lunedì, 20 Settembre 2021
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Il Megalodonte si aggira ancora in cerca di preda nelle profondità oceaniche?

Vi è qualche studioso disposto a tenere aperta la possibilità che sia sopravvissuto fino a tempi recenti e in linea teorica fino alla nostra epoca di Francesco Lamendola 

Da quando, nelle librerie statunitensi (e, a seguire, di tutto il mondo), ha fatto la sua comparsa il romanzo dello scrittore newyorkese Peter Benchley, «Lo squalo» – era il 1974 –, e da quando, soprattutto, il regista Steven Spielberg ne ha ricavato, l’anno dopo, un film popolarissimo e altamente spettacolare, il mostro marino dai denti aguzzi, pronto a divorare ignari esseri umani, e preferibilmente belle e giovani ragazze in bikini, ha fatto letteralmente irruzione nell’immaginario collettivo, dando forma concreta a paure ancestrali e riportando a galla memorie semi-dimenticate di antichi racconti marinareschi.

Ma un mostro, una volta che si sia rivelato e che abbia conquistato l’attenzione del pubblico, evoca, per così dire, l’avvento di un altro mostro, ancora più spaventoso; e così, dopo che le platee si sono saziate con la saga cinematografica degli squali dai denti insanguinati, lo stesso inesauribile Peter Benchley, sceneggiatore di molti film sullo squalo assassino, è passato a evocare un’altra creatura mostruosa e abissale, il calamaro gigante, spaventoso protagonista del romanzo «Tentacoli», del 1991, che, a sua volta, ha dato origine a una miniserie televisiva (anche se il primo a renderla popolare, in letteratura, è stato un insospettabile Victor Hugo, nel romanzo «I lavoratori del mare», pubblicato nel 1866, mentre l’autore viveva in esilio volontario nella piccola isola britannica di Guernsey, situata nel Canale della Manica).

Però il calamaro gigante non ha la stessa presa, sulla fantasia morbosa del pubblico, di un pesce enorme, affusolato e velocissimo, che nuota nelle profondità marine con la paurosa bocca seghettata bene aperta e pronta a inghiottire qualsiasi cosa gli capiti a tiro. Perciò, nel 1998, l’inesauribile Benchley ha sfornato un ennesimo mostro acquatico, come sceneggiatore, con il film per la televisione «Creatura» (quasi un quarto di secolo dopo il primo best-seller: quando si dice una lunga e brillante carriera…), dove si parla di uno squalo gigante che ha subito mostruose mutazioni genetiche e riesce a vivere sia nell’acqua che sulla terraferma (tanto è vero che risulta munito anche di artigli). E tuttavia il filone non era ancora stato sfruttato sino in fondo; c’è sempre una ulteriore frontiera da oltrepassare, quando si fa appello alla dimensione dell’inconscio collettivo e alle paure ancestrali…

Ed ecco che, nel 1997, esce un altro romanzo, stavolta firmato da un giovane scrittore esordiente, Steve Alten, classe 1959 (mentre il “vecchio” Benchley è del 1940: meno di una generazione di differenza, ma, si sa, nell’industria del consumo culturale i tempi si bruciano in fretta): «Meg: A Novel from a Deep Terror» («Meg. Un romanzo di terrore profondo»), il primo di una nuova saga che ha per protagonisti, e antagonisti, lo studioso Jonas Tyle e il “Charcarodn megalodon”, il favoloso e terrificante  Megalodonte, l’antenato dell’attuale Squalo bianco. Questo incredibile animale fu il più grande predatore marino di tutti i tempi, coi suoi venti metri di lunghezza, e forse più, e con le sue sessanta tonnellate di peso, e che la maggior parte degli scienziati ritengono essersi estinto almeno un milione di anni fa. Attualmente sono in corso i preliminari per la realizzazione un altro kolossal cinematografico, incentrato sul mostro ideato da Steve Alten, e al cui confronto anche i fantastici incassi di «Jaws», del 1975, potrebbero impallidire. Il film, che dovrebbe giungere a  breve nelle sale, si intitolerà «Meg», sarà firmato dal regista Eli Roth e prodotto dalla Warner Bros.

Ma è proprio vero che il Megalodonte è irrimediabilmente estinto? È questa la domanda che si è diffusa spontaneamente nel pubblico – e anche, seppure meno chiaramente espressa, nella comunità scientifica – dopo che il romanzo ha riportato di attualità la questione. Steve Alten immagina che il mostro abbia potuto sopravvivere nella Fossa delle Marianne, grazie alla presenza di una corrente calda fuoriuscente dal margine della zolla tettonica, e che, pertanto, non essendo costretto a salire verso la superficie in cerca di prede, la sua esistenza sia rimasta celata all’uomo, almeno fino a un certo giorno fatale. La Fossa delle Marianna è profonda circa 11.000 metri e – sorgenti calde a parte – ci si chiede non tanto quale cibo il Megalodonte potrebbe trovare in quelle gelide acque, ma anche, e soprattutto, come potrebbe essersi adattato alla totale oscurità che vi regna perennemente e, ancor più, alla pressione spaventosa che regna in simili abissi.

