lunedì, 1 Marzo 2021
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Il segreto del Rock Lake getta un’ombra su quel che crediamo di sapere del passato

Molti scienziati sostengono che la presenza umana nel continente americano debba essere retrodatata da 20.000 a 60.000 anni fa di Francesco Lamendola  

Fino a una ventina d’anni fa, ossia fino alla fine del XX secolo, esisteva un ampio accordo fra gli scienziati circa il cosiddetto popolamento tardivo del continente americano: l’uomo sarebbe giunto in America attraverso lo Stretto di Bering, probabilmente quando esso era ghiacciato o all’asciutto (per l’abbassamento del livello del mare, verificatosi durante le ultime glaciazioni) intorno al 14.000 a. C., e che, partendo dall’Alaska, si sarebbe spinto sempre più avanti, gradualmente, fino a popolare l’intero continente, dopo essere giunto alla sua estremità meridionale, vale a dire l’arcipelago della Terra del Fuoco.

Ora, però, questa sicurezza è stata incrinata da altre acquisizioni scientifiche, recentissime, avvenute simultaneamente nell’ambito dell’archeologia, della genetica e della linguistica; per cui molti studiosi si sono decisi a rivedere sensibilmente la teoria tradizionale, per sostituirla con una nuova, quella del popolamento recente. Molti scienziati sono giunti, cioè, alla conclusione che la presenza umana nel continente americano debba essere retrodatata ad un arco di tempo che va dai 20.000 ai 60.000 anni fa, a seconda delle diverse posizioni. Ora, tenendo per buona la seconda data, se ne deduce che l’uomo potrebbe essere giunto nel continente americano in un’epoca la cui antichità va moltiplicata per quattro rispetto a ciò che si riteneva pressoché certo. Sarebbe un po’ come se gli egittologi accademici giungessero ad ammettere, quasi dalla sera alla mattina, che le piramidi di Giza, nella valle del Nilo, nonché la Sfinge, furono costruite non, come essi credevano, qualcosa come 2.500 anni fa, ma 10.000 anni fa: cioè, molto approssimativamente, la data che suggeriscono quei geologi i quali hanno fatto notare, e la cosa è ormai pressoché accettata da tutti, che la superficie della Sfinge presenta segni di erosione dovuta all’azione continua dell’acqua piovana. Un fatto che rimane inspiegabile se non si risale all’epoca dell’ultima grande glaciazione e al cosiddetto periodo del “neolitico umido” o “neolitico sub-pluviale”.

Anche la convinzione che l’America sia stata popolata esclusivamente a partire dalla Siberia, da popolazioni di stirpe mongolica settentrionale, attraverso il “ponte” dello Stretto di Bering, è oggi messa in discussione da parecchi studiosi. Oltre alle ondate migratorie di provenienza nord-asiatica, infatti, si ammettere quasi da tutti che ve ne sarebbero state anche altre, provenienti dal Pacifico, e non solo verso l’America del Nord, ma anche verso l’America del Sud, a partire, rispettivamente, dall’arcipelago giapponese e dalle isole polinesiane (e prima ancora, in questo secondo caso, dalle isole del Sud-est asiatico).

Non solo: una corrente migratoria potrebbe aver raggiunto l’America attraverso la punta sud, la Terra del Fuoco, proveniente dalla Penisola Antartica: cosa possibile, tenendo conto delle differenti condizioni climatiche che esistevano in quell’area geografica alcune decine di migliaia d’anni fa (cfr. il nostro saggio: «Il limite antartico della vegetazione arborea», pubblicato sul n. 3 del 1986 della rivista «Il Polo» dell’Istituto Geografico Polare “S. Zavatti”, e ripubblicato, parzialmente, sul sito di Arianna Editrice il 12/06/2006). Molto più problematici, invece, sono degli eventuali apporti attraverso l’Oceano Atlantico, provenienti dall’Europa o dall’Africa, ovviamente prima di quello dei Vichinghi, il quale ultimo è assolutamente certo e abbastanza ben documentato, ma che dovette avere poca o nessuna influenza sulla evoluzione delle culture pre-colombiane dell’America Settentrionale dal punto di vista quantitativo. Che viaggiatori fenici, in particolare, siano giunti in Brasile o in altri luoghi del continente americano, non è affatto provato.

