domenica, 13 Giugno 2021
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Un precursore del “Comunismo anarchico”: Carlo Pisacane

Precursore del comunismo anarchico? Tutti crediamo di conoscere la figura di Carlo Pisacane presentato come tipico eroe risorgimentale generoso anche se sfortunato pure il fascismo non esitò ad arruolarlo fra i suoi precursori di Francesco Lamendola

UN  PRECURSORE  DEL  COMUNISMO ANARCHICO: CARLO  PISACANE

      Articolo pubblicato sul numero del 26 febbraio 1988, anno 68, del settimanale anarchico “Umanità Nova”, giornale fondato nel 1920 da Errico Malatesta.

      Tutti crediamo di conoscere la figura di Carlo Pisacane, che fin dai libri di testo della scuola elementare ci viene presentato come un tipico eroe risorgimentale, generoso anche se sfortunato. L’alone mazziniano, la spedizione di Sapri, la poesia di Luigi Mercantini (“eran trecento/ eran giovani e forti/ e sono morti”), la stessa biografia storica di Nello Rosselli (altro eroe sfortunato e “mazziniano”) gli hanno creato intorno un alone agiografico e semi-leggendario. Il fascismo, poi, non esitò ad “arruolarlo” fra i suoi precursori, con una operazione altrettanto cinica di quella che portò i nazisti ad appropriarsi della filosofia di Nietzsche. Ma Pisacane non è stato soltanto questo. È stato anche, e soprattutto, il precursore del comunismo anarchico in Italia.

      “La Rivoluzione si farà quando il contadino

       cambierà volontariamente la marra col fucile.”

                                                                          CARLO PISACANE

      Che la storia del Risorgimento italiano sia tutta da rifare, a cominciare dal nome, che è insopportabilmente retorico e mistificante, è cosa ben risaputa, almeno fra gli studiosi  più seri e avvertiti e nell’ambito del pensiero progressista. Lo schema di un Risorgimento divaricato in due correnti o anime principali, monarchica e liberal-moderata l’una, repubblicana e democratica l’altra, è del tutto insufficiente. La realtà è che la tendenza repubblicana era a sua volta frazionata in numerosi e, talvolta, contraddittori orientamenti: a cominciare dalla divisione fra unitari (Mazzini) e federalisti (Cattaneo, Ferrari).

      Tale eterogeneità, e quindi debolezza strutturale, era il frutto di una condizione arretrata, insufficiente, subalterna della borghesia italiana rispetto a quelle dell’Europa occidentale. Caratteristica, poi, di tutte le varie tendenze “repubblicane” era lo scarso peso assegnato, nei programmi insurrezionali, al “quarto stato”. Né Mazzini, tutto preso dalla sua “rivoluzione dei doveri”, né Garibaldi (e lo si vide a Bronte) avevano la chiara coscienza e la volontà politica di fare appello ai “cafoni”, ossia alla maggioranza miserabile, oppressa e sfruttata, pressoché analfabeta, che nell’Italia rurale di metà Ottocento costituiva il 90% della popolazione  (e non solo al Centro-Sud e nelle Isole). Perché fare appello ai “cafoni” avrebbe significato, inevitabilmente, colorire di tinte sociali, e non solamente politiche e nazionaliste, il Risorgimento; avrebbe significato rimettere sul tappeto la questione della proprietà, del latifondo, della mezzadria; in una parola, avrebbe evocato lo spettro del comunismo.

      E Mazzini, che dopo i massacri di Thiers nel 1871 ebbe solo poche parole di sprezzante condanna per i Comunardi, vittime di una repressione d’inaudita ferocia, aborriva puramente e semplicemente da tutto ciò. Né Garibaldi, pur intuendo oscuramente  la forza ascendente della rivoluzione sociale  (il socialismo come “Sole dell’avvenire”), ebbe mai una visione politica ed ecomico-sociale chiaramente orientata, al di là di un programma generico (e sostanzialmente borghese) di riscatto nazionale.

