domenica, 13 Giugno 2021
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Nell’amore disperato degli amanti vi è l’aspra, struggente nostalgia dell’infinito

Nel marzo del 1975 uscì «Esperienze», il terzo album del cantante Rosalino Cellamare, non ancora famoso con il nome d’arte di Ron di Francesco Lamendola  

Nel marzo del 1975 è uscito «Esperienze», il terzo album del cantante Rosalino Cellamare, non ancora famoso con il nome d’arte di Ron; anzi, non ancora famoso per niente, tanto che a partite da quel’anno, e per un lungo periodo, l’artista decise di passare al cinema, in attesa di tentare un ritorno in grande stile nel mondo delle sette note.

La canzone che dà il titolo all’album (e uscita anche nella versione a 45 giri, sempre nello stesso anno), musicata da Ron su un testo di Gianfranco Baldazzi e arrangiata da Sergio Rendine, nonché accompagnata dalla suggestiva Schola Cantorum di Edoardo De Angelis, parla in prima persona un amante che si sente tradito perché la sua donna,  dopo aver fatto l’amore insieme a lui, si prepara a tornare dal marito, come già successo – lo si intuisce fra le righe – tante altre volte.

Vi è un forte, drammatico contrasto emotivo fra l’uomo, che soffre acutamente per l’ambiguità della situazione e vorrebbe che lei facesse una scelta di chiarezza ed onestà interiore, e la donna, che si alza dal letto per truccarsi e rivestirsi, pronta a tornare a casa come niente fosse, per nulla a disagio nei panni della moglie adultera, anzi, apparentemente tranquilla e sicura di sé, come se non vi fosse niente di più naturale che destreggiarsi fra l’amante e il marito.

Il tema centrale della canzone non è tanto la gelosia del protagonista, benché vi sia anche questo aspetto, che ricorre nel motivo finale, ripetuto due volte, dell’amante che si sente il vero tradito; bensì la sofferenza derivante da una profonda distonia affettiva, poiché lei sembra adattarsi senza problemi a condividere l’amore di due uomini, mentre lui la vorrebbe diversa, la vorrebbe coerente e capace di opera una scelta, e sia pur dolorosa; si intuisce che i due sono felici sul piano sessuale, ma non lo sono sul piano della relazione profonda, perché appartengono a due tipi umani alquanto diversi: l’idealista e l’opportunista.

Certo, si tratta di semplificazioni, perché situazioni del genere non possono essere pienamente comprese dal di fuori; possiamo immaginare, infatti, che la donna non sia, intimamente, così disinvolta e serena come vorrebbe apparire; forse anche lei soffre, forse anche lei vorrebbe che le cose fossero diverse, ma, per delle ragioni che non vengono dette, non trova la forza di fare chiarezza con se stessa e con i due uomini della sua vita: è un fatto, comunque, che sembra adattarsi con una certa facilità ad uno stato di cose fortemente contraddittorio.

Il cuore umano è un mistero, e la passione amorosa è la cosa più misteriosa di tutte; nemmeno Gesù Cristo ha avuto la pretesa di giudicarlo, né nel caso dell’adultera che gli era stata portata per la lapidazione, né in quello della donna samaritana che aveva avuto cinque mariti ed ora viveva con un altro uomo, con il quale non era sposata (e dal contesto si intuisce che viveva in stato di adulterio, perché un marito doveva pure averlo).

È stato detto, e noi siamo sostanzialmente di tale opinione, che l’amore passionale è una invenzione della modernità: di Francesco Petrarca in primo luogo, e, avanti a lui, di scrittori in lingua d’oïl come Chrétien de Troyes e di poeti in lingua d’oc, come i trovatori provenzali; mentre l’antichità greca e latina e gran parte della cultura medievale non conoscono un tal genere di amore, se non in casi eccezionali e, si direbbe, patologici, o comunque fortemente distruttivi, come la violenta passione di Didone per Enea che conduce la sventurata regina al suicidio.

Questo non significa che l’amore fra uomo e donna, quando esprime una passione profonda, però ostacolata dalle circostanze sociali, non abbia dei risolti oggettivamente molto sofferti: si tratta di una esperienza che gli altri non possono capire e che gli stessi amanti stentano ad accettare, o alla quale si adattano non senza riserve e sofferenze.

Il movimento tragico dell’amore passionale e “impossibile”, intrecciato al tema dell’adulterio, da Tristano e Isotta risale lungo i secoli sino alla dantesca Francesca da Rimini ed oltre, sino al «Werther» di Goethe e all’«Ortis» di Foscolo; e prosegue ancora, fino a quei capolavori assoluti, pur se così diversi tra loro, che sono «Il Maestro e Margherita» di Bulgakov (perché Margherita, non lo si dimentichi, è sposata e, nella sua infelicità coniugale, aveva persino pensato al suicidio) e «Il dottor Živago» di Pasternak (e anche qui l’amore del protagonista con la bella e appassionata Lara Antipova si svolge alle spalle della mogie di lui, la dolce Tonja).

È significativo, comunque, che, nella lingua italiana, la parola “amante”, soprattutto al plurale, venga subito associata a due persone sposate, o una delle quali è sposata, costrette ad amarsi in clandestinità: situazione che è stata descritta in numerose opere letterarie moderne, da «Anna Karenina» di Tolstoj, a «Madame Bovary» di Flaubert, a «Il diavolo in corpo» di Raymond Radiguet: ed è quest’ultimo romanzo quello che più sa esprimere la tensione drammatica, l’angoscia, la disperazione, che si intrecciano all’amore adultero.

