martedì, 21 Settembre 2021
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Il crollo del fronte balcanico nel 1918 e la dissoluzione dell’esercito austro-ungarico

Il crollo del fronte balcanico nel 1918 e la dissoluzione dell’esercito austro-ungarico. Curiosamente la 1^guerra mondiale iniziata come un conflitto tra Austria-Ungheria e Serbia divenne qualcosa di molto più complesso di Francesco Lamendola 

Curiosamente, la prima guerra mondiale, iniziata come un conflitto tra Austria-Ungheria e Serbia, divenne via via qualcosa di molto più complesso, tanto che nell’autunno del 1918 quasi nessuno si accorse che proprio nell’area balcanica si era verificato l’inizio del tracollo degli Imperi Centrali e che i Serbi, con l’aiuto determinante degli eserciti alleati, avevano liberato il suolo patrio e avevano aperto un fronte pericolosissimo sul fianco sud della Duplice monarchia.

Così, mentre sul fronte italiano si combatteva la durissima battaglia finale lungo il Piave e sul Grappa, nella quale gli Austro-Ungarici si batterono fin quasi all’ultimo con disperato valore, all’interno l’Impero asburgico stava già incominciando a sfaldarsi sotto la spinta centrifuga delle nazionalità in pieno fermento. Alla fine di ottobre del 1918, la guerra appariva irrimediabilmente perduta e il Comando Supremo austro-ungarico provvide a ritirare in tutta fretta le divisioni che, dopo la pace di Brest-Litowsk con la Russia del marzo 1918, erano state trasferite in Ucraina, specialmente nella regione di Odessa, per assicurare i rifornimenti di grano e altre materie prime all’ormai esausta economia dell’Impero danubiano, sempre più stretta – come e più di quella germanica – nella morsa implacabile del blocco marittimo dell’Intesa.

Di quelle truppe, ora, vi era estrema necessità per turare in qualche modo la gigantesca falla apertasi nel fronte balcanico dopo il crollo della Bulgaria, con l’Armata Francese d’Oriente del generale Franchet d’Esperey che risaliva velocissima lungo la valle del Vardar e puntava alla linea Sava-Danubio. Il fianco sud della Duplice monarchia era ormai scoperto e il destino del secolare impero appariva segnato, proprio là dove i suoi capi militari e politici – primo fra tutti colui che aveva ricoperto la responsabilità di capo di Stato Maggiore nel 1914, Conrad von Hötzendorf – avevano deciso di gettarlo nella tragica avventura della guerra. Prima ancora che, a Padova, si firmasse l’armistizio di Villa Giusti con l’Italia, l’esercito austriaco chiese e accettò la resa alle forze dell’Intesa di Franchet d’Esperey, che all’inizio di novembre avevano rioccupato Belgrado dopo una fulminea avanzata degli squadroni di cavalleria.

A completamento di questo quadro, riportiamo un brano del libro dello scrittore viennese Alexander Lernet-Holenia (1897-1976), Die standarte (Lo stendardo), che restituisce il clima del fronte serbo alla fine di ottobre del 1918 e narra con commossa partecipazione una delle pagine più drammatiche dell’esercito austro-ungarico in via di dissoluzione: l’ammutinamento del reggimento di cavalleria ‘Regina Isabella’ sul ponte di barche del Danubio, davanti a Belgrado.

Per ben tre volte, nel corso del 1914, l’esercito austro-ungarico aveva tentato di invadere e occupare la Serbia e tutte e tre le volte esso era stato respinto da altrettanti colpi di rimessa dell’esercito serbo, cosa che aveva destato non poca sorpresa nell’opinione pubblica interna e internazionale (vedi i nostri articoli La prima campagna austro-serba nel 1914 La seconda e la terza campagna austro-serba nel 1914). Il comandante austriaco, generale Potiorek, era stato infine esonerato dal comando e gli Austriaci si erano messi completamente sulla difensiva, tanto più che nella primavera del 1915 avevano dovuto concentrare i loro sforzi nell’offensiva di von Mackensen sul fronte orientale e, subito dopo, accorrere a difesa del confine italiano, a causa della dichiarazione di guerra dell’Italia, avvenuta il 23 maggio (con decorrenza dal 24).

L’atteggiamento difensivo degli Austriaci, facilitato dalla conformazione del confine austro-serbo (protetto dalle barriere naturali della Drina, del Danubio e della Sava), era stato reso ancor meno rischioso dall’attitudine passiva dell’esercito serbo che, per protesta contro quanto si era saputo, a Belgrado, del patto di Londra, con il quale le potenze dell’Intesa avevano promesso l’Istria e la Dalmazia all’Italia, rimase per tutto l’anno con le armi al piede. Ciò aveva permesso agli Austriaci di lasciare appena un velo di forze dietro i fiumi anzidetti e di trasferire tutte le forze disponibili sul fronte sud-occidentale, per fronteggiare le prime tre offensive di Cadorna sull’Isonzo: inconcludenti, ma pericolosissime, essendo la frontiera austriaca alla fine di maggio praticamente sguarnita di truppe.

Nell’autunno del 1915, tuttavia, Austriaci e Tedeschi, raggiunti notevoli vantaggi sul fronte russo e tamponato in qualche modo il nuovo fronte italiano, avevano deciso di chiudere i conti con la Serbia e ne avevano travolto le difese, avvalendosi anche della cooperazione della Bulgaria, occupando definitivamente Belgrado  il 9 ottobre. La Serbia era stata invasa in tutto il suo territorio e il demoralizzato esercito serbo di re Pietro era stato costretto a compiere una durissima ritirata invernale attraverso i monti dell’Albania. Al di là delle montagne, sulle coste dell’Adriatico, ciò che di esso restava era stato imbarcato sulle navi dell’Intesa e trasportato in un primo tempo a Corfù, indi a Salonicco, ove nel corso del 1916 tornò in linea sul fronte della Macedonia, equipaggiato ed approvvigionato dai suoi alleati occidentali.

