giovedì, 25 Febbraio 2021
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La «tigre della Tasmania» si aggira ancora nel fitto delle foreste australiane?

A vederselo davanti il tilacino della Tasmania doveva fare paura: quando spalancava le fauci le sue mascelle fornite di 46 denti si aprivano a 180° di Francesco Lamendola  

Laggiù, a non grande distanza, c’era una piccola vasca colma d’acqua, formatasi per l’erosione della roccia e alimentata da un rivoletto che gocciava giù dalla rupe. Di fronte a lui un prato scendeva verso la conca, al riparo di una siepe di felci e di arbusti, e una folta muraglia d’alberi che chiudeva la gola come una solida porta. Ancora più in là si distendeva la foresta che avvolgeva i fianchi delle colline fino a che queste non andavano a confondersi con la catena dei monti, che in quel momento s’iscurivano sotto la luce del tramonto.

Tasso, dopo questa veloce ispezione, guardò di nuovo lo stagno nella piccola conca verde. Da qualche parte, alla sua destra, ci dovevano essere gli Archi torreggianti, ma lui non si voltò, perché la gola stava diventando fosca, ora che vi cominciava a scendere l’ombra.

Una leggera gomitata di Harry lo riscosse mentre cominciava ad assopirsi. Guardò giù attentamente, ma alla prima non scorse nulla. Poi, mentre un’eccitazione crescente s’impadroniva di lui, vide gli arbusti che si dividevano per lasciar passare un «qualcosa» dalla strana forma allungata, come di lupo.

Allora lo vide bene. Saliva il pendio con la superba solennità delle creature selvagge, poi si fermò guardandosi intorno e infine abbassò la testa massiccia per bere. Sulla parte posteriore del dorso si vedevano benissimo le strisce coloro cioccolata e la coda rigida si muoveva leggermente.

Alcune gazze nere ruppero il silenzio coi loro schiamazzi rochi e il lupo di Tasmania alzò la testa per guardarle passare. Poi si volse a destra e a sinistra e scese giù per il pendio di dove era venuto, pronto per la caccia notturna.

Abbiamo riportato un brano del libro della scrittrice Nan Chauncy Il segreto della vallata (titolo originale dell’opera: Tiger in the Bush; traduzione di Antonio Lugli, Bemporad-Marzocco Editrice, Firenze, 1962, pp. 59-60), che riporta l’avvistamento, da parte di un ragazzo australiano, di un esemplare di mammifero veramente raro e, purtroppo, oggi probabilmente estinto, sia pure da pochi anni soltanto: il tilacino o tigre della Tasmania.

Si tratta – o si trattava, perché forse bisogna usare il verbo al passato – di un animale così raro che, per dargli un giusto rilievo nella zoologia sistematica, i naturalisti crearono per lui solo un genere, quello dei Tilacinidi, in cui collocarono quell’unica specie. Dovettero creare per lui anche un’unica sottofamiglia, poiché il tilacino non somiglia ad alcuno degli altri marsupiali.

La sua caratteristica dentatura – con i canini molto lunghi e  i premolari alquanto affilati – lo apparenta, peraltro, ad alcuni marsupiali carnivori fossili che sono stati rinvenuti in Sud America: un’altra prova indiretta dell’antico collegamento esistente fra quest’ultima e l’Australia (attraverso l’Antartide), quando entrambi tali continenti, oggi così lontani l’uno dall’altro, facevano parte dello stesso supercontinente dell’emisfero australe: il Gondwana.

Il professor Giuseppe Scortecci, già direttore dell’istituto di Zoologia dell’Università di Genova e autore, mezzo secolo fa, di una valida enciclopedia su gli Animali (Edizioni Labor, Milano, 1953, vol. II, pp. 760-61), così ne racconto la scoperta da parte degli Europei, avvenuta intorno al 1830:

Nel terso decennio del secolo scorso [l’Ottocento, Robert Harris, il naturalista già citato, riuscì a catturare, con una trappola la cui esca era costituita da carne di marsupiale, un grosso animale scientificamente sconosciuto. Si trattava del Tilacino, detto volgarmente Opossum zebra, o anche Lupo zebra od Opossum iena, il più grande Marsupiale carnivoro e, senza alcun dubbio, uno dei più interessanti. (…)

