giovedì, 23 Settembre 2021
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Scozia, 1719: l’ultima battaglia combattuta su suolo inglese da un esercito invasore

1719 L’ultima battaglia combattuta su suolo inglese da un esercito invasore, effettuato dalla marina e dall’esercito spagnolo nel 1719 nel pieno delle guerre giacobite ha qualcosa di donchisciottesco e fantastico d’irreale di Francesco Lamendola 

Il tentativo di invadere le Isole Britanniche a partire da una remota isola della Scozia, effettuato dalla marina e dall’esercito spagnolo nel 1719, nel pieno delle guerre giacobite, ha qualcosa di donchisciottesco e di fantastico, quasi d’irreale: di fatto, tra la sconfitta dell’Invincibile Armata di Filippo II nel 1588, e la mai attuata Operazione Leone Marino da parte della Wehrmacht germanica, nel 1940-41, è stata (a parte la campagna culminata nella battaglia del Boyne ed un timido, irresoluto sbarco dei Francesi in Irlanda, durante la rivolta dell’isola nel 1798) l’ultimo serio tentativo di invasione dell’arcipelago, dopo lo sbarco normanno del 1066.

Prima di narrare questa pagina poco conosciuta della storia britannica, riassumiamo brevemente il contesto nella quale essa era venuta maturando.

L’11 dicembre 1688, come è noto, il Parlamento inglese dichiara decaduto dal trono il re Giacomo II Stuart, cattolico e fratello del defunto Carlo II – che aveva sposato in seconde nozze la bella principessa cattolica italiana Maria d’Este -, con l’accusa di voler restaurare tanto l’assolutismo, quanto il cattolicesimo (il Parlamento scozzese seguirà questa decisione l’11 aprile 1689): accuse, entrambe, tutte da verificare, per non dire piuttosto inconsistenti. Tanto è vero che il Parlamento di Londra non proclama, quale suo successore, il figlio di lui, Giacomo Francesco Edoardo, come dovrebbe fare se realmente si trattasse di una rivolta dettata da legittima diffidenza politica nei confronti di Giacomo II: anche costui, infatti, è cattolico come il padre; al suo posto, viene proclamata nuova sovrana la figlia di Giacomo II, Maria II, protestante, che aveva sposato un suo cugino: lo Statolder (“luogotenente”) delle Province Unite, protestante lui pure, Guglielmo d’Orange, che assumerà la corona, congiuntamente alla moglie, con il nome di Guglielmo III d’Inghilterra. L’obiettivo, dunque, è tanto quello di scongiurare l’insediamento sul trono di un sovrano cattolico, chiunque egli sia (l’erede naturale, Giacomo Francesco Edoardo, è un bambino di appena pochi mesi, essendo nato il 10 giugno 1688: ed è questa la sua vera “colpa”, la nascita da un sovrano cattolico, che si pensava sarebbe morto senza avere altri eredi, e che avrebbe lasciato il trono alla figlia protestante), quanto quello di trasformare la monarchia, ancora formalmente “assoluta”, in monarchia costituzionale. Cosa, quest’ultima, che avverrà puntualmente, con l’approvazione del Bill of Rights, nel 1689. A partire da quel  momento, nessun sovrano inglese potrà più essere, per legge, di religione cattolica, e nessuno potrà più pensare seriamente di governare senza convocare il Parlamento, o in contrasto con la volontà del Parlamento.

In particolare, il Bill of Rights (letteralmente: “progetto di legge sui diritti”) stabiliva che il Parlamento godeva della libertà di parola; che il re non poteva imporre tributi o abolire leggi senza l’approvazione del Parlamento; che questo godeva di libere elezioni; che il re non poteva mantenere un esercito fisso, in tempo di pace, senza l’approvazione del Parlamento; che il Parlamento stesso doveva essere convocato con frequenza regolare; che nessun sovrano poteva essere di religione cattolica; che nessun suddito poteva essere perseguitato per motivi religiosi. Piccolo dettaglio, a proposito di quest’ultimo punto: i cattolici, e solo i cattolici (non i protestanti delle Chiese riformate diverse dalla Chiesa anglicana), non potevano riunirsi per le loro cerimonie religiose, e nemmeno per pregare. La proibizione della successione ad un sovrano di religione cattolica sarebbe poi stata ribadita, e definitivamente formalizzata, mediante l’Act of Settlement (“Atto di disposizione”), emanato nel 1701.