Per tutto il 1916, il 1917 e gran parte del 1918 il fronte della Macedonia era rimasto stabile, caratterizzato, come sul fronte francese e su quello italiano, da una guerra di posizione di cui nessuno pareva in grado di predire la fine. L’esercito bulgaro, rinforzato da poche unità germaniche e protetto, sul fianco destro, da alcune divisioni austriache penetrate in Albania attraverso il Montenegro (anch’esso occupato interamente al principio del 1916), si era mostrato in grado di tener testa alle numerose divisioni francesi, inglesi, serbe, italiane e greche che lo fronteggiavano lungo una linea montuosa povera di vie di comunicazione, tanto che presso i Comandi tedeschi si usava dire, scherzando ma non troppo, che il settore di Salonicco era il loro più grande campo di concentramento per le truppe alleate prigioniere. Né la fallita campagna anglo-francese dei Dardanelli, conclusasi al principio del 1916, né l’ingresso in guerra della Romania nell’estate di quello stesso anno, trasformatosi in pochi mesi in una rotta sotto i colpi del contrattacco austro-tedesco-bulgaro di von Mackensen, avevano portato a mutamenti di sorta sul fronte macedone. Gli Imperi Centrali avevano poi firmati dei trattati di pace sperata con l’Ucraina, il 9 febbraio 1918 (la cosiddetta “pace del pane”), con la Russia, il 3 marzo 1918 (la famosa pace di Brest-Litowsk), e con la Romania, il 7 maggio (pace di Bucarest).

Tuttavia, se la Russia usciva di scena, le speranze di riscatto della Serbia venivano accresciute dall’intervento in guerra degli Stati Uniti d’America e da una serie di iniziative diplomatiche il cui scopo era trovare un accordo fra il governo serbo in esilio e alcuni uomini politici nazionalisti croati e sloveni, in vista della costituzione di un futuro regno jugoslavo. Fin dal luglio 1917 il primo ministro serbo, Nikola Pasic, e il rappresentante degli indipendentisti croati, Ante Trumbic, presidente di un “Comitato jugolsvao in esilio”, avevano firmato la Dichiarazione di Corfù, con la quale si gettavano le basi di una futura nazione degli Slavi del Sud sotto la dinastia serba dei Karageorgevic e con il sostegno delle potenze dell’Intesa. L’8 gennaio 1918, poi, erano stati pubblicati i “14 punti” del presidente statunitense Wilson, in cui si parlava esplicitamente dello sgombero da parte degli Austro-Tedeschi e del reintegro delle nazioni romena, serba e montenegrina nella loro piena sovranità; mentre, per il destino futuro dell’Austria-Ungheria, si parlava in modo piuttosto generico di un “libero sviluppo autonomo” dei popoli che ne facevano parte. Infine nel “Congresso delle minoranze oppresse nella monarchia austro-ungarica”, tenuto a Roma, in Campidoglio, l’8 aprile 1918 sotto gli auspici dell’Italia (che aveva subito la disfatta di Caporetto e si apprestava a sostenere una nuova offensiva austriaca sul Piave), il governo italiano fece alcune aperture circa una soluzione concordata della “questione dalmata”  con i rappresentanti croati; anche se rimaneva l’incognita circa il destino di Fiume, abitata da Italiani ma la cui cessione non era stata prevista dal patto di Londra. In questo contesto assunse particolare rilievo l’opera diplomatica di Frano Supilo, di Ragusa, il quale riuscì a persuadere importanti circoli italiani e stranieri che la Dalmazia doveva entrare a far parte di una futura Jugoslavia indipendente; anche se non riuscì a persuadere né il presidente del consiglio Orlando, né il ministro degli esteri Sonnino, i quali – tenendo anche conto delle richieste della Regia marina – puntavano ancora all’applicazione integrale del patto di Londra a guerra finita.

Sul fronte della Macedonia, dopo quasi tre anni di stabilizzazione del fronte le cose cambiarono bruscamente, alla fine dell’estate del 1918. Qui il generale Franchet d’Esperey (chiamato da poco a sostituire il generale Guillaumat, il quale a sua volta aveva sostituito il generale Sarrail) lanciò una grande offensiva il 15 settembre, dopo aver realizzato un notevole concentramento di forze nel punto prescelto: la zona di Dobro Polje. Complessivamente, le forze dei due schieramenti più o meno si equivalevano, anche se gli Allearti disponevano di una certa superiorità in artiglieria, cavalleria e aviazione. Di fronte a 8 divisioni francesi, 4 inglesi, 1 italiana (la 35.a, che però aveva la forza di un corpo d’armata: 34.000 uomini), 6 serbe e 10 greche, per un totale di 29 divisioni.  160.000 fucili, 2.000 cannoni e 200 aeroplani, stavano l’Undicesima Armata tedesca (comandata dal generale Friedrich von Scholtz, ma formata quasi interamente da truppe bulgare) e le Armate bulgare Prima, Seconda e Quarta, agli ordini del generale Teodorov.