      L’unico – ripetiamo: l’unico – che nel Risorgimento italiano ebbe la lucidità di saldare insieme le correnti più avanzate del repubblicanesimo (federalismo, anticlericalismo, rivoluzione dal basso) con una visione avanzata, europea, della questione sociale (comunismo, autogestione, abolizione dello Stato e superamento della divisione in classi antagoniste), fu Carlo Pisacane.

     Da decenni è in corso una polemica, invero assai meschina, fra diverse connotazioni ideologiche della sinistra (e anche della destra), per impossessarsi retrospettivamente della sua figura gigantesca, del suo pensiero e della sua opera. Ricordo ancor oggi che il nostro professore della scuola media (un vecchio comunista ortodosso che passava per progressista solo in virtù del locale strapotere democristiano), presentandoci Pisacane, lo definì “il primo pensatore e uomo d’azione marxista nella storia d’Italia”. Caro professore, gli anni sono passati e la storia me la sono andata a ristudiare per mio conto: e ho compreso che non dicevi la verità, non so se in buona o in cattiva fede. Pisacane non era un marxista per il semplice fatto che, per lui, il comunismo e il collettivismo non erano che un mezzo, certo il più importante, per giungere alla distruzione dello Stato in quanto tale, e alla dissoluzione di ogni forma di potere e di sfruttamento da parte dell’uomo sui suoi simili. Era dunque, a tutti gli effetti e prima di Bakunin (che anzi a Napoli, verso il 1867, fu poi influenzato dal suo pensiero) non solo un libertario, ma un anarchico nel senso più letterale e specifico della parola.

      Carlo Pisacane fu un anarchico. Egli vide nel superamento dello Stato la forma economico-sociale più avanzata che si potesse dare per risolvere le contraddizioni del nostro movimento risorgimentale. Invece i marxisti, se pure all’inizio parlavano anche loro dell’abolizione finale dello Stato (collocandola, però, in un futuro così vago, da sfumare nell’escatologia) erano – e sono – fermamente convinti che l’anarchia è una forma rudimentale, arretrata, sottosviluppata della lotta di classe – se pure non priva di implicazioni reazionarie o, quantomeno, conservatrici.

      Per dirla con Renzo Del Carria (nel suo libro Proletari senza rivoluzione, Savelli, 1977, vol. 1, p. 171):

      “In Italia l’Internazionale non si afferma come ideologia marxista di una classe operaia moderna, ma, dato l’ambiente economico-sociale ancora pre-capitalista, si colora subito di eresia anarchica, cioè di socialismo piccolo-borghese. Gli intellettuali spostati e in lotta contro lo Stato, gli artigiani e la piccola borghesia estranea e avversa al governo della grossa borghesia agraria non possono costituire una alternativa al potere (non essendo ancora sorta la classe operaia, quale nuova antagonista) e nella loro  lotta contro lo stato nemico si danno una ideologia socialista utopistica  che come tale rimane sul terreno dell’ideologia borghese.”

      Tutto ciò, evidentemente, vale anche per il movimento socialista italiano subito prima della nascita dell’Internazionale. Ne consegue che anche Pisacane, per un marxista coerente e “ortodosso”, non era che un intellettuale ‘spostato’ in lotta contro lo Stato, un piccolo borghese frustrato e staccato dalle masse, un ideologo della borghesia, e sia pure inconsapevole. Questi sono gli esiti aberranti, alla Pol-Pot, della storiografia marxista, secondo la quale – come per ogni chiesa che si rispetti – chi non è con lei è contro di lei, e chi non è col P.C.I. non può che essere un reazionario o un fascista.

