lunedì, 21 Giugno 2021
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Léon Blum e Mussolini: la storia non è come finora ce l’hanno raccontata

Léon Blum e Mussolini: la storia non è come finora ce l’hanno raccontata. Chi lo sa se un giorno, una buona volta, qualcuno riuscirà a scrivere in maniera imparziale la storia della Seconda guerra mondiale di Francesco Lamendola 

Chi lo sa se un giorno, una buona volta, qualcuno riuscirà a scrivere in maniera imparziale la storia della Seconda guerra mondiale e a far emergere, insieme alle innegabili responsabilità della Germania, e a quelle personali di Hitler, anche le responsabilità meno evidenti, ma non meno decisive nello scoppio del conflitto che ha praticamente azzerato l’Europa, il suo peso politico ed economico, la sua fiducia in se stessa e la sua civiltà medesima: una catastrofe morale, oltre che materiale, dalla quale non ci siano ancora ripresi, e forse non ci riprenderemo più. E non ci riferiamo solo a quanti, come Hitler, sostanzialmente volevano la guerra, pur non volendo, a differenza di lui, assumersene la responsabilità: Stalin, in primissimo luogo, che spiava il momento favorevole per piombare sull’Europa, e in un secondo tempo, sull’Asia e sul resto del mondo; Churchill, che, per conservare l’impero britannico a tempo indeterminato (e invece la Gran Bretagna dovette lasciarlo andare subito dopo la fine della guerra), voleva attaccare la Germania prima che questa potesse rappresentare una minaccia navale concreta, come nel 1914, il che era previsto per il 1940 al massimo; e Roosevelt, che era stato eletto per la terza volta e, dopo tanta propaganda e dopo tante chiacchiere radiofoniche “al caminetto”, non aveva alcuna idea di come portare il suo Paese fuori dalla Grande crisi, mentre l’Italia, la Germania e il Giappone ne erano uscite da un pezzo, e vedeva nella guerra l’occasione giusta per rilanciare l’economia. Oltre a questo, ci riferiamo anche a quanti resero possibile, anzi, inevitabile, lo scoppio della guerra, non perché avessero un interesse reale a scatenarla, o ad affrettarne lo scoppio, ma semplicemente perché erano dei ciarlatani benpensanti, dei tromboni arrugginiti, dei politici timorati e “di parola”, che, in nome dei loro sacri principi e della loro dottrina professorale (e che infatti erano, in genere, dei professori, come lo era stato Thomas Woodrow Wilson nella Prima guerra mondiale, e ciò sia detto nel senso peggiore della parola), non seppero, né vollero, far nulla, assolutamente nulla, per scongiurare, ritardare, ostacolare il fatale avvicinarsi dell’ora X. La dottrina morale cattolica insegna che vi sono due generi di peccati, quelli di azione e quelli di omissione: e che questi ultimi non sono meno gravi dei primi, se colui che è in condizione di opporsi al male, non lo fa, e colui che è in grado di impedire un peccato, non lo impedisce, divenendo, così, automaticamente, corresponsabile di quello stesso peccato. Ebbene: negli anni che precedettero immediatamente lo scoppio della Seconda guerra mondiale, non furono pochi gli uomini politici che avrebbero potuto dare un contributo al mantenimento della pace, che avrebbero potuto agire in maniera tale da disinnescare il conflitto, o, almeno, da renderlo meno catastrofico di quel che in effetti fu, se solo l’avessero voluto; se avessero saputo superare, cioè, con un minimo di generosità intellettuale e di senso del bene universale, le loro limitazioni mentali, i loro pregiudizi ideologici, i loro piccoli e meschini calcoli elettorali, per vedere il dramma imminente dell’Europa in tutta la sua gravità e in tutta la sua ampiezza. Ma il fatto è che di politici europei capaci di ragionare da veri statisti, negli anni fra il 1933 e il 1939, ve ne furono pochi; e quei pochi non vennero riconosciuti come tali, e non lo furono  nemmeno in seguito. Uno di quelli che videro il pericolo, lo seppero valutare in tutta la sua portata, e seppero vedere, in maniera quasi profetica, quel che sarebbe accaduto, se non ci si fosse affrettati a gettare acqua sul fuoco, fu proprio Benito Mussolini: sul quale, poi, una storiografia mercenaria e miserevole si è accanita a gettare una buona parte di responsabilità nello scoppio della guerra, se non per quanto riguarda l’Europa, certamente per quanto riguarda l’Italia, mentre è vero il contrario: che Mussolini cercò di rimandare e di tergiversare quando ormai erano in molti, in troppi, in Italia, a volere che il nostro Paese entrasse in guerra; e lo fece perché, fin dal 1933, cioè fin da quando Hitler era andato al potere in Germania, egli vide con intuito infallibile quel che sarebbe accaduto se le altre potenze europee non avessero cercato di disinnescare il programma di riarmo, e, in ultima analisi, di rivincita, della Germania, accogliendo però, nello stesso tempo, alcune delle critiche che non solo la Germania, ma anche altri Paesi, sia vincitori che sconfitti della Prima guerra mondiale, come l’Italia stessa, oppure come l’Ungheria, avevano da opporre al malaugurato e artificiale “ordine” di Versailles. Ed è chiaro perché la storiografia, sia italiana, sia estera, ha voluto negare a Mussolini questa lucidità e questa preveggenza, cucendogli addosso, ad opera dei vari Denis Mack Smith, il vestito dell’avvoltoio cinico e vile, ben deciso ad avere alcune migliaia di morti per poter sedere al tavolo della pace: perché solo attribuendogli la responsabilità di aver voluto la guerra, gli italiani potevano assolvere se stessi dal fatto di aver condiviso, in larga misura, quella decisione; e solo così gli stranieri potevano far dimenticare di aver ammirato, lodato e magnificato Mussolini, almeno fino al 1935.

