lunedì, 21 Giugno 2021
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«Cena a Talmassons», di Rino Domenicali

Già da diversi anni ci ha lasciato il professor Rino Domenicali, nato a Portogruaro nel 1920 ma vissuto fra Codroipo e Udine, insegnante di lettere per moti anni nel capoluogo di Francesco Lamendola  

Già da diversi anni ci ha lasciato il professor Rino Domenicali, nato a Portogruaro nel 1920 ma vissuto fra Codroipo e Udine, insegnante di lettere per moti anni presso la Scuola Media statale «Alessandro Manzoni» del capoluogo friulano.

Ritiratosi in pensione, aveva trovato il gusto di dedicarsi alla scrittura, pubblicando alcuni pregevoli volumi di racconti che, purtroppo, sono passati praticamente inosservati: «Cena a Talmassons e altri racconti», «9 date – Cronache codroipesi, «Racconti ospedalieri».

Tra i fondatori dell’Istituto Friulano per la Storia della Resistenza, aveva pubblicato in precedenza «Per uno studio democratico della Costituzione», a cura dell’A.N.P.I. di Udine; nonché le «Noterelle» ad accompagnamento di dieci acqueforti del pittore friulano Fred Pittino, segno della vastità dei suoi interessi culturali.

Molte generazioni di studenti lo ricordano con stima e affetto: lo sguardo intenso e penetrante, i baffoni alla Stalin, gli occhiali dalla grossa montatura stretti nervosamente in mano, non era certo un insegnante qualsiasi. Era profondo, assorto, un po’ burbero come quasi tutti i friulani, a volte perfino brusco; ma, dietro quella rude scorza, possedeva una profonda umanità. I Friulani sono così: non amano le facili espansioni affettive.

Il suo collega e pittore Luigi Diamante, del quale abbiamo discorso a suo tempo (cfr. F. Lamendola, «Un quadro al giorno: “Forni di Sotto”, di Luigi Diamante, 1930», consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice), gli ha fatto un ritratto a matita, nel 1969, che vale più di una fotografia. Quattro segni, e par di vedere il professor Domenicali schizzare fuori dal foglio: con quei tratti del viso spigolosi, un po’ «cinesi», e quello sguardo fermo, indagatore dei suoi occhi verdi; mentre, sotto i baffi, pare aleggiare un sorriso sornione, quasi impercettibile.

Era un uomo dalle idee politiche chiare ed esplicite: comunista convinto, non ne faceva mistero; non era, però, in alcun modo fazioso. Aveva fatto la Resistenza, militando sia nelle brigate «Osoppo», sia in quelle «Garibaldi»: e se n’era portato a casa un ricordino, sotto forma di un enfisema polmonare (aumento del contenuto d’aria nei polmoni dovuto alla dilatazione degli alveoli). Invalido di guerra, la sua salute ne aveva risentito in modo permanente, tanto che doveva sottoporsi regolarmente a periodi di degenza ospedaliera.

Un uomo schierato, ma non un settario, né – tanto meno – un fazioso. Sapeva riconoscere il valore di uomini e idee che la pensavano diversamente, a cominciare dai suoi studenti. A mia mamma, che veniva ai colloqui riservati ai genitori, diceva di me che «Mi fa dei temi d’italiano come non li saprebbe fare nemmeno uno studente universitario; peccato che siano così… così…»; e qui non so che parola adoperasse esattamente, ma il significato era chiarissimo, anche per la stizza che faticava a trattenere: «di destra».

Del resto, per una serie di ragioni che altrove abbiamo cercato di esporre (cfr. il nostro articolo «L’eccidio di Porzûs del 1945, visto da un “osovano” e da un “garibaldino”», sempre sul sito di Arianna Editrice), in Friuli più che in qualunque altra parte d’Italia, la Resistenza è stata un fenomeno controverso e drammatico, che ha lasciato un lungo strascico di incomprensioni, odi e rancori, oltre che di vicende giudiziarie; un fenomeno che ha lacerato le coscienze più che altrove, complici le mire annessionistiche di Tito sulla Venezia Giulia e su una parte del Friuli stesso e le relative complicazioni internazionali (vedi anche il nostro articolo «Nel dramma di Mafalda Codan tutto l’orrore dimenticato delle foibe», anch’esso reperibile sul sito di Arianna Editrice).

