venerdì, 18 Giugno 2021
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25 luglio 1943, fu tradimento? a) De Marsico

25 luglio 1943 fu tradimento? l’atto di accusa più grave che si possa elevare contro il fascismo è di essersi retto su uomini come quelli del 25 luglio 1943: opportunisti senza onore? di Francesco Lamendola  

Gran Consiglio del Fascismo, notte fra il 24 e il 25 luglio 1943, due settimane dopo l’inizio dell’Operazione Husky, ossia lo sbarco angloamericano in Sicilia del 10 luglio: si votano, per appello nominale, tre distinti ordini del giorno: quello di Dino Grandi, quello di Carlo Scorza, segretario del Partito nazionale Fascista, e quello di Roberto Farinacci. Ma il primo ad essere messo ai voti è quello di Grandi, che raccoglie 19 adesioni su 28 votanti, con 7 contrari, un astenuto e un membro che esce senza aver votato (Farinacci); per cui Mussolini, ritenendo inutile far votare le altre mozioni, decide di sciogliere la seduta, non senza avere osservato: Signori, voi avete aperto la crisi del regime.

I voti favorevoli, come è noto, furono, oltre a quello di Grandi, quelli di Giuseppe Bottai, Luigi Federzoni, Galeazzo Ciano, Cesare Maria De Vecchi, Alfredo De Marsico, Umberto Albini, Giacomo Acerbo, Dino Alfieri, Giovanni Marinelli, Carluccio Pareschi, Emilio De Bono, Edmondo Rossoni, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Alberto De Stefani, Luciano Gottardi, Giovanni Balella e Tullio Cianetti, che nella mattina del 26 luglio scrisse a Mussolini dichiarando di ritrattare il proprio voto, con la motivazione che non si era reso conto delle sue reali implicazioni; cosa che più tardi, al processo di Verona, gli avrebbe salvato la vita. I sette voti contrari furono quelli di Carlo Scorza, Guido Buffarini-Guidi, Enzo Galbiati, Carlo Alberto Biggini, Gaetano Polverelli, Antonio Tringali Casanova, Ettore Frattari; il voto astenuto fu quello di Giacomo Suardo. Il ventottesimo membro, Farinacci, era uscito prima della votazione.

Il giorno dopo, come è noto, Mussolini venne fatto arrestare dal re, che lo sostituì prontamente con il generale Badoglio quale capo del governo, lasciando a bocca asciutta Grandi e gli altri gerarchi che avevano sperato di ereditarne la successione o, almeno, di mercanteggiare una onorevole uscita di scena. In tutto il Paese si moltiplicarono le manifestazioni di giubilo, anche perché la stragrande maggioranza degli italiani pensò che, con la caduta di Mussolini, anche la guerra stesse per finire: una funesta illusione dalla quale verranno bruscamente risvegliarti la sera dell’8 settembre. Nessuno prese le difese del caduto dittatore; non un colpo di fucile venne sparato; e la potente divisione corazzata M, costituita dai fedelissimi del regime e dotata dei mezzi più efficienti allora disponibili, dislocata a pochi chilometri da Roma, rimase con le armi al piede, senza muovere un dito quando giunse la notizia della defenestrazione del Duce. Il Partito nazionale Fascista si dissolse il 27 luglio e, due giorni dopo, venne messo fuori legge da Badoglio; di nuovo, non vi fu il benché minimo tentativo di resistenza. Hitler, da parte sua, non poté fare a meno di domandarsi: Ma che cos’era questo fascismo, che è sparito a questo modo, dalla sera alla mattina?

Sulla votazione dell’ordine del giorno Grandi da parte del Gran Consiglio del Fascismo sono stati versati fumi d’inchiostro e si è già detto tutto e il contrario di tutto. È chiaro che si trattò di un atto formale, non sostanziale, e che Mussolini, volendo, avrebbe potuto o impedirla, o reagire ad essa facendo arrestare i dissidenti; ed è chiaro che non pochi dei diciannove firmatari non compresero ciò che il loro gesto, realmente, significava: pensarono che coinvolgere la monarchia in modo più diretto nella guerra, invitando il re ad assumere la direzione effettiva delle operazioni da parte delle Forze Armate, delle quali era, e restava, il capo supremo, fosse la cosa giusta da fare, per trasformare, finché si era in tempo, la guerra del fascismo in una vera e propria guerra nazionale, per la vita o per la morte della Patria. Ma è altrettanto chiaro che, da quell’atto formale, discesero immediatamente, come una valanga che precipita dalla montagna, conseguenze di enorme portata sia per il fascismo che per l’Italia tutta. Il re, Vittorio Emanuele III, ebbe finalmente in mano quel pretesto costituzionale di cui era in attesa per poter procedere con un’azione di forza, liquidando non solo Mussolini, ma vent’anni di dittatura; e occuparsi, subito dopo, non già del problema di come proseguire la guerra, ma di come uscirne, mediante un armistizio con gli Alleati.

