martedì, 9 Marzo 2021
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Ma non è stato Salieri, né altri ad avvelenare Mozart

Ora basta riposa in pace povero Mozart. Sul presunto mistero della tua morte si è speculato abbastanza ingrassando poeti, saggisti, registi e giornalisti di Francesco Lamendola

E adesso, dopo il successo internazionale del film Amadeus di Milos Forman, del 1984, chi riuscirà a levare dalla testa di centinaia di milioni di persone che il grande compositore salisburghese morì avvelenato da Antonio Salieri, per motivi di gelosia professionale?

La tesi non è nuova. Il regista cecoslovacco (allora esisteva ancora la Cecoslovacchia), per la sceneggiatura del suo film, si era basato sul dramma teatrale di Peter Shaffer intitolato, anch’esso, Amadeus, e portato sulle scene di Londra cinque anni prima, nel 1979, riscuotendo un enorme successo.

Ma la diceria che il musicista italiano c’entrasse, in qualche modo, con la morte improvvisa e un po’ misteriosa di Mozart, avvenuta a Vienna il 5 dicembre 1791, era di assai più vecchia data. Correva voce che due infermiere dell’ospedale in cui Salieri, ormai vecchio e cieco, era stato ricoverato, l’avessero raccolta dalle sue stesse labbra, in punto di morte. E il compositore russo Rimksij-Korsakow l’aveva ripresa, facendone il fulcro della sua opera Mozart e Salieri, rappresentata a Mosca nel 1898.

Un altro artista russo, prima di lui, aveva creduto alla medesima leggenda, il grande poeta e narratore romantico Alexandr Sergeevic Puškin. Questi, nel 1830, scrisse il dramma teatrale in versi Mozart e Salieri, in un primo tempo intitolato, significativamente, Invidia. Il nucleo poetico dell’opera ruota intorno al fatto che Salieri, divorato dalla gelosia, avrebbe commissionato al detestato Mozart un Requiem con l’intenzione di spacciarlo per suo, dopo aver eliminato il rivale col veleno. Salieri, ovviamente, si sarebbe presentato mascherato allo stupefatto ed ingenuo Mozart, il quale avrebbe accettato un così strano incarico, spinto dalle ristrettezze  economiche. Il tema è stato ripreso sia da Shaffer che da Forman, che ne sfruttano a fondo tutti gli effetti drammatici e inquietanti, in modo da conferire al “mistero” della morte di Mozart quella patina gotica che accresce il coinvolgimento emotivo del pubblico.

Va detto, però, che Puškin non aveva alcuna conoscenza di prima mano sulla vicenda; l’unico elemento reale a cui si è ispirato è la circostanza che, effettivamente, un tale conte Franz von Walsegg aveva commissionato a Mozart un Requiem e che poi, al funerale della propria moglie, tentò di farlo passare per opera sua. Fa una certa impressione, inoltre, il fatto che Mozart, al momento della propria morte, stesse lavorando proprio a un Requiem, poi completato dal suo amico ed allievo Franz Xaver Süssmayr. Ma è appena il caso di osservare che Antonio Salieri, in tutto questo pasticcio, non c’entra assolutamente  nulla.

Il movente del delitto? L’invidia di un maturo musicista che aveva assistito con sentimenti contrastanti alla fantastica ascesa del giovane Mozart verso l’Olimpo musicale europeo. Da una parte aveva provato sbalordimento, ammirazione incondizionata e quasi incredulità per il fantastico genio musicale dell’austriaco; ma, dall’altra,  anche invidia, gelosia e rancore, tanto più dopo aver constatato – e ci voleva poco a constatarlo – l’enorme, abissale contrasto fra il Musicista Mozart e l’uomo Mozart. Il primo era un virtuoso, come se ne compaiono uno ogni due o tre generazioni; il secondo era, puramente e semplicemente, un ragazzaccio immaturo e irresponsabile, rozzo, insignificante, perfino volgare.

Perché dunque la natura aveva voluto far dono di un talento così fuori della misura a un simile individuo, mentre era stata assai più avara con un onesto musicista che aveva dedicato alla Musa l’intera sua esistenza, senza mai concedersi distrazioni (ma non era questo il caso di Salieri) e sacrificandosi al massimo?