Se, comunque, il popolamento del continente americano avesse avuto luogo – come si affermava fino agli anni Novanta del Novecento – in tempi storici recenti, e partendo esclusivamente dalla Siberia verso l’Alaska, allora sarebbe logico aspettarsi che si fossero sviluppate delle culture neolitiche prima nella parte settentrionale, e solo più tardi in quella meridionale del continente: precisamente, sarebbe logico aspettarsi che l’antichità degli insediamenti umani debba decrescere mano a mano che ci si sposta dall’America Settentrionale verso le parti australi di quella Meridionale; invece si è potuto accertare, mediante le datazioni con il metodo del radiocarbonio, che non è così. La cultura di Clovis, nell’odierno Nuovo Messico (Stati Uniti sud-occidentali), risale a 12.900 anni fa; mentre quella di Monte Verde, nel Cile, e precisamente nella sezione centro-meridionale del Pae4se, non lontano da Puerto Montt, è stata datata a 12.500 anni fa. Come è possibile, dunque, che una cultura sia fiorita nei pressi dello Stretto di Magellano appena quattro secoli dopo la più antica cultura a noi sufficientemente nota dell’America Settentrionale? Quattro secoli, sulla scala del popolamento di un continente che, dall’Alaska a Capo Horn, si estende quasi dall’uno all’altro Circolo polare, per una distanza complessiva di circa 16.000 km., sono una quantità temporale troppo esigua, quasi trascurabile.

E non è ancora tutto, Secondo altri studiosi, in base ad altri metodi di datazione (vedi Monte Verde Archaeological Site), la cultura di Monte Verde risalirebbe ancora più addietro nel tempo, per la precisione a 14.800 anni fa: quasi duemila anni prima della cultura di Clovis del Nord America. Il che, manderebbe completamente a catafascio la teoria tradizionale sul popolamento da Nord a Sud del continente americano: perché, a questo punto, uscirebbe di molto rafforzata la teoria del popolamento dell’America Meridionale a partire da Sud, e non da Nord, vale a dire dal ponte di terra che dovette esistere, in epoca glaciale, con la Penisola Antartica; oppure attraverso il Pacifico meridionale, passando per le isole della Polinesia, ma partendo dal Sud-est asiatico, dall’Australia  e dalla Melanesia, come suggerito, fin dal 1943, dallo studioso francese Paul Rivet, autore di una monografia d’importanza fondamentale su «Les Origines de l’Homme Américain», basata su argomentazioni di ordine antropologico e linguistico. La questione della reciproca antichità di Clovis e Monte Verde è tuttora aperta, stante l’accanita rivalità – invero abbastanza ridicola – fra la “scuola” archeologica statunitense, che vorrebbe conservare al Nord America il primato sull’antichità delle prime civiltà americane, e quella sudamericana, che vorrebbe strapparle lo scettro; resta il fatto che la cultura di Monte Verde, anche se non fosse nettamente più antica di quella di Clovis, non sarebbe neppure molto più recente, il che riporta la questione entro i termini che abbiamo or ora delineati.

Questo per dire quanto poco sappiamo sulla preistoria dell’America, e quanto credevamo di sapere: sono bastati pochissimi anni, e tutto il nostro quadro di semi-certezze si è sbriciolato sotto i nostri occhi, per rivelare una serie di spazi vuoti, di “terre” incognite, di dubbi e di dati contrastanti, ambigui o di difficile interpretazione. Oggi, perfino gli archeologi più ligi alla scuola “classica”, abituati a procedere con i piedi di piombo (il che non è certo un male, scientificamente parlando, tutt’altro; purché non si trasformi in un rifiuto pregiudiziale di considerare nuove prospettive, alla luce di nuove scoperte) sono costretti a rivedere le basi stesse del loro quadro di riferimento, e a dubitare di molte cose che parevano acquisite una volta per tutte.

Restano ancora aperti, nondimeno, tutta una serie di fatti controversi, sui quali l’archeologia accademica continua a tacere o, perfino, a rifiutarsi di prenderli in considerazione. Lasciando stare ritrovamenti addirittura sconvolgenti, come quello di una impronta di piede umano, con tanto di cuciture di mocassino, in una roccia antica cinque milioni di anni, nel deserto del Nevada (cfr. il nostro articolo: «Scricchiola il paradigma degli storici sulle origini “recenti” della civiltà», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 05/04/2008), restano irrisolti, o spiegati in maniera insoddisfacente, altri fatti e altri siti archeologici. Per citarne solamente alcuni, tra i più conosciuti: chi ha costruito il Serpent Mound, nella contea di Adams, stato dell’Ohio, struttura incredibilmente bella e complessa, ma invisibile da terra, coi suoi oltre 400 metri di lunghezza, per giunta su terreno boscoso; e perché? Chi ha realizzato gli 800 disegni delle cosiddette Linee di Nazca, alcune delle quali lunghe decine di metri, nel deserto costiero del Perù, e visibili solo dall’alto, ma in una regione priva di montagne e punti di vista sopraelevati? E chi ha eretto la colossale Porta del Sole a Tiahuanaco, a 4.000 metri d’altezza sul livello del mare, nei pressi del Lago Titicaca, in un unico blocco di andesite del peso di oltre 100 tonnellate? Quale civiltà possedeva una tecnologia capace di fare una cosa del genere: di trasportare e porre in sito un unico blocco di roccia pesante più di centomila chilogrammi? Perfino la tecnologia moderna avrebbe qualche problema a fare una cosa del genere… Per ciascuno di questi siti, l’archeologia accademica ha delle risposte pronte; pure, nessuna di tali riposte risulta completamente soddisfacente, se si considerano le speciali caratteristiche di tali siti, e, soprattutto, se si parte dalla datazione basata sul popolamento recente del continente americano.