È interessante, a distanza di tanto tempo, vedere come i protagonisti di quella tragica notte, ovviamente quelli che si resero perfettamente conto di quel che facevano, e di quali conseguenze vi sarebbero state, hanno poi cercato di spiegare il loro modo d’agire, dovendo difendersi da una duplice accusa di tradimento: da parte dei fascisti, che, infatti, li avevano condannati tutti a morte, e sia pure in contumacia, con il processo di Verona (tranne Ciano, Gottardi, Marinelli, De Bono e Pareschi, che vennero senz’altro fucilati, l11 gennaio 1944); e da parte dei non fascisti, che nel loro gesto videro solo il tardivo desiderio di separare il proprio destino, dopo vent’anni di dittatura e di fronte al disastro della guerra perduta e della Patria invasa, da quello dell’uomo col quale avevano sempre collaborato, con il quale avevano condiviso le responsabilità del regime, e che li aveva innalzati a ruoli di prestigio e di potere. Abbiamo scelto De Marsico, Grandi e Federzoni, le cui versioni sono state raccolte dallo storico Gianfranco Bianchi (Como, 1915-Milano, 1992): ci sembra che essi offrano un significativo spaccato dei vertici del regime fascista e che, pertanto, la loro testimonianza si presti a delle utili riflessioni su cosa fu quel fascismo che si dissolse come nebbia al sole in meno di ventiquattro ore, dopo aver governato l’Italia e aver cercato di fascistizzarla per un buon ventennio.

Alfredo De Marsico (Sala Consilina, Salerno, 29 maggio 1888-Napoli, 8 agosto 1985), avvocato e giurista, deputato del Regno d’Italia per quattro legislature e, poi, senatore della Repubblica nella seconda legislatura (per il Partito monarchico), dal 6 febbraio 1943 era entrato a far parte del governo Mussolini come ministro di Grazia e Giustizia, succedendo a Dino Grandi. Ecco come ha spiegato, nel 1962, in un memoriale scritto su richiesta dello storico Gianfranco Bianchi, di non ritenere “tradimento” la sua adesione all’ordine del giorno Grandi nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943 (in G. Bianchi, Perché e come cadde il fascismo. 25 luglio 1943, crollo di un regime, Milano, Mursia, 1963, pp. 547-548; 550-551; 552):

Il problema della forza del giuramento è fra i più tormentosi per la coscienza morale dell’uomo. Io lo soffrivo da tempo nell’animo mio, e lo dibattei pubblicamente un anno prima (il 30 giugno 1942) in una conferenza sull’ammiraglio Caracciolo, al San Carlo di Napoli, che penso di pubblicare fra breve. L’uditorio, in grandissima prevalenza ufficiali di Marina sentì la tragica essenza del problema nelle sue incidenze con l’ora che già si viveva, e chi intervenne ricorda quale manifestazione di solidarietà proruppe. Sembrò che una esigenza profonda del’anima collettiva trovasse una aperta espressione e sciogliesse il nodo.

Poi ho continuato a studiare il problema nei filosofi e nei teologi, e di grande importanza mi è parso un volume edito nel 1956 dalla “Europäishen Publikation (Ed. Hermann Rinn) dal titolo “Die Vollmacht des Gewissens”, vasto dibattito sul diritto alla resistenza, svoltosi fra pensatori di diversa fede religiosa.

Io penso che, se l’uomo appartenesse a se stesso, l’inviolabilità del giuramento non potrebbe essere materia di discussione; ma esso vive una vita di relazione da cui deriva una serie di doveri che condiziona, anche eticamente, la libertà della sua coscienza. E forse il nocciolo della questione è qui. […]

Il Gran Consiglio era sì un organo costituzionale disciplinato dalla legge, ma non cessava di essere uno strumento di consultazione per supreme decisioni di carattere politico: e, come strumento di semplice consultazione, non vietava che l’adesione, o perfino il consenso e l’impulso a discutere e votare, non significassero preventiva accettazione dei risultati della consultazione. La differenza fra consultazione e decisione poteva sempre ristabilirsi.

Se Mussolini spinse le cose fino alla consultazione, ciò avvenne per parecchie ragioni: poiché impedire di votare dopo aver consentito che si discutesse sulla base di un o.d.g. che portava per sua natura a una votazione, avrebbe dato al suo potere una accentuazione pericolosa. Inoltre, avrebbe aperto fra lui e i suoi consiglieri più vicini e, devesi riconoscere, da lui stesso investiti di un particolare prestigio, un contrasto più profondo di quel che la stessa maggioranza di votanti ostili avrebbe significato.

