venerdì, 17 Settembre 2021
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“Mostri” a quattro e a due zampe

Jérôme Carcopino è stato uno dei maggiori storici di Roma antica in lingua francese la sua fama di studioso a livello europeo gli assicurò una autorevolezza che neanche la sua collaborazione a Vichy riuscì ad intaccare di Francesco Lamendola  

Jérôme Carcopino (1881-1970) è stato uno dei maggiori storici di Roma antica in lingua francese; la sua fama di studioso, consolidatasi a livello europeo, gli assicurò una autorevolezza che neanche la vicenda della sua collaborazione al governo di Vichy – che ad altri diplomatici ed alcuni intellettuali costò carissima, dopo la Liberazione – riuscì ad intaccare minimamente.

Fra le sue opere, una di quelle che hanno goduto di maggiore rinomanza, non solo in Francia, ma anche all’estero, è sicuramente «La vita quotidiana a Roma all’apogeo dell’Impero» (titolo originale: «La vie quotidienne à Rome à l’apogée de l’Empire», Paris, Librairie Hachette, 1931; traduzione dal francese di Eva Omodeo Zona, Bari, Laterza, 1941, 1982, pp. 264-279 passim), dalla quale ci piace riportare alcuni passaggi relativi ai sanguinosi giochi del circo, sia relativi alle bestie feroci (venationes) sia ai combattimenti gladiatorî (munera):

«Penetrando nelle arene dopo quasi duemila anni di cristianesimo, abbiamo veramente l’impressione di discendere nell’inferno dell’antichità. Per l’onore dei romani noi vorremmo strappare dal libro della loro storia questo foglio in cui restò intorbidata – macchiata da sangue indelebile – l’immagine di quella civiltà di cui essi han creato le voci significative e propagata la vivente realtà. Condannare tutto questo non ci basta: non arriviamo nemmeno a comprendere l’aberrazione nella quale cadde questo popolo quando trasformò il “munus”, questo sacrificio umano, in una festa celebrata gioiosamente dall’intera cittadinanza, e quando tra tutti i piaceri che gli venivano offerti esso preferì lo scannamento di uomini, armati solo per uccidere ed essere uccisi alla sua presenza.[…]

C’erano poi [le “venationes”] emozionanti, abbellite da una scenografia di foresta e nobilitate dal coraggio e dall’agilità dei gladiatori. Certo, essi rischiavano la vita in questa lotta contro i tori, gli orsi, le pantere, i leoni, i leopardi e le tigri; ma, spesso accompagnati da una muta di cani scozzesi, sempre armati di tizzoni ardenti e di spiedi da caccia, d’archi, di lance e di pugnali, correvano soltanto i rischi cui lo stesso imperatore – Adriano per esempio – si esponeva nella piccola guerra che era la caccia di allora. Essi però si facevano un punto d’onore di raddoppiare il pericolo con la loro audacia,  quando, invece di usare le armi, ammazzavano un orso a pugni, o accecavano un leone coprendogli il capo con un mantello; oppure di provocare le belve, quando, per esempio,- con il gesto che ripeteranno i “toreador” spagnoli – ,eccitavano i tori agitando delle stoffe rosse; o ancora di protrarre il combattimento eludendo le fiere con l’agilità delle loro finte e l’astuzia dei loro stratagemmi, quando, per sfuggire all’assalto di una belva, scalavano un muro, o saltavano con la pertica, o si cacciavano in certi cunicoli (“cochleae”) preparati in anticipo nell’arena, oppure si insinuavano in fretta in un paniere sferico fornito di aculei che dava loro l’aspetto salutare di un riccio (“ericius”). Questa “venatio” di cui la generosità del principe gratificava ordinariamente il popolo nel pomeriggio, alla fine dei “munera” dei quali costituiva il coronamento, era un’immagine appena delle dure realtà della caccia antica; e non sapremmo rinfacciare all’anfiteatri queste corride raffinate e emozionante, cui qualche volta partecipava anche, come a grandi manovre, la cavalleria del pretorio. Quello che in esse ci offende è la quantità di vittime, quel bagno di sangue in cui le bestie venivano immerse a mucchi: 5.000 in un solo giorno nei “munera” con i quali Tito, nell’80, inaugurò il Colosseo; 2.246 e 2.243 in due “munera” di Traiano. Ma queste carneficine, la cui smisuratezza ci disgusta, e che alla fine del III secolo darà la nausea agli stessi romani, rispondevano a una necessità. Grazie a queste uccisioni i Cesari liberarono i loro stati dal terrore dei mostri, tanto che nel IV secolo l’ippopotamo era scacciato dalla Nubia, il leone della Mesopotamia, la tigre dal territorio degli ircani, e l’elefante era sparito dall’Africa del Nord. Con le “venationes” dell’anfiteatro, l’impero romano estese al mondo civile i benefici delle fatiche d’Ercole. […]