Maria II morì nel 1694, suo marito Guglielmo III regnò da solo fino alla morte, avvenuta nel 1702; gli successe al trono la sorella minore di Maria, Anna. Intanto, fin dal 1702 il Parlamento aveva stabilito che, in caso di estinzione della dinastia iniziata da Guglielmo e Maria, il trono inglese sarebbe andato ad una cugina tedesca, Sofia di Hannover. Dopo aver sposato il principe Giorgio di Danimarca, Anna morì nel 1714, quando Sofia era già deceduta da circa due mesi: la corona passò così automaticamente al figlio di quest’ultima, Giorgio I, elettore di Hannover (e secondo cugino di Anna). Ed è questa la dinastia che ha regnato in Gran Bretagna, da Giorgio I (salito al trono nel 1714, senza conoscere neppure una parola della lingua dei suoi sudditi) a Vittoria (morta nel 1901); ad essa succederà quella di Sassonia-Coburgo-Gotha (a partire dal 1901), con il figlio di Vittoria, Edoardo VII), che regna tuttora nella persona di Elisabetta II, con la sola modifica del nome: perché nel 1917, in piena Prima guerra mondiale e tenendo conto degli umori anti-tedeschi dell’opinione pubblica, Giorgio V volle cambiare il nome tedesco della dinastia in quello inglese di Windsor. Frattanto, nel 1707, il Parlamento scozzese, dopo aver subito svariate e pesantissime pressioni da parte di quello inglese, si era deciso ad approvare l’Atto di Unione fra i due regni, atto che segnò ufficialmente la nascita della Gran Bretagna (mentre l’Irlanda restava, anche se solo formalmente, un regno a sé stante).

Gli Stuart, nel frattempo, avevano vissuto in esilio, ma senza avere rinunciato ufficialmente ai loro diritti al trono d’Inghilterra, Scozia e Irlanda. Nel 1689 Giacomo II, che nel dicembre precedente era fuggito in Francia, sbarcò in Irlanda, ma venne disfatto nella battaglia del Boyne (cfr. i nostri precedenti articoli: «è stata proprio così gloriosa, la “Glorious Revolution” inglese del 1688?», e «Ma quanta ipocrisia negli storici inglesi sulla battaglia del Boyne e la questione irlandese», pubblicati sul sito di Arianna Editrice, rispettivamente in data 25/10/2011 e 31/01/ 2012). Tornato al suo esilio in Francia, Giacomo aveva rifiutato l’offerta di salire al trono di Polonia, da parte di Luigi XIV, per il timore di precludersi, con ciò, la possibilità di recuperare la corona inglese, ma alienandosi le simpatie del re francese; ed era morto nel 1701, per una emorragia cerebrale, dopo essersi imposto un regime di vita estremamente austero e devoto, tale da conferirgli quasi la fama di santità.  Aveva avuto parecchi figli dai suoi due matrimoni, di entrambi i sessi (il primo, con Anna Hyde, figlia del duca di Clarendon), ma erano morti tutti in tenera età, ad eccezione di quattro: oltre alle due figlie che lo tradirono, e salirono al trono dopo la sua deposizione, Maria e Anna, e oltre al Vecchio pretendente, un’altra femmina, Luisa Maria Teresa, nata nel 1792 e che sarebbe morta, diciannovenne, a causa di un’epidemia di vaiolo.

La causa degli Stuart era adesso affidata al figlio maggiore del defunto, Giacomo Francesco Edoardo, detto il Vecchio Pretendente, che diede inizio ai tentativi di ritorno in patria, con la forza delle armi, passati alla storia con il nome di guerre giacobite, che dureranno fino al 1746. Nel 1702, come si è detto, era venuto a morte Guglielmo III, e ciò riaccese le speranze del partito legittimista degli Stuart, detto appunto giacobita; speranze frustrate nel 1714, alla morte della regina Anna, dalla decisione del Parlamento di offrire la corona a Giorgio I di Hannover – il sovrano che non sapeva parlare l’inglese e che rimase in tale incredibile ignoranza della lingua per i primi anni del suo regno -, pur di sbarrare la strada a qualunque ipotesi di ritorno degli Stuart, che ormai da ventisei anni vivevano in esilio.