Ci piace ricordarlo così, il professor Domenicali: rigoroso, severo, ma pieno di passione e capace di comunicare l’amore per la cultura, specialmente per la storia e per la letteratura (è stato lui a farmi innamorare di Omero, e glie ne sono ancora grato); e, soprattutto, equanime e leale.

Qualche volta interrompeva la lezione e si avvicinava alla finestra, restando assorto a guardare fuori. Era un atteggiamento caratteristico, credo inconsapevole: quanto ai suoi studenti, che lo stimavano e non si azzardavano a prenderlo sotto gamba, perché un po’ lo temevano, non restava loro che meditare su quelle pause inattese, cariche di cose inespresse, di significasti misteriosi. Nella presentazione dei «Racconti ospedalieri», qualcuno ha scritto che si trattava di un modo di far lezione senza parole, di richiamare la nostra attenzione dallo studio alla vita.

Penso che siano tutte balle. Penso che il professor Domenicali, che – forse – era più tagliato per insegnare all’università o, almeno, al liceo, che non alla scuola media inferiore, qualche volta si annoiasse in mezzo ai ragazzini di undici, dodici o tredici anni; e che per questo guardasse fuori dalla finestra, magari rivedendo le tragiche vicende della seconda guerra mondiale e della Resistenza, cui aveva partecipato con rischio e sacrificio personali.

Non mi piacciono le agiografie; non condivido il tentativo di voler trovare ad ogni costo dei significati profondissimi e metafisici in ogni minimo gesto delle persone che ammiriamo. Il professor Domenicali, ovunque si trovi adesso, non me ne vorrà se penso che guardava fuori dalla finestra perché, pur amando profondamente il mondo della scuola e la sua professione di educatore, talvolta si annoiava fra quegli adolescenti che, nati dopo la guerra, non avevano vissuto i bombardamenti, né i rastrellamenti, né l’incendio dei paesi per rappresaglia – com’era toccato a Nimis, Attimis e Faedis -; e che, non sapendo nulla, appartenevano a un altro mondo, col quale non era sempre facile dialogare.

Il Sessantotto batteva alle porte: era la protesta di un’altra generazione. Non so come lui la prese, vecchio comunista formatosi negli anni della guerra; ricordo solo la malcelata irritazione che gli provocò un mio tema sui fatti di Praga, in cui dichiaravo che, se i carri armati sovietici se ne fossero rimasti a casa loro, Jan Palach sarebbe stato ancora vivo.

Dicevamo del Domenicali scrittore.

I suoi racconti sono sorprendentemente freschi, ironici, e tuttavia costruiti con semplicità solo apparente; in effetti, a una lettura non superficiale non si fatica ad accorgersi del notevole grado di padronanza del meccanismo narrativo, smontato e rimontato secondo la raffinata lezione dei grandi maestri del Novecento.

Come ha scritto Amedeo Giacomini nella presentazione al volume: «Cena a Talmassons e altri racconti» (Udine, Arti Grafiche Friulane, 1985, pp. 5-7):

«… sapevo che Rino, una volta andato in pensione, s’era dato alle lettere… Avevo anche, tempo addietro, scorso un suo puntuale libretto sulla Resistenza dedicato ai ragazzi delle scuole; la sorpresa mi è venuta invece dalla lettura di questi testi, sorprendentemente freschi e validi.  In uno di essi – “Cena a Talmassons”, che è quello che preferisco – Rino si definisce “scrittore del sabato sera quando, come in primavera, siamo tutti un po’ matti…”: Apprezzata quanto basta l’autoironia dello specimen, dirò che non è vero affatto: Rino è scrittore senza aggettivi, capace di tagliare al punti giusto un racconto di trar fuori un carattere da poche frasi colte al volo in un dialogo, capace persino di astuzie šklovskiane, come l’estraniazione, che è strutturalmente la trave portante di “Pneumologia uomini”, dove, parlando d’altro, ironizzando magari su atteggiamenti e frasi di alcuni ospiti di una clinica, egli riesce a farvi sentir sotto, amaro e strisciante, un dolore di pietra…È, questo appena citato, il racconto di maggior impegno, ma ho detto che preferisco l’altro, e spiegherò il perché: nella parte finale, poche righe e sostenute comunque da notevole dignità espressiva, Rino si fa prendere un poco la mano dal moralista che sonnecchia sempre in fondo ad ogni pedagogo, e ciò annacqua in parte la sapiente costruzione con la quale ci aveva fin qui avvinti.. Poco male  comunque,perché ciò che conta in “Pneumologia uomini” è il non detto, è il severo dolore, severamente accettato, di chi sa di non avere conti aperti con la vita…