Nel settore prescelto per l’attacco, tuttavia, gli Alleati avevano realizzato una superiorità schiacciante, poiché avevano ammassato, su un fronte di soli 34 chilometri, ben 36.000 fucili, 580 cannoni (quasi un terzo del totale) e 600 mitragliatrici, contro 12.000 fucili, 150 cannoni e 250 mitragliatrici dei bulgaro-tedeschi. Pertanto la battaglia ebbe un esito scontato e, nonostante l’accanita resistenza di alcuni reparti isolati, apparve subito chiaro che l’esercito bulgaro era in procinto di subire un collasso morale irreparabile. Le colonne serbe e francesi, affiancate dagli Italiani sull’estrema ala sinistra e dai Britannici sulla destra, avanzarono velocemente facendo una grande quantità di prigionieri e catturando molto materiale da guerra. I brillanti successi iniziali indussero il Comando alleato a diramare, per il giorno 21, l’ordine di avanzata generale su tutto il fronte, da Monastir al Lago di Doiran; e quelle posizioni ben difese, che per tanto tempo erano parse imprendibili, caddero l’una dopo l’altra quasi senza colpo ferire. La cavalleria francese si lanciò velocemente attraverso la breccia e raggiunse Üsküb (Skoplje) il 29 settembre, tagliando in due lo schieramento avversario, mentre l’Undicesima Armata tedesca, grazie anche alla manovra avvolgente effettuata dalla 35.a Divisione italiana sul difficile terreno montuoso della Baba Planina, rimase accerchiata e dovette arrendersi, lasciando nelle mani degli Alleati 80.000 uomini e 500 cannoni.

Al decimo giorno dall’inizio dell’offensiva gli Alleati, risalendo la valle del Vardar, inseguivano il nemico  dopo essere avanzati di 100 km. e sostenendo solo, di tanto in tanto, dei violenti combattimenti con le retroguardie bulgare che cercando di coprire, qui e là, la ritirata del grosso. Anche in Albania gli Austriaci dovettero ritirarsi velocemente davanti alla decisa avanzata italiana, perdendo tutto il terreno conquistato con una precedente offensiva. Il giorno 30 settembre il governo bulgaro firmava l’armistizio con le potenze dell’Intesa, impegnandosi a consegnare tutto l’armamento pesante e a permettere il transito nemico sulle proprie strade e ferrovie (Sofia esclusa), sicché Franchet d’Esperey fu in grado di rioccupare, nel mese di ottobre, non solo tutta la Serbia, ma anche la Romania che, frattanto, aveva ripreso le armi, dichiarando nulla la pace di Bucarest. Adesso gli Alleati erano in grado di minacciare anche Costantinopoli dall’entroterra della Tracia e il governo turco, che già il 14-15 ottobre aveva avanzato la richiesta d’armistizio al presidente Wilson, il 30 ottobre doveva firmare la resa, a Mudros, davanti ai plenipotenziari dell’Intesa e ad aprire gli Stretti al passaggio delle navi alleate.

Gli ultimi mesi del 1918 furono caratterizzati da convulse trattative diplomatiche sia da parte dei gruppi nazionalisti slavi intenzionati a ottenere l’indipendenza, specialmente Masaryk e Benes per i Cechi e Trumbic per i Croati, sia da parte dell’imperatore Carlo d’Asburgo, disperatamente proteso a cercar di salvare il suo Impero dalla dissoluzione.

Il 4 ottobre il governo di Vienna trasmise una nota a quello di Washington, dichiarando di accettare i “14 punti” di Wilson come base di discussione per un trattato di pace, e il 17 il barone Hussarek pubblicò un proclama imperiale, datato il giorno prima, che prevedeva la trasformazione dell’Impero in una struttura federale basata su quattro nazionalità: la tedesca, la ceca, la iugoslava e l’ucraina. I Polacchi erano lasciati liberi di decidere il proprio destino, dato il loro evidente desiderio di riunirsi con i connazionali dell’ex Polonia russa (e, presumibilmente, anche con quelli delle regioni orientali del Reich tedesco: come infatti avvenne). Quanto all’Ungheria, che  – per bocca del conte Tisza – già il 16 si era dichiarata in favore di una unione personale con l’Austria, essa era soprattutto preoccupata di salvare una qualche forma di legame con la Croazia, ma non pensava minimamente a una cessione della Transilvania a vantaggio della Romania; e reagì al manifesto proclamando la sua completa indipendenza. Ad ogni modo, le speranze di Carlo I vennero frustrate dalla presa di posizione di padre Korosec, sacerdote e capo riconosciuto dei nazionalisti sloveni, il quale a nome dei Cechi e degli Jugoslavi respinse il manifesto imperiale e affermò che ormai il futuro destino dei rispettivi popoli era una questione di politica internazionale, che solo la conferenza della pace avrebbe avuto il diritto di discutere. E gli Sloveni, fino a quel momento, erano stati i più fedeli sostenitori della monarchia asburgica. La dichiarazione di padre Korosec apriva così la strada, contemporaneamente, allo smembramento dell’Impero e alla nascita della Jugoslavia; inoltre poneva indirettamente sul tappeto la questione del bacino di Klagenfurt, capoluogo della Carinzia, ma nel cui circondario, soprattutto nelle Caravanche, viveva una discreta minoranza slovena; questione che sarebbe stata decisa, nel 1919, solo con una reazione armata della maggioranza tedesca alle pretese annessionistiche della Jugoslavia, che mostrava già – prima ancora di nascere – uno straordinario appetito territoriale.

Ormai la situazione stava rapidamente precipitando. Il 21 ottobre divenne di pubblico dominio la risposta di Wilson rispose alla nota austriaca, nella quale il presidente americano affermava che nessun negoziato era possibile se non sulla base del riconoscimento delle aspirazioni indipendentistiche sia dei Cechi che degli Slavi del Sud. Ormai i circoli politici e finanziari che facevano capo alla Casa Bianca avevano deciso di appoggiare incondizionatamente Masaryk e Trumbic e il loro Austria delenda est: così il destino della Mitteleuropa veniva deciso da un ristretto gruppo di persone, che avevano trovato il modo di essere ascoltate negli ambienti che contano d’oltre Atlantico: i consiglieri del presidente e il ministero degli Esteri.