Uno degli “onesti uomini” che avrebbero potuto opporsi ala catastrofe, e non lo fecero; e che non lo fecero in perfetta coscienza e in piena lucidità, solo e unicamente per i loro pregiudizi ideologici e per i loro calcoli elettorali, fu Léon Blum, leader del Fronte Popolare e presidente del Consiglio francese, per più di un anno (mentre la durata media dei governi francesi dell’epoca era di pochi mesi), dal 4 giugno 1936 al 29 giugno 1937, e poi, una seconda volta, per un mese, dal 13 marzo al 10 aprile 1938; il quale poi, a guerra finita, come tanti pezzi da museo della politica democratica d’anteguerra (una sorte che, da noi, sarà di Ivanoe Bonomi) verrà ripescato quale capo del governo provvisorio della Repubblica, sempre per poche settimane, nel 1946-47. Per tutta una serie di ragioni ideologiche  e propagandistiche, si è voluto fare di lui un esponente di quella Europa progressista, illuminata, pacifica, e desiderosa solo di pace, che si contrappone, invero un po’ artificialmente, ai dittatori assetati di guerra e di sangue (quelli di destra, si capisce; non certo il buon “compagno” Stalin, anche lui desideroso solo di pace e democrazia). Fra l’altro, Léon Blum era un ebreo con forti simpatie per il sionismo, tanto da riuscire malvisto anche a una parte dei suoi correligionari, che si sentivano, a differenza di lui, cittadini francesi al cento per cento; e, avendo subito critiche assai pesanti da parte della destra francese, e specialmente dell’Action Française, ed essendo stato deportato, durante la guerra, dai tedeschi, che gli riservarono, peraltro, un trattamento di assoluto riguardo, gli storici democratici e antifascisti lo hanno arruolato nel Pantheon delle vittime dell’antisemitismo nazista, cosa che ha spento sul nascere qualunque seria discussione sul ruolo da lui svolto, non solo come esponente socialista, ma proprio come ebreo, aderente a numerose organizzazioni sioniste, nel clima di tensione che condusse alla Seconda guerra mondiale.

In che cosa il signor Blum avrebbe potuto dare un contributo positivo al mantenimento della pace in Europa? La cosa, oggi, è poco nota, e a parlarne sono ben pochi; uno di questi è stato il giornalista e scrittore Luigi Romersa (1917-2007), nella eccellente e misconosciuta Storia illustrata della guerra italiana. Gli anni 40, edita dal Giuseppe Ciarrapico nel 1980, con la collaborazione di alcuni studiosi indipendenti, che ne ha parlato nel capitolo intitolato I passi tardivi della Francia sulla via della pace (vol. III, pp. 263-264):

Per un esame dei rapporti fra l’Italia e la Francia bisogna risalire a tre anni prima della guerra e precisamente al giugno del 1936 quando Léon Blum costituì a Parigi il governo di Fronte Popolare e il giornalista Bertrand de Jouvenel venne ricevuto da Mussolini e incaricato di trasmettere un suo messaggio verbale al nuovo Presidente  del consiglio francese. “Dica a Blum – disse il Duce – che io voglio trattare con la Francia indipendentemente dal suo regime interno: gli dica che ci sono forti sollecitazioni per il rimaneggiamento delle frontiere europee,  che partono da Berlino, che non si può negare la realtà di una situazione e che bisogna cercare di incanalarla e moderarla. Bisogna impedire alla Germania di sconvolgere l’Europa, non rifiutandole tutto, ma impedendole di commettere delle pazzie. Se Léon Blum vuol riprendere questa politica, io sono pronto. Domando soltanto che a Francia riconosca l’impero di Etiopia…”. Fece una pausa e aggiunse: “Io difenderò insieme a voi la Cecoslovacchia e voi, insieme a me, difenderete l’Austria. Faccia capire questo a  Blum… Sono pronto a firmare un trattato anche domani se Blum lo vuole…”.