Pretesto della “Cena a Talmassons”, definito dall’autore: “Racconto associativo” è un raduno di “Invalidi di guerra” svoltosi nel paesetto friulano, presso la locale trattoria al “Gambero rosso”. Qui la vena ironica ed autoironica del Nostro trova modo di spiegarsi in piena libertà, di fare i conti soltanto con la “letteratura”, qualcosa di supposto sì “come alto”, ma da cui prende subito le distanze con garbo da narratore scaltrito.  Il racconto, apparentemente “facile”, è retto da una struttura   solidissima, “a pannelli sovrapposti” la direi, che funziona in maniera davvero inusuale.  Ci sono gli “attanti” del racconto: i mutilati che, dall’inizio alla fine dell’azione,   narrano con scaltrita (da parte dell’auto-riferente) noncuranza le proprie vicende d’ex eroi, d’ex vagabondi e di attuali maltrattati dal Governo;  c’è il sacerdote antifascista don Moretti che, pur senza ostentati moralismi,  vorrebbe imprimere alla riunione un carisma di solennità;  e c’è lui, infine, Rino, che conduce le fila del giuoco, in un dentro e fuori scandito da ironici “monologhi interiori” sulle vivande, sul se stesso narratore e oratore  appunto del “sabato”, tenuti su un tono di garbatissima retorica e di parodia (delizioso il “manzoniano” addio alla zuppa di pesce!), necessarie a nascondere, ad “estraniarci” direbbe Šklowskij dalla storia vera, o meglio dal succo della medesima, che è, impastato d’amarezza e di ironia, un discorso non detto, ma lasciato trapelare per mezzo d’astutissimi indizi seminati qua e là, sulla vecchiaia che avanza, sulla morte che d’anno in anno assottiglia il numero degli “associati”, discorso che nemmeno lo stupendo finale in crescendo riesce ad addolcire. Il risultato di tanta sapiente costruzione, di tanto detto e non detto, è un brano d’antologia degno del miglior Panzini, senza le compiacenze letterarie di quello direi, più modernamente graffiante… »

Non sappiamo se i racconti di Rino Domeniali (uno dei quali, «Racconti ospedalieri», era stato recensito favorevolmente anche da Fulvio Tomizza) siano ancora reperibili; crediamo di no; ed è un peccato. Succede che in questi scrittori non professionisti e non famosi si trovino pagine più belle, nella loro schietta e fresca carica umana, che non nei best-seller preconfezionati con cui certi scrittori ormai affermati, tipo Umberto Eco, inondano le librerie e le pagine di critica letteraria con scadenza per lo meno annuale, supportati dalle grandi case editrici e dal coro degli scrittori amici-rivali, ma soprattutto colleghi, di una casta gerontocratica sostanzialmente chiusa e gelosissima dei propri privilegi

Il racconto «Cena a Talmassons», che dà il titolo ad uno dei volumetti di racconti (illustrato in copertina da un pregevole disegno di Fred Pittino), andrebbe letto integralmente, essendo sapientemente costruito come un tutto unico e con una particolare tecnica che richiama un gioco di specchi, per cui ogni parte si richiama e si riflette nelle altre. Ma, non potendolo fare per motivi di spazio, dobbiamo limitarci a riportarne la parte finale; non senza invitare il lettore a cercare di procurarsi l’originale e a leggerlo per intero.

«Ora i camerieri ci pongono davanti una fruttiera ricolma di pere, mele, grappoli di uva dorata dagli acini oblunghi e polposi, nonché, omaggio della Casa, qualche esemplare di quei frutti di terre lontane che da qualche tempo fanno mostra di sé nelle vetrine dei fruttivendoli a prezzi, “cadauno”, che irridono la mia parca mensa di pensionato.

