sabato, 18 Settembre 2021
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Elegia del vecchio bar di quartiere, luogo di socialità e di profonda umanità

Elegia del vecchio bar di quartiere, luogo di socialità e di profonda umanità. In breve, il piccolo commercio è ormai quasi relegato nell’album dei ricordi e i luoghi deputati alla socialità si riducono settimana dopo settimana di Francesco Lamendola

Sono scomparse, nel giro di una generazione, le drogherie: gettate dalla modernità nel gran deposito delle cose inutili.

Sono scomparse gran parte delle osterie dei piccoli paesi e dei quartieri cittadini; gran parte delle mercerie di paese e di periferia (in centro erano sempre state rare); scomparse gran parte delle botteghe di alimentari a carattere familiare; scomparsi gran parte dei barbieri gestititi da uomini, travolti dalla concorrenza delle acconciatrici per entrambi i sessi; chiuso bottega, la maggior parte dei calzolai.

Molte, tantissime trattorie e ristorantini popolari sono spariti, sotto la spietata concorrenza di pizzerie, spaghetterie, paninoteche e MacDonald’s; i bazar di paese i cui si trovava un po’ di tutto, dai bottoni alle calze, dai quaderni alla schiuma da barba, sono quasi ovunque un ricordo dei tempi che furono.

In breve, il piccolo commercio è ormai quasi relegato nell’album dei ricordi e i luoghi deputati alla socialità si riducono settimana dopo settimana, giorno dopo giorno, sostituiti, si fa per dire, dagli ipermercati, dai centri commerciali, tutti luoghi rumorosi, affollatissimi, standardizzati, alienanti e sommamente squallidi, ove regnano come sovrane incontrastate l’impersonalità più rigorosa e la volgarità consumista.

Che ne è delle vecchie osterie con le sedie impagliate ed i banchi di legno dalla superficie rigata e quasi consumata dalle innumerevoli partite a carte; con le pareti fumose cariche di bottiglie e con il cortile interno ombreggiato da una pergola di vite, ove sedere al fresco nei lunghi pomeriggi d’estate, e con l’apposito spazio per il gioco delle bocce?

Non erano locali riservati ai pensionati e agli uomini di una certa età; li frequentavano anche i giovanotti e anche le donne, senza destare il benché minimo imbarazzo (almeno nel Friuli di una volta); e, cosa ancora più interessante, i bambini, che vi trovavano almeno due o tre cose di loro gradimento: la spumiglia per levarsi la sete, il mandorlato conservato nelle bocce di vetro, i deliziosi lecca-lecca di colore rosso-giallo, larghi e buonissimi.

Non era infrequente che i nonni si recassero all’osteria portandosi dietro i nipotini: gli uni a bere il “taglietto” di rosso o di bianco (in veneto, l’”ombretta”), gli altri a sgranocchiare il mandorlato o a gustare il lecca-lecca. I bambini, magari, trovavano un angolo per giocare con le biglie di vetro, coloratissime, stupende, ch’era un piacere già solo stare ad ammirarne le caleidoscopiche sfaccettature.

Oppure trovavano da guardare e completare l’inseparabile album delle figurine, specie nelle osterie dove si vendevano anche i giornali (e, quindi, pure le bustine con le figurine da collezione). Così imparavano, piacevolmente fantasticando, un bel po’ di storia, di geografia, di scienze naturali e cento altre cose. Certo era sempre meglio dell’asilo, dove oggi tormentano le povere creature con l’inglese e l’informatica, sin dai più verdi anni.

I bar resistono ancora, anche se non sempre e anche se non brillantemente; ma i bar, per definizione, appartengono già ad un altro universo sociale e concettuale; non sono locai tradizionali, ma all’americana, arredati in modo più o meno uniforme, moderno e funzionale: luoghi per una rapida bevuta e due chiacchiere veloci e poi subito via, di corsa, in ufficio o al negozio, al massimo un tramezzino con le uova o qualche oliva trangugiata in fretta.

Il vocabolario dice che il bar è un locale pubblico dove si consumano bevande, sia alcoliche che analcoliche, e dove si può fare uno spuntino; e informa che l’etimologia deriva, probabilmente, dalla contrazione della parola inglese “barrier”: perché, nei Paesi anglofoni, l’angolino riservato alla vendita degli alcolici era separato dal resto del locale, appunto per mezzo di una sbarra, una sorta di barriera simbolica.

