazione follemente portata avanti in uno dei più belli e caratteristici tra gli stati americani.

La distruzione dell’ambiente naturale e di gran parte del patrimonio faunistico della Florida ha assunto in questi ultimi anni proporzioni gigantesche, provocando proteste da tutte le parti dell’America. Purtroppo lo sfacelo sistematico continua senza interruzione.

Il Cervo di Key (Odocoileus virgininianum clavium) circoscritto ad alcune isole della Florida dette appunto Key, è una sottospecie del notissimo Cervo virginiano. La caccia, il disboscamento e persino il traffico stradale isolano, hanno contribuito a portare sull’orlo dell’estinzione questo cervide nanerottolo (sessanta centimetri di altezza alla spalla), la cui popolazione, oggi protetta, è composta da soli 300 esemplari.

Cent’anni fa, le paludi della Florida erano ancora in parte inesplorate: tra la lussureggiante vegetazione tropicale abbondavano cervi, puma, uccelli e serpenti; le acque ricche di pesci erano solcate da numerosi alligatori. In questi labirinti naturali sorgevano le palafitte de fieri indiani Seminole, alcuni dei quali vivono ancor oggi negli stessi luoghi. La maggior parte della caratteristica fauna locale è oggi concentrata nel Parco Nazionale di Everglades; qui tuttavia non è immune dai pericoli, perché nella stagione estiva la siccità miete migliaia di vittime fra animali d’ogni specie.

I violenti cambiamenti subiti dall’habitat naturale della zona palustre dell’Everglades, hanno fatto paurosamente calare il numero dei Rostrami sociabili (Rostrhamus sociabilis plumbeus), che da sempre vivevano nella zona. Questo bellissimo falco della Florida si ciba in gran parte di grosse chiocciole estraendo, con grande perizia, l’animale dal guscio col suo becco ricurvo. Da un accurato censimento, fatto recentemente da alcuni ricercatori e studiosi, sembra che solo una ventina di Rostrami vivano ancora i tutto lo stato.

Una delle opere certamente più invasive realizzate dall’uomo, per l’impatto ambientale che ha prodotto, è stata la costruzione della Overseas Highway, una autostrada che collega tutte le isole da un capo all’altro dell’arcipelago, fino a Key West, scavalcando i bracci di mari fra l’una e l’altra con la bellezza di 43 ponti, uno solo dei quali è lungo quasi sette miglia.

Non solo la sua realizzazione ha compromesso irreparabilmente l’equilibrio ecologico dell’habitat naturale, ma ha portato in esso un pericolo di genere nuovo e al quale il cervo di Key era  assolutamente impreparato: il flusso continuo del traffico automobilistico, che taglia la foresta su di un nastro d’asfalto. Si calcola che, ogni anno, da 30 a 40 esemplari di cervo finiscano sotto le ruote delle automobili. È una cifra impressionante, che rappresenta il più alto fattore della mortalità annuale: qualcosa come il 70% del totale.

Dicevamo che, verso la metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, il numero dei cervi di Key ancora viventi in libertà era sceso alla risibile cifra di circa 25 individui. Considerati i piccoli e gli esemplari anziani, vi era dunque un numero talmente esiguo di coppie in condizioni di potersi riprodurre, che a stento si poteva immaginare di poter ritardare l’estinzione per più di qualche altro anno. Ad ogni modo, nel 1957 fu istituito il National KeyDeer Refuge, una riserva federale con una superficie di 8.500 acri. Ad essa erano affidate, in sostanza, le esigue speranze di sopravvivenza della specie.

Miracolosamente, il cervo di Key dimostrò di non essere affatto intenzionato ad arrendersi al suo cupo destino, evidenziando doti di tenacia e una capacità di ripresa superiori a quanto era lecito aspettarsi. Già negli anni Sessanta si era registrato un primo, incoraggiante incremento della sua popolazione, concentrata in due località delle isole di No Name Key e di Big Pine Key. Secondo i dati forniti dal noto naturalista svizzero Vinzenz Ziswiler nel suo libro Animali estinti e in via di estinzione (titolo originale dell’opera: Bedrothe und ausgerottete Tiere, Spinger Verlag, Berlin-Heidelberg, 1965; traduzione italiana di Paola Porten-Palange, Mondadori, Milano, 1969, 1975, pp. 60, 185), gli esemplari recensiti del cervo di Key erano già saliti, a quell’epoca – ossia pochi anni dopo l’istituzione della riserva –  alla cifra incoraggiante di 235.

Quanti sono oggi?

Le stime attualmente disponibili sono assai vaghe e imprecise, e ondeggiano fra un minimo di 300 e un massimo di 800 esemplari. L’emorragia dovuta agli incidenti automobilistici, tuttavia, continua; anche se, nel 2003, il governo si è deciso ad apportare delle modifiche alla U.S. Route 1, sopraelevandola in alcuni tratti, affinché i cervi la possano oltrepassare, senza correre il pericolo di essere investiti e uccisi.

Ma la specie è ancora decisamente a rischio.

L’ambiente isolano è ristretto, e la convivenza con l’uomo – dedito, per di più, a massicce e inquinanti attività turistiche – risulta problematica, perfino nei suoi aspetti apparentemente positivi. Ad esempio, succede che alcuni esemplari abbiano familiarizzato a tal punto con l’uomo, da avvicinarsi per prendere il cibo dalle sue mani. Questa, naturalmente, è una pessima abitudine per un animale selvatico, e per varie ragioni; tanto che una simile pratica è proibita per legge. Se si  vuole che il cervo di Key sopravviva, è bene che esso conservi i suoi istinti naturali, che si procuri il cibo da solo e che diffidi dell’uomo, il suo maggiore nemico.

Il prossimo futuro ci dirà quale destino sia riservato a questa curiosa ed elegante sottospecie di cervo americano, rimasto intrappolato insieme al più spietato predatore che esita al mondo, in un minuscolo ambiente insulare che conserva ancora un vago profumo di Paradiso terrestre.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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