Come ha scritto Bruno Walter nel secondo centenario della nascita (cit. in P. Buscaroli,La morte di Mozart, Milano, Rizzoli, 1996, p. 342):

“Nulla di quel che conosciamo dell’uomo Mozart corrisponde al creatore che fu. Un simile contrasto fra persona umana e grandezza artistica si trova in Bruckner, la cui natura ancor più ingenua per non dire primitiva, sembra porsi in un simile misterioso rapporto con la potenza e il significato della sua creazione.”

D’altra parte, la grandezza di Mozart non aveva ricevuto quella consacrazione definitiva che spetta ai geni indiscussi. Ragazzo prodigio, aveva fatto molto parlare di sé, aveva compiuto tre viaggi trionfali in Italia e altri in Germania, Francia e Inghilterra; ed era ancora, alla vigilia del decesso, molto richiesto e ben pagato nella capitale austriaca, ove gli giungevano commesse da mezza Europa (anche se spendeva il denaro con troppa facilità e ciò lo metteva continuamente in uno stato di bisogno). Però la sua parabola aveva conosciuto una brusca caduta e, nonostante la rappresentazione di capolavori assoluti, quali Le nozze di Figaro (1786), il Don Giovanni (1787),Così fan tutte (1790) e Il flauto magico (1791), il successo strepitoso, che aveva accompagnato il suo esordio di efant prodige, gli aveva voltato bruscamente le spalle.

La sua situazione si era poi complicata con la morte dell’imperatore Giuseppe II, nel 1790, dopo dieci anni di regno, con il quale Mozart aveva avuto un rapporto complesso e tormentato; così come complesso e tormentato lo era stato fra l’autocrate “illuminato”, figlio della grande Maria Teresa, e la maggioranza ei suoi sudditi i quali, spesso, non capivano il senso del suo fervore riformista. A lui era succeduto sul trono degli Asburgo, ma solo pr un paio danni, il fratello Leopoldo II, già Granduca di Toscana; che, pur essendo anch’egli amante della musica, aveva un carattere e una visione delle cose molti diversi da quelli del predecessore.

Le opere di Salieri erano, nel complesso (e specialmente negli ultimi anni di vita del salisburghese), più famose e più apprezzate di quelle di Mozart; la gente le conosceva e le fischiettava; alla corte imperiale di Vienna, era lui l’astro musicale numero uno. Per attribuirgli l’intenzione di togliere di mezzo il povero Mozart, dunque, è necessario pensare a una sorta di premonizione; un presentimento che quel giovanotto (quando morì, aveva appena trentacinque anni) lo avrebbe soppiantato o, quanto meno, messo in ombra.

In un certo senso, sarebbe stato un delitto preventivo: Salieri avrebbe ordito la soppressione di Mozart per evitare di essere detronizzato da un giovane, ma pericolosissimo rivale, in un futuro non ancora delineato, ma inevitabile.

In Austria e in Germania, nel Settecento, la figura dell’artigiano o dell’artista italiano era abbastanza diffusa, e non particolarmente amata. Esisteva un pregiudizio contro quegli stranieri, di cui è traccia anche in diverse opere letterarie.

Ad esempio, nel dramma di Gerhart Hauptmann, Und Pippa tanzt! (E Pippa balla!), del 1906 – che ha per sfondo le conseguenze negative dell’industrializzazione sul lavoro artigianale -, alcuni boscaioli slesiani accoltellano in una rissa un vetraio italiano, Tagliazoni, dopo che il direttore della vetreria lo ha apostrofato con l’epiteto: “mascalzone di italiano”.

Nel caso della musica e del melodramma – per non parlare dell’architettura – la presenza degli Italiani era malvista per ragioni di gelosia professionale, anche se si riconosceva che i musicisti italiani (e, in minor misura, quelli francesi) possedevano una competenza professionale incontestabile, che poggiava su una grande tradizione e la cui eccellenza era riconosciuta in tutto il mondo. Il melodramma, ad esempio, era stato dominato a lungo da Pietro Metastasio; anche i cantanti italiani erano molto apprezzati dal pubblico e dagli impresari – un po’ meno dai loro colleghi tedeschi, per ragioni abbastanza facilmente comprensibili.

