lunedì, 20 Settembre 2021
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Dimmi che santo veneri, e ti dirò chi sei

La morte improvvisa del cantante inglese George Michael: perché tanta ostentazione di lutto? La sua omosessualità costituisce un motivo di merito, un blasone di cui andar fieri? di Francesco Lamendola  

Il giorno di Natale del 2016 le televisioni di tutto il mondo hanno dato la notizia della morte improvvisa del cantante inglese George Michael, affrettandosi a specificare (excusatio non petita) che si era trattato di morte naturale dovuta ad arresto cardiaco; ma son bastati pochissimi giorni per lasciar trapelare una diversa verità, e cioè che la sua morte è stata dovuta a una overdose di eroina, di cui l’artista notoriamente era un consumatore.

Premesso che nessuno può restare indifferente alla morte di un essere umano, e tanto meno gioirne, resta il fatto che il coro di pianti e disperazione ostentato da tutti i media ci è parso eccessivo e fuor di luogo, in tutti i sensi; diciamo meglio: poco opportuno. Prima di esprimere un cordoglio così unanime e viscerale, forse sarebbe opportuno che i mezzi d’informazione di massa tenessero conto anche della caratura morale del defunto. Perciò la domanda è: George Michael rappresentava, per i suoi milioni di fans sparsi in Gran Bretagna, in Europa, negli Stati Uniti e nel resto del mondo, e specialmente per i giovani, un modello, se non proprio positivo, quanto meno accettabile? E, se qualcuno ci obiettasse che non è giusto confondere il piano musicale con quello della vita privata di un artista, risponderemmo che non siamo stati noi a confondere quei piani; che una popstar, o una rockstar, giocano proprio loro a sovrapporre il proprio personaggio alla loro musica; che, nel caso di George Michael, era lui a parlare, nelle sue canzoni, della sua vita privata, anche nei suoi aspetti più intimi, più imbarazzanti e scandalosi; e che, del resto, è ingenuo parlare di un diritto alla privacy per un artista che fa, nelle sue canzoni, un uso abituale dell’esibizione dei suoi sentimenti e delle circostanze più personali della sua vita.

Il 7 aprile del 1998 sulle televisioni e i giornalini tutto il mondo rimbalzò la notizia che George Michael era stato arrestato da un poliziotto della squadra buoncostume di Beverly Hills, nella contea di Los Angeles. Le circostanze dell’arresto erano queste: il cantante aveva abbordato un uomo nel gabinetto del parco pubblico e gli aveva fatto delle esplicite proposte sessuali; ma era caduto male, perché quell’uomo era un poliziotto in borghese, l’agente Marcelo Rodriguez, che lo aveva immediatamente arrestato. In seguito, era stato condannato al pagamento di una multa di oltre 800 dollari e a scontare ottanta ore di lavori socialmente utili. Ma aveva capito così bene la lezione che si affrettò a girare un video per il suo singolo Outside, nel quale si vedono delle coppie, sia omosessuali che eterosessuali, che cercano di baciarsi e di amoreggiare nei luoghi pubblici, ma vengono inseguite dappertutto da squadre d’implacabili  poliziotti, finché, alla fine, i due poliziotti più accaniti nel perseguitare gli innamorati smettono di farlo e si mettono a baciarsi fra di loro.  I messaggi del video sono fin tropo chiari: la legge è sgradevole e vessatoria, ciascuno deve essere lasciati libero di fare quel che gli piace, non solo in casa propria, ma anche per la strada; l’amore omosessuale vale quanto l’amore eterosessuale, non c’è alcuna differenza fra essi (il cantante, nel frattempo, e solo in seguito allo scandalo, si era deciso a fare coming out, benché nell’ambiente dello spettacolo tutti sapessero da tempo della sua condotta omosessuale); e, per finire, i poliziotti, invece di dar fastidio ai pacifici cittadini per delle quisquilie come l’abbandonarsi ad atti osceni in luoghi pubblici, farebbero meglio a fare anch’essi quelle cose, e, se possibile, a scoprire le delizie insospettate della pratica omosessuale. Quanto ai testi, la canzone Let’s go ouside (letteralmente: andiamo fuori) era una chiara allusione al coming out omosessuale, cioè alla pubblica dichiarazione, da parte di qualcuno che, finora, aveva cercato di nascondere i particolari della propria vita intima,  delle sue preferenze omofile. L’insieme del video e del brano, cui si aggiunsero i contenuti sprezzanti di alcune interviste, era tale che l’agente Rodriguez, sentendosi ridicolizzato dall’uomo che aveva arrestato e che poi era stato condannato, querelò il cantante, anche se la sua condizione di pubblico ufficiale determinò l’esaurirsi della causa.