Il 24 ottobre l’esercito italiano lanciava l’ultima offensiva sul Piave, destinata a concludersi, dodici giorni dopo, con l’armistizio di Villa Giusti; il 28 ottobre la Repubblica ceco-slovacca si proclamava indipendente; e il 29 Croati e Sloveni decidevano di staccarsi dall’Impero per unirsi alla Serbia. Pure il Montenegro, del quale si parlava nei “14 punti” come di uno Stato sovrano, veniva riunito alla Serbia nel nuovo regno dei Karageorgevic (e Mussolini, in un discorso al Parlamento del 1921, avrebbe fatto notare la contraddizione). Il 1° novembre i Serbi, insieme ai Francesi di Franchet d’Esperey, rientravano in Belgrado, che era stata occupata dagli Austro-Tedeschi esattamente tre anni prima.

Il 3 novembre gli Italiani sbarcavano a Trieste e il 5 a Fiume. La guerra era finita, cominciavano le controversie fra gli Stati eredi della Duplice monarchia.

Riportiamo, a completamento di questa ricerca, una pagine bella e drammatica del romanzo dello scrittore austriaco Alexander Lernet-Holenia Lo stendardo (Die Standarte, 1938). L’autore, nato a Vienna il 21 ottobre 1897 e morto nella stessa città il 3 luglio 1976, ha colto un momento decisivo decisivo del crollo dell’Impero asburgico nell’autunno del 1918: l’ammutinamento, represso nel sangue ma annunciatore del collasso definitivo, di un reggimento austro-ungarico composto da truppe di nazionalità slava, al quale era stato ordinato di attraversare un ponte di legno sul Danubio per portarsi a Belgrado, la capitale serba occupata tre anni prima e ora sul punto di venir liberata dall’armata del generale francese Franchet d’Esperey. Al di là del singolo episodio, Lernet-Holenia ha descritto il manifestarsi dell’ultima fase di quel fenomeno storico che inizia con la Rivoluzione francese e culmina col crollo degli Imperi russo, austro-ungarico e ottomano nella prima guerra mondiale: l’affermarsi del nuovo Stato-nazione in luogo del vecchio stato dinastico, multietnico e plurinazionale. (Abbiamo seguito la traduzione di Ervino Pocar eseguita nel 1938 per la collana Medusa della Casa editrice Mondadori e riproposta nel 1959 per I libri del pavone).

“Ce ne accorgemmo per il fatto che alle nostre spalle era cessato ad un tratto  il rimbombo dei tavoloni percossi. Ci fermammo anche noi  e con noi il seguito del colonnello  e del comandante della Divisione e, quel  che è strano, ci fermammo immediatamente, come se anche noi avessimo previsto di doverci fermare proprio in quel punto. Seguì un silenzio profondo, nel quale non si udiva se non il gorgoglio dell’acqua e il sibilo delle ventate.

“Ci voltammo indietro e vedemmo le file per quattro perfettamente immobili. Bottenlauben disse: «Be’, che succede?»

“Il viso dei quattro cavalieri nella prima fila – un sottufficiale e tre soldati – e il viso del trombettiere che era al loro fianco avevano un’espressione singolare: il sottufficiale e il trombettiere ci guardavano quasi imbarazzati, mentre i tre soldati evitavano i nostri sguardi e parevano decisi a rimaner lì fermi e impassibili qualunque cosa avvenisse. Quelle facce da contadini slavi piuttosto piatte rivelavano una cosa sola, ma questa con molta chiarezza: che non volevano saperne di proseguire.

“«Dunque?»  gridò Bottenlauben. «Che cosa c’è?»

“Il grido fu ripetuto da qualche altro ufficiale. Nella lunga colonna ci furono alcuni ufficiali o sottufficiali che uscirono dalle file col loro cavallo gridando qualche cosa e ottenendo un mormorio di voci per risposta. «Avanti!» si gridava, ma nessuno si moveva. I reggimenti parevano inchiodati al suolo.

“Dall’altro ponte veniva soltanto il rumore dei carriaggi.

“«Ecco» fece Anschütz lasciando cadere le briglie sul collo del cavallo. «ci siamo.»

“«Che cosa c’è?» esclamò Bottenlauben.

“«C’è l’ammutinamento».

Bottenlauben non rispose subito, ma dopo un lungo istante trasse la sua lunga sciabola ricurva, voltò il cavallo e tornò indietro fino alla testa dello squadrone. Anche il colonnello e il comandante della Divisione col suo seguito avevano voltato i cavalli e, arrivati fino a noi, si fermarono alle nostre spalle.

“«Che succede?» domandò il generale.

“Nessuno rispose.

“Nelle mani di Heister, che assisteva assente a quella scena come se non lo riguardasse, sventolava lo stendardo.

“Bottenlauben avvicinò il cavallo a uno dei soldati della prima fila incastrandosi quasi nella fila stessa. Le froge del cavallo toccavano quasi i fianchi del soldato.

“«Avanti!» ordinò.

Ma quello non si mosse. Continuò a guardare indifferente davanti a sé, quantunque la vicinanza del capitano lo dovesse inquietare, poiché impallidì leggermente.

«Avanti!» gridò Bottenlauben, e fu quasi un urlo.

“Quello rimase immobile. Gli altri gli lanciarono invece rapide occhiate di traverso.

“Bottenlauben si rizzò allora sulle staffe, allungò il braccio quanto poté e batté la lama piatta con tutta la sua forza sull’elmetto del soldato. Si udì uno schianto sonoro, il soldato si accasciò sotto il colpo, mentre due terzi della lama spezzata volavano via sibilando e lampeggiando nell’aria.

