lunedì, 21 Giugno 2021
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È giusto postulare che la Chiesa cattolica debba essere la «Chiesa dei poveri»?

Tenco frutto del clima culturale degli anni ’60: Gesù preferiva la compagnia dei poveri? Per Lui il male non era la ricchezza in sé ma il cattivo uso a causa dell’umana debolezza che ne fanno coloro che la possiedono di Francesco Lamendola  

In una canzone di Luigi Tenco, «Cara maestra», del 1963, il bravissimo cantautore genovese, a un certo punto, cantava:

«Mio buon curato, dicevi che la chiesa

 è la casa dei poveri, della povera gente;

però hai rivestito la tua chiesa

di tende d’oro e marmi colorati;

 ora come può adesso un povero che entra

sentirsi come fosse a casa sua?…».

Pur con tutta l’ammirazione che provavo all’epoca, e provo tuttora, per questo grande poeta della canzone d’autore italiana, già allora, udendo quelle parole, c’era una parte della mia mente di bambino che non rimaneva convinta: quando mai i preti se ne vanno in giro a dire che la chiesa è la casa dei poveri, della povera gente? Io li avevo sempre sentiti dire, nelle prediche della messa domenicale, così come nelle lezioni di catechismo, che la chiesa è la casa di Dio, non degli uomini; e ciò con tutto il sacrosanto rispetto dovuto ai poveri.

Se, poi, dalla chiesa come edificio si passa al concetto della Chiesa in quanto istituzione della religione cattolica, ispirata, come i credenti affermano, dallo Spirito divino; e, come direbbe Sant’Agostino, dalla Chiesa visibile a quella invisibile, allora la faccenda si fa ancora più delicata, per non dire spinosa.

La Chiesa cattolica è essenzialmente, per sua natura, una Chiesa dei poveri? Non c’è alcun dubbio che Gesù Cristo preferisse la compagnia dei poveri a quella dei ricchi; peraltro, non rifiutava di avvicinare anche questi ultimi, di accettare i loro inviti, di entrare nelle loro case: per lui, il male non era la ricchezza in sé, ma il cattivo uso che, quasi inevitabilmente, a causa dell’umana debolezza, ne fanno coloro che la possiedono.

Tutto questo, però, è sufficiente per affermare che la Chiesa cattolica è, per vocazione e per impostazione, anzitutto la Chiesa dei poveri? Si badi bene alle conseguenze di una tale interpretazione: significa, né più né meno, che la Chiesa è una Chiesa di classe, fatta per alcuni e ad esclusione di altri; ma, in tal caso, non sarebbe più cattolica, cioè universale.

Non si tratta per nulla di un sofisma: se la Chiesa è il corpo visibile di quanti credono nella missione divina di Gesù Cristo, e che dallo Spirito Santo si considerano ispirati, sorretti e guidati, allora come si fa a pensare che essa sia la Chiesa di alcuni e non di tutti; e sia pure, poniamo, della maggioranza degli uomini? Quando anche un solo essere umano sulla Terra ne fosse programmaticamente escluso, essa sarebbe ancora “cattolica”?

In realtà, il testo della canzone di Tenco, frutto del clima culturale degli anni ’60, spiega benissimo l’equivoco, perché di un equivoco si tratta. Basta tener d’occhio le date: nell’ottobre del 1962 il papa Giovanni XXIII, in un messaggio radio sul Concilio, aveva affermato che la Chiesa vuole essere in primo luogo la Chiesa dei poveri; nel maggio del 1967 (giusto un anno prima del ’68 studentesco) esce, per la Libreria Editrice Fiorentina, la «Lettera a una professoressa» di don Lorenzo Milani e dei ragazzi della scuola di Barbiana. La canzone di Tenco si colloca proprio in mezzo e riflette quella stagione, quelle confuse aspirazioni.

Subito dopo sarebbe venuta la Teologia della Liberazione e il concetto della Chiesa dei poveri sarebbe stato ripreso, approfondito e sventolato come un vessillo di rivolta, ma anche – a mio avviso – definitivamente travisato: fino al caso di padre Camilo Torres che, in Colombia, gettava la tonaca per andare sulle montagne e combattere, armi alla mano, con i guerriglieri di sinistra, finendo ammazzato in uno scontro a fuoco con l’esercito.

Quando questo tragico fatto si consumava era il 1966 e anche il mondo cattolico, o almeno una parte di esso – quella che si riconosceva nella “teologia della liberazione” – poteva vantare il proprio specifico “Che” Guevara, anzi, poteva addirittura precederlo.

