domenica, 28 Febbraio 2021
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L’involuzionismo paradigma regressivo della modernità

L’evoluzionismo è una teoria biologica in parallelo antropologico-culturale che quando diventa dottrina scientifico-filosofica assurge non si sa perché al rango di legge di Francesco Lamendola  

“Qui mira e qui ti specchia, 

secol superbo e sciocco, 

che il calle insino allora 

dal risorto pensier segnato innanti 

abbandonasti, e volti addietro i passi,  

del ritornar di vanti,  

e procedere il chiami.”   

LEOPARDI, La ginestra, 52-58.

Leggiamo sul vocabolario Zanichelli: “Evoluzionismo: 1, complesso delle teorie che ammettono l’evoluzione biologica e che variamente la interpretano; 2, teoria dell’antropologia culturale, sviluppatasi parallelamente a quella dell’evoluzione biologica, che postula una evoluzione culturale dell’uomo dallo stato selvaggio alla civiltà, secondo modalità ineluttabili; 3, complesso delle dottrine filosofico-scientifiche che spiegano mediante la legge dell’evoluzione la derivazione dalla materia di ogni tipo o forma di realtà, sia quella del mondo inorganico sia quella del pensiero.”

Apprendiamo così che, se l’evoluzionismo biologico è un complesso di teorie (significato 1), e una teoria è pure l’evoluzionismo in senso antropologico-culturale (significato 2), improvvisamente l’evoluzionismo in senso generale scientifico-filosofico è un complesso non di teorie, ma di dottrine (ipse dixit) e che l’evoluzione (quale: biologica o antropologico-culturale?)  non è, a sua volta, una teoria e nemmeno una dottrina, ma addirittura una legge! Un bel salto di qualità, da teoria a legge; tanto più strano se si considera che tanto l’evoluzionismo biologico quanto quello antropologico-culturale non sono che teorie limitate a singoli rami del sapere, mentre l’evoluzionismo scientifico-filosofico si pone come una Weltanschauung complessiva, una visione e una interpretazione globale della realtà. Sarebbe come dire che, se una singola colonna è solo ipotetica, l’intera cattedrale costruita con quel genere di colonne risulta, chissà come, assolutamente certa e reale: come uscita dal cappello di un prestigiatore! Prendiamo buona nota di questo triplo salto mortale della cultura moderna, e proseguiamo.

“Evoluzione: 1, atto, effetto dell’evolvere o  dell’evolversi”; 2, trasformazione degli organismi viventi nel corso del tempo, che porta all’affermazione di nuovi caratteri trasmessi dall’eredità; 3, insieme di movimenti eseguiti secondo preordinate modalità.” Strano: mi era sembrato di aver letto che l’evoluzionismo biologico è un complesso di teorie; ora invece (punto 2) essa viene descritta come cosa certa e non ipotetica; non si parla più di teorie; sembra proprio che si parli di un fatto. Comunque non ci diamo per vinti, e andiamo avanti.

“Evolvere: A (raro) sviluppare; B, trasformarsi progredendo lentamente e gradualmente“. Vengo così a sapere che il verbo ‘evolvere’ è di uso raro quando significa, semplicemente, sviluppo; invece è di uso normale quando significa ‘lenta e graduale trasformazione progressiva’. Ma cosa vuol dire, esattamente, trasformarsi progredendo?’ Trasformarsi,’ non presenta difficoltà: tutti sanno che significa “mutare di forma, di aspetto”;  ‘progredire’, invece, significa: “1., andare avanti, procedere verso il compimento di qualcosa; 2, fare progressi; sinonimo di migliorare. “Dunque, progresso non è semplicemente l’atto dell’andare avanti (ad es., nel tempo), ma sottende il concetto di andare avanti verso il compimento di qualcosa; il che, a sua volta, suggerisce che compiere qualcosa, nel senso di completarla, è meglio che lasciarla incompiuta; e ciò spiega come il verbo ‘progredire’ possa essere adoperato quale sinonimo di ‘migliorare’. Dunque, nel concetto di evoluzione è incluso quello di miglioramento: da una cosa incompleta a una cosa completa; da una cosa imperfetta a una perfetta; da una cosa peggiore a una migliore; da una inferiore ad una superiore. E siccome la teoria (pardon, la legge) dell’evoluzione è il fondamento della visione del mondo evoluzionistica, ne consegue che l’evoluzionismo è una dottrina che proclama l’ascesa dall’incompleto al completo, dall’imperfetto al perfetto, dal peggio al meglio, dal basso all’alto.