“Seguì ancora qualche istante di silenzio, poi sorse dalle file un mormorio che diventò sempre più intenso condensandosi in un grido che si propagò per tutto il reggimento e probabilmente anche fra gli ulani che in parte erano ancora sulla riva, fino a diventare un ruggito come non ne avevo mai udito prima d’allora.

“L’urlo continuò facendo tremare l’aria, e dopo qualche secondo pareva che durasse da minuti e minuti senza accennare ad affievolirsi o a voler cessare.

“I soldati, pur non avendo il coraggio di uscire dalle formazioni e di abbandonare l’atteggiamento militare esteriore, urlavano con le facce stravolte come se avessero paura di ciò che facevano e volessero sopraffare con le grida la propria angoscia. Sconcertati noi li guardavamo. Pur avendo avuto qualche presentimento non avremmo mai supposto che sotto la superficie si fosse nascosta una cosa talmente lontana da noi e inconcepibile, una cosa così spaventevolmente diversa da ogni precedente. E ora avveniva lo sfogo come quando un gregge si libera d’una costrizione superiore che lo ha tenuto in freno; e quantunque i soldati non facessero veramente se non abbandonarsi all’urlo, tuttavia sembrava che insieme con quell’urlo essi perdessero tutto ciò che aveva fatto di loro un reggimento: cioè un mezzo potente pieno di significato e d’energia, un’unità investita di una missione storica, uno strumento della politica mondiale. Pareva che cadessero da loro elmetti e divise, galloni e aquile imperiali, pareva che cavalli e selle scomparissero non rimanendo altro che qualche centinaio di contadini polacchi, romeni o ruteni, i quali fossero incapaci di comprendere cosa volesse dire partecipare, sotto lo scettro della nazione tedesca, alla responsabilità del destino del mondo.

“Gli ufficiali che in mezzo a quel frastuono tentavano di parlare fra loro non si udivano più: non si vedevano altro che i movimenti delle loro labbra. I traini che passavano sull’altro ponte si fermarono in parte e i soldati ci stavano a guardare. Infine il comandante della Divisione fece squillare il segnale di attenti. Gli altri trombettieri sentirono il dovere di ripetere il segnale, sicché per qualche istante lo squillo delle trombe si mescolò alle grida avendo però alla fine il sopravvento. Cessato l’urlio subentrò di nuovo un silenzio in cui non si udivano se non il vento e il fiume.

“Gli ufficiali si guardarono l’un l’altro.

“«Bello, vero?» chiese Bottenlauben guardando il moncone della sciabola che teneva ancora in pugno. Con un rapido gesto lo buttò nell’acqua, mentre Giovanni che si era fermato in coda allo squadrone e, sguainata la sciabola, venne a porgerla al suo capitano.

“Bottenlauben lo guardò, gli fece un cenno amichevole e accettò l’arma.

“«Signor conte» disse Giovanni «costoro non vogliono proseguire a nessun costo.»

“«Ah, sì?» fece Bottenlauben. «Proprio a nessun costo?»

“«Dicono che se arrivano sull’altra sponda non ritorneranno più indietro. Laggiù, dicono, ci sono i Francesi, i quali ci farebbero tutti prigionieri. Devono averlo sentito dire dagli ussari.»

“Bottenlauben  si volse e guardò negli occhi il colonnello.  Questi, dopo un istante, spronò il cavallo e avanzando  lungo la colonna si fermò circa all’altezza del secondo plotone del nostro squadrone. Alzatosi poi sulle staffe esclamò: «Soldati!»

“La truppa volse il viso verso di lui.

«Chi vi ha dato l’ordine» gridò con voce potente «di fermarvi qui?»

“Dalla colonna salì un sordo mormorio.

“«Ebbene? Chi vi ha dato un ordine contrario al mio? Io ho comandato di marciare. Chi vi ha ordinato di fermarvi? Colui che l’ha fatto si annunci. Venga da me a dirmi che dato un contr’ordine e io lo terrò responsabile.»

“Seguì un silenzio perfetto.

“«Ebbene?» gridò il colonnello. Estrasse la pistola e l’alzò.

“Nessuno rispose.

“Il colonnello puntò la canna  della pistola sul petto di uno dei soldati  che erano vicini a lui. «Chi è stato il traditore» gridò «che ha ordinato a te di fermarti qui?»

“In quel momento noialtri ufficiali, compresi quelli dello Stato maggiore della Divisione, raggiungemmo il colonnello  al galoppo passando fra la truppa e il parapetto.  Antonio, che si era fermato in coda al primo plotone,  uscì dalla colonna e ad un tratto lo trovai al mio fianco. Egli gonfiò le gote come faceva quando accadeva qualche cosa di spiacevole, ma io non potevo badare a lui.

“«Vuoi rispondere, sì o no?»urlava il colonnello.

“Intorno sorse un brontolio minaccioso.  Il soldato era impallidito, e disse balbettando che nessuno aveva dato quell’ordine.

“«Perché, allora» domandò il colonnello «perché ti sei fermato?»

“Colui rispose nella sua lingua qualche altra cosa che non comprendemmo subito, dopo di che un altro si fece avanti. Era un pezzo d’uomo dal volto risoluto e dalle ciglia aggrottate, il quale disse a voce alta, in un tedesco approssimativo,, che non si poteva tenere responsabile il suo camerata.  Tutti, disse, si erano fermati, perché tutti insieme avevano deciso di non proseguire. Le sue parole furono accompagnate da un urlio generale.

“«Silenzio!» gridò Bottenlauben. Il vocio cessò e il soldato soggiunse che nessuno aveva detto personalmente che il reggimento  non doveva proseguire, ma tutto il reggimento di sua iniziativa non sarebbe passato sull’altra sponda. Era infatti stolto passar di là solamente per farsi prendere prigionieri. Laggiù la situazione era disperata, la truppa lo sapeva bene, e perciò tutti si erano messi d’accordo fino da Karanscebes stabilendo che avrebbero proseguito soltanto fino al ponte.  Nessuno intendeva cader prigioniero o farsi uccidere soltanto perché un ordine fosse ad ogni costo eseguito.