Viene però spontaneo domandarsi se, dopotutto, il Megalodonte possa realmente essere sfuggito all’estinzione, visto che anche altre specie marine, ritenute estinte da moltissimo tempo, hanno poi fatto la loro clamorosa ricomparsa, Valga per tutti il caso del famoso Celacanto (oggi presente con due specie: «Latimeria chalumnae» e «Latimeria menadoensis»), comparso circa 390 milioni di anni fa e ritenuto estinto da almeno 65 milioni, che, invece, fu pescato, vivo e vegeto, nelle acque sudafricane, nel 1938, e del quale, da allora, è stata individuata una colonia relativamente numerosa presso le Isole Comore, tuttora studiata dai biologi marini, cui si sono aggiunti altri avvistamenti su una vastissima area che va dalle coste del Kenya, in Africa Orientale, alle acque dove si incontrano l’Oceano Indiano e il Pacifico, nell’Arcipelago indo-malese (cfr. il nostro precedcedente articolo: «La resurrezione del Celacanto, fossile vivente dei mari», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/06/2007, e ora ripubblicato su «Il Corriere delle Regioni»).

Ha scritto il famoso biologo marino, illustratore e saggista statunitense Richard Ellis, nella sua classica monografia «Mostri del mare» (titolo originale: «Monsters of the Sea», 1994; traduzione dall’inglese di Francesco Saba Sardi, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 2000, pp. 421-427):

«Se lo squalo bianco, lungo sette metri e di dimensioni sufficienti a inghiottire intero un bambino, è già abbastanza terrificante, provate a immaginarvi una creatura lunga oltre due volte, pesante forse quattro volte di più, e con una bocca abbastanza larga da inghiottire una mucca: un animale che sembrerebbe uscito da un incubo. Gli amanti dei mostri sarebbero felici di apprendere che esisteva davvero, mentre coloro che nuotano negli oceani saranno ben lieti di sapere che è estinto. Lo squalo gigante, che gran parte dei paleontologi ritengono si sia estinto circa centomila anni fa, è chiamato “Carcharodon megalodon”: “Charcarodon” perché si ritiene sia parente stretto dello squalo bianco (“Carcharodon carcharias”) e “megalodon” che significa “grandi denti”. Che dimensioni aveva? I denti più grandi dello squalo bianco sono lunghi circa 7,5 cm., misurandoli lungo il margine diagonale seghettato. Il più lungo dente di “Megalodon”, un fossile duro come pietra, è lungo quasi 20 cm. e ha dunque le dimensioni della mano di un uomo adulto.

In un suo scritto del 1968 intitolato “Serpenti, creature dei mari e squali giganti”, James F. Clark sosteneva che “uno squalo delle dimensioni del “C. megalodon” ancora oggi abita in mari profondi. Questa bestia, che misura tra i venti e i quaranta metri, è parente del “C. charcarias” vivente, sempre che non sia semplicemente un enorme rappresentante di quella specie”. […]

Parecchi scienziati hanno allo stesso modo supposto l’esistenza di mangia uomini giganteschi. Uno di questi era il defunto Gilbert Whitley, un ittiologo australiano che nel 1940 ha dato alle stampe “The Fishes of Australia, Part I: The Sharks” (“I pesci dell’Australia, parte I: Gli squali”), che contiene la seguente affermazione: “Grandi, piatti denti triangolari con i margini seghettati, da lungo tempo noti ai geologi, sono restituiti dalle varie stratificazioni delle formazioni terziarie da un capo all’altro del mondo. Sono i resti di squali che devono aver raggiunto dimensioni enormi e che erano con ogni evidenza simili, quanto a struttura generale, al Grande Squalo Bianco (C. charcarias) dei nostri giorni. Questa specie recente raggiunge una lunghezza di dodici metri e ha denti lunghi circa 7,5 cm. Dal momento che i denti fossili a volte sono lunghi 15 cm., si è ipotizzato che la specie estinta raggiungesse una lunghezza di ventiquattro metri. Denti che misurano 7,5 cm. x 4 cm., e che hanno l’aria di essere freschi, sono stato dragati dai fondali marini, e questo sta a indicare che, se non è ancora vivente, questa gigantesca specie deve essersi estinta in epoche recenti”. […]