Quelle migliaia di romani che per giorni e giorni, e ogni volta dalla mattina alla sera, trovavano il loro piacere in immolazioni crudeli, e che davanti alla morte da loro inflitta, senza mai affrontarla essi medesimi, non avevano una sola lacrima per chi con il suo sacrificio moltiplicava le loro poste, non appresero in tai spettacoli vergognosi che un degradante disprezzo della dignità e della vita umana. E poi, quante volte questi pretesi combattimenti dissimularono sordidi assassinii e spietate esecuzioni? In primo luogo c’è da dire che perfino nei municipi si conservò sino alla fine del III secolo l’abitudine dei “munera sine missione”, cioè dei combattimenti di gladiatori dai quali nessuno doveva scampare. Non appena uno dei duellanti era caduto, subito un sostituto, “tertiarius” o “suppositicius”, veniva opposto al vincitore e così di seguito fino allo sterminio totale. Poi, nei lunghi spettacoli che a Roma occupavano l’intera giornata, c’erano momenti in cui il programma normale si arricchiva di atrocità eccezionali: la “venatio” del mattino e la “hoplomachia” del mezzogiorno in cui la morte era inevitabile e l’abilità inutile. I “gladiatores meridiani” si reclutavano esclusivamente tra ladri, assassini, incendiari ai quai i loro delitti avevano procurato il castigo di morire nell’anfiteatro: “noxii ad gladium ludi damnati”. Il loro conto veniva regolato nella pausa di mezzogiorno. Seneca ci ha descritto questa ignominia. Il miserevole drappello veniva spinto nell’arena:; veniva distaccata una prima copia composta di un uomo in armi e di un uomo vestito semplicemente di una tunica; il primo doveva uccidere il secondo, e lo uccideva a colpo sicuro. Dopo di che veniva disarmato e contrapposto a un nuovo venuto armato fino ai denti. Il macello continuava inesorabile fino a che l’ultima testa della mandria non era rotolata nella sabbia. Il massacro del mattino era ancora più orrendo. Quando Augusto innalzò sul Foro per il bandito Seluro una gogna sulla quale furono sguinzagliate pantere e leopardi affamati, inventò, forse senza volerlo, quel supplizio spettacolare, che divenne poi generale. All’alba, delinquenti dei due sessi e di tutte le età, che il giudice in ragione della loro vera o supposta scelleratezza e dell’umiltà della loro condizione, aveva votati “ad bestias”, erano trascinati nell’arena, sulla quale salivano dal sottosuolo le bestie cui essi erano destinati. Questa “venatio”, cui ci fanno assistere un bassorilievo di Oxford, una terracotta d’Africa, un mosaico di Tripolitania, non esigeva “venatoreas”, cacciatori, ma “bestiarii”, preda gettata senza difesa alle bestie feroci. È il genere di tortura reso celebre dall’eroismo della vergine Blandina nell’anfiteatro di Lione, da Perpetua e da Felicita nell’anfiteatro di Cartagine, e nell’Urbe da tanti cristiani santificati dalla Chiesa o rimasti anonimi. A ricordo di questi martiri, oggi, una croce leva, in mezzo al Colosseo, la sua silenziosa protesta contro la barbarie cui hanno soggiaciuto i suoi fedeli, e noi oggi non possiamo fissare quell’emblema senza esser colti da un brivido d’orrore per le ombre invisibili che aleggiano intorno. Invano si ricorderebbe, ad attenuante, che per la “venatio” si sceglieva la mattina, quando l’anfiteatro iniziava appena a riempirsi, e che l’ora assegnata ai “gladiatores meridiani” era il mezzogiorno, quando l’anfiteatro era vuoto per tre quarti (“dum vacabat arena”), perché i lavoratori non avevano avuto ancora il tempo di prender posto, e gli oziosi avevano già lasciato per andare a casa a prendere un boccone. Se questi orari testimoniano una specie di pudore e rivelano nei romani quasi un rammarico di aver dovuto organizzare queste visioni da incubo, tra loro c’erano anche troppi amatori che per nulla al mondo di sarebbero privati di uno spettacolo che ci indigna e di cui essi si dilettavano. E piuttosto che perderne una parte, preferivano, come l’imperatore Claudio, assoggettarsi ad arrivare all’anfiteatro prima dell’alba, e rinunciare alla colazione di mezzogiorno. Malgrado tutte le difese che se ne possono tentare, il popolo romano rimane colpevole di aver tratto pubblico divertimento dalle sue esecuzioni capitali, e di aver a tale scopo trasformato troppo spesso, la mattina, il Colosseo in un allucinante giardino di supplizi ,e, a mezzogiorno, in un macello di carne umana.»

