lunedì, 20 Settembre 2021
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Chi ha vinto la battaglia di Buena Vista?

Chi ha vinto la battaglia di Buena Vista? La guerra fra Stati Uniti e Messico del 1846-48 si decise in due distinte campagne: quella settentrionale che culminò nella battaglia di Buena Vista e quella meridionale di Francesco Lamendola

La guerra fra Stati Uniti e Messico del 1846-48 si decise in due distinte campagne: quella settentrionale, dove le forze d’invasione statunitensi che varcarono la frontiera del Rio Grande  erano guidate dal generale Zachary Taylor e che, dopo una serie di scontri miniori, culminò nella battaglia di Buena Vista; e quella meridionale, iniziata con lo sbarco a Veracruz da parte di un secondo esercito americano, al comando del generale Winfield Scott e destinata a concludersi con la conquista di Città del Messico e, infine, con il trattato di pace di Guadalupe Hidalgo del 2 febbraio 1848, che sancì la mutilazione del quaranta per cento del territorio messicano a favore del suo potente vicino settentrionale.

La battaglia decisiva della campagna settentrionale, dunque, fu quella di Buena Vista, chiamata anche battaglia di Angostura, che ebbe luogo non lontano da Saltillo; fu una battaglia che non avrebbe dovuto essere combattuta e che, dopo essere stata combattuta, vide entrambi i contendenti attribuirsi la palma della vittoria.

Non avrebbe dovuto essere combattuta perché il generale Taylor, dopo aver vinto, il 21-24 settembre 1846, la battaglia di Monterey, aveva ricevuto ordine dal presidente James Polk di sospendere la marcia e trincerarsi, dato che buona parte delle sue truppe dovevano essere trasferite al secondo esercito, quello di Scott, che era in via di costituzione e che attendeva di essere trasportato, via mare, nel porto di Veracruz.

Da un punto di vista strategico, si trattava di una decisione saggia e ponderata: era evidente che per vincere la guerra bisognava imporre al Messico una sconfitta decisiva, il che non sarebbe potuto avvenire se non colpendolo nel suo punto vitale, ossia conquistandone la capitale; diversamente, esso avrebbe potuto trascinare a lungo, fra le scoscese montagne della Sierra Madre, una guerriglia che sarebbe costata agli Statunitensi più perdite e maggiori difficoltà che non una guerra contro una grande potenza.

Ora, conquistare Città del Messico avanzando dal Nord sarebbe stata una impresa tremendamente ardua e sanguinosa: le difficoltà logistiche erano enormi e l’avanzata sarebbe stata lentissima e dall’esito incerto, mentre invece l’opinione pubblica voleva vedere risultati rapidi: così come rapida, per non dire affrettata, era stata la dichiarazione di guerra da parte del presidente Polk, che alcuni parlamentari americani avevano accusato di aver provocato la guerra ad ogni costo, fornendo al Congresso una versione addomesticata degli scontri di frontiera sulle rive del Rio Grande, nel corso dei quali erano stati uccisi alcuni soldati americani.

Il generale Taylor, però, che intendeva candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti nelle prossime elezioni, sospettava che il vero scopo di Polk fosse quello di tenerlo immobilizzato nel Nord del Messico, in un teatro d guerra destinato a divenire secondario, in modo che egli non potesse cogliere altri allori militari, suscettibili di favorirlo nella corsa alla Casa Bianca; perciò non si attenne agli ordini e decise di riprendere la marcia verso Sud, oltre  Monterey.

Si trattava di una decisione azzardata, anche perché, dopo aver dovuto lasciar andare una parte del suo esercito (a Monterey, nel settembre, aveva avuto ai suoi ordini 6.200 uomini), gli restavano circa 4.500 soldati: troppo pochi per riportare una vittoria decisiva, senza contare la distanza dai centri vitali del Paese nemico; ma abbastanza per esporsi ad una cocente sconfitta, se la fortuna non avesse continuato ad assisterlo. In ogni caso, è difficile non pensare che il suo vero scopo fosse proprio quello di coprirsi di gloria per spianarsi la strada verso l’elezione presidenziale.

