martedì, 22 Giugno 2021
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Paolo Silenziario, Branduardi, Vecchioni: ogni epoca ha le sue (in)coerenze

Su un brano poetico di Silenziario è stata ricavata una canzone, in verità non bellissima, interpretata da Angelo Branduardi ma scritta da Vecchioni di Francesco Lamendola 

È triste vedere con quale sensazione di confusione, di smarrimento, talvolta di autentico panico la donna ai nostri giorni vede arrivare l’età matura, annunciata dalle rughe sul volto e da qualche ciocca grigia sulle tempie, come si trattasse di un evento catastrofico e assolutamente imprevisto o, comunque, inatteso.

L’unica cosa certa, nella vita, è che invecchiamo ad ogni giorno: e lo vediamo fin da piccoli, nel modo più palese; il vagheggiamento dell’eterna giovinezza è il sogno voluttuoso di chi non ha occhi per vedere, anche se guarda, né sa spingere lo sguardo oltre le apparenze, ma si ferma alla superficie delle cose.

Chi non sa vedere, già nella fresca albicocca ancora un po’ acerba, il frutto troppo maturo che finirà per staccarsi e cadere dal ramo, non è un uomo, ma un eterno bambino; così come non è veramente uomo chi insegue eternamente le grazie acerbe della fanciulla e non sa vedere il fascino sottile e commovente di una donna matura d’anni.

C’è, tuttavia, nella nostra società, una cosa ancor più triste a vedersi: ed è l’ipocrisia di chi vorrebbe sguazzare nel proibito, ma con l’alibi delle buone intenzioni sempre a portata di mano, come un salvagente da cui il nuotatore principiante non si separa mai, specialmente quando osa qualche bracciata un po’ più lontano dalla riva. Un buon esempio di ciò è il riadattamento moderno che è stato fatto di un epigramma bizantino di millecinquecento anni fa.

Paolo Silenziario, uno degli ultimi grandi poeti dell’antichità greca, vissuto nel VI secolo dopo Cristo, nel «Ciclo di Agazia» (in: «Antologia Palatina», traduzione di Salvatore Quasimodo, Milano, Garzanti, 1968, 1977, V, 258, p. 203), così cantava il fascino della donna matura:

«Amo di più le tue rughe, Filinna,

che lo splendore della giovinezza.

Mi piace di sentire nella mano

il tuo seno, che piega giù pesante

le sue punte, più del seno diritto

d’una ragazza. Il tuo autunno è migliore

della sua primavera ed il tuo inverno

è più caldo della sua estate.»

Ebbene, proprio da questo intenso brano poetico di Paolo Silenziario è stata ricavata una canzone, in verità non bellissima, interpretata da Angelo Branduardi (ma scritta da Roberto Vecchioni): «La donna della sera», che, al momento del suo esordio, nel 1994, ha innescato l’immancabile polemica neofemminista, perché due giornaliste politicamente corrette la attaccarono, dalle due maggiori testate giornalistiche italiane, accusandola di gettare uno sguardo impietoso e, naturalmente, maschilista, sulla decadenza fisica della donna in età; e non avevano capito che l’intenzione con cui era stata scritta era tutt’altra.

Lo steso Branduardi ha spiegato che si trattava di una canzone tutt’altro che maschilista, perché il suo intento era stato quello di celebrare l’amore coniugale; resta da capire che bisogno ci fosse di rivisitare i versi di Paolo Silenziario per stravolgerne a tal punto il significato, quando sarebbe stato assai più semplice costruire un testo interamente nuovo (o ispirato ad altre fonti). Se a noi pare evidente che la Filinna del poeta greco difficilmente può essere sua moglie, con quell’accenno sensuale ai seni e ai capezzoli, che più si addice alla celebrazione di una amante che di una legittima consorte, Branduardi e Vecchioni, puntando in misura ancor maggiore su tale dimensione (vi hanno aggiunto, infatti, una serie ben nutrita di particolari anatomici, descrivendoli in maniera fra cruda e spregiudicata), rendono ancor meno credibile tale identificazione.

Non che una moglie non possa essere sensuale, intendiamoci: ma se intendevano rendere omaggio, come pure gli autori hanno detto, a valori come l’affetto, la tenerezza, la confidenza, i quali, in una lunga unione coniugale, restano vivi quando anche quando la fiamma della passione si è ormai spenta, perché poi evocare in maniera tanto compiaciuta la dimensione fisica del rapporto tra uomo e donna, soffermandosi sulle dubbie delizie di un corpo muliebre in disfacimento, ma pur sempre voluttuoso: la ruga di stanchezza, il seno che pende, il sedere dalla pelle «arata a terra», le cosce grasse «di pane» e le labbra «che ci sanno fare»?