Le campagne principali delle Guerre giacobite, oltre ad alcune insurrezioni scozzesi di minore rilievo, furono tre: le prime due sotto la guida del Vecchio pretendente, che i suoi seguaci chiamavano Giacomo III d’Inghilterra, rispettivamente nel 1715 e nel 1719; la terza, che fu anche la più importante e che parve arrivare vicina al successo, condotta dal figlio di lui, Carlo Edoardo Stuart, detto il Giovane pretendente, culminata nella sfortunata battaglia di Culloden, presso Inverness, che infranse per sempre le speranze di una restaurazione degli Stuart. Per la cronaca, ricordiamo che la moglie di Carlo Edoardo, Luisa Stolberg-Gedern, si separò a un certo punto dal marito (del quale era più giovane di trentadue anni), che da Roma si era spostato a Firenze, per andare a convivere con il poeta Vittorio Alfieri.

La prima campagna giacobita del Vecchio pretendente (dopo un fallimentare tentativo di sbarco, con l’aiuto della flotta francese, nel 1701, subito dopo la morte del padre) fece perno sulla insurrezione scoppiata in Scozia contro Giorgio I, alla quale aderirono diversi capi dei clan scozzesi, e soprattutto John Erskine, conte di Mar, un ex esponente del partito Tory che aveva servito sotto la regina Anna e aveva svolto un ruolo importante nell’Atto di Unione del 1707, ottenendo la carica di segretario di Stato per la Scozia, ma che, alla morte della regina, aveva  temuto di essere escluso dal gioco, allorché tutte le posizioni chiave vennero assegnate ai seguaci della fazione hannoveriana. Nell’agosto del 1715 Giacomo III, sbarcato in Scozia, e il conte de Mar, giocarono il tutto per tutto, ma vennero sconfitti nella battaglia di Preston (combattuta fra il 9 e il 14 novembre per le vie della città: l’ultima combattuta in una città inglese) e dovettero fuggire, riparando in Francia, mentre i capi scozzesi vennero giustiziati; due anni dopo, una amnistia rimise in libertà i giacobiti che si trovavano ancora in prigione.

Il successivo tentativo del Vecchio pretendente giocò su due fattori favorevoli: il malcontento tuttora esistente in Scozia, che era stata duramente punita per il suo appoggio alla causa giacobita, e la nuova situazione politica internazionale determinatasi dopo la conclusione della Guerra di successione spagnola. Se a Giacomo III era venuto a mancare il sostegno della Francia (il 1° settembre era venuto a morte il Re Sole, Luigi XIV, e il suo successore, il suo pronipote Luigi XV, era un bambino di appena cinque anni, per cui la reggenza era tenuta dal duca Filippo di Orléans), egli si trovò un nuovo patrocinatore nel primo ministro del re Filippo V di Borbone, il piacentino Giulio Alberoni, che, volendo ridare alla Spagna il rango di grande potenza, volle per prima cosa recuperare le isole di Sicilia e Sardegna, mediante le quali rafforzare la presenza spagnola nel Mediterraneo, e, nello stesso tempo, gettare le basi per un ritorno della sua egemonia nella Penisola italiana, estromettendone gli Asburgo d’Austria, da lui odiati. Ciò fece scoppiare, nel 1717, la Guerra della Quadruplice alleanza (1717-1720), che vide riuniti contro la Spagna il Sacro Romano Impero germanico, la Francia, la Gran Bretagna e i Paesi Bassi – più, formalmente, il duca di Savoia, Amedeo II, divenuto re di Sicilia, ma per un breve periodo, col Trattato di Utrecht del 1713, e che poi, col Trattato dell’Aia del 1720, dovette acconsentire allo scambio con la ben più povera isola di Sardegna, mantenendo però il titolo regale.