Ma forse la citazione più stupefacente di tutta la letteratura sul bianco è reperibile in un libro di David G. Stead, “Sharks and Rays of Australian Seas” (Squali e razze dei mari australiani), pubblicato nel 1963, che contiene una descrizione del “più terrificante mostro che i mari di madre terra abbiamo prodotto: e il riferimento è ovviamente al Grande Bianco. Al pari di ogni atro autore che ha pubblicato  prima del 1972, Whitley compreso, Stead presume che lo squalo di Port Fairy di undici metri fosse stato misurato esattamente, e lo ritiene “il più grande registrato in acque australiane”. Elenca altri esemplari noti di dimensioni varianti tra 4,5 e 6 metri, poi però riporta “la più straordinaria di tutte le storie relativa alle forme gigantesche di questo pesce che mai sia venuta alla luce, e ovviamente parlo di racconti che sembrano basati su fatti concreti”. Ecco la storia quale è riferita da Stead: “Nel 1918 i pescatori di aragoste di Port Stephens si rifiutarono, per parecchi giorni, di recarsi ai loro regolari siti di pesca in vicinanza della Broughton Island. Gli uomini erano andati a lavorare in quelle secche pescose, che sono a grande profondità, quando aveva fato la propria comparsa un immenso squalo, di dimensioni quasi incredibili, che aveva saccheggiato, un contenitore dopo l‘altro, molte aragoste e portando via, come hanno detto gli uomini, “contenitori, funi di attracco e tutto il resto”. I contenitori in questione, va ricordato, avevano un diametro di circa un metro per quindici centimetri e spesso contenevano da due a tre dozzine di aragoste di grandi dimensioni, ciascuna del peso di parecchie libbre. Gli uomini erano unanimi nel ritenere lo squalo un animale che non avevano visto neppure nei loro peggiori sogni. In compagnia del locale ispettore delle zone di pesca, ho interrogato molti degli uomini e tutti si sono mostrati concordi circa le dimensioni gigantesche della bestia. Ma le dimensioni che gli attribuivano erano, nel complesso, assurde. […] E si tenga presente che erano uomini abituati al mare e a eventi climatici di ogni genere, come pure a ogni sorta di squali. […] Una delle cose che mi colpì è che erano tutti concordi nell’attribuire all’enorme pesce uno spettrale colore biancastro.” Per concludere, Stead scrive  di “nutrire scarsi dubbi che questa sia stata una delle rare occasioni in cui a esseri umani è stato concesso di dare un’occhiata a uno di quegli enormi pesci del tipo Morte Bianca che sappiamo esistere, o essere esistiti in un recente passato, nelle grandi profondità marine. Anche se probabilmente non sono molto abbondanti, certo è però che possono esserci.” […]

L’unico dato concreto che abbiamo sull’esistenza del “Megalodon” è costituito dai suoi denti fossili. Siccome quelli degli squali vengono sostituiti molte volte di seguito, se ne deve dedurre che nel corso della loro esistenza  quei pesci cartilaginei abbiano avuto migliaia di denti; e questo significa un ben po’ di denti di squali fossili sul fondo degli oceani. Di regola, la presenza dei reperti del genere porta soltanto a discussioni paleontologiche, ma nel caso degli squali giganti, che possono rappresentare i mostri perfetti, ideali, le persone sono tutt’altro che disposte a rinunciare alla loro esistenza. In tutta la letteratura popolare (opposta alla scientifica) si trovano ripetuti accenni a squali giganti, ma ben pochi sono gli autori disposti ad ammettere che  quei mostri siano estinti. J. L. B. Smith, l’uomo che nel 1938 ha identificato il celacanto (e che pertanto nutriva un vivo interesse per la scoperta di nuovi sensazionali pesci), ha scritto che “denti lunghi oltre dodici centimetri sono stati dragati dai fondali, indicativi di squali lunghi trenta metri, con fauci della larghezza di almeno tre metri. Può darsi che questi mostri vivano tuttora in acque profonde, ma è meglio crede che siano estinti. Un simile squalo potrebbe inghiottire un bue intero”.»

In conclusione (si fa per dire), vi è qualche studioso disposto ad tenere aperta la possibilità che il Megalodonte sia sopravvissuto fino a tempi recenti, da 100.000 a 10.000 anni fa – sempre in base alla datazione dei denti ritrovati sui fondali – e qualcuno si spinge fino a ipotizzare, in linea teorica, che esso potrebbe aggirarsi ancora nei mari. Una testa di capodoglio, inspiegabilmente recisa, è andata ad arenarsi sulla spiaggia australiana vicino a Perth. Ma chi può aver fatto una cosa simile? E il cutter australiano «Rachel Cohen», nel 1954, entrato nel porto di Adelaide per delle riparazioni, rivelò, piantati nella chiglia, diciassette denti di squalo, le cui dimensioni farebbero pensare a una creatura di ventiquattro metri. Ipotesi, indizi, congetture. Per ora, il mistero resta quanto mai fitto…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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