Il lettore non avrà mancato di osservare la diversità di atteggiamento mostrata da Carcopino nel descrivere, e soprattutto nel giudicare, gli spettacoli nei quali venivano uccise, in grandissime quantità, le bestie feroci esotiche, e quelli che avevano per protagonisti i gladiatori: per le prime, definite stragi di “mostri”, egli avanza la sola riserva della quantità forse eccessiva e tale da nauseare, alla lunga, il pubblico, ma, nel complesso, le giudica utilissime, in quanto sgombrarono l’Africa e l’Asia anteriore dall’esistenza di leoni, elefanti, ippopotami e tigri e liberarono quelle popolazioni dalla loro incomoda presenza; alle seconde riserva tutta la sua deplorazione morale e tutto il suo accorato rimprovero, non riuscendo a capacitarsi di come un popolo così grande e civile, come il Romano, abbia potuto abbandonarsi a simili orrendi eccessi.

Siamo perfettamente d’accordo con il Carcopino quando definisce gli spettacoli del circo una delle pagine più brutte della storia romana; una pagina che vorremmo strappare, se fosse possibile; o meglio – visto che la storia richiede di essere compresa, più che giudicata – una pagina che vorrebbero strappare quei filologi classici i quali, a furia di sprofondarsi nello studio ammirato della civiltà greca e romana, vorrebbero poterla adorare senza trovarvi alcuna macchia, e sono invece infastiditi da bazzecole come la schiavitù, le guerre di sterminio o come, appunto, quei massacri legalizzati di esseri umani, e trasformati in spettacolari orge di sadismo, già deplorati da uomini come Seneca, che si svolgevano per il godimento della folla.

Non siamo affatto d’accordo, invece quando lo storico francese sostiene che la distruzione della fauna selvatica di vastissime regioni del mondo antico si debba ascrivere a merito degli imperatori romani; e che, sterminando i grandi mammiferi africani ed asiatici, essi abbiano ben meritato dai popoli e dalle province che governavano, liberandoli da un tremendo flagello. L’uomo antico (e anche quello medievale) ha sempre convissuto con i grandi animali, compresi quelli cosiddetti feroci: anche in Europa. Non dimentichiamo che, ancora al tempo di Alessandro Magno, il leone scorrazzava per la Grecia e che i guerrieri macedoni lo affrontavano praticamente ad armi pari, armati soltanto di spada e mantello, senza neppure indossare la corazza, e addirittura a corpo nudo. (cfr. il nostro articolo: «Quando lupi, orsi e gazzelle scorrazzavano per i boschi dell’isola di Eubea», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 04/09/2012). Tale convivenza fra esseri umani e belve, è chiaro, presentava anche i suoi lati negativi, in termini di sicurezza per gli uomini e le loro greggi; però, nel complesso, era accettata come cosa perfettamente naturale, più o meno come la presenza della tigre nell’India odierna (cfr. il nostro precedente articolo: «Quando le “mangiatrici d’uomini” pongono il concreto dilemma: l’uomo o la tigre?», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 19/03/2008).

È soltanto la civiltà moderna che ha introdotto un nuovo modo di vedere: secondo il quale l’uomo soltanto ha pieno diritto di cittadinanza sul pianeta Terra, mentre la sopravvivenza di tutte le altre specie viventi è sottoposta al suo insindacabile giudizio: quelle economicamente utili possono venire cacciate fino all’estinzione (come il bisonte del Nord America) e quelle considerate nocive, perseguitate senza pietà (come il lupo o l’orso in Europa). Laddove, poi, il regno dell’uomo finisce, e, nelle vastità dei mari, subentra il regno dello squalo, contro quest’ultimo è lecito condurre una guerra senza quartiere, mirante alla distruzione totale: si tratta di infliggere una punizione esemplare ad una specie animale che non pare disposta a riconoscere la supremazia dell’uomo e che si permette di aggredirlo come se egli fosse una qualsiasi preda inerme, mentre nuota o si dedica agli sport acquatici, e non il signore e padrone dell’universo mondo (cfr. il nostro articolo: «Dalla parte dello squalo», pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 26/08/2011).