Sarebbe troppo lungo, e non è questa la sede adatta per farlo, narrare dettagliatamente le complesse e alterne vicende di quel conflitto: basti dire che, alla sua conclusione (sancita, appunto, con il Trattato dell’Aia), Filippo V dovette sgomberare tutti i territori occupati nel corso di essa e accontentarsi della promessa che suo figlio, Carlo di Borbone, nato dal matrimonio con Elisabetta Farnese, avrebbe ricevuto il ducato di Parma e Piacenza e il Granducato di Toscana, quando si fossero estinte le dinastie ivi regnanti, rispettivamente i Farnese ed i Medici. In conclusione, fu una sconfitta sostanziale per la Spagna, anche se i suoi sforzi per recuperare un ruolo europeo e mondiale non furono del tutto vani: Carlo III diverrà realmente duca di Parma e Piacenza e, più tardi, in seguito alla Guerra di successione polacca, re di Napoli e di Sicilia.

L’insuccesso nella Guerra della Quadruplice alleanza fu dovuto essenzialmente alla schiacciante superiorità della flotta britannica, ormai padrona del Mediterraneo, la quale, nella battaglia navale di Capo Passero (11 agosto 1718), spazzò via la flotta spagnola, ricostruita con tanta pazienza e con grandi spese dal cardinale Alberoni – cinquanta navi di linea, nuove di zecca, che erano state varate ufficialmente per la lotta contro la minaccia ottomana, ma che dovevamo servire, in realtà, al disegno egemonico della Spagna in Italia. Private del sostegno della flotta, le truppe spagnole sbarcate in Sicilia e in Sardegna si trovarono isolate ed esposte alla graduale riconquista da parte degli Austriaci, liberi, dopo la pace di Passarowitz del 1718, dall’impegno sul fronte balcanico contro i Turchi. Dell’esito infelice della guerra venne ritenuto responsabile  l’Alberoni (già creato cardinale nel 1717, su pressione di Filippo V, da papa Clemente XI), che venne licenziato bruscamente e che, il 5 dicembre 1719, ricevette l’ordine di lasciare entro due settimane la Spagna e rientrare in Italia: pessima ricompensa da parte dei due sovrani borbonici, Filippo ed Elisabetta Farnese, che egli aveva servito fedelmente, sforzandosi di modernizzare la Spagna e avviando alcune importanti riforme economiche e amministrative, che non ebbe, però, il tempo di sviluppare secondo i suoi ambiziosi progetti. Ma è pur vero che quel licenziamento si era reso necessario affinché la Spagna potesse negoziare la pace con le quattro potenze alleate.

Ci resta da vedere la più audace, la più fantasiosa, la più azzardata delle mosse strategiche tentate da Giulio Alberoni per imprimere un andamento favorevole alla guerra: la spedizione contro la Gran Bretagna, che, proprio a causa delle recenti agitazioni scozzesi e dei diritti al trono d’Inghilterra vantati da Giacomo III Stuart, gli sembrò, a torto o a ragione – probabilmente a torto, come i fatti poi mostrarono – l’anello debole della Quadruplice alleanza. Il Vecchio pretendente, rimasto privo, come si è visto, del tradizionale appoggio francese, si mise in contatto con il cardinale Alberoni per chiedere l’appoggio spagnolo ad un suo nuovo tentativo di sbarco in Scozia, mirante a recuperare il trono sia di quel Paese, sia dell’Inghilterra, ormai unite politicamente e non solo per via dinastica; prospettiva che piacque al primo ministro italiano di Filippo V, tanto più che avrebbe coinciso con la restaurazione di una dinastia cattolica in Gran Bretagna, modificando tutto l’assetto politico-religioso dell’Europa a favore delle potenze cattoliche.

Fu così che Alberoni aderì alla proposta di Giacomo III e, mentre i clan delle Highland insorgevano ancora una volta, mentre il Vecchio pretendente, che si era stabilito dapprima a Urbino, indi a Roma,  sognò di poter sbarcare nuovamente in terra scozzese, con l’aiuto di una flotta spagnola che il 6 marzo 1719 aveva salpato le ancore dal porto di Cadice con circa 5.000 uomini, ma era stata poi costretta e rientrare alla base, a causa delle avverse condizioni del mare e della vigilanza delle forze di Giorgio I di Hannover. Un secondo tentativo venne preparato in aprile, questa volta partendo dal porto di La Coruña, e imbarcando un contingente di 300 soldati destinati ad affiancare le truppe scozzesi. Come obiettivo della spedizione – l’ultima che avrebbe visto lo sbarco di truppe nemiche sul suolo delle Isole Britanniche – era stata individuata la piccola isola di Eilean Donan (“isola di Donan”), situata sulle coste occidentali scozzesi, presso l’isola di Skye, posta al centro di tre specchi d’acqua che formano il Loch Duich, e collegata alla terraferma mediante un ponte percorribile solo a piedi.