Se ci siamo soffermati su questa trista faccenda, è stato solo per meglio inquadrare il personaggio e per tentar di rispondere alla domanda che ci eravamo posta all’inizio: se fosse appropriato, e opportuno, che i mass-media di mezzo mondo si mettessero in gramaglie per la scomparsa di una simile perla d’uomo e di artista. Ci sarebbero tante altre cose da dire, sulla vita di George Michael e sul valore “educativo”, o, per dir meglio, antieducativo, dei suoi video e dei suoi spettacoli. E, visto che siamo in tema, non possiamo non dire che gli stessi media che per loro hanno pianto e fatto la faccia triste e inconsolabile, si sono profusi in una vera e propria lamentazione per l’annus terribilis, ossia il 2016, che si è portato via tante perle simili a George Michel: da David Bowie (il 10 gennaio), a Glenn Frey (il 18 gennaio),  a Paul Kantner (il 28 gennaio),  a Maurice White (il 4 febbraio), a Keith Emerson (l’11 marzo), a Merle Haggard  (il 16 aprile), a Prince (il 21 aprile), a Leonard Cohen (il 7 novembre), a Sharon Jones (il 28 novembre), a Rick Parfitt (il 24 dicembre); e l’elenco non è neppure completo. Francamente, non abbiano visto tanti occhi lucidi e tanti nasi rossi, fra i giornalisti e i commentatori televisivi, né quando è morta Madre Teresa di Calcutta, né quando ci ha lasciati Albino Luciani, il papa del sorriso. Oppure, restando nell’ambito profano, non ci è sembrato di vedere altrettanta commozione per la dipartita di una grande attrice, e una gran donna, come Virna Lisi; oppure quando ha concluso la sua vita terrena Marcello Mastroianni, o, ancora, la bravissima (e bella)  Alida Valli.

Ora, la domanda è questa: perché tanto cordoglio, e tanta ostentazione di lutto, davanti alla morte di David Bowie, o a quella di George Michael; e tanta distrazione, invece, al limite dell’indifferenza, per tanti altri personaggi pubblici che non hanno mai fatto parlare di sé i giornali scandalistici, che hanno fatto la loro parte nella maniera migliore, la più professionale, la più esemplare, senza cadere in eccessi, senza indulgere in forme discutibili di trasgressione, senza dare il cattivo esempio della droga, del sesso sfrenato, del disordine morale, ma, anzi, offrendo a tutti, e specialmente ai giovani, l’esempio positivo della bravura unita alla sobrietà, alla discrezione, al rispetto delle norme sociali e delle leggi civili? Forse che le pubbliche baruffe fra George Michael ed Elton John, a proposito della loro omosessualità e della loro amicizia, più o meno intima, costituiscono un motivo di merito, un blasone di cui andar fieri, e danno loro il diritto di ricevere più attenzione e di ottenere un maggiore interesse, rispetto a quegli attori, a quei cantanti, a quegli artisti e a quegli uomini e donne di spettacolo, i quali non fanno mai parlar di sé, tranne che per il loro lavoro e per la loro bravura? Chi ha mai potuto trovare il più piccolo pettegolezzo da ricamare sulla vita privata di una perfetta signora, come la splendida Virna Lisi? Ma Virna Lisi è stata una moglie e una madre esemplare; una vera artista, che, a un certo punto della sua vita, ha rinunciato, in piena consapevolezza, ad una più che promettente carriera internazionale, lanciata dai produttori hollywoodiani, e ciò solo per amore della sua famiglia, alla quale scelse di restar vicina, abbandonando gli Stati Uniti d’America. Per carità, che orrore! Quale mentalità retrograda, all’antica; quale messaggio sbagliato per tutte le donne impregnate di cultura femminista; quale abominevole sacrificio di sé, consumato per le ragioni più banali: l’amore di un marito e di una famiglia. E poi, pur così bella e desiderabile, nemmeno un amante, nemmeno uno scandalo; e niente droga, e niente amicizie discutibili, e niente spese pazze, o notti brave in questo o quel locale del bel mondo: nulla, neppure da giovane. Solo bravura e professionalità.

Ebbene, è inevitabile dedurre che il messaggio che i media vogliono far passare, sfruttando anche l’occasione della morte dei personaggi celebri, è sempre quello di suscitare interesse, ammirazione, rimpianto, non verso chi ha coltivato l’arte, e l’amore della propria famiglia, ma chi ha coltivato il vizio, la sregolatezza, la promiscuità; non chi ha conquistato la simpatia del pubblico con i suoi soliti meriti artistici, ma chi ha mercificato la propria vita privata, proprio nei suoi lati più discutibili e ingloriosi, salvo poi atteggiarsi a vittima d’ingiuste persecuzioni da parte della società retrograda e sessuofoba, mentre non c’è niente di più bello, per un uomo, che andare nei gabinetti pubblici a spiare l’organo sessuale del vicino e poi fargli delle avances, come ebbe a dire lo stesso George Michael a proposito della sua personale vicenda:  Beh, mi ha seguito al bagno e poi, questo poliziotto – beh, io non sapevo fosse un poliziotto allora, ovviamente – ha cominciato a fare quel gioco… credo si chiami “io ti faccio vedere il mio, tu mi fai vedere il tuo”(e si noti la furbizia di attribuire la provocazione al poliziotto). Del resto, non avevano celebrato la stessa, “romantica” situazione, poeti come Sandro Penna e Konstantinos Kavafis, tanto che Penna era stato definito, da qualche critico malevolo, poeta da orinatoi, e Kavafis era stato accusato di predicare volutamente il disprezzo nei confronti dell’amore eterosessuale?