Del resto, alto e basso, avanti e indietro (nonché destra e sinistra) non sono affatto luoghi simbolici “neutri”; al contrario, nell’immaginario di chi li adopera sono carichi di valenze qualitative. Ciò che sta ‘davanti’ è percepito come positivo, mentre ciò che sta alle spalle è quantomeno una potenziale minaccia; ciò che sta in alto suggerisce idee di elevazione, mentre ciò che sta in basso ha a che fare con il buio, lo sporco e il degradante. Naturalmente, non si può fare a meno di pensare che, se progredire è procedere verso il compimento di qualcosa, questo qualcosa deve essere un progetto, un disegno, un ente fornito di senso e di struttura; e che sta all’evoluzione, appunto, il compito di realizzarlo pienamente, collaborando al suo farsi e al suo divenire quel che deve essere. Ecco allora che l’evolvere suggerisce che la realtà, via via che si trasforma, acquista senso e completezza; e va da sé che porre l’evoluzione alla base dell’idea di progresso significa strade dalla parte ‘giusta’, quella che riconosce l’importanza di una realtà che si trasforma all’interno di un disegno e che, trasformandosi, migliora se stessa e quindi anche noi, che ne siamo parte. Così, dal concetto ‘neutro’ di andare avanti siamo approdati, quasi senza accorgercene, al concetto altamente ideologico di ‘andare verso il meglio’ nonché di ‘collaborare a ciò che è giusto’. Ci siamo spostati, cioè, insensibilmente ma irrimediabilmente, da un orizzonte semantico ad uno ontologico: dalle parole ai valori.

Facciamo la controprova e torniamo a cercare nello Zanichelli. “Involuzione: 1, condizione di ciò che è involuto; 2, regresso e progressivo decadimento verso forme meno compiute e perfette; 3 (med.), processo regressivo della cellula, dei tessuti e dell’organismo”. Vediamo confermato, perciò, che il concetto di involuzione implica qurllo di decadimento verso ciò che è incompiuto e imperfetto; e non semplicemente, come linguisticamente potremmo aspettarci, di ‘trasformazione andando indietro’. “Involvere – infatti – non significa ‘procedere all’indietro’, ma travolgere, coinvolgere” ed è solo di uso poetico “(involve/ tutte cose l’oblio nella sua notte: Foscolo)”; e invano cerchiamo la parola involuzionismo: non c’è nel vocabolario. Strano; se ci sono ‘involvere’ ed ‘involuzione’, perché non anche ‘involuzionismo’, così come ci sono ‘evolvere’, ‘evoluzione’ ed ‘evoluzionismo’? (Tra parentesi, il correttore automatico dell’ortografia ci segnala, sullo schermo del computer, che ‘involuzionismo’ è un termine scorretto; strano, perché nel titolo, coi caratteri maiuscoli, non aveva trovato nulla da ridire: vuoi vedere che anche il programma del computer è anch’esso frastornato e vittima di una tremenda confusione concettuale?).