Questo strano animale che, se non fosse per l’attaccatura della coda ricordante quella dei canguri e per la caratteristica striatura trasversale, potrebbe, a prima vista almeno, essere scambiato per un mammifero placentato ebbe antenati nel Continente australiano; ma nell’epoca attuale pè strettamente limitato alla sola Isola di Tasmania. Qui abita le zone montane rocciose, dove gli è facile trovare sicuri nascondigli in cui rimanere tranquillo durante le ore di luce. Sul far della sera esce dalle tane e, con un’andatura agile ricordante quella di un cane, comincia ad errare per la ricerca delle prede. Canguri di media e piccola dimensione ,ratti e topi, uccelli di ogni sorta, rettili, insomma tutti gli animali che non siano eccessivamente piccoli vengono assaliti e dilaniati. Il tilacino è un buon corridore, ma non può competere sotto questo riguardo coi cani, ed è capace di spiccare salti di una certa altezza servendosi solo delle zampe posteriori, così come fanno i canguri. (…)

Si sa poco intorno alla sua riproduzione; il marsupio è ridotto a una larga piega della pelle disposta a ferro di cavallo, con la concavità volta verso la parte posteriore del corpo e che delimita un’area in cui si trovano due paia di mammelle.

A vederselo davanti, il tilacino o «tigre della Tasmania» doveva fare paura.

Quando spalancava le fauci, infatti, le sue mascelle fornite di 46 denti, potevano aprirsi sino a formare un angolo di centottanta gradi, come quelle di un coccodrillo, rivelando la sua natura di predatore straordinariamente agguerrito.

In effetti, benché le striature del dorso potessero ricordare vagamente il mantello di una tigre, il tilacino, noto anche come lupo marsupiale, aveva piuttosto le dimensioni di un lupo, essendo lungo un metro o poco più, due mesi in casi eccezionali, senza contare un altro mezzo metro di coda. Ma, a guardarlo bene, non si tardava ad accorgersi delle profonde differenze anatomiche rispetto a un vero lupo.

Non aveva la figura armoniosa e proporzionata del lupo, bensì un corpo tozzo e massiccio, più corto di quello che ci aspetterebbe guardando le zampe, lunghe un’ottantina di centimetri; con qualche cosa, semmai, della iena, come ha giustamente osservato lo zoologo tedesco Hans-Vilhelm Smolik (nella sua Enciclopedia illustrata degli animali; titolooriginaleDas Grosse Illustrierte Tierbuch, 1960, 1970; traduzione italiana a cura dell’Editore Feltrinelli, Milano, 1972, 1982, pp. 492-93).

Ciò che maggiormente disturba nella sua figura è che il corpo sembra prolungarsi nella lunga coda che è grossissima alla radice, si assottiglia poi conicamente ed ha un aspetto stranamente rigido ed impalato. Anche le serie di strisce «zebrate» che occupano il dorso accentuandosi particolarmente sulle cosce sottolineano ulteriormente l’ingrata forma della parte posteriore del corpo. (…)

Comunque fino ad oggi non si è mai sentito che un tilacino abbia osato aggredire un uomo. E sul continente australiano esso è stato certamente più vittima degli agguati dei Dingo che degli schioppi dei coloni inferociti. Dopo che venne riconosciuto come ladro di pecore e pollame è stato ben presto scacciato dalle zone abitate.  Il suo destino fu completato dall’opera dei Dingo anch’essi cacciati nelle zone più impervie e selvagge.

Quando Smolik scriveva queste righe – che faranno certamente storcere il naso all’ultima generazione di naturalisti «politicamente corretti», per via degli apprezzamenti estetici sulla figura dell’animale, oggi non più di moda in nome di una rivolta (Hegel insegna!) contro il concetto «greco» della bellezza -, vi era ancora ragione di credere che si potesse parlare del tilacino usando i verbi al presente, perché la sua presenza, anche se non più certissima, appariva tuttavia ancora quanto meno probabile.

Per scrupolo di precisione, dobbiamo inoltre osservare che, a parte una certa antropoformizzazione dell’animale (nel brano seguente si parla di «piedi» anziché di «zampe»), non è del tutto esatta l’affermazione che il tilacino non abbia mai assalito esseri umani. Anche se i casi documentati sono rari, al tilacino è accaduto quel che accade a tutti i carnivori quando diventano vecchi e lenti e i loro denti non sono più forti come da giovani: cominciano a orientarsi verso prede più facili. E, fra queste (come nel caso delle tigri del Bengala o il giaguaro dell’Himalaya) vi è, occasionalmente, anche l’uomo.