È in questo contesto, crediamo, che va collocata la leggenda dell’avvelenamento di Wolfgang Amadeus Mozart da parte di Antonio Salieri.

Ma chi era, dunque, Antonio Salieri, che si è portato dietro, nel lasciare questo mondo, una così spiacevole e ingombrante notorietà, un sospetto così odioso, come quello di avere ordito l’assassinio di uno dei massimi geni musicali d’Europa e del mondo?

Salieri era veneto, di Legnago (provincia di Verona), dove era nato il 18 agosto 1750, sotto il segno del Leone: segno della forza e dell’ambizione, per chi crede all’influsso astrologico dello Zodiaco.  La sua carriera di musicista era stata un crescendo di successi che, dopo averlo portato in giro per l’Europa, fra Parigi, Roma, Venezia, Milano e Vienna, era culminata nella sua nomina a maestro di cappella presso la corte asburgica, nel 1778, poi a compositore e insegnante di corte. Aveva debuttato con Le donne letterate, nel 1770; e, nel 1778, aveva inaugurato la Scala di Milano allora chiamata Nuovo Regio Ducale Teatro) con Europa riconosciuta, che gli era stata commissionata niente di meno che dall’imperatrice “illuminata” Maria Teresa d’Austria.

Amico di Metastasio e di Haydn, era considerato uno dei compositori più prolifici sia di musica sacra e da camera, sia di opere liriche all’italiana. Molto portato anche per l’insegnamento, il suo allievo prediletto fu Franz Schubert, che, alla sua morte – avvenuta a Vienna il 7 maggio del 1825 -, diresse personalmente il Requiem in Do minore che lo stesso Salieri aveva composto per la propria morte, più di venti anni prima.

Un musicista di prim’ordine, dunque, stimato e apprezzato in tutta Europa; anche se non un genio assoluto come Mozart, allora assai meno celebre di lui. Dopo la sua morte, però, è rapidamente scivolato nell’oblio, segno che le sue qualità artistiche non andavano al di là dei gusti musicali del proprio tempo; anche se, da qualche anno, è in corso un tentativo di riscoperta e di rivalutazione della sua vasta opera, comprendente trentanove composizioni per il teatro, alcuni concerti per pianoforte e orchestra oltre che per organo, parecchie variazioni su La follia di Spagna, serenate e concertini.

Tale il personaggio che avrebbe spinto la sua rivalità nei confronti di Mozart fino a concepire ed eseguire un delitto mediante avvelenamento, e a dissimularne ogni traccia con notevole abilità e sangue freddo.

Ma è credibile?

Intanto, cominciamo col dire che, se si vuol pensare che la morte di Mozart fu opera di un delitto,  esistevano altri possibili indiziati. Fra questi, e ai primi posti, non c’è una persona, ma una società segreta: la Massoneria, alla cui filosofia si ispira, come è noto, proprio Il flauto magico, l’ultima opera importante di Mozart e che è anche, un po’, il suo testamento spirituale.

Tamino e Papageno, impegnati nell’impresa di liberare la bella Pamina, hanno forse commesso l’imperdonabile imprudenza di rivelare qualcosa che avrebbe dovuto rimanere segreta, violando così quel sacro dovere del riserbo più assoluto, che i liberi muratori si impegnavano a mantenere circa la propria società?

Alcuni storici lo hanno pensato e, in certi casi, si sono spinti fino a puntare apertamente il dito contro la Massoneria, che avrebbe attuato, avvelenando Mozart o costringendolo ad avvelenarsi, in  una sorta di sacrificio rituale. Ma la tesi è caduta da tempo in discredito ed è stata ormai praticamente abbandonata, per un insieme di ragioni alquanto verosimili.

Un ulteriore elemento di confusione – di macabra confusione – è stato portato, nell’enigma della morte di Mozart, dall’affare Hofdemel.