Un solo commensale è fermo ancora alla carne e si lamenta con il vicino: “Usgnot no mi lavore ben!” [“Stanotte non mi funziona bene!»]. Sotto accusa è la dentiera che lui non riesce a districare da qualcosa che si è impigliata e che resiste ai colpi di lingua ora carezzevoli ora energici.

Finché impazientito con la sinistra si copre la bocca il tovagliolo e con la destra è facile arguire che risolva in qualche modo l’intrico.

“Io non ho di questi problemi!”, sogghigna il vicino rivolto a mia moglie, “mi sono rimasti due denti, ma riesco a frantumare anche i sassi”.

È un coltivatore diretto e alleva ogni anno sei maiali: uno per ciascuna figlia – ne ha quattro – e due per il figlio che vive in casa con i genitori.

“Ma due, sono tanti!”, esclama mia moglie.

Quello ridacchia come compiaciuto di tanta abbondanza ed aggiunge: “Ha ragione, signora, ma mio figlio riceve tanti amici e parlano e discutono a gesti per ore ed anche consumano, giovani come sono, allegri e pieni di salute.

Perché mio figlio, signora, è sordomuto come gli amici che vengono a trovarlo!

Se sapesse quanto l’avevamo desiderato. E la festa che abbiamo fatto quando è venuto al mondo. Dopo quattro femmine, capirà!

Allora io ho detto: Signore, ti ringrazio!”.

“Ma quando vi siete accorti che era così?”.

“È stata dura, signora. Ma sia io che mia moglie che è una santa l’abbiamo accettato come una prova. Sa quella poesia che incomincia: “Quando io nacqui mi disse una voce: Tu sei nato per portar la tua croce…”. Ecco così, una croce da portare. E il nostro affetto si è fatto più rande e l’abbiamo circondato di ogni cura. Ed ha studiato, ha fatto anche la patente ed ora è impiegato a Udine, dove tutti lo stimano e gli vogliono bene! Cosa vuole che le dica signora” e la fissa sicuro dell’effetto che quanto le sta per dire non mancherà di produrre.

Il tono della voce è così solenne che sembra quello di un predicatore: “Quando io vedo tanti giovani di oggi che per i genitori sono soltanto una croce quella sì pesante che lq mia in confronto è una piuma, dannosi a sé ed alla società, terroristi, drogati, banditi come i tre ammazzati l’altro giorno a Maiano dai carabinieri, rapinatori, sfruttatori, invertiti, sfaccendati e tanti disoccupati, allora io penso al mio ed ai suoi amici tutti ragazzi con la testa a posto e dico una seconda volta: Signore, ti ringrazio!”.

Vedo mia moglie commossa, ma, anche, un po’ dubbiosa su questo Giobbe dei nostri tempi che possiede tanta serenità da apparire quasi contento di avere un figlio così.

*  *  *

La figura snella e giovanile, sul volto un’espressione limpida, si avvicina al nostro tavolo la padrona del ristorante.

Si ferma alle spalle del fiduciario, piega la testa e gli bisbiglia qualcosa all’orecchio. Probabilmente per chiedergli se la cena è stata di nostro gradimento. La risposta (e come può essere altrimenti di fronte a tanta premurosa sollecitudine) deve essere di totale assenso se quella si raddrizza sprizzando dal volto una soddisfazione che sa di alta professionalità.

Indi fa un cenno ad una delle ragazze.

Un momento dopo quella arriva spingendo un carrello pieno di bottiglie di varia foggia e dimensione, con esotiche e nazionali. Indi versa a chi un blando digestivo a chi un corroborante liquore. Ora il copione vuole che io mi alzi e dica alcune cose sullo stato di salute del sodalizio.  “Stavan taciti, attenti, desiosi d’udir già tutto”, come gli ingenui sudditi di Didone di fronte alla sciolta parlantina del fascinoso Enea. Sarò io ora in grado di non deluderli, imbranato e disadorno come sempre quando in qualche consesso è giocoforza che anche io intervenga? Incapace come sono di ricorrere a quegli ingredienti retorici che con tanta efficacia vivacizzano anche il più vuoto dei discorsi e che altri, or non son molti anni, sapeva far giungere alle loro orecchie.