“Egli tenne questo discorso agitandosi sempre più, mentre intorno sorgeva  un coro di approvazioni. Il colonnello gli domandò se il reggimento aveva già dimenticato il giuramento prestato poche ore prima, e colui rispose che la truppa non si riteneva più legata al giuramento. Siccome non l’avevano prestato di loro volontà, il giuramento non aveva valore. D’altro canto non avevano giurato di eseguire ordini cervellotici.  Passare il fiume era agire da stolti. Bastava che il colonnello desse  un’occhiata all’altro ponte dove i traini facevano il cammino inverso. La cosa era abbastanza eloquente.

“Che il passaggio del fiume fosse una cosa stolta o saggia, ribatté il colonnello, non stava a colui giudicare, prescindendo dal fatto che un soldato non deve criticare gli ordini che riceve.

“Ma lui, obiettò l’altro, non era più un soldato, bensì un contadino ruteno, al quale tutto l’esercito tedesco e austriaco non importava un fico secco.

“A quelle parole il colonnello subì uno strano mutamento. Vecchio com’era e probabilmente anche malato, egli si afflosciò mentre il suo viso esprimeva ad un tempo ribrezzo e rinuncia. Ripose la pistola , come se avesse finito la sua parte, si rivolse al generale e disse nel tono indifferente dei rapporti di servizio: «Eccellenza, aspetto i suoi ordini».

“Seguì una pausa. Il generale rifletteva e ci guardava. Poi si chinò verso il suo aiutante e gli sussurrò qualche cosa. L’aiutante portò la mano al berretto e cavalcando fra la truppa e il parapetto partì verso la sponda ungherese. Noi lo seguimmo con lo sguardo. Antonio che mi era accanto si schiarì la gola,  si piegò verso di me e disse a voce piuttosto alta: «Ecco.»

“«Che c’è?» lo abbordai.

“«Ecco, signor alfiere, il guadagno che abbiamo trovandoci in questo reggimento. E tutto per la faccenda di quella donna a Belgrado.»

“«Silenzio!» sibilai. «Nel nostro reggimento  di prima sarebbe successo esattamente lo stesso».

“E, data l’espressione piuttosto vaga, non era detto a che cosa alludessi.

“Antonio scrollò le spalle.

“«Non scrollar le spalle!» lo sgridai. «Se credi di doverti ammutinare anche tu, bada che ti butto nel fiume. Non ci vorrà mica tanto.»

“Questa discussione però fu interrotta dal comandante della Divisione che  in quel momento esclamava: «Signor colonnello, dica alla truppa che, se non eseguisce gli ordini, farò sparare sul reggimento. Ho dato ordine al mio aiutante che il reggimento ‘Royal Allemand’ si tenga pronto.»

“Il colonnello guardò un istante il comandante, si volse di nuovo verso la truppa e aprì la bocca per parlare. Ma aveva appena detto  un paio di parole che un colpo di tosse gl’impedì di continuare. Egli si portò il fazzoletto alla bocca e, interrotto ancora dalla tosse, disse: «Conte Bottenlauben, lo dica lei».

“Bottenlauben si rizzò sulle staffe superando  tutti noi in altezza e gridò con tutta la sua voce: «Se il reggimento non proseguirà la marcia, Sua Eccellenza farà sparare sul reggimento.»

“Seguì prima un brontolio, poi un coro di grida frammisto a qualche risata.  Il portavoce di prima spinse il suo cavallo verso Bottenlauben e domandò:

“«Chi farà sparare?»

“«Sua Eccellenza» gridò Bottenlauben.

“«E chi sparerà?» domandò l’altro.

“«Coloro ai quali sarà ordinato.»

“«E chi sarebbero? Crede lei, signor capitano,  che nei quattro reggimenti si possa trovare uno solo disposto a sparare sui suoi camerati, o che ci sia qualcuno tra noi che abbia voglia di eseguire un ordine qualsiasi?»

“«Animale» urlò Bottenlauben «Bada di non avvicinarti di più con la tua lurida bestia, se non vuoi che succeda di peggio!». E così dicendo premette gli speroni nei fianchi del suo cavallo talmente che questo si alzò sulle zampe posteriori e piombò sull’altro buttando a terra cavallo e cavaliere. Avvenne allora un tumulto di cavalli che si sbandavano e di soldati che bestemmiavano. Bottenlauben, cui dall’indignazione pareva si rizzassero i peli della pelliccia, si fermò col cavallo a gambe larghe sopra il caduto.  Senonché in quell’istante l’attenzione di tutti fu sviata sopra un fatto nuovo.  Sulla riva, dalla quale eravamo venuti, una colonna di cavalleggeri avanzava al galoppo sopra l’argine verso l’altro ponte. Era il reggimento ‘Royal Allemand’ o perlomeno una parte di esso. Raggiunto il ponte, il reggimento lo imboccò al galoppo portando una certa confusione fra i traini che intanto si erano rimessi in moto. I carriaggi si fermarono, i cavalieri stessi si incagliarono in mezzo ai carri, ma tosto balzarono di sella e con i moschetti in pugno proseguirono sul ponte.  In breve si trovarono circa alla nostra altezza. Alcune centinaia di dragoni si allinearono lungo il parapetto appoggiando su questo i moschetti volti contro di noi, mentre sull’argine lo squadrone mitraglieri preparava le mitragliatrici.