Ricapitolando. L’evoluzionismo è una teoria biologica (e, in parallelo, antropologico-culturale) che però, quando diventa dottrina scientifico-filosofica, assurge, non si sa perché, al rango di legge, o almeno di dottrina basata su leggi; e implica il concetto di una trasformazione della materia verso qualcosa di più completo e di più perfetto, insomma verso un miglioramento complessivo. L’involuzionismo, come concetto (e come parola) semplicemente non esiste, o megkio non trova riconoscimento ufficiale, forse perché nessuna dottrina filosofico-scientifca ha pensato di generalizzare in una teoria compiuta il concetto di ‘involuzione’, ossia di regresso e decadimento verso stati meno compiuti e meno perfetti della materia o della realtà. Ebbene, vogliamo colmare una tale lacune e formulare la teoria dell’involuzionismo (coin buona pace del correttore automatico, che continua a sottolineare in rosso questo vocabolo). Essa suona così: l’involuzionismo è il complesso delle dottrine filosofico-scientifiche che spiegano, mediante la legge dell’involuzione, la pretesa di far derivare dalla materia ogni tipo o forma di realtà”. E, a sua volta, la legge dell’involuzione – anzi, la teoria dell’involuzione  (non vogliamo cadere nello stesso peccato di arroganza degli evoluzionisti) suonerebbe press’a poco nei seguenti termini: “Regresso verso forme meno compiute e perfette della realtà spirituale, sulla base di una supposta origine esclusivamente materiale dell’intera realtà”.

Non stiamo facendo un gioco di parole. Se la Weltanschauung evoluzionista pone l’origine materiale della realtà come suo fondamento e il perfezionarsi  e migliorarsi progressivo della materia come suo elemento dinamico, ciò, dal punto di vista di una Weltanschauung spiritualistica, non può essere che il proclama orgoglioso di una involuzione, un capovolgimento dell’ordine naturale delle cose, una affermazione di ciò che è basso, imperfetto, inferiore a discapito di ciò che è nobile, perfetto, superiore; una rivolta metafisica paragonabile a una inversione della polarità di un campo elettromagnetico: dove il negativo diventa positivo e viceversa.

Non è questa la sede per elencare le falle e le intrinseche debolezze della teoria ell’evoluzioniso biologico. È noto che i famosi ‘anelli mancanti’ tra le successive forme biologiche non sono stati trovati (si è bensì cercato di fabbricarli ad arte, come il presunto “uomo di Piltdown”); ed è altrettanto noto – per chi lo vuole sapere, dato che esistono decine di pubblicazioni serie sull’argomento – che numerosi ritrovamenti fossili attestano che la presenza umana sul nostro pianeta è antica non di qualche centinaio di migliaia d’anni, ma di molti milioni d’anni; cosa che, el resto, si accorda perfettamente con quei passi del Ramayana e del Mahabarata ove si descrivono conflitti nucleari che sconvolsero l’umanità civilizzata moltissimo tempo fa. “Voi Greci siete come bambini – dicono i sacerdoti egizi a Solone nel Timeo platonico – infatti non avete alcuna antica opinione che provenga da una primitiva tradizione e neppure alcun insegnamento che sia canuto per l’età”. Infatti, per la Tradizione l’umanità non si è evoluta dalla materia, a partire da forme semplici e inferiori, bensì – al contrario – è decaduta da una condizione aurorale di perfezione fisica e spirituale; e le grandi civiltà antiche che noi conosciamo attualmente – fra le quali l’egizia – non furono che gli estremi, degradati relitti di una grande civiltà antichissima, che – come narra il mito di Atlantide – si autodistrusse per aver peccato di orgoglio, recidendo i suoi legami doverosi con la divinità e praticando dissennatamente la magia nera. Quando, cioè, i suoi sapienti divennero stregoni, e s’illusero di poter dominare a piacere le forze formidabili della natura, facendone strumento di folli ambizioni e di una malvagia volontà di dominio.

Tutte le tradizioni spirituali, derivate dall’antichissima Tradizione – che non è un sapere di origine umana, ma soprannaturale – recano un’eco e un riflesso, più o meno attenuati, più o meno riconoscibili – di questa antichissima verità. Dal mito cristiano della cacciata dal Paradiso terrestre al mito greco dell’età dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro, al mito indiano dei quattro Yugas, nell’ultimo ei quali ci troviamo immersi (il Kali-Yuga o età oscura della dea Kali), sempre troviamo lo stesso concetto fondamentale: l’umanità è decaduta, il mondo è decaduto, la creazione è decaduta e la presunzione e l’orgoglio umani hanno reso inarrestabile tale processo. Naturalmente la concezione indiana e quella greca, basate su una concezione circolare del tempo, attendono il ritorno spontaneo dell’età luminosa (il Grande Anno diu cui parla Virgilio nella IV ecloga delle Bucoliche); mentre quella cristiana, basata sull’idea di un tempo lineare, confida in una restaurazione del bene perduto mediante l’intervento salvifico del Dio-uomo: che si è manifestato nel tempo della storia con l’evento salvifico della venuta di Gesù Cristo, e che si rinnova, in senso meta-storico, come presenza inesauribile del  Paraclito che agisce sul mondo mediante il mistero della grazia.