Delle due, l’una: o la «donna della sera» è una donna che sa essere una dolce compagna anche dopo il venir meno del desiderio fisico, e allora bisognava portare il discorso prevalentemente, se non proprio esclusivamente, sul piano spirituale; oppure è una donna che, nonostante il passare degli anni, sa e vuole essere tuttora una amante appassionata, capace di dare e ricevere il massimo del piacere, come e più – si dice a chiare lettere  nel testo della canzone – delle ragazzine dal corpo asciutto e dalla pelle levigata; «tertium non datur».

Il fatto è che, quando si va a pescare in un testo poetico illustre per costruirci sopra una canzone moderna (o magari un film), bisogna avere le idee chiare sulla operazione che ci si propone di fare: non c’è niente di male a ispirarsi alla letteratura, basta non tradirne il senso e utilizzarlo nella misura in cui ciò è funzionale ad un proprio discorso poetico. Insomma, bisogna evitare gli ibridi e le minestre malamente riscaldate e insipidamente “aggiornate” ai nostri tempi; che si celebri il sentimento oppure la passione carnale, l’importante è non  mescolare le carte e non servirsi di mezzi impropri e di logiche contraddittorie.

Che se poi ci si venisse a dire che sensualità e affettività non possono né devono essere separate con la scure, noi risponderemmo che sì, anche questo è un discorso legittimo e certamente si può farlo, ma richiede una notevole perizia e senso dell’equilibrio, perché allora bisogna farlo con coerenza e nella maniera appropriata; laddove è chiaro che insistere oltremodo sulla dimensione erotica e sessuale mal si concilia, specialmente se parliamo di una signora alquanto matura, con la dichiarata intenzione di privilegiare il sentimento di affetto coniugale che si instaura dopo molti decenni di serena convivenza.

Gira e rigira, la cattiva coscienza di molta parte della cultura moderna viene sempre a galla, là dove essa maggiormente pretende di ostentare naturalezza e disinvoltura: si vuole celebrare la donna non solo come oggetto di piacere fisico, ma anche come compagna di vita; benissimo, niente di meglio. Però lo si vuol fare sottolineando il corpo, l’esperienza erotica, la capacitò di suscitare brividi e trasalimenti; e allora c’è qualcosa che non torna.

Vengono in mente Sabrina Salerno e Jo Squillo, le quali, cantando «Siamo donne», dicevano testualmente che «oltre le gambe c’è di più», e intanto si spogliavano sul palcoscenico, specialmente la prima, mostrando quasi tutto quel che si poteva mostrare nel corso di un pubblico spettacolo destinato anche alla fruizione televisiva, tranne ciò che il testo della canzone sembrava suggerire: le qualità interiori di una donna, l’intelligenza, la sensibilità, il buon gusto. Così, la quarantunesima edizione del Festival di Sanremo, nell’anno di grazia 1991, è passata alla storia, fra le altre cose, per la coraggiosa e coerente trovata delle due popolari cantanti che, rivendicando il diritto delle donne a essere giudicate per qualcosa “di più” delle gambe, hanno ostentato al pubblico anche le cosce e i reggiseni.

Quanta ipocrisia, quanta inconsapevolezza o, peggio, quanta furbizia da quattro soldi in questa cultura “femminista” che non smette mai di presentare la donna come l’eterna vittima di un maschilismo becero, e intanto lo incoraggia e gli strizza l’occhio in tutte le maniere possibili.

Il fatto è che, nella società consumista, dove tutto è messa in scena e spettacolo a pagamento, si vorrebbe apparire trasgressivi, ma ci si vuol coprire anche le spalle dall’accusa di immoralismo; per cui si finisce per celebrare la trasgressione omeopatica, la trasgressione tollerata e tollerabile, la trasgressione che non ferisce e che non turba; va bene «épater les bourgeois», ma senza esagerare, un colpo al cerchio e uno alla botte: «Adelante, Pedro, con juicio».