Prosegue Hans-Vilhelm Smolik (Idem, pp. 493-94):

Vive in Tasmania, la sua sopravvivenza è molto minacciata. È lungo 100-120 cm., la coda misura 50 cm. Il pelo è corto e liscio, un po’ grossolano e lanoso, tutto marrone-grigio opaco, con dodici o quattordici strisce nere trasversali sul dorso, più chiaro sulla testa. È caratterizzato da macchie bianche alla radice delle orecchie, sotto gli occhi, sul dorso del naso quasi in punta, sul labbro superiore e sulle dita dei piedi. Ha una macchia scura nell’angolo interno dell’occhio, piccolissime orecchie dritte e la parte anteriore del muso fortemente distaccata dalla fronte.

Schivo e furtivo, il Tilacino vive oggi nelle più inaccessibili selve della Tasmania, soprattutto là dove esse incombono direttamente sulla costa con profonde gole. Qui nelle notti tenebrose fa piazza pulita di ciò che le onde gettano sulla spiaggia, dai molluschi ai gasteropodi, dai granchi ai pesci e alle foche morte. Da solo o in coppia o al massimo, ma raramente, in piccoli branchi familiari, dà la caccia nelle selve ai Canguri, ai Bandicoots, agli Ornitorinchi, agli Echidnidi, ma si accontenta spesso anche di topi, anfibi e insetti.

All’occorrenza si trasforma in un predatore che insegue le vittime con una scarsa velocità compensata da una grande resistenza. Di giorno si caccia nel fondo della sua tana perché aborre letteralmente la luce.  Se assalito dai cani da caccia difende disperatamente la sua pelle e dà addosso selvaggiamente a tutti. Messo alle strette fugge su due zampe come i canguri compiendo balzi di 2-3 metri e così supera in velocità i cani.

La femmina, notevolmente più piccola del maschio, porta i piccoli in un piatto marsupio che si apre posteriormente e quando sono più grandi li difende con straordinaria energia.

Il dramma del tilacino è quello di tante altre specie animali (e vegetali), specialmente isolane, ove l’equilibrio è più fragile – dopo l’arrivo degli Europei: la caccia indiscriminata, l’introduzione di animali concorrenti, la progressiva distruzione dell’habitat naturale, la rarefazione delle specie di cui si nutre: e, infine, il declino e la graduale ma inesorabile marcia verso la soglia irreparabile dell’estinzione.

Ironia del destino (o, piuttosto, stupidità degli uomini), in Tasmania venne introdotta una legge per la tutela assoluta del tilacino nel 1936, ossia tre anni dopo che l’ultimo esemplare era stato catturato, punto d’arrivo di interi decenni durante i quali la sua pelle era stata pagata ai cacciatori dalle autorità governative, per eliminare questo scomodo saccheggiatore dei pollai.

Eppure, forse…

In anni recenti, indizi della sopravvivenza del misterioso marsupiale sono apparsi qua e là; e, oltre al rinvenimento di tracce e ciuffi di peli, pare vi sia stato perfino un avvistamento, anche se non documentato, una ventina di anni fa; seguito da un secondo.

Ma, cosa strana, quest’ultimo non è avvenuto in Tasmania, bensì sul continente australiano, e a notevole distanza dall’isola meridionale, nella quale gli studiosi di zoogeografia lo ritenevano da lungo tempo confinato.

Cosa strana perché, nell’Australia vera e propria, il tilacino era ritenuto estinto non da decine o centinaia d’anni, bensì addirittura da più di un migliaio di anni; eliminato – come si pensava – dalla insostenibile concorrenza numerica di un altro mammifero predatore, il dingo, un cane selvaggio dalle origini tuttora incerte.

Così riassume lo stato della questione il naturalista Vittorio Martucci nel suo libro Il martello di Darwin. Vicende di mammiferi fra estinzioni e scoperte (Franco Muzzio Editore, Padova, 1999, pp. 78-83):

Una specie sconcertante ci sconcerta anche per il mistero che circonda la sua fine.