Una volta erano anche sede di posti telefonici pubblici: chi non è troppo giovane ricorda ancora le grandi cabine insonorizzate, dalle pareti interne imbottite e dai grandi apparecchi telefonici a gettone, che parevano monumentali residui di un’altra epoca, con qualcosa di vagamente esotico, che faceva venire in mente, chissà perché, un transatlantico sul punto di salpare.

Nelle osterie e nei bar che non avevano la cabina, invece, bisognava gridare per farsi sentire all’altro capo del filo, tentando vanamente di sovrastare le voci ed i rumori del locale; quanto a sentire le parole dell’invisibile interlocutore, poi, quella era un’impresa veramente disperata, anche tendendo gli orecchi al massimo della loro facoltà uditiva.

Presso l’apparecchio, in genere situato in prossimità dei servizi igienici o di qualche sottoscala, si accumulavano poi su un tavolino gli squadernati volumi delle guide telefoniche, a formare una pila imponente, spesso precariamente in equilibrio, unta e bisunta per il continuo sfogliare e risfogliare delle pagine, alla ricerca dei numeri desiderati.

Fino a non più di una quarantina d’anni fa, i telefoni privati erano ancora relativamente pochi, per cui erano numerosi gli avventori che entravano al bar per acquistare una manciata di gettoni e farsi, di quella strada, due o tre bicchierini di quello buono; e, anche da quel punto di vista, si trattava di un momento di socialità.

Oggi il telefonino cellulare ce l’hanno proprio tutti, anche i bambini (anzi soprattutto loro), e perfino le cabine sulla pubblica via sono quasi sparite dal paesaggio urbano; perciò non sono molti i bar che offrono ancora questo servizio.

Un altro momento di socialità era dato dal televisore, piazzato in alto, su qualche mensola in posizione eminente, che, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, fungeva quasi da piccolo cinema familiare: era lì che si seguiva la partita di calcio, ma anche il varietà del sabato sera, i giochi a quiz e i film in bianco e nero.

Un altro ancora di tali momenti di socialità era dato dal biliardo, presente in molti bar, magari in una stanza a parte o in un seminterrato; e, naturalmente, dal buon vecchio mazzo di carte per giocare a briscola, che era e resta il modo migliore per ammazzare il tempo in compagnia.

La cosa peggiore è stata l’invasione dei giochi elettronici e, da ultimo, delle macchinette per giocare a soldi: da allora è finito anche quel po’ di pace che la musica, spesso a volume troppo alto, concedeva ancora ai clienti, per sbaglio, nelle ore meno frequentate. È diventata tutta una baraonda, un frastuono incessante, un implacabile clangore metallico.

Impossibile trattenersi a parlare con calma con un amico; meglio andare in strada, se non fa troppo freddo e sempre che il traffico automobilistico conosca almeno qualche attimo di tregua, per non parlare dei martelli pneumatici dei lavori in corso, delle gru de cantieri edili, delle autoambulanze o dei furgoni dei vigili del fuoco che sfrecciano a sirene spiegate.

Peccato, comunque.

Pur nella loro scarsa originalità, c’erano e ci sono ancora dei locali carini, simpatici, caratteristici; se non hanno più l’aquila impagliata, le padelle di rame  appese al muro o le foto storiche e ingiallite del quartiere di sessant’anni prima, almeno simulano una dignitosa imitazione dell’arredamento rustico di un tempo e, resistendo coraggiosamente alle lusinghe dei giochi elettronici, conservano una o due salette in cui si può sedere tranquilli e parlare un po’ di tutto con gli amici, tra un bicchiere di vino e una sgranocchiata di arachidi salate, senza che il padrone ti guardi storto perché sei rimasto seduto troppo a lungo.

«Splendida, splendida Copenaghen, dolce regina del Nord», diceva Kierkegaard della sua amata-odiata “cittaduzza”, mentre ammirava le facciate delle case dai tetti spioventi, stando seduto dietro i vetri dei caffè, sui tavoli dei quali non disdegnava affatto di mettersi a lavorare, assorto come fosse stato a casa sua. E possiamo immaginarcelo, strana figura di avventore, mezzo dandy e mezzo asceta, mentre riempie i fogli con la sua calligrafia svolazzante, dopo aver scostato con il braccio le tazze ed i bicchieri per fare posto al calamaio.