La nostra riflessione non si propone tanto di prendere di mira personaggi come George Michael – o come Michael Jackson, se si preferisce -, della cui vita privata e delle cui abitudini sessuali, a dirla tutta, ben poco c’importa, bensì l’atteggiamento dei mass-media e un po’ di tutta la cultura ufficiale (intendendo la parola “cultura” nel significato più estensivo e generico). Ci domandiamo se si tratti soltanto del solito conformismo intellettuale imperante ovunque, di questi tempi, alla faccia della tanto sbandierata libertà d’informazione e del tanto conclamato diritto alla diversità delle opinioni; o se vi sia qualcosa d’altro, e di peggio; se esistano una centrale occulta, ed una strategia globale, aventi quale obiettivo lo scardinamento del senso etico delle masse e l’introduzione, al suo posto, di un relativismo assoluto, di un permissivismo radicale e di un soggettivismo estremo, condito con dosi massicce di narcisismo e di esibizionismo. Una cosa è certa: non ci si può aspettare che, a forza di diffondere simili messaggi ad ogni occasione possibile, compresi i telegiornali e le prime pagine dei giornali d’informazione (e non solo le reti e i programmi televisivi specializzati nel settore musicale, e le riviste del pari specializzate), il pubblico non finisca per considerare come normale la trasgressione, giusta la sregolatezza, sacrosanto il disordine delle passioni, a cominciare da quelle di natura sessuale; e che, viceversa, sia portato a condividere un implicito giudizio negativo (come, se non altro, di cosa noiosa e banale) sui comportamenti responsabili e sui sentimenti “puliti”, maturi, rispettosi di se stessi e del prossimo.

Non è con George Michael che ce la prendiamo, ma con la legione di giornalisti che, per stupidità o interesse, si adeguano all’andazzo dominane e none esitano a passare sotto silenzio tutto ciò che è motivo di conforto e di speranza, e ad amplificare al massimo ciò che è suscettibile di trasmettere irrequietezza, angoscia, aggressività, disperazione. Quando il regista Mario Monicelli si suicidò, alla fine di novembre del 2010, novantacinquenne, gettandosi dalla finestra della stanza d’ospedale in cui era ricoverato, al quinto piano, per un tumore alla prostata, non furono certo pochi i giornalisti che scambiarono il diritto al rispetto umano, davanti ad un gesto così tragico, per il dovere d’intonare un assurdo panegirico sulla libertà di scegliere la propria morte, trasformando l’insano gesto di un vecchio ammalato e scoraggiato, in un magnifico atto di autodeterminazione, meritevole di essere ammirato e, perché no, perfino imitato, da quanti dovessero trovarsi in situazioni analoghe. Anche in quel caso, non abbiamo nulla da dire sulla persona di Monicelli; ma ci sembra che molto vi sarebbe da dire riguardo a tutto quel coro di cattivi opinionisti e di filosofi improvvisati, che rintronarono gli orecchi del grande pubblico con i loro commenti balordi e profondamente diseducativi, il cui scopo era di presentare il suicidio del regista come una delle scelte del tutto legittime, se non pure encomiabili, di un laico che era vissuto e morto coerentemente con le sue idee (tanto è vero che non ci fu alcun funerale: roba ormai troppo vecchia e pretesca, nella evoluta società del terzo millennio…).

Vogliamo perciò ribadire il concetto: in una società qualsiasi, le persone – e soprattutto i giovani, la cui personalità è ancora in via di formazione e per i quali, di conseguenza, è così importante avere davanti a sé dei buoni esempi da parte degli adulti – vengono influenzate in maniera determinante da ciò che vedono e odono intorno a sé. Fermo restando il diritto di cronaca, è chiaro che, se il pubblico vede continuamente magnificare i comportamenti devianti e distruttivi, e deridere, invece, o disprezzare, quelli onesti, affidabili e responsabili, verrà influenzato in maniera negativa e tenderà a pensare che, nella vita, non è una cosa bella e interessante fare il proprio dovere, amare la propria famiglia, rispettare gli altri, ma è molto meglio drogarsi, abbandonarsi a qualunque tipo di disordine sessuale, calpestare la morale e le norme sociali ed ignorare le proprie responsabilità. Se è questo che i mass-media intendono fare, bisogna dire che ci stanno riuscendo egregiamente. Resta solo da vedere se lo fanno per l’audience televisiva e per le tirature giornalistiche, oppure se hanno delle ragioni ancor più abiette, più losche, più tenebrose: se obbediscono, cioè, ad una strategia globale, diretta a seminare, in misura sempre crescente, il disordine, l’ansia e l’infelicità fra gli esseri umani.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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