“Questi movimenti che si svolsero in un baleno erano stati seguiti dalla nostra truppa quasi incredula, ma quando si vide sempre più chiaramente che il reggimento ‘Royal Allemand’ era veramente pronto a sparare eventualmente su noi, la truppa mandò un coro di urla indignate. Il comandante e i suoi ufficiali  galoppando lungo la colonna ripetevano ai soldati che le conseguenze erano lì, se non si decidevano a ubbidire immediatamente. C’erano ancora reggimenti  consci del  proprio dovere e, se la truppa non era disposta  a proseguire la marcia, non rimaneva altro che sparare.

“Nello stesso tempo veniva dalla riva un cavaliere del reggimento ‘Royal Allemand’ gridando alla truppa che i suoi compagni sapevano benissimo cosa volesse dire sparare contro camerati. L’avrebbero fatto, però, se la truppa continuava a mostrarsi renitente. Erano Tedeschi  e in ogni caso avrebbero obbedito agli ordini.  Su lui e sugli ufficiali che galoppavano lungo la colonna scese  una pioggia di maledizioni. A un certo punto  si formò un assembramento di cavalieri e si ebbe l’impressione  che il comandante della Divisione venisse aggredito.  In quell’istante egli deve aver dato il comando fatale.  Udimmo infatti improvvisamente lo squillo di una tromba. Era il segnale: «Fuoco!»

“Dopo un istante si scatenò l’inferno. Lungo tutto il parapetto del ponte dove era schierato il reggimento ‘Royal Allemand’ e anche lungo la riva, cominciò uno scoppiettio come quando si buttano nel fuoco rami d’abete verdi, e siccome gli spari erano diretti contro di noi, scoppi e schianti ci assordavano le orecchie. Una grandine urlante di proiettili si riversò sopra di noi e in un attimo tutta la nostra colonna interamente esposta al fuoco  si tramutò in un groviglio confuso,  nel quale dozzine e centinaia di uomini e cavalli  si torcevano sui tavoloni del ponte. Alcuni cavalieri scavalcarono così com’erano il parapetto e si buttarono nel fiume, altri balzarono di sella e tentarono di rispondere  al fuoco, altri incominciarono a sparare  stando a cavallo, mentre il galoppo tambureggiante di cavalli rimasti senza cavaliere faceva rintronare  il ponte in direzione di Belgrado.  Tutt’intorno, colpita da proiettili, l’acqua schizzava zampilli e spruzzi.

“Fin dai primi spari Heister incominciò a vacillare in sella. Il suo cavallo girò intorno a se stesso come una trottola, mentre egli si teneva aggrappato alla criniera. Lo stendardo schioccava in quell’uragano di piombo, e per un attimo ebbi l’impressione che non fosse Lott a porgermelo ma Hackenberg. Infatti i visi di entrambi scomparvero nello stesso momento: avevo appena afferrato l’asta rivestita di velluto, quando un colpo fece cadere da cavallo il caporale.

“Ma io quasi non me ne resi conto. Ora tenevo lo stendardo .Intorno a me le vite umane si disperdevano come pula al vento, ma io tenevo lo stendardo. Intorno a me c’era l’inferno, ma io tenevo lo stendardo. E tosto compresi che fin dal primo momento  in cui l’avevo visto ero stato sicuro che sarebbe toccato a me.  Lo ricevevo nello stesso istante in cui il reggimento, di cui esso era simbolo, aveva cessato di esistere, ma io tenevo in pugno lo stendardo!

“”Mazeppa si impennò. Io alzai il braccio quanto mi fu possibile dimodoché lo stendardo sventolò sopra la testa di tutti, si distese schioccando e garrendo sopra morti e feriti, alla cui vista era avvezzo. Mazeppa si piegò sui garretti, si inclinò da un lato e cadde a terra. Una pallottola l’aveva colpito alla spalla.

“Io avevo estratto a tempo i piedi dalle staffe, rimasi a gambe larghe sopra il cavallo e guardai in giro.  Il ponte presentava un aspetto orribile. Era quasi vuoto. Quasi tutti i cavalieri erano a terra sulle tavole insanguinate.  Il cappellano ruteno cavalcava lungo gli squadroni mostrando il Crocifisso ai vivi e ai moribondi, sinché uno sparo atterrò anche il suo cavallo.

“In quell’istante mi trovai al fianco Antonio, il quale mi offrì Ussaro.

“Nel far ciò il suo viso era tranquillo. Egli mi presentò il cavallo con quel suo solito fare cerimonioso, come se fosse uno dei suoi compiti giornalieri, e quando io, dopo un secondo di riflessione,  mi decisi, non per me ma per lo stendardo, a prendere il cavallo e misi un piede in una staffa, egli si attaccò all’altra affinché la sella non si spostasse sul dorso del cavallo. Allora provai un infinito rispetto  per quel buon uomo, e gli perdonai tutte le stizze che mi aveva fatto prendere.  Nonostante le sue abitudini moleste e ridicole egli era uno  degli ultimi campioni di un tempo ormai passato.  Ma non potei abbandonarmi a questi pensieri.  Montato in sella vidi sventolare sopra i resti del reggimento  e anche sopra gli squadroni degli ulani  alcuni fazzoletti bianchi che i soldati tenevano alti  sulla punta delle spade: il reggimento si arrendeva.

“”Il fuoco cessò immediatamente e l’eco degli ultimi spari  si perdette con enorme rimbombo lungo le mura dell’alta fortezza di Belgrado.

“Il ponte era coperto di uomini e cavalli morti e feriti. Di tutto il reggimento potevano essere rimasti da un capo all’altro del ponte  non più di centocinquanta uomini anch’essi in parte feriti o senza cavallo, mentre tra loro correvano cavalli senza cavaliere trascinando le briglie.