Intorno al 1805 fu scoperto in Tasmania un animale che possiamo così descrivere: «La sua somiglianza esteriore con un Canide è quasi completa, per foggia del muso e lineamenti somatici, fatta eccezione per la forma delle orecchie , per il profilo del treno posteriore e per la coda che è molto grossa alla base, al pari di moltissimi marsupiali». (Cagnolaro, in Enciclopedia delle Scienze, De Agostini, Novara, 1982). A queste caratteristiche va aggiunta una marcata striatura nella parte superiore del mantello.

Si trattava proprio di un rappresentante dell’ordine di cui ci stiamo occupando[i marsupiali], caso fra i più straordinari di convergenza con un altro gruppo di mammiferi. Questo marsupiale carnivoro apparve subito così particolare ad esigere una famiglia ad hoc, quella dei Tilacinidi, mentre alla specie fu assegnato il nome di Thylacinus cynocephalus, vale a dire: «cane marsupiale dalla testa di cane»: tanto per essere chiari. Il suo aspetto fuorviante gli meritò comunque una lunga lista di appellativi popolari, tanto pittoreschi quanto impropri: lupo zebra, lupo canguro, tigre della Tasmania, opossum iena.

Era un animale non molto grande, della lunghezza di un’ottantina di centimetri, ma particolarmente robusto, con forti mascelle capaci di aprirsi quasi ad angolo piatto. Andava a caccia di altri piccoli marsupiali e di uccelli, e poteva tener testa anche ai veri cani. Narra H. S. Mackay: «Un bull terrier aveva attaccato un lupo zebra e l’aveva spinto contro una nicchia tra le rocce. Il lupo, in piedi con il dorso contro la parete, girava la testa da una parte all’altra per tener d’occhio il terrier che cercava di entrare da diverse direzioni. Poi, non appena il cane fu abbastanza vicino, il lupo gli diede un morso netto, come quello di una volpe, staccando un pezzo di cranio al cane che cadde al suolo morto con il cervello fuori».

Quando la Tasmania divenne terra di allevamenti ovini, per lui, che aveva scoperto nuove ed allettanti prede, cominciarono i guai. Le prime taglie sull’animale vennero poste verso il 1840 dalla Van Diemen’s Land Company. A queste si aggiunsero i compensi del governo, che erano calcolati in una sterlina per l’uccisione di un adulto e in mezza sterlina per l’abbattimento di un cucciolo o di un giovane esemplare. Già verso il 1865 si era rifugiato sulle montagne dell’interno, a circa mille metri di altitudine. Dal 1888, anno in cui entrarono in vigore i provvedimenti pubblici, al 1814, furono sacrificati ben 2.268 tilacini e l’animale acquisì una fama sinistra: si diceva che assalisse gli uomini e ne succhiasse il sangue come un vampiro; mentre è documentata solo qualche rarissima aggressione da parte di esemplari vecchi e privi di forze. La divulgazione ottocentesca lo accomunava nel pregiudizio al carnivoro nostrano più temuto. «È veramente un lupo genuino – sentenziava un famoso trattato – e relativamente alla sua scarsa mole  arreca nella sua patria danni uguali a quelli che produce il suo omonimo nel Nord».

È dunque evidente che la sua prevedibile fine non preoccupava nessuno.  A questo proposito, L. Harrison Matthews riferisce: «Chi scrive ricorda di aver visto da bambino ,attorno al 1910, un tilacino vivo in uno zoo della provincia inglese, dove questo animale non richiamava l’interesse di nessuno; un esemplare simile, oggi, darebbe adito ad un’ampia pubblicità».

In quegli stessi anni una epidemia di cimurro finì per dargli il colpo di grazia e rintracciare il singolare predatore  divenne impresa sempre più difficile. Nel 1930 venne ucciso l’ultimo tilacino in libertà e nel 1933 fu catturato l’ultimo esemplare per lo zoo di Hobart, dove si sarebbe spento l’anno successivo. A questo punto , dopo la fuga dei buoi, fu chiusa la stalla: nel 1936 fu decretata la completa protezione della specie… già estinta.