      La biografia di Pisacane è troppo nota perché ci soffermiamo qui a ricostruirla, e su di essa esistono molti buoni studi. Così pure, non vogliamo dilungarci a trattare organicamente del suo pensiero politico, essendo anch’esso già sufficientemente noto anche ad un vasto pubblico. Basterà solo accennare che, negli anni dell’esilio dopo la caduta della Repubblica Romana, nel 1849 (della quale era stato capo di Stato maggiore) egli subì una notevole evoluzione. Specialmente a Parigi, a contatto con le correnti più vive del nascente movimento socialista, Pisacane comprese che Mazzini aveva finito per farsi promotore di una rivoluzione puramente politica, che un domani avrebbe lasciato immutata la sostanza della questione sociale; mentre era necessario dare alla rivoluzione un forte contenuto sociale, e fare appello direttamente alle masse proletarie, se si voleva sperare di smuoverle dal loro secolare torpore. Dopo il 1855, comunque, vi fu un riavvicinamento fra lui e Mazzini, e questo per due motivi: perché, effettivamente, il vecchio maestro si stava mostrando più attivo ed “aperto”nei suoi piani insurrezionali; e perché era indispensabile, per motivi tattici, una riunificazione delle forze a sinistra, se si voleva tentare qualche impresa con speranza di successo.

      Nacque così il progetto della spedizione di Sapri, sulla quale vogliamo soffermare maggiormente la nostra attenzione, perché essa è fondamentale per la comprensione dell’uomo Pisacane, della sua ideologia (che allora pochissimi conoscevano, dato che la sua opera maggiore, i Saggi storici-politici-militari sull’Italia, sarebbe uscita postuma, nel 1858), delle sue contraddizioni e dei suoi limiti intrinseci.

      Mettiamo in chiaro, innanzitutto, che  a Sapri non sbarcò un pugno di sprovveduti e di illusi. Il piano, concertato sotto la supervisione di Mazzini, era organicamente articolato  sia sul piano strategico, che su quello logistico. Almeno sulla carta. Rosolino Pilo doveva rifornire il vapore Cagliari di armi, a mezzo di una flottiglia di barche; nell’entroterra napoletano, dei gruppi locali dovevano tenersi pronti a sostenere lo sbarco con una serie di sollevazioni simultanee, in modo da bloccare eventuali rinforzi all’esercito borbonico e aprire più fronti di lotta.

     Tutto questo non avvenne, e la responsabilità dell’insuccesso non può  essere addebitata – se non in misura indiretta e riflessa – su Pisacane. Il 25 giugno 1857 lui, il Nicotera, il Fuschini e altri 21 giovani si impadronirono del postale diretto da Genova alla Sardegna, e fecero rotta verso le coste napoletane. Le barche di Pilo non si videro all’appuntamento. Il colpo di mano sul penitenziario dell’isola di Ponza portò alla liberazione di circa 300 detenuti, fra politici e “comuni”. La notte del 28 giugno avvenne lo sbarco a Sapri, in fondo al Golfo di Policastro, al limite fra Campania e Lucania: forse l’angolo più miserrimo e più arretrato dell’intera Penisola. I gruppi locali non si mossero, perché non poterono o non osarono agire, e questo segnò l’inizio della fine.

      Rimasta isolata, la spedizione di Pisacane lasciò la costa e si inoltrò sui monti del Cilento, dove forse era ancora possibile, nel medio periodo, accendere dei fuochi di guerriglia rivoluzionaria. Invece il dramma si consumò nei giorni immediatamente successivi. A Padula, passato sulla riva destra del Tanagro (Vallo di Diano), i rivoluzionari furono attaccati una prima volta da gruppi di gendarmi e di contadini, ai quali era stato fatto credere di essere in presenza di una incursione di briganti. I superstiti ripiegarono al di là del fiume, ma a Sanza furono circondati e nuovamente assaliti da forze preponderanti.

      Anche questa volta, il grosso delle forze attaccanti era formato da gruppi di “cafoni”, quelli stessi che Pisacane voleva far insorgere contro i Borboni. Fu un massacro. Ferito e ormai in procinto di essere catturato, Pisacane evitò la vergogna del capestro sparandosi un colpo di fucile. Aveva solo trentanove anni, essendo nato a Napoli, da una famiglia dell’alta aristocrazia, nel 1818. Solo Nicotera sfuggì alla morte, fingendosi cadavere (1° luglio 1857).