Per di più, Mussolini avrebbe reso diffidenti per l’avvenire – con l’affermazione di una tecnica dell’insidia – i futuri componenti del Consesso; e, infine, avrebbe impedito quella individuazione dei dissenzienti che doveva, nelle sue intenzioni, preparare la identificazione dei responsabili da punire, e, per tal modo, una sua più vigorosa azione politica. […]

[Penso] che Mussolini abbia convocato il Gran Consiglio nella speranza se non nelle fiducia, di poter concludere anche questa volta la seduta come tutte le altre volte: costringendo i contraddittori ad associarsi a lui, alle sue proposte, con un o.d.g. votato per acclamazione.

Ne sarebbe uscito più alto nella estimazione del Paese, avrebbe accresciuto la sua autorità nel Partito e sulle Forze Armate, avrebbe rimaneggiato il Gabinetto eliminando i dubbiosi ed i critici, avrebbe ristabilito, o cercato di ristabilire, una disciplina anche nel popolo cementata, se non da entusiasmo, da rinnovate speranze. [Mussolini] fidò fino all’ultimo, anche dopo il voto, nell’appoggio del Re. E fu l’illusione che, forse, insieme alla fiducia eccessiva nel proprio fascino, e nella propria abilità, lo travolse.

La prima cosa che colpisce, nell’autodifesa di questo giurista che aveva aderito al fascismo e accettato di divenire ministro di un dicastero delicato, come quello della Giustizia, nel febbraio del 1943, quando già si profilava la sconfitta definitiva in Africa settentrionale e la successiva, probabile invasione della Patria, con le conseguenze facilmente immaginabili per la tenuta del regime, è il suo carattere tutto legalistico e, per giunta, accademico, quasi astratto. Pare che si discuta di una questione etico-politica del tutto ipotetica e non di una situazione estremamente concreta, in un’Italia invasa e bombardata selvaggiamente dai “liberatori” anglo-americani, con il frutto di vent’anni di lavoro, da parte dei fascisti, che stava andando letteralmente in briciole. È come se il professor De Marsico non riuscisse a dismettere, per una volta, i suoi panni accademici e a uscire dall’abito mentale del docente universitario, per assumersi la sua quota di responsabilità, non solo per i fatti del 25 luglio, ma anche per i vent’anni precedenti di adesione al fascismo (era entrato alla Camera nel 1924, con il “listone Mussolini”, proprio con quelle famose elezioni che suscitarono lo sdegno e la protesta di Giacomo Matteotti). A noi, invece, la discussione sulla legittimità o meno, e sulle sue precise conseguenze costituzionali, della votazione sull’ordine del giorno Grandi, interessa molto poco: la lasciamo volentieri agli esperti. A noi interessa capire che razza di uomini fossero quelli che per vent’anni avevano appoggiato Mussolini e creduto in lui, o fatto mostra di crederci, pretendendo altrettanta fedeltà da parte del popolo italiano; e che poi ritennero di poterlo liquidare con un banale ordine del giorno, così, in una seduta di carattere ordinario (anche se il Gran Consiglio non si riuniva da anni, e anche se Grandi vi si presentò con le bombe a mano nelle tasche della giacca: o, almeno, così avrebbe detto poi, forse per nobilitare la sua figura e la sua squallida azione di scaricabarile).

De Marsico vuole allontanare da sé la taccia di spergiuro: aveva giurato fedeltà a Mussolini, poi aveva votato contro di lui. Ci spiega che era da tempo affascinato dal tema della indissolubilità del giuramento, a livello filosofico e perfino teologico; e che nel 1942 lo aveva trattato in una pubblica conferenza sull’ammiraglio Caracciolo, sostenendo che la fedeltà al giuramento prestato a qualcuno può essere infranta nell’interesse di un bene superiore, come quello della nazione. Dice perfino che l’uditorio, formato da ufficiali di Marina, comprese le implicazioni di quelle parole per l’ora presente ed afferrò il sottinteso: e questo un anno prima dello sbarco angloamericano in Sicilia, anzi, prima di Stalingrado e di El Alamein, quando la guerra sembrava vittoriosa per l’Asse. Straordinario! Ecco una prima risposta alla domanda di Hitler, su cosa fosse mai questo fascismo che si dissolve come un bolla di sapone. In piena guerra, con i destini della Patria in gioco, i soldati sparsi su numerosi fronti e le famiglie in trepidante attesa, il fascismo è una “dittatura” che permette a un pezzo grosso del regime, e futuro ministro, di tenere conferenze agli ufficiali, nelle quali si adombra il futuro “dovere” di voltar le spalle al regime per la salvezza del Paese, lasciando intendere che la guerra  è perduta. Se davvero la conferenza di Napoli si svolse come De Marsico l’ha descritta, e se davvero il pubblico comprese le sue allusioni, non c’è il minimo dubbio: in Germania, uno come De Marsico sarebbe stato arrestato subito dopo, processato (forse) e posto su due piedi davanti al plotone d’esecuzione.