“Gli ufficiali e i sottufficiali che erano ancora vivi o pur essendo feriti riuscivano ancora a reggersi in piedi, si diedero a mandare avanti a piattonate i rimasti. Bottenlauben, digrignando i denti come poteva aver fatto Federico il Grande in quella battaglia in cui i suoi granatieri non volevano saperne di marciare, galoppava lungo il ponte urlando con una voce che dalla troppa fatica  aveva quasi perduto il suo timbro:«Avanti, avanti! Volete spicciarvi? O preferiti prenderne ancora?»

Il suo mantello era lacerato sulla schiena in tutta la sua larghezza evidentemente da un colpo di striscio, e macchiato di sangue. Anche il colonnello, sanguinando da due ferite e reggendosi in sella faticosamente, si mise tosto alla testa del reggimento. Tenendo lo stendardo io cavalcavo dietro di lui. Anche Anschütz, che aveva perduto il cavallo, mi raggiunse, Koch era ferito, Czartoryski caduto Di ogni squadrone era rimasto non più di un terzo. Vidi anche Giorgio ferito accanto a Fasi  che non si moveva più. Lo Stato Maggiore del comandante era composto soltanto di pochi cavalieri. Anche il primo  squadrone degli ulani era scompigliato e aveva sofferto molto sotto il fuoco. Klein sosteneva il colonnello,. Giovanni giaceva sotto un cavallo caduto.

“Il fuoco era durato al massimo un minuto o un minuto e mezzo, ma il reggimento non c’era più. I superstiti, dei quali si era infranta la resistenza, venivano spinti avanti con le spade sguainate. I feriti dovevano rimaner lì, per il momento.  Ora si trattava semplicemente di imporre quella volontà alla quale il reggimento aveva rifiutato obbedienza, e di portarlo sull’altra riva. Anche gli ulani, seguiti dai dragoni di Keith, si misero in moto e si avanzarono sul ponte. Due o tre trombe squillarono. Il reggimento ‘Royal Allemand’ sgombrò l’altro ponte e ritornò presso i suoi cavalli. un paio di morti e qualche cadavere di cavallo erano portati via dalla corrente.

“Klein ordinò a nome del colonnello di avanzare al passo.  Appoggiato sulla mia staffa, lo stendardo sventolava. Chi poteva reggersi in piedi si mise in moto.   E così, decimato, sanguinante,  parte in sella, parte a piedi, il reggimento seguì passo passo lo stendardo fino a Belgrado.”

Una lettura superficiale di questo brano, o una conoscenza inadeguata della cornice storica, potrebbe indurre a pensare che l’episodio qui descritto sia stato semplicemente uno dei tanti casi di insubordinazione verificatisi durante la prima guerra mondiale. Sul fronte occidentale, nel 1917, a un dato momento furono 40.000 i soldati francesi che rimasero coinvolti in episodi simili, come è narrato nel libro dello storico Richard M. Watt, Chiamatelo tradimento, traduzione italiana Milano, Mursia, 1966; o nel celeberrimo film di Stanley Kubrick, Orizzonti di gloria, girato nel 1957 e superbamente interpretato da Kirk Douglas nei panni di un onesto capitano alle prese con le logiche spietate degli Stati Maggiori, per i quali i soldati sono semplice “carne da macello”.

Invece, si tratta di ben altro.

Il fatto che il reggimento di cui si narra ne Lo stendardo temesse, dopo il crollo della Bulgaria, di essere tagliato fuori dalla cavalleria francese di Franchet d’Esperey e fatto prigioniero, proprio quando – ormai tutti lo sentivano – la guerra stava per finire da un momento all’altro, ha avuto certamente un peso non indifferente nell’indurre i soldati a decidere di non obbedire all’ordine di attraversare il ponte sul Danubio. Tuttavia, questo è in realtà solo un aspetto marginale della questione. Non bisogna scambiare l’effetto per la causa; e la vera causa dell’insubordinazione di quel reggimento di cavalleria risiedeva nel fatto che esso, composto com’era da Polacchi e Ruteni (Ucraini) della Galizia e della Bucovina, e da Romeni della Transilvania, non intendeva più esporsi a versare una sola goccia di sangue per una patria che non riconosceva più come tale: l’Impero austro-ungarico. Ciò che si era spezzato, in quei soldati, non era tanto il morale bellico, quanto il morale nazionale: il riconoscimento di un vincolo affettivo nei confronti del proprio Stato, basato su un codice condiviso di diritti e doveri, senza il quale i sacrifici che lo Stato richiede a un combattente, o anche a un semplice cittadino, appaiono illegittimi, perché basati sulla minaccia della pura forza.

Invece i soldati del reggimento ‘Royal Allemand’ si sentivano ancora vincolati da quel patto di fedeltà che, prima di essere giuridico, è etico, e ciò spiega il loro comportamento; ma tale comportamento, a sua volta, è spiegato dal fatto che si trattava di Tedeschi dell’Austria che, nel contesto dell’Impero asburgico, si sentivano – insieme ai Magiari dell’Ungheria – la stirpe egemone. Ben diverso rispetto a quello delle unità slave, infatti, in quegli stessi giorni, fu il comportamento dei reparti tedeschi e ungheresi  sul fronte italiano, durante la battaglia di Vittorio Veneto. Fino a che vi fu una possibilità di resistere, essi si batterono con estrema determinazione, quando già alle loro spalle lo Stato era piombato nel caos totale: ma, sul Piave, essi sentivano di difendere le frontiere della propria patria.

L’ammutinamento sul ponte di legno davanti a Belgrado riveste quindi un’importanza storica: esso segna il distacco definitivo delle culture nazionali d’Europa dalla fedeltà allo Stato plurinazionale – nel caso specifico, all’ultimo grande Stato plurinazionale sopravvissuto all’epoca dei nazionalismi esasperati: la duplice monarchia danubiana.

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Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 27/11/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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