Se tutto questo è vero, allora l’evoluzionismo – inteso come visione del mondo e non come semplice teoria biologica (o antropologico-culturale) ci appare veramente quale paradigma fondante della modernità, ossia come un deliberato sovvertimento di valori; come un sistematico progetto di desacralizzazione della natura e di riduzione della realtà alla misura di una materia che ha in sé stessa la propria autosufficienza e un proprio progetto di perfezione; infine, come una esclusione deliberata di ogni piano di realtà spirituale, vista – quest’ultima – unicamente come il prodotto di processi fisico-chimici aventi sede nel cervello. Ebbene tutto questo è diabolico nel senso letterale della parola: diábolos in greco sta per “calunniatore” e viene da diáballein che significa “gettare” (diá) “attraverso” (bállein), e qui si tratta appunto di gettare la pretesa di autosufficienza delle creature attraverso il disegno provvidenziale della Trascendenza, che viene radicalmente negato (calunniato) e relegato nel regno del “mito” (nell’accezione volgare della parola, come spiegazione pre-razionale, e quindi puerile e inadeguata, della realtà).

Qualcuno potrebbe sobbalzare a una tale conclusione e considerarla esagerata, nonché oscurantista. Se oscurantista, dipende dai punti di vista; ma quanto ad esagerata, si rifletta senza pregiudizi sul significato elle parole. Ancora Lo Zanichelli ci informa che il satanismo è “un indirizzo che, all’interno di alcune religioni, pratica il culto dello spirito del male e predica la ribellione a Dio.” Ora, ci sembra difficile negare che la religione dei nostri giorni sia la scienza, nella sua versione galileiana-cartesiana-newtoniana (come se non vi fossero altri modelli di scienza; come se l’umanità, la stessa umanità occidentale, non avesse perseguito, fino alle soglie della modernità – al XVII secolo – un’altra idea della scienza!), eretta a paradigma e cioè a pensiero unico, arroccata nelle proprie certezze e decisa a condannare quali eresie non solo le teorie, ma anche i fatti che in essa non trovano spiegazione. E tutto questo da parte di un clero secolarizzato, la casta degli accademici e dei cosiddetti divulgatori scientifici (non gli scienziati in quanto tali, molti dei quali sono assai migliori del paradigma che servono), decisi a servirsi di ogni mezzo per emarginare, screditare e ridicolizzare ogni idea alternativa ai suoi dogmi. Per un tale clero, ottuso e reazionario,  fenomeni soprannaturali (come l’infestazione o la possessione demoniaca, appunto) non sono che frodi o allucinazioni; i ritrovamenti archeologici e paleontologici che contraddicono la teoria della recentissima comparsa dell’uomo, non meritevoli di essere seriamente esaminati; la memoria di Atlantide, Lemuria, Mu e altre civiltà antichissime, non è altro che “mito” (nel senso dispregiativo della parola); i contatti o anche solo gli avvistamenti di esseri provenienti da altre dimensioni, qualche cosa di poco serio e che deve essere semplicemente ignorato; telepatia, chiaroveggenza, psicocinesi, psicometria, rabdomanzia, apporto ed asporto sono fenomeni bizzarri che però, quando non sono semplici trucchi, una pseudo-scienza come la parapsicologia riuscirà a spiegare in termini perfettamente ortodossi. Il potere di questo clero è immenso: per timore di vedersi stroncata la carriera universitaria, molti scienziati – che pur non condividono, ad es., il dogma evoluzionista – tacciono e fanno finta di riconoscerlo; le case editrici non osano pubblicare testi scolastici (non solo di scienze naturali, ma anche di storia) che non presentino l’evoluzionismo biologico come ben che una semplice teoria, sinora non confermata dai fatti; associazioni culturali esitano ad invitare a tenere delle conferenze quegli studiosi che potrebbero suscitare qualche dubbio circa il paradigma scientista, che potrebbero socchiudere qualche finestra su altri orizzonti scientifici, che non concordino con la vulgata galileiana-cartesiana-newtoniana. Da quando Huxley mise duramente in ridicolo il vescovo Wilberforce a proposito della teoria di Darwin, nessun uomo di chiesa, almeno in Occidente, ha più osato ritentare la prova: tale è il timore delle religioni di passare per forme di oscurantismo medioevale.