Il Messico, che aveva incominciato la guerra in condizioni di grave impreparazione, si trovava in una situazione politica, sociale ed economica difficilissima: non solo non era riuscito a riconquistare la provincia perduta del Texas, la cui adesione agli Stati Uniti, nel 1845 era stata all’origine del “casus belli”, ma aveva perduto anche le immense regioni settentrionali, la California, il Nevada, lo Utah, l’Arizona e il Nuovo Messico; aveva subito l’invasione e la sconfitta nel proprio territorio “storico”, a sud del Rio Grande; mentre lo Yucatan, sempre irrequieto, si era nuovamente proclamato una Repubblica indipendente.

In quel frangente quasi disperato, con Taylor accampato nel Coahuila e Scott pronto a sbarcare a Veracruz, il governo del presidente Mariano Paredes aveva invitato a tornare in patria l’ex dittatore Antonio Lopez de Santa Anna, colui che appunto aveva perduto, nel 1836, con una guerra disastrosa, il Texas, e che in quel momento si trovava in esilio a Cuba.

Santa Anna godeva, nonostante tutto, della fama di eroe; eludendo il blocco delle coste cubane da parte della marina statunitense, riuscì a raggiungere Città del Messico, con la sua gamba di legno e la sua incrollabile fede nella vittoria, galvanizzando il sentimento patriottico e marciando a grandi tappe verso la posizione di Taylor, dopo aver raccolto in tutta fretta un esercito discretamente numeroso, ma, come gli altri, male armato e male equipaggiato, scarsamente addestrato e, quel che più importa, dotato solamente di cannoni vecchi e a corta gittata, mentre l’avversario disponeva di una moderna ed eccellente artiglieria a lunga gittata.

Santa Anna era venuto a sapere fortunosamente che un secondo esercito nemico si stava raccogliendo per poi aprirsi la strada verso la capitale attraverso la “porta d’ingresso” di Veracruz, perciò era ansioso di sconfiggere Taylor e poi tornare indietro per fronteggiare la nuova minaccia di Scott: aveva il vantaggio di poter manovrare per linee interne, ma i tempi erano strettissimi, per cui egli giocava una partita sul filo del rasoio, con prospettive di vittoria molto incerte. Era una situazione simile a quella che aveva dovuto affrontare il re sassone Harold nel 1066, quando i Norvegesi sbarcarono sulle coste orientali dell’Inghilterra e, subito dopo, Guglielmo di Normandia invase l’isola attraversando la Manica: egli sconfisse i Norvegesi, ma, poco dopo, fu battuto e cadde nella decisiva battaglia di Hastings contro i Normanni.

L’incontro fra i due eserciti ebbe luogo il 22 e il 23 febbraio del 1847, al passo di Buena Vista (ma la battaglia è ricordata anche come battaglia di Angostura): l’esercito di santa Anna era stato decimato dalle diserzioni durante la lunga e massacrante marcia di avvicinamento da San Luis Potosì, scendendo da quasi 20.000 effettivi a circa 10.000; tuttavia disponeva ancora del vantaggio del numero, e la presenza del loro idolo aveva rianimato le stanche truppe.

Si combatté con rabbia e con estremo accanimento da entrambe le parti, nonostante la loro consapevolezza che il futuro della guerra si sarebbe deciso altrove; ma Santa Anna aveva disperatamente bisogno di un successo per capovolgere le sorti del conflitto e sedare l’opposizione interna, mentre Taylor si giocava la sua futura campagna elettorale e la stessa sopravvivenza del suo esercito, rimasto isolato in luoghi selvaggi e nel cuore del Paese nemico.