Risultato: il conformismo di massa; il conformismo, cioè, di chi vorrebbe giocare al superuomo (o alla superdonna), ma senza averne il fegato, né la stoffa e che, in fondo, non fa che esprimere le confuse velleità e i mediocri surrogati di una “liberazione” abortita in partenza, perché pensata in funzione del successo commerciale e non scaturente da un reale impulso vitale.

Che tristezza.

In confronto, il buon Paolo Silenziario, pur vissuto alla bigotta corte dell’imperatore Giustiniano, ci sembra un campione di coerenza, di dignità e di trasparenza: non gioca ad essere quello che non è, non finge di voler dire una cosa e intanto ne dice un’altra, completamente diversa; vuol celebrare le delizie del sesso in un corpo femminile carico d’anni e lo fa con una sua aspra delicatezza, con una leggerezza di tocco che non indulge all’ambiguità, al dire e non dire, allo scagliare il sasso e poi nascondere la mano.

La sua Filinna non pretende di essere una donna che «oltre le gambe» possiede chissà che cos’altro; e nemmeno pretende di essere una moglie che, a dispetto dello scorrere del tempo, sa tenere sempre alta, anzi rovente la temperatura sessuale del proprio matrimonio, per mezzo d’instancabili prestazioni e giochi erotici, sì da scongiurare sia i pericoli ella monotonia e della tiepidezza, sia la concorrenza delle donne più giovani e attraenti.

È piuttosto una amante matura, ma esperta, tenera, il cui letto attrae un uomo più di quello di tante giovincelle capricciose e problematiche, che si preoccupano sempre e solo del loro orgasmo; non è una femminista “ante litteram” e, se possiede doti dell’animo non disprezzabili, il che è probabile, non se ne vanta e lascia che sia lui a scoprirle.

Quanto al poeta, nella sua ammirazione per lei non si può disgiungere il sesso dall’affetto, ma certo la prima dimensione è quella prevalente: Paolo Silenziario mostra una vena di robusta sensualità che non ha bisogno di avvolgersi entro dubbie giustificazioni “spirituali”. In questo senso la sua lirica si potrebbe definire naturalistica e a-morale; infatti ricorda un po’ quella di Sandro Penna (o meglio, naturalmente è quest’ultimo che si rifà agli epigrammisti greci): non vi è traccia del senso di colpa, in compenso vi sono frequenti segni d’inquietudine, ma solo perché la dolcezza dell’amore è destinata a finire e non perché essa non appaghi pienamente la sete interiore

Paolo Silenziario doveva essere cristiano quanto basta perché gli fosse consentito di celebrare, senza scandalo, le meraviglie artistiche della Basilica di Santa Sofia a Costantinopoli, ma anche, in fondo, abbastanza pagano da cantare in maniera passionale, peraltro mai oscena, i suoi amori con numerose etère; ecco perché riesce difficile credere che Filinna sia una moglie ed ecco perché il poeta la sa celebrare con sì commovente disinvoltura, pur trattandosi di una donna di facili costumi che, per giunta, non può vantare nemmeno lo splendore della giovinezza, ma solo l’esperienza che deriva, nel suo mestiere, dall’età inoltrata.

Del resto la corte di Giustiniano era sì bigotta, ma in una maniera tutta particolare: e Teodora, l’imperatrice, prima di diventare la moglie del “Basileus” e fin da quand’era una ragazzetta ancora impubere, aveva fatto arrossire i clienti di tutti i bordelli della capitale, tanta era la bravura con cui sapeva offrire tutti e tre gli orifizi del suo corpo – così si esprime, senza peli sulla lingua, lo storico Procopio di Cesarea – per dare e per ricevere il massimo del piacere. Ma la sensibilità bizantina era una mescolanza irripetibile di casto e di lascivo, di puro e di carnale; non ne esiste l’equivalente ai nostri giorni.

Ai nostri giorni, come è proprio della società consumista, si vuol tenere il piede in due scarpe: ad esempio, fare canzone d’autore, ma senza dimenticare i gusti del grosso pubblico; pescare consensi sia fra quanti apprezzano i riferimenti audaci, sia fra quanti vorrebbero vedere celebrati i valori familiari; meglio ancora: pescare consensi nelle pieghe pruriginose, ma perbeniste, di quel pubblico che è avido di trasalimenti sensuali, ma non è disposto a riconoscerlo e che invece si nasconde dietro l’intenzione dichiarata di vedere esaltati i “buoni” sentimenti (come se la sensualità fosse, di per sé, “cattiva”). Oltre le gambe c’è di più, appunto…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 03/09/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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