L’inizio mi riesce abbastanza facile consistendo nel portare il caldo saluto del presidente cav. Rag. Lido impegnato a Salsomaggiore nelle annuali cure idropiniche. E strappo anche una facile risata quando sottolineo che si tratta sul serio non di vino ma di acqua. Del resto tutti sanno che è astemio o quasi.

Poi, deposto ogni atteggiamento conviviale, elenco tutta una serie di fattori negativi che hanno impedito una soluzione organica della pensionistica di guerra.

Elogio l’impegno e la coerenza con cui operano gli attuali dirigenti nazionali mentre non risparmio una aspra punta polemica in particolare al Ministro del tesoro sempre pronto a stringere i cordoni della borsa quando si tratta degli invalidi di guerra. (Vivi consensi). Definisco autentica scorrettezza l’operazione con cui lo stesso ministro ha utilizzato per altri scopi i ben 227 miliardi “risparmiati” nel 1983 in conseguenza della inesorabile legge della vita, così occhiuta e tempestiva con gli invalidi di guerra. (Stupore, indignazione, rabbia).

Prendo coraggio e la mia voce vibra di indignata protesta quando mi soffermo a descrivere la dolorosa e disumana sorte che attende le vedove dei grandi invalidi di guerra. Queste sventurate, alternando il ruolo di sposa con quello della pietosa samaritana, dopo aver dedicato con amore e totale dedizione ogni energia al proprio sfortunato congiunto, alla di lui dipartita, ormai stanche e sciupate, si trovano ad affrontare l’incipiente vecchia (incredibile a dirsi) con una pensione base di L. 162.494. (Distaccato silenzio).

– Quindi di siffatte dolenti non ne devono essere! – deduco. Allora, null’altro venendomi da dire, mi seggo.

*  *  *

L’amabile, ingenuo sorriso simile ad uno sprazzo di luce, le guance sul finir della cena leggermente arrossate, si alza ora don Aldo.

Il suo più che un discorso diventa un dialogo a più voci in cui lui da insuperabile maestro di maieutica interroga un timido, sollecita un riservato, dà corda ad uno più spavaldo, alternando l’italiano con frequenti battute della sua gustosa parlata tarcentina.

“In primis” una esortazione al fiduciario perché al prossimo incontro siano presenti anche le mogli e in un locale con una saletta tutta per noi.

Quindi dice: “Ora che, cosa veramente degna e giusta, abbiamo spaziato dal deserto ai mari e agli oceani con tutte quelle barche e pifferi in mezzo, dalle montagne dell’Albania e della Grecia alle steppe dei cosacchi, dal caldo infuocato al tanto freddo che si gelavano perfino le parole come un momento fa al professore qui presente, e ciò su ogni fronte dove il nostro combattente si è battuto con maggiore o minor fortuna ma sempre con dignità, a questo punto mi sembra altrettanto doveroso e giusto, parlare anche di quell’altra guerra, minore se vogliamo, ma combattuta da tutti in Italia ed anche qui, nel nostro Friuli, cioè la guerra dei partigiani.

“Giusto! – grida dall’altro capo della tavola Dario con le gote che si sono fatte rosse come quelle del gambero. – Io sono stato il primo partigiano d’Italia!” ed urla inarcando le sopracciglia come uno che si vede contestare un diritto.

Infatti tutti lo guardano interrogativi. “Sì, a Roma, l’8 settembre a Porta S. Paolo, contro i tedeschi!”.

“Tu as fât ben a dilu [“Hai fatto bene a dirlo”!”]. Vedete, si finisce sempre col dimenticare qualcuno. Bravo!” gli dice don Aldo e Dario appare soddisfatto per quel granellino di sabbia che anche lui ha portato in quei giorni di smarrimento e di sfiducia.

“Ma noi, riprende don Aldo, eravamo già soldati e non facevamo altro che continuare a combattere, questa volta, non una guerra che ci era stata imposta, ma una violenza contro la quale non sarebbe stato degno di un uomo non reagire. E questa guerra la vollero fare anche dei ragazzi che soldati non erano e che finora si erano cimentati soltanto con i libri.

Come Tonino Friz. Esattamente quaranta anni fa.