Dopo due giorni di combattimenti, di avanzate e ritirate, di episodi di eroismo da entrambe le parti, sia gli Americani che i Messicani si proclamarono vincitori: Santa Anna ritornò in fretta a Città del Messico, richiamato da nuovi torbidi politici, sostenendo di aver sconfitto l’avversario; Taylor, rimasto padrone del campo, affermò di aver messo in ritirata il nemico e, quindi, di essere il solo vincitore di quello scontro, che era costato la vita a circa 600 Messicani (e il ferimento di altri 1.000) e a quasi 300 Statunitensi (e circa 500 feriti).

Poco dopo, ai primi di marzo, l’esercito di Winfield Scott sbarcò a Veracruz, la conquistò entro la fine del mese e poi, con l’aiuto della Chiesa cattolica messicana, entrata in contrasto con Santa Anna per la sua politica di requisizioni, si aprì combattendo la via verso la capitale, che il dittatore non riuscì a difendere, nonostante le sue truppe si battessero sovente con autentico eroismo (14 settembre 1847).

Ma è noto che non basta rimanere padroni del campo per considerarsi i vincitori di una battaglia: a Lissa, nel 1866, l’ammiraglio Persano si proclamò vincitore, perché, allontanatasi la squadra navale austriaca del Tegethoff, egli era rimasto padrone delle acque, cosa che diede luogo a calorosi festeggiamenti: ma così non la pensarono i suoi superiori, i quali lo sottoposero a processo, lo giudicarono colpevole di inettitudine, lo privarono del grado e delle decorazioni e lo cacciarono con disonore dalla Regia marina.

Anche a Fornovo sul Taro, nel 1495, l’esercito italiano di Francesco II Gonzaga era rimasto padrone del campo e si era perfino impossessato dell’accampamento, del bottino e dei beni personali di Carlo VIII, re di Francia; però aveva mancato la distruzione dell’esercito francese, il quale poté tranquillamente rientrare in patria: e ciò fa propendere la quasi totalità degli storici a parlare di vittoria francese e di sconfitta italiana (o, per essere più precisi, di vittoria tattica italiana, ma di vittoria strategica francese).

Nemmeno il criterio delle perdite può dirsi sempre valido: nella battaglia navale dello Jutland (o dello Skagerrak, secondo la denominazione tedesca), nel 1916, le perdite della flotta britannica furono nettamente più gravi di quelle della flotta germanica, e nondimeno quasi tutti gli storici parlano di vittoria strategica inglese, perché, da quel momento, la marina tedesca non osò mai più uscire dalle proprie basi e il blocco navale britannico, che stava strangolando la Germania e l’Austria-Ungheria, rimase saldamente in vigore.

Chi vinse realmente, dunque, la battaglia di Buena Vista?

Il celebre romanziere americano James A. Michener, forse con qualche concessione all’enfasi drammatica, ma con sostanziale rispetto della verità storica, così ha ricostruito la paradossale conclusione di quella battaglia (da: Michener, «Texas»; titolo originale: «Texas», 1985; traduzione italiana di M. G. Castagnone e altri, Bompiani, Milano, 1986, 1991, pp. 555-57):

«La sera stessa della grande battaglia di Buena Vista, grazie alla quale i messicani erano giunti assai vicini a una sfolgorante vittoria, i generale Santa Anna convocò gli ufficiali, ponendo loro più o meno le stesse domande che Taylor aveva rivolto ai suoi.

“Siamo in grado do sferrare domattina all’alba l’attacco decisivo?” chiese quel Napoleone con una gamba sola.

“I lancieri e la cavalleria hanno fatto il massimo sforo oggi pomeriggio”.

“E non potrebbero rifarlo?”

Silenzio. Nessuno aveva il coraggio di rispondere al dittatore del Messico, al comandante i capo, al Benemerito de la Patria, a El Supremo, che qualcosa era impossibile, anche se persino lui si rendeva conto che la cavalleria aveva sparato tutte le proprie cartucce, cartucce di ottima qualità, ma purtroppo terminate.