Il grande musicista dava lezioni di musica a una ragazza di nome Maria Magdalena, moglie di un certo Franz Hofdemel che, pare, sospettava esistesse una tresca tra i due; bisogna dire che Mozart non disdegnava affatto le scappatelle coniugali, a dispetto dell’immagine edulcorata, cara a certi suoi pii biografi, di un marito esclusivamente innamorato della moglie, Constanze Weber (che, da parte sua, non lo amava, anche perché era gelosa della sorella Aloysia, che riteneva esser stata il vero, grande amore di lui). Ebbene, il giorno dopo la morte di Mozart, questo Hofdemel si suicidò nel modo più truculento, tagliandosi la gola – alla presenza della moglie -, al termine di una violenta lite domestica. Inutile dire che corse subito voce che quel suicidio (e, forse, quel tentato omicidio di Maria Magdalena), avessero a che fare con la relazione di quest’ultima col musicista, se non anche, addirittura, con la sua morte improvvisa e, apparentemente, inspiegabile.

È stato un patologo americano, Artuhur E. Rappoport, a gettare finalmente un fascio di luce convincente sulla morte improvvisa di Mozart, nel 1981: tre anni prima, quindi, del film di Milos Forman. Ma a che cosa è servito? Il rapporto di un oscuro patologo non può competere, nell’immaginario collettivo, con le animate, coloratissime immagini di un film di successo, girato da un grande regista con larghezza di mezzi, e ammirato da milioni  e milioni di persone. Così, la “leggenda nera” di Salieri, divulgata incautamente da Puškin, è sopravvissuta e si è imposta, a dispetto di ogni evidenza.

Un musicologo italiano che si è lungamente interessato alla vicenda della morte di Mozart e alla sue oscure (o almeno così parve) circostanze, è stato Piero Buscaroli. Personaggio politicamente scorretto quant’altri mai, e indigesto alla destra più ancora che alla sinistra (uno, del resto, che non le manda a dire: celebre la maledizione da lui lanciata a Gianfranco Fini, l’indomani del Congresso di Fiuggi), Buscaroli è un formidabile conoscitore della musica tedesca, avendo, tra l’altro, scritto una monumentale biografia di Johann Sebastian Bach, della quale ci siamo altrove occupati (cfr. Francesco Lamendola, Johann Sebatian Bach, un musicista poeta, negli Atti della Società “Dante Alighieri” di Treviso, ma anche sul sito di Arianna Editrice) e di una ancor più voluminosa biografia di Ludwig van Beethoven.

Anch’egli, per qualche tempo, ha raccolto l’accusa rivolta alla Massoneria, per poi convincersi, dopo gli studi di Aloys Greither, musicologo e medico, e di Arthur Rappoport, che la malattia e la morte di Mozart furono dovute a una malformazione congenita del tratto uretrale o renale, di cui la malformazione del padiglione auricolare sinistro era un indizio che, oggi, alla luce delle moderne conoscenze di patologia, appare altamente significativo.

Ma ecco alcuni passaggi della ricerca svolta da Piero Buscaroli nel suo saggio La morte di Mozart, Milano, Rizzoli, 1996.

“Che Mozart morisse di veleno pare impossibile. Ma molti lo credettero, perché molte circostanze fecero credere che così fosse stato. La voce che fosse morto avvelenato corse immediatamente. Il Musikalisches Wochenblattdi Berlino lo affermò il 31 dicembre in una corrispondenza datata Praga, 12 dicembre. Non si facevano nomi, né moventi Ma glaubt man vuol dire che la voce circolava. Nella biografia di Niemetschek comparvero insieme due capisaldi del repertorio di Constanze: la passeggiata al Prater in cui, eines Tages, Wolfgang le avrebbe detto il timore che lo stessero avvelenando; e quella regina delle favole, sacra al lacrimatorio universale, secondo cui scriveva il Requiem per se stesso.” (Op. cit., p. 217).