Fu allora che il tilacino, come in un racconto di fantasmi, si trasformò in un essere sempre pronto a riapparire all’improvviso al pari di un antico rimorso, e sempre inafferrabile. Nel 1937 il ricercatore Roy Marthick affermò di aver ritrovato numerose sue tracce e di avere scorto in lontananza alcuni esemplari. Altri avvistamenti  furono segnalati nel 1945. Nel 1957 l’equipaggio di un elicottero scattò alcune fotografie di un animale che, tuttavia, fu giudicato un cane dagli zoologi interpellati. Nell’agosto del 1961, Bill Morrison e Laurie Thompson, due campeggiatori attendati lungo la costa tasmaniana orientale, affermarono di aver colpito e ucciso nell’oscurità  un animale che, al mattino, si era rivelato il nostro protagonista; il suo corpo era poi stato sottratto loro in circostanze misteriose. Alcuni peli fatti esaminare ad esperti furono effettivamente riconosciuti per quelli del marsupiale. Ancora altri peli di tilacino furono ricuperati nel 1966 nei pressi di Mawbanna; l’animale, appena intravisto e ancora una volta sfuggito, sembra avesse trascorso la notte in un forno. Ad ogni modo, lo stesso anno fu individuata ed istituita una zona di protezione totale nei territori boscosi della Tasmania sud-occidentale, dove con maggiore probabilità avrebbero potuto trovare estremo rifugio i pochi, sventurati superstiti. Una testimonianza del 1982, che risulta particolarmente degna di fede proviene da un ranger del National Parks and Wildlife Service della Tasmania. Ecco il suo racconto:

«Ero andato a dormire sul retro del mio veicolo che era parcheggiato ad un incrocio stradale in una remota aera forestale nel nord-ovest dello Stato. Pioveva forte. Alle due di notte mi svegliai e, come mia abitudine, esplorai i paraggi con un faro. Appena feci scorrere intorno il fascio di luce, esso si arrestò su di un grosso tilacino, fermo a circa sei o sette metri. Poiché la borsa della macchina fotografica non era a portata di mano,  decisi di esaminare con attenzione l’animale, prima che potesse muoversi.  Era un maschio adulto in eccellenti condizioni, con dodici strisce nere  su di un mantello castano chiaro; il riflesso sugli occhi era giallo pallido. Si mosse una sola volta, spalancando le mascelle e mostrando i denti. Dopo diversi minuti di osservazione, cercai di raggiungere la macchina fotografica, , ma nel tentativo disturbai l’animale che si allontanò nel sottobosco.  Nel lasciare il veicolo e nel dirigermi verso il punto in cui la bestia era scomparsa, avvertii un forte odore. Ma, nonostante una intensa ricerca,  non mi fu più possibile trovare traccia del tilacino».

Poi, l’ennesimo colpo di scena. Nel 1986 Kevin Cameron, un cacciatore discendente da aborigeni, fu in grado di mostrare l’istantanea di un animale che sembrava senz’altro un tilacino.  Ma la cosa davvero sconcertante era il luogo dell’avvistamento: non la Tasmania, bensì l’Australia del sud-ovest, dove questa specie è considerata estinta da oltre un millennio.

È stato calcolato che, a partire dalla scomparsa negli anni ’30, i vari rapporti che attestano la riapparizione della «tigre tasmaniana» ammontano a circa trecento, tra relazioni attendibili e più incerti resoconti. C’è allora da chiedersi ancora una volta:  sopravvive nel folto delle foreste della Tasmania (o magari nei territori australiani) qualche residua popolazione dell’animale? Al di là dei numerosi insuccessi, qualcosa ce lo fa ancora sperare. Ci incoraggia soprattutto considerare che già altre volte e per altre specie  abbiamo potuto esclamare quasi come per un figliuol prodigo: «Era perduta ed è stata ritrovata!».

Certo, sarebbe veramente una bellissima sorpresa scoprire che il romanzo di Nan Chauncy, vincitore in Australia di un importante premio letterarioe molto amato dal pubblico giovanile, non è solo un romanzo; che il tilacino, o tigre della Tasmania, è ancora vivo e vegeto, e che una sua  popolazione – magari molto piccola, ma pur sempre in grado di riprodursi e assicurare la sopravvivenza della specie – si aggira guardinga, col favore del buio, in qualche angolo remoto delle foreste della Tasmania e della stessa Australia.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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