      Tali i fatti. Quali le cause del fallimento, al di là – naturalmente – di quelle puramente tecnico-militari? Perché i contadini avevano fatto a pezzi, con roncole e forconi, i loro “liberatori”? Certo, quei contadini erano largamente strumentalizzabili, nella loro immensa ignoranza, dal clero; e fu il clero a svolgere una parte di primo piano nel fanatizzarli e nello scagliarli contro gli “invasori”, dei quali si disse perfino che venivano a portare un morbo sconosciuto e micidiale, oltre che a rapire le donne, saccheggiare i beni, distruggere gli altari. Tutto questo, però, non è ancora sufficiente a spiegare interamente il disastro.

      Per comprendere le ragioni ultime del tragico malinteso, bisogna scavare molto più a fondo, e riconoscere come Pisacane e i suoi compagni dovettero apparire ai “cafoni” meridionali come i portatori di una nuova e più temuta dominazione, quella dei borghesi. Essi solidarizzarono coi rappresentanti del sistema feudale, per il semplice fatto che, al paragone, lo consideravano migliore. Infatti, attraverso le corporazioni, il diritto all’uso dei pascoli, l’esenzione dal servizio militare di leva (l’esercito borbonico era formato da soldati di mestiere, in larga misura svizzeri e tedeschi), il sistema tributario tutto sommato tollerabile, e altri istituti di originre medioevale, il feudalesimo, in un certo senso, “proteggeva” i contadini da un più intenso sfruttamento, cui li avrebbe fatalmente condotti un regime borghese (come infatti accadde dopo il 1860, provocando una guerra “sociale” dei cosiddetti briganti della durata di almeno quattro anni).

       D’altra parte, Pisacane aveva mostrato di non conoscere abbastanza la loro psicologia, a giudicare dai proclami che aveva lanciato dopo lo sbarco a Sapri. In essi aveva inveito contro “la sfrenata tirannide di Ferdinando II”: ma era un linguaggio che i contadini non potevano capire, né condividere. Certo, le cose sarebbero andate diversamente se vi fosse stato il tempo di chiarire gli equivoci, permettendo a Pisacane di mostrarsi nella sua vera dimensione di rivoluzionario anarchico, favorevole a una radicale riforma agraria culminante nell’abolizione della proprietà privata, e alla soppressione dello Stato.

      Ora, non si può fare ragionevolmente la storia con i “se”, ma neppure si deve cadere nell’idolatria della realtà effettuale, in nome di uno storicismo assoluto di matrice idealistica (tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale, diceva, sulle orme di Hegel, il nostro Benedetto Croce). Non si deve dimenticare, ad esempio, che solo tre anni dopo il tentativo sfortunato di Pisacane, lo sbarco insurrezionale riuscì pienamente a Garibaldi, proprio in quel Regno delle Due Sicilie che era apparso così ingrato quale terreno rivoluzionario; solo che non ci sarebbero state le fucilazioni di Bronte se, al posto di Garibladi e di Bixio, vi fossero stati Pisacane e i suoi amici.

      Ebbene, anche in questo scommettere il proprio destino, in questo giocare d’azzardo con la storia, insomma, in questa capacità di buttarsi fino in fondo e di rischiare il tutto per tutto, Pisacane appare un antesignano della prassi anarchica: poiché essa è fatta di volontà, oltre che di circostanze politicamente “mature”. Certo i rivoluzionari starebbero freschi, se dovessero sempre aspettare che le circostanze siano “mature”. Mature lo sono quasi sempre, e non lo sono quasi mai. È con la volontà, che si verifica quanto siano mature. E per farlo occorre muoversi, osare, rischiare.

      Come Pisacane ha fatto, senza riserva alcuna.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Dicembre 2017

Del 01 Ottobre 2020

 

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