“Il nome di Salieri si radicò dopo che, preda della demenza senile, si era accusato da sé, e siccome era bizzoso e inviso, fu creduto; dapprima per scherno e dispetto, poi con acre convinzione. Fu creduto perché era Welsch, terrone, italiano; e gl’italiani, che i sovrani tedeschi predilessero lungo due secoli, avevano benissimo meritato, per intrighi, sufficienza, ignoranza, e per quella loro pretesa, durata fino a Gasparo Spontini, di lavorare e spadroneggiare in Germania continuando a parlare e capire soltanto l’italiano, il compatto odio di cui erano attorniati” (p. 218)

“Morì, il povero Salieri, il 7 maggio 1825. Dopo due tentativi di tagliarsi la gola, due infermieri lo sorvegliarono notte e giorno, fino a che la morte lo colse, completamente demente. Quale che fosse la verità sulle piccole o grandi ‘cabale’ da lui ordite contro Mozart (che, in questo tema, era almeno altrettanto vivace) la lurida leggenda  che al suo nome di apprese fu una punizione immeritata, in cui finì col compendiarsi ,quasi una vendetta riassuntiva e simbolica, la rivalsa dei musicisti tedeschi contro la soggezione in cui gl’italiani li avevano tenuti per due secoli.

“Puškin la trasferì, cinque anni dopo, nella letteratura d’appendice, e il cinematografo ne fece una ghiottoneria per le turbe evolute assetate di sapere e verità.”(p. 219).

“Su questo soggetto [ossia, le cause del decesso di Mozart] mutai più volte opinioni in un quarantennio. Come un inquisitore scontento, ho esplorato tutte le ipotesi dell’avvelenamento: non certamente la più celebre, quella che l’attribuisce al povero Salieri. Roccaforte della mia certezza e del disgusto per l’autore russo che inventò l’accusa in sede letteraria,  la certezza di Beethoven: non avrebbe mai dedicato a Salieri  le tre Sonate dell’Op. 12, se la più pallida ombra avesse sfiorato il passato del vecchio, ormai svanito. Sono, anzi, sicuro che quella dedica fu un gesto di meditata rampogna  contro gl’inventori dell’accusa.

“Esplorai l’ipotesi di un veleno propinato da Constanze e Süssmayr. Poi, l’avvelenamento da parte dei massoni, sostenuta da molti e, nel modo più fanatico e risoluto, da Mathilde Lidendorff (1882-1966), la battagliera indomita psichiatra teosofa filosofa e scrittrice che fu seconda moglie al Quartiermastro generale dell’Armata imperiale germanica. Il suo furore antimassonico, di matrice ultranazionalista, antidemocratica e antisemita, è risorto, metamorfizzato in un bando di crociata ultracattolica, Mozarts Tod 1791-1971, il libro che tre medici scrittori, già specialisti mozartiani ciascuno per proprio conto, Johannes Dalchow, Gunther Duda e Dieter Kerner, pubblicarono «nel 180. Anniversario della sua fine violenta il 5 dicembre 1971».

“Diceva Prezzolini che fin quando non vi si fosse imprato a ridere della massoneria, invece di temerla, l’Italia non sarebbe stata nazione rispettabile.. Ma la Germania non deve passarsela meglio, e appare che i massoni vi siano tenuti in gran conto e timore, se i tre medici cattolici non trovarono un editore professionista e dovettero rifugiarsi sotto la guerriera insegna chiamata Hohe Warthe, ossia Alta Torre, di un nobile signore Franz von Bebenburg.

“Seppure dopo un’incertezza durata un paio d’anni, e una strenua analisi delle circostanze finissi per archiviarla, l’accusa principale dei tre medici ai massoni, di aver costretto Mozart a una sorta di suicidio rituale, mi parve profonda e convincente e, soprattutto, la più idonea a spiegare una quantità di misteri. Ancora nel 1988, un accigliato lettore mi rinfacciava di aver dato per provata, in una conferenza al Teatro Comunale di Firenze, la tesi dell’avvelenamento per opera dei massoni. È vero, passai per tale fase. Il fondamento dell’accusa, lo spiegamento dei particolari qui non riassumibili e non accessibili a chi non abbia tentato d’immergersi nelle oscurità di quella setta, ricreando però idealmente le condizioni dei tempi in cui era davvero seria e temibile, hanno lasciato in piedi una quantità di conseguenze, collaterali eppure incontestabili, di xui la mozartologia commerciale, per superficialità, pigrizia, ignoranza, o qualche altro tornaconto che ignoro, non si è ancora decisa a prendere atto. (pp. 344-45).