Nel panorama della letteratura italiana, il romanzo che meglio ha saputo descrivere il tormento dell’amante, geloso dell’intimità che la donna mantiene con il marito ignaro, è, probabilmente, «Gelosia» di Alfredo Oriani; in quella inglese, crediamo che sia «La fine dell’avventura» di Graham Greene, nella quale, peraltro, si innesta una profonda tematica religiosa, che redime la disperazione e il senso di colpa dei due amanti e li avvia, per sentieri sofferti e inaspettati, verso la pace dell’anima, al prezzo, però, della loro separazione.

Negli ultimi decenni del Novecento il tema si è fortemente banalizzato e anche la televisione, il cinema e la musica leggera ne hanno fatto scempio, portandolo sempre più verso la dimensione ironica, caricaturale e grottesca; e ciò mano a mano che la morale sessuale cambiava con ritmo sempre più veloce, sino a far apparire quasi ridicole le sofferenze degli amanti, in una società dove basta un pezzo di carta per ottenere la separazione o dove, assai più frequentemente, mogli e mariti si adattano e magari si incoraggiano alla completa libertà reciproca, con buona pace dei sentimenti tragici, nonché delle malelingue del vicinato che invano vorrebbero un bello scandalo per attenuare un po’ la noia quotidiana.

Tornando alla canzone di Ron, dobbiamo dire che è una bella canzone, che appartiene ad una delle ultime stagioni felici della canzone d’autore italiana, ormai avviata verso la china sdrucciolevole della commercializzazione sempre più marcata; con un bel testo, ben musicata, ottimamente arrangiata e cantata in maniera sentita e convincente: quanto, se non più, della pur bella «Se mi vuoi» di Cico; e alla pari della ugualmente efficace interpretazione di «Io domani» da parte di  Marcella Bella.

Vale la pena di riportarne integralmente il testo di Baldazzi, anche per apprezzarne la qualità e la indubbia originalità: niente a che vedere con la banalità e la prevedibilità di «Signora Lia» di Claudio Baglioni, che tratta un soggetto abbastanza simile.

«In piedi e già vestita

ti aggiusti il trucco ed ecco,

ancora prima che tu sia partita,

svanisce la tua immagine allo specchio.

Ritorni accanto a lui

e io come potrei

cercare di cambiare la tua vita

quando sei tu, sei tu, che non lo vuoi.

No, no, non sei, non sarai mai

davvero libera;

tu vivi la tua vita senza viverla,

fra un desiderio e l’altro

non sai più quel che vuoi.

A me quello che brucia è l’amarezza

di averti sempre, senza averti mai…

E avrei voluto dirti:

“Attenta, fuori è freddo;

fa ancora un po’ di caldo nel mio letto”.

Ma tu nemmeno ascolti:

hai messo già in valigia

tutti i problemi e i dubbi non risolti.

No, cosa aspetti, cosa vuoi che dica?

Vai, vai, prendi la porta, dai, non ti fermare;

vivi alla tua maniera, non cambiare!

Ma quando sei con lui, con lui, tuo marito

possibile che non ti sfiori mai

il dubbio che mi senta io tradito?

Ma  quando sei con lui, con lui, tuo marito

possibile che non ti sfiori mai

il dubbio che mi senta io tradito?»

Ricordo che, da ragazzo, le parole del ritornello finale di questa bella e sofferta canzone mi avevano particolarmente colpito per quella che, agli occhi di un adolescente alquanto ingenuo, sembrava una incongruenza evidente: come poteva sentirsi tradito l’amante rispetto al marito, quando era lui a perpetrare un tradimento ai danni di quello?

L’esperienza di vita, invece, insegna la profonda verità di quelle parole: l’amore passionale non conosce certificati di stato civile e, quando afferra l’anima, fa passare ogni altra cosa in secondo piano, anzi, fa apparire proprio il legittimo consorte dell’altra, o dell’altro, come l’elemento estraneo che “ruba” l’amore della persona amata.

Situazione complessa, amara, struggente, disperata; e tuttavia non priva di un suo strano, paradossale privilegio – un privilegio, comunque, che si esita a definire con parole chiare, tanto forte è la sensazione di stare camminando su un terreno delicatissimo, dove anche il più piccolo sussurro può turbare il silenzio sacro che regna nel mistero d’amore.

In breve, si tratta di questo: che proprio nella misura in cui l’amore fra i due amanti è straziato dalla impossibilità di una completa unione, senza limiti né sotterfugi, esso può conservare intatta quell’aura indefinita di sogno, di bellezza, di poesia, che è propria delle cose che non devono confrontarsi sino in fondo con la realtà concreta della vita quotidiana.

Ah, quale felicità spaventosa, abissale, potrebbero godere gli amanti, se non dovessero assaggiarla a spizzichi, furtivamente; se non dovessero subire il pesante condizionamento di circostanze esterne a loro avverse; se non dovessero dissimulare davanti al mondo, ma potessero abbandonarsi l’uno nelle braccia dell’altra, incuranti di tutto e di tutti!…

Eppure sappiamo bene che, quanto più ci si spinge alle soglie della epifania, tanto più si pregusta la gioia ineffabile di una rivelazione che nessuna lingua umana è mai stata in grado di raccontare (è questo il tema della più emblematica poesia di Montale contenuta in «Ossi di seppia», cioè «I limoni»); ma siamo proprio sicuri che la piena rivelazione, qualora avvenisse alla luce del sole, sarebbe all’altezza dei presentimenti e delle aspettative?

Forse è meglio, anche se loro non lo sanno, che gli amanti continuino a struggersi nella nostalgia dell’infinito: proprio le sbarre che li imprigionano, permettono loro di sognare dei cieli sconfinati…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 02/04/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia 04 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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