E tutto questo non corrisponde a un indirizzo che, all’interno della religione scientista oggi dominante, pratica il culto delle forze infere e predica la ribellione a quelle celesti? In certe scienze della modernità, come ad es. nella psicanalisi freudiana, la cosa è esplicita: lo scienziato-stregone evoca le forze tenebrose che giacciono nel fondo fangoso della psiche, mediante un cerimoniale da bassa religione ovvero da magia nera, magari servendosi di pratiche (come l’ipnosi) che deliberatamente distruggono la libera volontà del “paziente” e lo riducono ad un giocattolo nelle mani del suo inquietante “terapeuta”. Più in generale, denominatore comune della scienza moderna (post-galileiana) è la ferma determinazione di considerare l’essere umano entro i rigidi confini delle sfere inferiori costitutive della sua personalità: quella psico-organica (delle vita vegetativa, degli impulsi e degli istinti), quella dell’io empirico (vita relazionale con le cose e le persone del “mondo esterno”) e quella dell’io mentale (vita spirituale fatta di valori, idee e concetti), quest’ultima però presentata come una semplice escrezione dei livelli più bassi – organico ed empirico -, più o meno come il sudore e i rifiuti organici sono escrezioni del copro fisico. Quanto alla sfera più alta della personalità umana, quella della vita soprannaturale, essa è puramente e semplicemente negata e, casomai, ‘spiegata’ come espressione di tendenze deliranti, paranoidi o di una alienazione più o meno consapevole dalla ‘vita vera’, quella materiale. La visione dell’uomo che emerge da siffatto schema, tipica espressione dell’evoluzionismo biologico, è quella di un essere rivolto unicamente alla terra, pago della sua dimensione immanente e chiuso e corazzato contro ogni esigenza trascendente, vista come residuo di un’antica barbarie che i lumi della scienza, poco a poco, faranno dileguare come un’ombra.

In quest’ottica, la tensione dell’essere umano verso la dimensione soprannaturale appare come una deviazione, un vizio della mente, una regressione; mentre il mondo sotterraneo degli impulsi e degli istinti acquista una forza travolgente, alla quale ci si può opporre solo per mezzo dei divieti di una ‘civiltà’ che terrà a freno, i parte, la belva sanguinaria e ruggente che si agita in noi, ma solo al prezzo di consegnarci a una vita di tensioni insopportabili, di perenne frustrazione e di incombente nevrosi. Ora, tutto questo è quanto, nel linguaggio della Tradizione, si suole definire contro-iniziazione: ossia una iniziazione alle forze infere, non per risalirne vittoriosi riaffermando il primato dello spirito (come nelle iniziazioni misteriche del mondo antico, in quelle sciamaniche dei popoli nativi e anche nella spiritualità cristiana: vedi la discesa di Cristo nel regno dei morti), ma per sprofondarvi definitivamente senza possibilità di risalita. Da questo punto di vista, si può affermare che la celebrazione dell’orgoglio umano entro una sfera di vita inferiore, ove non esistono limiti né rimorsi per la manipolazione demoniaca del mondo naturale (biogenetica, clonazione, crudeli esperimenti psico-organici su cavie animali e perfino su esseri umani, compresa la lobotomia e l’elettroshock) sfocia direttamente nella sfera del demoniaco.