E racconta di Tonino Friz che, fattosi ribelle per amore, a diciotto anni era stato fucilato dai tedeschi assieme ad altri due coetanei, l’alba del 10 dicembre fuori la porta carraia del Tribunale di Udine.

Poi rapidamente conclude: “J’o jeri vignût cun chê di faûs une predicje sui ‘zovins di uê che nô ‘o crodìn ch’a sedin cetant piês di nô. Ma il nestri fiduciari nus à menâz a cheste cene in tun ambiènt dulà ch’al à zà fevelât il vicepresident e no si po pretindi ch’a stedin a sintinus cidìns duc’ chei che no son dai nestris.

Dal arest ‘o le viodìn chi atôr la ‘zoventut legre e contente. Pobèn, iò us auguri che i ‘zovins des vuestris fameis ‘a puedin vivile la lôr primevere de vite in gjonde e ligrie e no sul brut spieli ch’a la vin vidude nô di une vuere o di che altre. E cun chest avôt dal cûr alzin la tace!”.

[“io ero venuto con l’intenzione di fare una predica sui giovani di oggi che noi crediamo che siano tanto peggiori di noi.  Ma il nostro fiduciario ci ha portati a questa cena in un locale dove ha già parlato il vicepresidente e non si può pretendere che stiano zitti a sentirci tutti quelli che non sono dei nostri.

Del resto noi vediamo qui intorno della gioventù allegra e contenta. Ebbene, io vi auguro che i giovani delle vostre famiglie possano vivere la primavera della loro vita in gaudio e allegria e non nella brutta luce in cui l’abbiamo vissuta noi di una guerra o di quell’altra. E con ciò, di tutto cuore, alziamo i bicchieri!”].

Per lo spazio di mezzo minuto rimaniamo muti e pensosi con il cuore stretto pensando a Tonino Friz e agli altri due ragazzi ed è solo per cortesia che accogliamo l’invito al brindisi. Ma già le voci stridule ed acute e le risate fragorose provenienti dalle altre tavolate creano un clamore ininterrotto che ci persuadono a ritenere chiusa la serata.

Fanno il resto la nebbia azzurrognolo e lieve ma doppiamente nociva di sigari e sigarette commista agli incipienti sbadigli.

Sicché mi alzo facendo segno che l’ora del commiato è giunta. Fuori i mie polmoni enfisematici si spalancano, ma come un mantice logoro, ad un sorso d’aria pieno di stelle.

Il gambero dell’insegna mi guarda con un sogghigno di compassione per questo uomo che se ne torna in città senza aver gustato le delizie nemmeno di una zuppa di pesce.

Stringiamo una infinità di mani e don Aldo assicura: “Sì l’an cu ven. Ma di bessoi. O sin restâs in pôs e nus baste une stanziute. Nomo? E cun lis feminis, us recomandi” [“Sì, l’anno prossimo. Ma da soli. Siamo rimasti in pochi e ci basta una stanzetta. Non è vero? E con le mogli, mi raccomando”].

Tutti assicurano con voce che sa di riparazione.

Uno, più fine, ci tiene a distinguersi: “Monsignore non dubiti. Ci sarò!”.

Fa una pausa densa di pensiero e aggiunge: “Con la mia signora!”.

(15 novembre 1984).»

Molto bella la chiusa, così brusca e pudica: perché dire quello che già è trapelato in maniera evidente, sia pur fra le righe, lungo l’intero racconto?

Perché esplicitare il timore che forse, tra un anno, qualcuno dei convitati non ci sarà più, e gli altri resteranno a contemplarne pensosi la sedia vuota, cercando di immaginare a chi toccherà la prossima volta?

La morte, convitato di pietra della cena a Talmassons, grava sugli invalidi di guerra di Lestizza con il suo mistero inquietante. E non è stato appunto per esorcizzarla che molti di loro, lungo il corso della serata, non hanno fatto altro che parlare dei loro ricordi di guerra, dalla Russia al Nordafrica; e di come erano riusciti a beffarla in mezzo alle schegge delle granate e nelle tormente di neve sui monti dei Balcani?

Ma è ancora lì, la vecchia signora.

È di nuovo lì accanto, seduta in un angolo del ristorante “Al gambero rosso”: e li guarda di sottecchi, tenendosi discretamente in disparte.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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