D’altra parte, vi sono anche decine di altri siti, meno noti, sui quali la scienza non si è ancora espressa, anche perché moltissimi studiosi di estrazione accademica non sono disposti a giocarsi la reputazione, abbassandosi a prendere in considerazione elementi di fatto che contrastano con la versione canonica e ufficiale dell’archeologia americana. Se la “città sommersa” di Bimini, nelle Isole Bahamas, si è rivelata, come pare, una formazione naturale che non ha nulla di misterioso, la stessa cosa non può dirsi per altri OOPart, Out of Places Artifact, ossia Manufatti fuori luogo (l’acronimo è stato coniato dall’esperto di criptozoologia britannico Ivan Sanderson, 1911-1973): in altre parole, reperti che non dovrebbero trovarsi dove si trovano, o, per meglio dire, che non dovrebbero esistere affatto.

Fra di essi, vale la pena di citare le strutture sommerse del Rock Lake, nel Wisconsin, contea di Jefferson (da non confondersi con il lago omonimo situato nello Stato di Washington), ad una trentina di chilometri dalla città di Madison: un lago non molto esteso, dalle rive boscose e piuttosto scoscese, caratterizzato da un curioso profilo a forma di “otto”, e che raggiunge una profondità massima di 27 metri. Lì, all’inizio del XX secolo, vennero intraviste, per la prima volta, delle sagome sommerse che ricordavano delle costruzioni fatte dalla mano dell’uomo, e, più precisamente, di tipo piramidale; anche se tali avvistamenti vennero subito ridicolizzati e rapidamente dimenticati. Fu solo a partire dalla seconda metà degli anni Trenta che si tornò a parlare della cosa, in occasione di nuovi avvistamenti da parte di pescatori e, per un altro verso, fatti da piloti di aereo. Anche in quel caso, le reazioni del mondo accademico, e, nella fattispecie, dell’Università del Wisconsin, furono tutte di segno negativo: per alcuni decenni non si trovò un solo studioso, facente parte dell’establishment culturale, che fosse disposto a mettersi in gioco, degnandosi anche solo di fare dei sopralluoghi per verificarle segnalazioni e poi, magari, per escluderle categoricamente, tuttavia solo dopo aver fatto una ricognizione accurata, condotta con metodo scientifico, ma anche con mentalità sufficientemente aperta.

Scrive il giornalista e saggista svizzero Luc Bürgin nel libro «Archeologia misterica» (titolo originale: «Geheimakte Archälogie, München, 1998; traduzione dal tedesco di Fabrizia Fossati, Casale Monferrato, Edizioni Piemme, 2001, pp. 129-134):

«Anche il Nord America vanta dei monumenti sommersi. Il Rock Lake, un piccolo lago che si trova a est di Madison, nel Wisconsin, cela sui fondali delle costrizioni a forma piramidale. Alcune di esse potrebbero risalire addirittura a 3.500 anni fa. Finora non si sa nulla delle loro origini. Per decenni gli archeologi hanno  deliberatamente ignorato i reperti del Rock Lake. Nessuno si è preso la briga di ammettere, o di riconoscere, che sott0acqua giacciono rovine imponenti. La storia della loro scoperta è un esempio tipico dell’ottusità e della grettezza di alcuni studiosi.

Nel 1900, a causa di condizioni climatiche davvero insolite, il livello del lago si era abbassato in maniera considerevole.  Claude e Lee Wilson, durante una gita in barca, notarono che sui fondali  si stagliava la sagoma di un edificio rettangolare.  In seguito i due non riuscirono più a localizzare la struttura.  Il “Milwaukee Herald” bollò come “isteria collettiva”  l’interesse suscitato dalla scoperta.