Così narra quell’avventurosa vicenda Duncan Macpherson nella sua monografia «Gateway to Skye» (Strling, Eneas Mackay, 1946, 1948, pp. 25-29; nessuna traduzione italiana), che si rifà, a sua volta, alle ricerche di Dixon, uno studioso della Società Storica Scozzese:

«James Butler, an Irishman, second Duke of Ormonde, planned, with the assistance of Spanish forces, to invade Great Britain and set King James VIII on the throne. […]

The main expedition, consisting of five ships of war with twenty-two transports carrying five thousand troops with arms for thirty thousand men, st sail from Cadiz on 7th March, 1719. Three weeks later they encountered a terrific storm lasting forty-eight hours. The flagship was dismasted, the other ships crippled, and the whole fleet scattered to the four winds. A second Spanish Armada had failed. Meanwhile, on 8th March, a smaller expedition had set sail for Scotland, under command of the Earl Marischal. On the 19th March, James Keith, brother of the Earl Marischal, left Havre in a ship of twenty-five tons; and, sailing round the west coast of Ireland, arrived at Stornoway on 4th April. Here he found the earl Marischal’s frigates at anchor. On the following day Seaforth and Tullibardine arrived. Chiefs and leaders now commenced wrangling for position. Tullibardine produced his commission as Lieutenant-General, whereupon the Earl Marisdchal resigned control, while still retaining command of the ships. Althought James Keith’s ship had arrived at Stornoway on the 4th April, the actual date, according to British reckoning, was 24th Marc. Unlike Spain, which had adopted the Gregorian Calendar over a century previously, Great Britain was still using the out-of-date Julian Calendar. Thirty more years were to elapse before the  conservative British nation was to adopt the New Style […]. So it happened that, after spending eleven days in Stornoway, it was still the fourth of April when the expedition again put out to sea. They intended landing at Kintail, but owing to unfavourable winds did not reach Loch Alsh until the thirteenth, when they effected a landing. Clan Ranald and Lochiel arrived a fortnight later, but there was still no word of the Duke of Ormonde. More conferences were held. […] Tullibardine wanted to re-embark and return to Spain, but the Earl Marischal had other views. He sent his two frigates back to Spain on 30th April, while his forces took up their quarters at Eilean Donan Castle. A week later, five British ships, under the command of Captain Boyle, arrived on the coast. Three sailed through Kylerhea, and anchored at the mouth of Loch Alsh. The other two steered round the north of Skye, and anchored at Loch Kishorn. Forty-five Spaniards guarded Eilean Donan Castle in which were most of the stores and ammunition. The main body of troops was encamped at Dornie. On 10th May, Captain Boyle, with the three ships, “Worcester”, “Enterprise” and “Flamborough”, sailed up the loch. The Captain sent and officer with a flag of truce to demand the surrender of the Castle; but the Spaniards fired on the boat and did not allow it to land. At eight o’clock that evening the British ships opened fire. A storming party landed, meeting with little resistance. The Spanish garrison was taken prisoner, provisions and ammunition captured, and the Castle blown up. […] The invaders were now cut off by sea; they could not even cross to Skye. Besides, they were  short of  food and ammunition. Tullibardine  resolved to raise a Highlands  army; but unfortunately the news of the dispersion of the Cadiz fleet had now reached  the Highlands. Even the thousand troops which he eventually raised were not very enthusiastic. On the 23rd May, Jacobites and Spaniards  marched to the head of Loch Duich. A fortnight later, Lochiel came with 150 men, Seaforth brought 500 more, and a son of Rob Roy came with a few. Meanwhile General Wightman set out from Inverness with a force of 850 infantry, 120 dragoons, and 130 Highlanders. News reached  the Jacobites  that he was  marching towards Kintail. On the afternoon of 9th June, hasty preparations were mad for the reception of the Lowland forces. A position was selected near Shiel Bridge, about five miles above Invershiel, and this was hurriedly fortified. A barricade was made across the road and along the face of the hill. Seaforth was on the extreme left, up the side of Scour Ouran, with 200 of his best men. Along with him were the Earl Marischal and Brigadier Campbell. Ther main body consisted  of the Spanish regiment, now reduced to 200, under its Colonel, Don Nicolas Borano; Lochiel with 150; Sir John Mackenzie of Coul with 200 of Seaforth’s men; and smaller numbers belonging to Mackinnon, Rob Roy, Lidcott, and others. Tullibardine commanded in the centre, accompanied by Glendaruel. The hill on the south bank, the right of the position, was occupied by 150 men under Lord George Murray. The Hanoverian Army marched to the attack on the afternoon of 10th June. Between five and six in the evening they advanced against Lord George Murray, on the south of the river.  The first attack was repulsed, but after securing reinforcements  they met with some success, which, however, they were too slow-footed to follow up. Several hours of hard fighting ensued; but eventually the Jacobites were driven back. The Hanoverian Army pursued them over the shoulder of Scour Ouran, only halting as darkness fell. Near the top of the mountains is a corrie now known as the Spaniard’s Pass. Next morning the Spanish commander delivered his sword to General Wightman, and, according to report, everybody else “took the road he like best”. After his doubtful victory, Wightman proceeded to “terrify the rebels” by burning the homes of “the guilty”. The smug humbug! Anyhow, the rebellion was over.»