Chissà se qualche bella cameriera gli avrà fatto alzare la testa dalle pagine, interrompendo per qualche istante, con la penna a mezz’aria carica d’inchiostro, la stesura di un pensiero, di un aforisma, di una parabola morale.

Civiltà delle osterie, dei caffè, dei bar di quartiere: civiltà del saper vivere la vita, del saper comunicare con il prossimo, del saper essere anche soli in mezzo a tutti gli altri: questa è davvero una forma nobilmente raffinata di stare al mondo.

Di solito si dice, fra intellettuali, con una punta di disprezzo: «Quello è un tipo da bar», per indicare qualcuno che non combina mai nulla di buono, un perdigiorno, un fannullone dalla punta del naso di un colore rosso alquanto sospetto.

Già, gli intellettuali hanno sempre la puzza sotto il naso: non amano i bar, non li frequentano per niente; semmai le pasticcerie, dove si accosta la tazzina a fior di labbra, tenendo il mignolo alzato come la vela tesa di uno yacht.

Ma, più spesso, amano i locali privati, i club riservati, i Rotary e i ristoranti a cinque stelle: nei quali si parlano addosso fra di loro, magari sentenziando a nome del “popolo”, di quel che sarebbe bene per il popolo, di quel che si dovrebbe fare per il popolo… proprio loro, che non hanno mai preso l’autobus in vita loro, che non si sono mai destreggiati in bicicletta in mezzo al traffico cittadino; che si vergognano a parlare in dialetto nei luoghi pubblici; oppure, il che è lo stesso, che lo fanno con la massima ostentazione, per far vedere a tutti che anche loro, come i comuni mortali, sono “figli del popolo”, insomma che sanno meglio di chiunque altro quel che ci vuole per mandare avanti la baracca.

Poveri noi, che il Cielo ce la mandi buona quando gli intellettuali si prendono a cuore i destini della Patria.

C’è da aspettarsi qualunque sproposito, da queste zitelle inacidite che credono di sapere tutto e di aver capito tutto, e che non si trattengono dal sentenziare e sproloquiare sull’universo mondo, dall’alto della loro infinta e inarrivabile saggezza…

Meglio, piuttosto, gli sproloqui da bar, da parte dei clienti già un po’ alticci, nell’ora ormai prossima alla chiusura, quando fin troppi viaggi hanno già fatto i bicchieri dal bancone ai tavolini, e da questi alle bocche dalla lingua un tantino incespicante.

Sono più onesti, loro: non pretendono di essere più di quel che sono.

Anch’essi straparlano e sproloquiano parecchio; ma, almeno, non si credono di essere altrettanti salvatori della patria; né vanno fieri di una laurea risicata chissà come e chissà quando: a loro, è solo il vino che finisce per dare alla testa, e non la sciocca presunzione dei libri che hanno letto e, sovente, assai mal digerito.

No, il vecchio bar di quartiere non fa per loro; per fortuna.

Se proprio si degnano di andare al bar, vanno in quelli del centro, quelli per fighetti, a sfoggiare la giacca all’ultima moda che fa tanto intellettuale “esistenzialista” del Quartiere Latino (magari fuori tempo massimo) o il taglio dei capelli cotonati, che sembrano quelli di un’attrice hollywoodiana.

Si sta meglio, al bar, senza di loro: si respira aria più pulita.

Almeno, per infilzare banalità e stupidaggini a ripetizione, non c’è bisogno di una laurea o di un master negli Stati Uniti: bastano e avanzano quattro pensionati, come dice Fabrizio De André nella memorabile canzone «La città vecchia», mezzo avvelenati, gonfi di vino, a stratracannare, a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.

Caro, vecchio bar di quartiere.

Ci veniva anche la povera Alice, sempre più miope, sempre più curva, con le mani sempre più rosse e screpolate dal lavoro: ci veniva a bere il suo bicchier di vino, ad affogare i dispiaceri di una nuora che la maltrattava, dopo una giornata passata a lavar piatti in qualche pizzeria o in qualche ristorantino a prezzo fisso, per portare quattro soldi al figlio e non dover dipendere dalla sua carità pelosa.

Si soffiava il naso, con gli occhi lucidi di un pianto trattenuto; e, mandando giù un altro bicchiere, per un momento, dietro quelle lenti spesse come fondi di bottiglia, il suo viso stanco si apriva in un dolcissimo sorriso; e, forse, si sentiva, se non proprio felice, almeno un poco in pace con il mondo…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 13/02/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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