“E la fanteria?”

Ancora silenzio. Nessuna fanteria al mondo avrebbe sopportato disagi simili a quelli di cui soffriva il grosso dell’esercito messicano, costituito principalmente da contadini. Arruolati con la forza, marciavano a piedi nudi, indossando una semplice camicia di cotone anche nel cuore dell’inverno. Versavano il proprio sangue, soffrivano il freddo e morivano molto spesso di dissenteria. L’esercito non disponeva infatti di ospedali da campo né di medicine per alleviare le terribili febbri che i soldati contraevano vivendo in quelle condizioni. Nonostante le sofferenze e la mancanza di cibo, erano disciplinati e coraggiosi, e quando si scagliavano contro le linee nemiche riuscivano in genere ad avere la meglio. Soldati come quelli avevano sconfitto spagnoli, francesi, americani e persino messicani. Se fosse stato impartito loro l’ordine di attaccare all’alba i nordamericani ormai sfiniti, lo avrebbero fatto, disposti a lasciare che i loro corpi si ammucchiassero gli uni sugli altri fino a formare un’enorme distesa di cadaveri.

Ma gli ufficiali rimasero ugualmente in silenzio. Sapevano che per problemi di rifornimento, i loro fedeli soldati rabbrividivano dal freddo esposti alle raffiche di vento e che non avevano mangiato nulla da almeno trentasei ore. Sapevano anche che avrebbero ubbidito agli ordini e si sarebbero scagliati contro le forze americane, ma pensavano che avrebbero ceduto prima di raggiungerle e non necessariamente perché colpiti dal fuoco nemico.

Con grande sorpresa di tutti, Santa Anna cambiò di colpo discorso e chiese: “Abbiamo riportato una grande vittoria oggi, vero?”

“Sì, generale”.

“Abbiamo sopraffatto sei o sette postazioni nemiche, no?”

“Sì, generale.”

“Sono state catturate molte bandiere?”

“Sì, generale. Il solo Cortés ne ha prese sei. Le ho viste io.”

“Sentiamo Cortés in persona”.

Subiti mandarono a chiamare il valoroso lanciere. Santa Anna gli domandò: “Quante bandiere avete sottratto al nemico?”

“Sette, generale.”

“E anche dei trofei?”

“Sì, generale. Molti, anzi moltissimi.”

Santa Anna si rivolse all’una persona di cui si fidava ciecamente anche nei momenti peggiori, una persona che gli aveva sempre dato delle risposte precise.

“Garza, siamo in grado di sbaragliare il nemico?”

“Sicuramente.”

“Perché dite così, mentre tutti gli altri…”

“Perché so esattamente che cosa sta succedendo in questo momento”, e così dicendo, indicò il nord, in direzione di Saltillo, e delle linee americane. “Stanno facendo una discussione simile alla nostra e sanno di aver subito una sconfitta.”

“Credete che si ritireranno?”

A questa domanda garza non rispose subito perché, nel suo attento studio dei nordamericani, si era accorto che Zachary Taylor non aveva delle cose una visione globale, ma badava al dettaglio. Era l’uomo che, una volta conquistata una posizione, la difendeva fino all’ultimo respiro. “Forse no, ma…”

Santa Anna aveva udito abbastanza. Giunto ormai ala vigilia di una vittoria strepitosa che avrebbe inciso per sempre il suo nome nel cuore di tutti i messicani, prese una decisione improvvisa. ”Ritorniamo immediatamente a Potosì”, annunciò.

“Eccellenza!”, protestò Garza, ma ormai il dado fatale era stato tratto.

“Sciogliete l’accampamento, lasciate tutto quello che non è strettamente necessario e mettetevi in marcia prima dell’alba.»