Era una chiara apertura alla nazione che invece aveva sempre mantenuto nei confronti dell’Italia un atteggiamento ambiguo e talvolta sprezzante come se Roma fosse la capitale di un Paese di seconda classe.

La missione di De Jouvenel non ebbe seguito. Appena giunto a Parigi tentò di farsi ricevere dia dal presidente del consiglio che dal ministro degli Esteri ma la sua richiesta venne respinta con il pretesto che Blum, per via dei suoi impegni politici, non poteva prendere in considerazione la proposta del capo del governo italiano. Mussolini tornò comunque alla carica con il deputato francese Malvy il quale, autorizzato da Delbos, si recò a Roma dove venne accolto a Palazzo Venezia. Ecco quanto gli disse il Duce: “Per molte ragioni ho motivo di essere amareggiato per l’atteggiamento della Francia. Hitler mi ha fatto una serie di proposte cui non ho dato corso perché misuro esattamente ciò che potrebbe succedere se mi accordassi con lui. A breve scadenza sarà l’Austria, poi la Cecoslovacchia, poi la Polonia.

La guerra diventerebbe inevitabile. Aspetterò ancora un po’ di tempo ma se l’atteggiamento francese verso l’Italia non cambierà, l’Italia diventerà alleata della Germania. Lo diventerà definitivamente, per il meglio e per il peggio…”.

Malvy ebbe sorte migliore di De Jouvenel. Appena a Parigi fu ricevuti da Blum e gli riferì del colloquio con Mussolini. Blum l’ascoltò e disse: “Capisco perfettamente tutta la gravità delle proposte di cui le è ambasciatore e misuro tutti i rischi che la situazione comporta. Forse l’interesse della Francia consiste nell’intendesi con Mussolini per evitare il peggio, ma è una politica che non posso fare;  sono capo del Fronte Popolare, capo del Governo di questa formazione politica e capo del Partito Socialista: il Fronte Popolare e il partito Socialista sono antifascisti, quindi non posso fare proposte a Mussolini, né accettarne da lui.”

Crediamo che da questa pagina emerga la differenza fra uno statista e un politicante. Era il 1936, divampava la guerra civile spagnola e la Francia e l’Italia erano schierate su due versanti opposti. Eppure, Mussolini non esitò a ragionare da statista, pensoso non solo del bene del proprio Paese, ma dell’Europa; tentò ripetuti approcci, anche dopo quelli qui sopra citati, e anche a livello ufficiale, tramite l’ambasciatore Cerruti; ma non ci fu niente da fare. Léon Blum si regolò, in tutto e per tutto, da politicante: si preoccupò dei suoi elettori, del suo partito, del suo governo, anche a discapito del bene, non diciamo dell’Europa, ma della Francia stessa. Quando affermò di capire perfettamente tutta la gravitò delle proposte del Duce, di misurare tutti i rischi che la situazione comportava e quando ammise che, forse, dopotutto, l’interesse della Francia consisteva nell’intendesi con Mussolini per evitare il peggio, ma poi concludeva di non poter fare proposte politiche a Mussolini, né di poterle accettare da lui, in quanto capo del Partito Socialista francese e del Fronte Popolare, mostrava di essere solo un piccolo, meschino, velleitario, ammuffito politicante. È come se avesse detto: Vedo perfettamente qual è l’interesse della Francia e dell’Europa, ma non me ne curo; a me interessa solo di conservare intatta la mia purezza ideologica, di non abbassarmi a trattare con un avversario politico e di non deludere i miei elettori e i sostenitori del mio governo. Di Mussolini si può pensare quel che si vuole; chi è di convinzioni democratiche e antifasciste, ne penserà tutto il male possibile: è legittimo; tuttavia, se si è intellettualmente onesti, si dovrà ammettere che, in quella situazione, in cui la posta in gioco era la pace o la guerra mondiale – egli seppe pensare e agire da statista, e l’altro no. La cosa che dovrebbe far più riflettere è che Mussolini era un dittatore che aveva soppresso la libertà politica in Italia, mentre Blum era un governante democratico, il quale rappresentava le libere istituzioni. Dunque, a questo punto, bisogna convenire che c’è qualcosa che non quadra in ciò che ci raccontano, da settant’anni, i campioni della cultura dominante (democratica, appunto), i “liberi” intellettuali, tutti debitamente democratici e progressisti, e i libri di testo, che servono a indottrinare le giovani generazioni. Non ci hanno sempre raccontato, costoro, che il dittatore Mussolini precipitò il Paese nella sciagura della guerra quasi a cuor leggero, per cinico calcolo personale, mentre gli altri facevan di tutto per scongiurarla?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 15 Luglio 2017

Del 01 Ottobre 2020

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