Quando poi egli si mette a disquisire sulla perfetta costituzionalità dell’ordine del giorno Grandi, sembra scordarsi di un piccolo particolare: che il fascismo era, o passava per essere, o voleva far credere di essere, una dittatura, o perfino un regime totalitario; e che al potere c’era arrivato, sì, con un atto formalmente corretto della monarchia, ma poi, per quasi vent’anni, lo Stato liberale, lo Stato di diritto, era stato sistematicamente smantellato: per cui ridurre la questione dell’ordine del giorno Grandi a un fatto di “normale” dialettica politica, e sostenere, senza batter ciglio, che Mussolini era formalmente tenuto a rispettare il volere della maggioranza, tutto questo ci dà l’impressione che, per inseguire la forma, si voglia far perdere di vista la sostanza delle cose. La sostanza è che nessuno di quei ventotto signori, De Marsico compreso, sarebbe mai stato seduto in quell’assise, né avrebbe fatto una invidiabile carriera politica, se non avesse accettato, esplicitamente implicitamente, la concezione fascista della politica: ossia una concezione, almeno a parole, totalitaria. Che poi, quando la nave stava affondando, i topi avessero voglia di scappare, è cosa comprensibile; che essi vogliano far credere che, nella loro fuga e nel loro voltafaccia rispetto a Mussolini, non vi fosse nulla di anomalo, e nulla di scandaloso, anche sotto il profilo morale, è un altro paio di maniche. Vi è una sorta di evidenza, nelle cose, che non può essere ignorata, per quanto nel regno impalpabile delle chiacchiere – regno in cui eccellevano uomini come De Marsico, Grandi e Federzoni – si possa anche arrivare a “dimostrare” che il giorno è la notte, e la notte il giorno, e, a maggior ragione, che il tradimento non è tradimento, ma una forma di più alta fedeltà al dovere. Ora, l’evidenza era che l’Italia stava precipitando nel baratro; che la guerra perduta era la conseguenza di una scelta sbagliata, ma che, nel 1940, era sembrata la scelta giusta; e che volersi dissociare dalla dittatura che aveva fatto quella tale scelta, così, all’ultimo istante, dopo aver costruito su di essa le proprie carriere, era cosa non troppo commendevole.

Pure, il senso della coerenza, della dignità e dell’onore non son cose che si possano improvvisare, se non ci sono. Gli uomini del 25 luglio ne erano privi. Se li avessero avuti, avrebbero parlato per tempo con Mussolini (come pare abbia fatto, in realtà, Cianetti, allorché vide profilarsi la reazione dei “poteri forti”, finanza, industria e monarchia, contro il progetto di socializzazione dell’economia; cfr. il nostro articolo: Fu il progetto di socializzare l’economia italiana a provocare la crisi del 25 luglio 1943?, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 16/11/2008). Ma chi non lo fece, e poi scoprì, nella notte sul 25 luglio, di bramare così tanto la sopravvivenza della Patria, da dover volgere le spalle al fascismo e al suo capo, non dovrebbe esser preso troppo sul serio, quando viene a protestare le sue buone ragioni e i suoi ottimi intenti morali. C’è un limite a tutto, anche nel Paese di Pulcinella. Certe cose, infatti, gli italiani riescono a raccontarsele solamente fra di loro, e non sempre vengono creduti; figuriamoci che effetto fanno quelle cose, agli occhi e agli orecchi di uno straniero che giudichi il tutto con un minimo di serietà. Ecco: questo, probabilmente, è il più grave atto di accusa che si possa formulare contro il fascismo. Non di avere tolto la libertà agli italiani, perché, nel 1922, una blanda dittatura era, forse, il male minore, di fronte alla dissoluzione progressiva della società e dello Stato; non il sangue di Matteotti e di pochi altri (a fronte degli otto milioni di cittadini sovietici eliminati dalla dittatura staliniana); e neppure il fatto di aver mandato gli alpini in Russia, con le suole di cartone (primo, perché le suole non erano di cartone; secondo, perché è ben difficile, parlando seriamente e non in maniera propagandistica, o con la misera saggezza a posteriori, immaginare che l’Italia, nel 1940, avrebbe potuto restare fuori dalla guerra, con gli Alleati che le tagliavano i vitali rifornimenti di carbone e di altre materie prime, per metterla in ginocchio senza neanche combattere). No: l’atto di accusa più grave che si possa elevare contro il fascismo è di essersi retto su uomini come quelli del 25 luglio 1943: vale a dire su degli opportunisti, senza onore e senza coscienza.

 

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Luglio 2017

Del 01 Ottobre 2020

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