“Mozart morì di causa naturale: di più cause naturali combinate insieme: una malformazione congenita del tratto uretrale o renale; una epidemia diffusa a Vienna; l’eccesso dei salassi prescritti dai medici. Anche il padre di Hölderlin fu ucciso, in quell’età, da questo autentico flagello terapeutico che tolse dal mondo migliaia di malati non gravi.

“Quella morte per cause naturali ebbe l’aspetto innaturale dell’assassinio, e come tale fu trattata” (p. 346).

“Studioso di medicina e studioso mozartiano, Aloys Greither è stato insieme occasione e primo beneficiario della scoperta che ha chiuso con un punto fermo la secolare diatriba sulla patologia di quella morte: il costante rapporto tra la congenita malformazione  dell’orecchio e un destino clinico che, latente per lunghi ani, un’occasione improvvisa volge in catastrofe: «La lunga e silenziosa malattia renale, che un’infezione condusse all’uremia finale, non può vedersi ogi sotto l’unico profilo dei danneggiamenti infettivi e tossici dei reni. Nel 1981 il patologo americano Rappoport, sulla base di una gran quantità di materiale specialistico e con l’appoggio di una schiera di altri specialisti, ha indicato, con significativi dati statistici, le correlazioni intercorrenti tra determinate malformazioni interne ed esterne.  Tali combinazioni si trovano, con quasi regolare costanza, nella coincidenza della malformazione di un padiglione auricolare con malformazioni congenite del sistema urogenitale” (p. 350).

“C’è una bizzarra previdenza nei ritardi di un libro. Se questo fosse stato finito e stampato, secondo i programmi, una quindicina d’anni or sono, non mi sosterrebbe la probabilis conjectura patologica, che ormai tien luogo di certezza e, collegata alla catastrofe di Hodfdemel, offre allo scenario complessivo della morte di Mozart la più probabile delle visioni possibili. A Greither e Rappoport, che hanno soldato il cerchio originario di reciproche influenze,; e agli studiosi che in circa vent’anni di analisi, congressi urologici, pubblicazioni specialistiche e lettere private portarono a maturazione l’ipotesi decisiva e la fecero conoscete, testimonio una gratitudine acutamente personale. Essi mi condussero alle soglie della soluzione che avevo lungamente cercato. E poco importa se mie deduzioni differiscano, su argomenti marginali, da quelle di Greither, come la decisione di completare il Requiem,o lasciarlo da canto.

“Senza i lavori confluiti nella sintesi di Rappoport e il suo sviluppo, ritornato a Greither, il destino renale di Mozart sarebbe rimasto l’ipotesi, la cui acutezza risplende intera soltanto oggi, di J. A; Barraud, il primo che tentasse una diagnosi della malattia di Mozart, centoquattordici ani dopo la sua morte. Una diagnosi sbalorditiva per acume, logica e forza di convinzione.

“Infatti. Benché fosse stampata fin dal 1905, nessuno dei patriarchi che presiedono alla parassitaria bibliografia mozartiana se ne accorse. Né Albert, né Paumgartner, né Hildesheimer, né Robbins Landon, nessuno di coloro che su Mozart camparono per mezzo secolo, dalla sua storia traendo ogni sorta di onori e benefici, spinse le forbici della sua bibliografia fino alle pagine della rivista francese; o, avendone avuto notizia, provò la curiosità di andarsele a leggere. Il solo Anton Neumayr, che è medico, menziona la diagnosi di Barraud, «tra le diverse ipotesi» (pp. 352-53).

“Mozart non morì assassinato, ma il suicidio di Hofdemel, riflettendosi a ritroso, lo fece credere e colorò malattia e funerali di una tinta equivoca e lubrica, che, nello svariare delle ipotesi più assurde, sempre rimase”(p. 359).

Riposa in pace, dunque, povero Mozart. Sul presunto mistero della tua morte si è speculato abbastanza, ingrassando poeti, saggisti, registi di teatro e di cinema, giornalisti della carta stampata e della televisione.

Ora basta.

E che possa riposare in pace anche tu, povero Salieri. Chissà che, un giorno, si possa tornare a parlare di te come di un musicista non indegno; e non più, soltanto, come probabile o possibile regista dell’avvelenamento di Mozart, mosso da un’insana gelosia professionale.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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