Ad ogni modo, il fatto che alcune specie di animali di grossa taglia siano state distrutte, fin dall’antichità, unicamente per ragioni di svago e divertimento da parte dei sovrani o a scopo di pubblici spettacoli (come avvenne per le cacce al leone da parte dei sovrani assiri, o per le gigantesche battute di animali destinati agli spettacoli romani del circo,secondo quanto vediamo illustrato nei mosaici della villa di Piazza Armerina, in Sicilia), ci sembra una delle grandi manifestazioni della follia umana ed è tristemente significativo che un uomo di cultura, uno storico e un archeologo di valore, come il Carcopino, si abbandoni a giudizi così poco equilibrati, dai quali traspare una visione brutalmente utilitaristica del rapporto fra uomo e natura.

Come dicevamo, sovente il filologo classico è un signore che, a forza di studiar di greco e di latino, finisce, come il buon vecchio Carducci, per crearsi una sorta di religione neopagana in formato personale: espungendo gli aspetti sgradevoli o vergognosi della civiltà greco-romana e focalizzando lo sguardo esclusivamente sugli aspetti ammirevoli, come l’arte, il pensiero, il diritto, egli ama abbandonarsi al sogno voluttuoso di un mondo bello, armonioso, non ancora “guastato” dal senso cristiano del peccato; una civiltà nella quale la bellezza, la proporzione, la naturalezza delle cose create dall’uomo, a cominciare dalla poesia, suggerisce l’illusione di un Paradiso ritrovato, un Paradiso pagano, beninteso, senza fastidiosi richiami al senso del limite o alla trascendenza, che inevitabilmente incrinerebbero la serenità e la fiducia dell’uomo in se stesso, quale artefice del proprio destino e misura del proprio vivere sulla terra.

Però questi signori innamorati di una Roma antica di maniera, di una classicità idealizzata e selezionata secondo le esigenze del loro esigentissimo palato (che sono, piaccia o non piaccia, sostanzialmente un prodotto della civiltà cristiana successiva: ossia di questi 2.000 anni di storia, illuminismo compreso, che non si potrebbero nemmeno immaginare senza il cristianesimo e la sua influenza spirituale), della classicità sembrano avere assorbito almeno una cosa alquanto discutibile: l’antropocentrismo, che è poi lo stesso segno caratteristico della civiltà moderna (mentre il tanto deprecato Medioevo, su questo punto, ci andava coi piedi di piombo, essendo il creato opera di Dio e non un giocattolo nelle mani esclusive dell’uomo).

Carcopino, come storico, si abbandona fin troppo spesso a giudizi e deplorazioni morali che si sovrappongono alla serena, distaccata ricostruzione dei fatti. D’altra parte, è vero che le stragi di esseri umani perpetrate nel circo, allo scopo principale di divertire il popolino (altrimenti, sarebbe bastato sopprimere i condannati in un luogo appartato, senza tanto sfoggio spettacolare), sono state qualcosa di talmente enorme, di talmente abietto, che è impossibile non riconoscere in esse il segno di una vera e propria degenerazione morale, meritevole di tutta la nostra attenzione e di tutta la nostra pensosa, sofferta riflessione.

Tuttavia, non possiamo fare a meno di notare lo strabismo morale di Carcopino: se si scandalizza e si indigna per gli eccidi dei gladiatori e degli altri condannati, non fa una piega per le stragi degli animali e, anzi, finisce per lodare gl’imperatori, i quali, così facendo, sbarazzarono immense regioni dalla loro fauna “importuna”. Non pretendiamo di trovare, in uno studioso come il Carcopino – vissuto quando ancora i temi ecologici e animalisti non erano di moda – una sensibilità simile a quella che un uomo dei nostri giorni tende a maturare, se non sotto il profilo morale, quanto meno sotto quello naturalistico (ogni estinzione di una specie vivente rappresenta un danno irreparabile per la bio-diversità del pianeta e, in ultima analisi, anche per l’uomo stesso); non ci aspetteremmo, però, che un intellettuale della metà del Novecento arrivi al punto di applaudire lo sterminio dei grandi animali.

Insomma, da tutto questo discorso ci pare si possa trarre una conclusione: che esistono due tipi di “mostri”: quelli a quattro zampe, come i grossi ippopotami del Nilo e le tigri del Mar Caspio, che una ispirata e saggia strategia politica indusse gli imperatori romani a eliminare (unendo, con gli spettacoli circensi nei quali venivano massacrati, l’utile e il dilettevole); e quelli a due zampe, sapienti e intelligenti, che si dedicano agli scavi archeologici e che sanno di greco e di latino, ma che non hanno acquisito neppure quel minimo di saggezza da capire dove finiscono i “diritti” dell’uomo e dove incomincia il delitto contro la creazione.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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