Le sette sataniche, alcune delle quali operanti ad altissimo livello (politica, industria, alta finanza, telecomunicazioni, stampa ed editoria), non sono che la manifestazione più esplicita di un ordine di cose che scaturisce inevitabilmente dal totale sovvertimento della giusta prospettiva fra Dio, uomo e mondo. In un certo senso, tutti coloro che operano entro il quadro di un deliberato e consapevole rifiuto dei piani superiori dell’esistenza non sono, propriamente parlando, che degli ossessi, vale a dire dei posseduti da forze malefiche il cui scopo è seminare smarrimento, incertezza, paura e disperazione nonché il senso dell’assoluta inutilità dell’esistenza e della nullità del libero arbitrio. L’architettura delle grandi città moderne, con l’esaltazione della quantità e l’ostentazione della bruttezza, è demoniaca; demoniaci i rumori, i colori, gli odori e le vibrazioni che le pervadono; demoniaci i mattatoi ove si uccidono e si squartano milioni di animali per alimentare un consumo alimentare sbagliato e nocivo; demoniaci i laboratori ove si sperimentano armi sempre più micidiali e si progettano manipolazioni genetiche sempre più radicali; demoniaci gli scavi archeologici ove si profanano antichissime sepolture e si vivisezionano cadaveri mummificati, sprigionando terribili energie negative; demoniaci i luoghi di “divertimento” ove droga, alcool e sesso facile abbrutiscono la natura umana, al ritmo di musiche sataniche ad altissima intensità vibrazionale; demoniaca un’arte, una letteratura, un cinema che esaltano i peggiori istinti umani ed innalzano le perversioni più crudeli al livello della norma; demoniaca, infine, la denigrazione e la derisione sistematiche di quanto v’è di buono e di nobile nell’animo umano. Il che avviene sistematicamente in molta parte della pseudo-scienza moderna: si pensi, per fare solo due esempi, a come l’amore del figlio per la madre sia dipinto dalla psicanalisi freudiana come tendenza all’incesto; mentre la virile amicizia fra due esseri che si stimano è presentata come una forma larvata di omosessualità. Si direbbe che sporcare, insozzare, contaminare tutto e tutti sia una sorta di smania incontenibile da parte di una modernità che ha preso in odio il bello e il buono e che, come appunto avviene nei casi di possessione diabolica, si contorce nei furori blasfemi della volontà di distruzione allorché viene a contatto con la sfera del sacro.

L’albero buono non può dare frutti cattivi, né l’albero cattivo frutti buoni, diceva un Maestro vissuto duemila anni fa; “dai frutti – sosteneva – li riconoscerete”. Ci sembra che i frutti della modernità e quelli della pseudo-scienza che la contraddistingue siano sotto gli occhi di chi è ancora in grado di vedere: un pianeta votato alla catastrofe ecologica nel giro di pochi decenni (sono gli stessi scienziati di questo paradigma a denunciarlo); una umanità spaccata fra una minoranza che consuma oltre ogni limite dello spreco, e una larga maggioranza che stenta per procurarsi il necessario per vivere; una caricatura della razionalità che, attenta solo ad ottimizzare il rapporto mezzi-fini e non alla intrinseca ragionevolezza di questi ultimi, ha portato più volte l’intera biosfera sull’orlo dell’ecatombe nucleare; un preteso benessere che crea centinaia di milioni di dipendenti dagli psicofarmaci, di disadattati, di nevrotici, di violenti, di suicidi e aspiranti suicidi: sono queste le magnifiche sorti e progressive di cui, in ossequio al paradigma scientista della modernità, dovremmo farci volonterosi cantori e propagandisti.

No, grazie.

                              “… non io

      con tal vergogna scenderò sotterra;

      ma il disprezzo piuttosto che si serra

      di te nel petto mio,

      mostrato avrò quanto si possa aperto…”

     LEOPARDI, La ginestra, 63-67.

E, dopo aver gridato forte questo disprezzo, è tempo di rimboccarsi le maniche e di mettersi al lavoro per bonificare la palude. Ce n’è, di giorno, che deve ancora sorgere.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/05/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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