Chi scrive  si è recato appositamente nell’America Latina ed è stato ospite di una serie di parrocchie e di comunità cattoliche, proprio per rendersi conto se e quanto una tale idea fosse diffusa nelle nazioni d’oltre Atlantico; e, pur avendo constatato che, in queste ultime, esiste una profonda vocazione sociale della Chiesta cattolica, nonché un diffuso – e, mio parere, alquanto giustificato – antiamericanismo fra le persone di condizione sociale medio-bassa, vale a dire la stragrande maggioranza della popolazione, non mi è sembrato che l’identificazione pura e semplice della Chiesa con i ceti più poveri sia data per scontata da quei credenti e da quei praticanti.

Ripeto: la Chiesa latinoamericana – ma un discorso analogo si potrebbe fare per quella africana e, in genere, per tutte quelle del Sud del mondo – ha una fortissima vocazione sociale, quale esisteva in Europa, forse, solo all’epoca della “Rerum Novarum” di Leone XIII, che venne promulgata nel 1891, quando le condizioni della classe lavoratrice erano particolarmente misere e infelici e quando lo sfruttamento dei ceti capitalisti era giunto ai livelli più odiosi. Lo prova l’alto numero di sacerdoti o di laici credenti che si espongono alle ire dei grandi proprietari terrieri, allorché prendono le difese dei contadini senza terra e delle comunità rurali; e il numero non piccolo di coloro che spingono il loro spirito di servizio fino al sacrificio della vita, dato che, in quei Paesi, le classi dominanti non vanno tanto per il sottile e pensano che l’unico sindacalista buono sia quello che giace sotto un metro di terra.

Questo, però, non significa che sia passato, tout-court, il concetto che la Chiesa cattolica sia in se stessa, puramente e semplicemente, la Chiesa dei poveri: si tratta di una distinzione che non è solo di natura teologica e dottrinale, ma che si può percepire anche nella dimensione pratica e quotidiana; nel senso che, se fosse possibile una tale equivalenza, allora la Chiesa perderebbe non solo la sua dimensione universale, ma anche la sua dimensione trascendente e diverrebbe l’espressione di una delle tante ideologie politiche che, volta a volta, hanno creduto di poter offrire il Paradiso in terra al genere umano – e si è visto, poi, con quali risultati.

Una Chiesa militante, in senso sociale ed economico, sarebbe una cosa tutta laica e terrena, magari anche bene intenzionata, ma niente affatto animata da una dimensione trascendente; e, inoltre, essa costituirebbe uno stravolgimento piuttosto evidente del messaggio cristiano, che, stando a una lettura non prevenuta e non faziosa del Vangelo, è quanto di più inclusivo si possa immaginare, senza alcuna traccia di esclusivismo.

Non per nulla una delle più pericolose eresie che, nel corso della storia, la Chiesa dovette affrontare, fu proprio il Catarismo, che pretendeva di fare del Cristianesimo uno strumento di salvezza dei puri: erede del Manicheismo, il Catarismo pretendeva che la creazione stessa, nella sua dimensione terrena, fosse intrinsecamente cattiva e peccaminosa e che il “vero” cristiano dovesse rinnegarla, in nome, appunto, di una purezza intransigente, senza alcun compromesso con il “mondo”. E ciò, ovviamente, sia detto a prescindere dal modo, estremamente brutale e, in se stesso, radicalmente anticristiano, con cui i Catari vennero perseguitati e sterminati dalla Chiesa cattolica.

A proposito del concetto, e del relativo equivoco, della “Chiesa dei poveri”, ci sembra che alcune pagine illuminate siano state scritte dal vaticanista Carlo Falconi, nel suo scomodo libro – e più scomodo allora di oggi, ma scomodo tuttavia anche oggi – «Ritrattazioni» (Milano, Rusconi, 1973, p. 211 e segg.), nel quale prende una posizione intermedia fra i conservatori del Concilio Vaticano II, arroccati a difesa intransigente del vecchio e i progressisti che, in nome del dialogo con il mondo, giungevano e giungono a cancellare, di fatto, la specificità del cattolicesimo e, più ancora, la dimensione trascendente di esso.