Così ebbe termine, nella notte fra il 23 e il 24 febbraio, il consiglio di guerra tenuto dai Messicani; quello tenuto dagli Americani era finito con la decisione di mandare delle pattuglie in avanscoperta, per cercare di capire quali fossero le intenzioni del nemico; e fu con molta sorpresa che tali pattuglie riferirono, all’alba, che Santa Anna si era ritirato.

In quel momento, infatti, Taylor non sapeva ancora se dovesse considerarsi sconfitto o vincitore: era riuscito, con estrema difficoltà, a mantenere le posizioni al passo di Buena Vista, ma sapeva che, se il mattino dopo il nemico avesse sferrato un nuovo attacco, molto probabilmente egli non sarebbe più stato in grado di resistere.

La ritirata di Santa Anna risolse il dubbio, lasciando gli Americani padroni del campo; ma Taylor non aveva forze sufficienti per avanzare, senza contare che le sue linee di rifornimento si erano già allungate a dismisura; inoltre, quello era ormai divenuto un teatro di guerra del tutto secondario, nel quale era palesemente assurdo gettare altre vittime umane.

Una ventina di giorni dopo la sanguinosa, ma inutile battaglia di Buena Vista, ai primi di marzo, l’esercito di Winfield Scott sbarcò a Veracruz e, con l’aiuto della Chiesa cattolica messicana, entrata in contrasto con Santa Anna per la sua politica di requisizioni, si aprì combattendo la via verso la capitale, che, nonostante le truppe messicane si battessero sovente con autentico eroismo, come a Puebla, Cerro Gordo e Chapultepec, finì per cadere in mano agli invasori.

Santa Anna, quasi incredibile a dirsi, riuscì a mettere insieme un nuovo esercito e tentò nuovamente la sorte delle armi, ma venne nuovamente sconfitto nella battaglia di Huamatla, il 9 ottobre, e questa volta in modo definitivo. Il nuovo presidente Manuel de la Peña gli tolse il comando supremo e a Santa Anna non rimase che riprendere la via dell’esilio.

Ma non era ancora finita. Dopo che il trattato di Guadalupe-Hidalgo del febbraio 1848 ebbe privato il Messico di 2.000.000 di kmq., in cambio di quindici milioni di dollari, nel 1853 Santa Anna fu richiamato in patria dagli interessi coalizzati dei conservatori e trovò ancora il modo, a forza di derubare e terrorizzare i suoi concittadini, di vendere agli Stati Uniti un’altra fetta del territorio nazionale, stavolta per 10 milioni di dollari (la Valle di Mesilla, in Arizona, di 76.800 kmq., evento noto come “the Gadsden Purchase”, “l’acquisto di Gadsden”, dal nome del negoziatore di Washington); dopo di che fu cacciato nuovamente a furor di popolo e, questa volta, uscì per sempre dalla storia del Messico.

Quanto a Zachary Taylor, la vittoria di Buena Vista, se fu tale, gli portò fortuna: gli elettori americani videro in lui l’eroe senza macchia e senza paura e lo elessero alla presidenza nella campagna del 1848.

Si insediò alla Casa Bianca il 3 marzo successivo, quale dodicesimo presidente degli Stati Uniti, ma la sua fu una presidenza molto breve, poco più di un anno, perché si ammalò improvvisamente e morì nel 1850, mentre già le prime nubi della futura Guerra di Secessione si andavano addensando all’orizzonte.

Il suo “rivale” Winfield Scott si candidò alle elezioni presidenziali del 1852, ma senza successo; benché viriginiano, nel 1861, allo scoppio della Guerra civile americana, rimase fedele all’Unione, per dare poco dopo le dimissioni dall’esercito. La sua lunghissima carriera militare lo aveva visto combattere nella guerra del 1812 contro la Gran Bretagna e servire, successivamente, sotto tutti i presidenti americani, da Jefferson a Lincoln.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/02/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Novembre 2017

Del 01 Ottobre 2020

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