In definitive, quando le truppe spagnole occuparono audacemente l’antico castello che domina Eilean Donan, la situazione venne decisa, ancora una vola, dal dominio inglese del mare: furono sufficienti tre sole fregate della Royal Navy per intervenire, bombardando il castello per quattro giorni, fra il 10 e il 13 maggio 1719, e isolare completamente il minuscolo esercito d’invasione.

Agli Spagnoli non restò altro da fare che riunirsi con gli insorti scozzesi e tentare di aprirsi la strada, combattendo, attraverso le Highlands, in direzione di Londra; ed è curioso come le sorti della battaglia che, un mese dopo, si accese fra i seguaci di Giacomo III e i sudditi di re Giorgio, dalla quale dipendevano i destini della Gran Bretagna e, in un certo senso, dell’intera Europa, fosse nelle mani di così pochi uomini: un migliaio di fanti, tra Spagnoli e Scozzesi, al comando di Sir George Murray, dalla parte dei Giacobiti, e appena 850 fanti, sostenuti da 120 dragoni e quattro batterie di mortai, al comando di Joseph Wightman, dalla parte degli hannoveriani. Quella di Glen Shiel, combattuta il 10 giugno 1719, fu una battaglia in miniatura, con un modesto numero di caduti, assai meno sanguinosa di altri fatti d’armi delle guerre giacobite: caddero una ventina di uomini da parte inglese e un centinaio da pare dei loro avversari. Gli Scozzesi sopravvissuti si diedero alla fuga, mentre una gran parte veniva fatta prigioniera; agli Spagnoli, ovviamente, non restò altra possibilità che quella di arrendersi.

Il donchisciottesco tentativo era fallito, ancora una volta. A Giacomo III, che – in questa occasione – non aveva nemmeno fatto in tempo a parteciparvi, non restava altra consolazione che quella di convolare a nozze, il 3 settembre 1719, nella cappella del palazzo del vescovo di Montefiascone, presso Viterbo, con la principessa polacca Maria Clementina Sobieska, nipote di quel famoso Giovanni III Sobieski, re di Polonia, che nel 1683 aveva sconfitto i Turchi sotto le mura di Vienna, salvando l’Europa all’invasione della Mezzaluna. Da quel matrimonio sarebbero nati due figli: il principe Enrico Benedetto, secondogenito, che sarebbe diventato cardinale; e il principe Carlo Edoardo, il primogenito, nonché nuovo pretendente al trono inglese, che sarebbe passato alla storia con il nome di Bonnie Prince Charlie.

Ma era scritto nel destino che né lui, né alcun altro Stuart, sarebbero mai più riusciti a sedere nuovamente sul trono dei loro avi, in Inghilterra.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 14 Luglio 2015

Del 15 Ottobre 2020

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