«Ci sono epoche nelle quali i miti, i progetti che accendono le fantasie  e che pungolano i desideri e le volontà dei popoli non aspettano  che la parola adatta per coagularseli attorno  e identificarsi in essa come nel proprio simbolo e nella propria bandiera. Nascono così le parole magiche che, eguali a tante altre fino a ieri, esplodono d’improvviso come soli per una o due generazioni, per poi tornare a riprendere il posto modesto e fors’anche in ombra che occupavano prima. Esattamente questo accadde per l’espressione “Chiesa dei poveri” non appena fu pronunciata da papa Giovanni l’11 ottobre 1962 nel radiomessaggio sul Concilio. […]

Il clamore che gli si suscitò subito d’attorno si rivelò d tali proporzioni da lasciare interdetti anche coloro che pensavano di avanzare  qualche sommessa precisaqzione. Persino i più ostili e battaglieri preferirono evitare di misurarsi contro infatuazione dilagante e rinviare a tempi più opportuni la manifestazione del loro dissenso. In breve, ci fu solo un coro di ovazioni, nel quale anche le voci più inaspettate erano anch’esse acclamanti  […]

Ebbene, fu proprio quando ormai l’assemblea riposava soddisfatta sulle bozze di lavoro programmate da Suenens che si verificò il colpo di scena dell’intervento di Lercaro, uno dei pi famosi (e, ahimè, sopravvalutati) del Concilio. Rilevato che nella dottrina della Chiesa su se stessa esisteva una grave lacuna – quella relativa al mistero di Cristo nei poveri, “verità essenziale e primordiale della rivelazione” – l’arcivescovo di Bologna ricordò ai suoi fratelli nell’episcopato il dovere di “porre al centro di questo Concilio il mistero del Cristo nei poveri, e l’evangelizzazione dei poveri”. Quest’ultimo, anzi, a suo parere, doveva essere “l’obiettivo del Concilio”, essendo “la questione centrale anche per l’unità dei cristiani”. “Il tema di questo Concilio”, aggiunse letteralmente, “è la Chiesa nella misura in cui essa è specialmente la Chiesa dei poveri”. […]

Cristo clochard e Cristo sindacalista… Secondo i sostenitori dello slogan, Cristo non solo avrebbe prediletto tutti i poveri, ma si sarebbe fatto egli stesso povero assimilandosi a tutti i reietti della società. Fatti questi che sembrano a prima vista inoppugnabili, e in parte lo sono, ma che essi hanno il torto di mettere quasi demagogicamente in primo pian dimenticando  che la teologia ha raggiunto ben altre profondità nello scandagliare il mistero della povertà di Cristo. Per chi crede infatti nella divinità di Gesù, il vero ed essenziale sprofondamento volontario nella povertà da parte sua non è certo di carattere sociologico, bensì e prima di tutto ontologico, ed è collegato al mistero dell’incarnazione, quel mistero che l’autore del quarto Vangelo ha espresso con eccezionale efficacia nell’abbagliante versetto: “Kai o Logos xarx eghéneto” (“e il Verbo si fece carne”). Questa infatti è la vera drammatica e totalizzante “kénosis”, il radicale annientamento cioè di cui parla san Paolo, che superando ogni altra forma di umiliazione e di impoverimento da parte di Dio fatto uomo, la dissolve e la rende addirittura insignificante. In altri termini, la vera povertà essenziale di Cristo è l’accettazione, da parte di lui, Dio, dell’ominizzazione…»

Il discorso, per chi lo vuol comprendere, è chiaro, chiarissimo.

In una prospettiva di fede, Cristo non si è trovato ad essere povero per un destino individuale, ma perché, facendosi uomo, ha preso su di sé tutta l’indigenza e tutta la fragilità insite nella condizione umana, ivi compresa quella socioeconomica, ma non quella soltanto; né ha avuto principalmente di mira liberare gli uomini dalle catene dello sfruttamento di classe o dell’oppressione politica, bensì da quelle del peccato, cioè da quel miscuglio di impotenza e di arroganza che caratterizza la vita umana allorché pretende di farsi misura a se stessa, ignorando l’ordine divino.

Che poi, all’atto pratico, Cristo si rivolgesse con particolare sollecitudine ai poveri, così come si rivolgeva con particolare sollecitudine ai peccatori, non deriva dal fatto che egli fondasse il suo messaggio su una sorta di antropologia rivoluzionaria, ma semplicemente dal fatto che il povero e il peccatore hanno più urgente bisogno di udire la lieta novella della conversione.

È quasi inutile aggiungere che queste considerazioni non intendono portare acqua al mulino opposto, vale a dire all’idea di una Chiesa dei ricchi e nemmeno a quella di una Chiesa che rimanga indifferente davanti alle ingiustizie sociali, allo sfruttamento, alla miseria.

E nondimeno, di qui all’idea di una Chiesa dei poveri, fatta soltanto per i poveri, il passo è lungo…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/09/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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