Trentacinque anni più tardi anche dei sub dell’Università del Wisconsin si imbatterono in altre strutture sommerse. Nel 1936 questa scoperta attirò l’attenzione del dottor Charles E. Brown, direttore del Wisconsin Historical Museum, e del geologo Erarnes F. Bean. Ricerche condotte   sui fondali, purtroppo, però, non dettero alcun frutto. All’epoca si gridò allo scandalo e venne montata una campagna  denigratoria nei confronti dei ricercatori che avevano “fatto spreco” del denaro dei contribuenti.

Tutto questo trambusto, però, non scoraggiò affatto Max Gene Nohl, sub e ingegnere  del Massachusetts Institute of Technology, il quale proprio non riusciva a togliersi dalla mente la storia del Rock Lake.  La sua costanza venne premiata e, nel 1937,durante un’immersione, si imbatté in una formazione  piramidale. L’opinione pubblica venne rimessa di nuovo in fermento e l’interesse ulteriormente  ridestato allorché, alcuni anni più tardi,  dei piloti scorsero sul fondo del lago una grossa struttura piramidale. Il mondo archeologico, incredibile a dirsi, rimase… in letargo.

Nei decenni successivi non vennero alla luce altre scoperte. Nel settembre 1962 “The Wisconsin Archeologist” pronunciò il suo verdetto: “L’ipotesi dell’esistenza  di costruzioni, a opera dell’uomo, sui fondali del Rock Lake  è del tutto infondata, poiché, a detta degli esperti, il lago ha ben 10.000 anni.

Soltanto cinque anni dopo Jak Kennedy, durante un’immersione, s’imbatté in una piramide  e riportò in superficie una serie di manufatti in pietra.  Preso dall’eccitazione, non segnò il luogo e  Lon Merrick, direttore di una squadra di sub del Milwaukee Public Museum, non si lasciò sfuggire l’occasione di dileggiare la scoperta, sostenendo che le presunte piramidi altro non sarebbero che depositi glaciali.

A dispetto di tutti i dubbi e di tutte le controversie, aumentavano in maniera esponenziale prove concrete dell’esistenza  di questi monumenti. Nel gennaio 1970  la rovista “Skin Diver” riportò in un articolo; “è incredibile: a rigor di logica non dovrebbero e non porrebbero esistere.  Eppure sono lì. In teoria sono troppo antiche, e, per giunta costruite in un luogo inaccessibile all’uomo. La storia, però,  raramente è logica e queste piramidi emergono tropo spesso  dalla loro tomba d’acqua per non indurre alla riflessione  anche quegli studiosi razionali, che si occupano della storia  antica di questo continente.”

Dovettero trascorrere ancora ben 13 anni prima che l’istruttore sub Robert Boyd  organizzasse, insieme a Robert Bass, una grossa spedizione subacquea, che rivelò, ancora una volta, l’esistenza sui fondali di strutture  in pietra. Anche il professor James Scherz  dell’Università del Wisconsin si interessò a queste strutture.

Nel 1987 iniziò a occuparsi del mistero  anche il pubblicista americano Frank Joseph. Insieme ad altri ricercatori eseguì alcune misurazioni con l’ecogoniometro e i risultati dei diagrammi  mostrarono il profilo di numerose strutture.  Una volta localizzate, Joseph ei suoi colleghi  riuscirono a vederne da vicino una buona parte. Alcune direttamente sott’acqua, altre ancora dall’alto, sorvolando la zona: la loro conclusione  non lasciò adito a dubbi: i monumenti in pietra esistono.

Nel corso degli ultimi anni i ricercatori hanno compiuto ulteriori scoperte si fondali del Rock Lake: si sono imbattuti, per esempio, in un argine di protezione  di enormi dimensioni. Probabilmente è quel che resta di un muro che circondava un luogo sacro.  Al momento i monumenti vengono suddivisi in tre gruppi: il primo si trova a una profondità di circa 6 metri e dovrebbe avere all’incirca 800 anni. Il secondo, si trova a una profondità di 12 metri e ha 2.000 anni. Il terzo è quello che rea maggiori problemi di classificazione, poiché, a causa della sua veneranda età (3.500 anni), non riesce ad attribuire a nessuna civiltà a noi nota. A dire il vero non dovrebbe neppure esistere.»

Può sembrare strano e quasi incredibile, ma la questione è rimasta pressoché ferma a queste note. Ancora una volta, la scienza ufficiale si è mostrata impari alle sfide degli OOPart. Gli archeologi hanno attribuito le strutture piramidali del Rock Lake alla cultura Aztalan, una subcultura del Mississippi fiorita fra il 900 e il 1.300 d. C., cui si devono anche dei mounds tuttora ben conservati. Ma è sufficiente mettere una etichetta sopra una scoperta così elettrizzante, per sciogliere veramente il segreto di Rock Lake e della sua città sommersa? Moltissime cose sarebbero ancora da spiegare…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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