lunedì, 21 Giugno 2021
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Una pagina al giorno: Addio alla vecchia osteria, di Renzo Valente

Addio alla vecchia osteria, di Renzo Valente. Crediamo che il nome di Renzo Valente non dica niente a chi non è friulano, a chi non è udinese; e, forse, neanche a molti friulani e udinesi delle ultime generazioni di Francesco Lamendola 

Crediamo che il nome di Renzo Valente non dica niente a chi non è friulano, a chi non è udinese; e, forse, neanche a molti friulani e udinesi delle ultime generazioni.

Non è stato un grande scrittore: è stato un onesto giornalista; un giornalista locale, come si dice in gergo: scriveva sulle pagine de «Il Messaggero Veneto» (che, nonostante il titolo, è il quotidiano locale del Friuli) e su altre testate della sua regione.

Qui lo vogliamo ricordare perché egli è stato l’ultimo cantore della vecchia Udine, prima che il flusso omologante della modernità spazzasse via, un edificio dopo l’altro, una abitudine dopo l’altra, quella specificità e quella differenza che rendevano la città e i suoi abitanti un piccolo mondo diversificato e tuttavia compatto, un mondo che sarebbe piaciuto a Pasolini, perché non ancora irreggimentato nelle leggi e nelle formule inesorabili di uno sviluppo senza progresso.

I suoi scritti dedicati ai vecchi angoli di Udine, alle osterie, ai personaggi più caratteristici – famosi come il poeta Emilio Girardini o anonimi come la venditrice di caldarroste -, al vecchio «tram bianco» che andava a Tarcento o al «tram verde» che andava a San Daniele, al Carnevale, alla vecchia maestra, al barbiere con la bottega all’angolo, alla Befana, alla tintoria di una volta, hanno il sapore delle care vecchie cose di un tempo passato e, pur venati di nostalgia, vi predomina una nota di amore appassionato per la sua città, per i suoi ritmi, per le sue abitudini di serietà, di tolleranza, di civile confronto fra diversi: quasi un angolino della vecchia Mitteleuropa smarrito sulle secche del mondo moderno, all’americana, rapido e incalzante, efficiente e produttivo, niente affatto incline ai sentimentalismi.

«Addio alla “Buona Vite”», di Renzo Valente (dal volume «Udine 16 millimetri», Udine, Arti Grafiche Friulane, 1987, pp. 365-69):

«Non tanto per quella sorta di affetto che ad essa mi legarono due anni consecutivi di aperitivi; né per il fatto che in un non lontano passato me l’ebbi cara per altri versi, e neanche per gli ultimi gestori, i quali hanno deposto le armi senza combattere, sospetti di intelligenza col nemico, ma soprattutto è per la mia città che mi dispiace che vada giù, povera “Buona Vite”! Mi pare impossibile. Quando me lo dissero in anteprima non ci volli credere e il giorno in cui (e non scherzavano affatto, come subito sperai) mi sbatterono fuori, orfano tic e tac di un’altra madre, mi convinsi amaramente di non essere di questo tempo bensì di quello sotto Marco Caco Ogni illusione che m’ero fatto sulla lealtà a oltranza, sulla devozione eterna e sull’umana riconoscenza, cadde.» Mi vergognai di avervi dedicato l’anima.. Mi sentii ridicolo e solo.  Mi trovai come in un frigorifero, tale e quale sul pack quelli della “Tenda rossa”, che non avevano intorno che ghiaccio, orsi e foche, alle quali la vita va sempre bene, sia che stiano là a fare le bestie serie, sia che vengano qua a fare le pagliacce con la palla sul naso, come si pagliacci, da queste parti, non ce ne fossero abbastanza.

E adesso che la frittata è fatta, che fare? Abbaiare alla luna? Protestare? Contestare? Il per conto mio, potrei bruciarmi in piazza San Giacomo e magari nell’ora della spesa, o quando escono dalla messa, che farebbe colpo. E lo farei, anche. Ma chi mai si volterebbe indietro? Sono sicuro nessuno. A cosa servirebbe? A niente. Nemmeno a scaldare le odierne signore che vi vendono la frutta e la verdura, le quali, peraltro, non ne avrebbero bisogno siccome abitano macché baracche piuttosto ville,  mentre le colleghe precedenti 8a quelle sì che avrebbe fatto comodo, con tutto quel freddo che pativano, povere diavole, le trippe bollenti alla Maddalena Sporca, e la grappa ogni tanto, dàmi un vôli, ‘o ven cumò, da Barbaro, sotto i portici), avevano le baracche sul serio., una tenda a ombrello e basta, la bilancia a braccio, il lume a carburo e d’inverno, appunto, i fuochi all’aperto, accesi con le cassette dei limoni, il cui fumo, allorché il giorno abdicava a favore della sera, salendo e velando di bianco, di rosa e d’azzurrino le case,  la chiesa e la fontana, parlava non già il linguaggio degli indiani, sibbene quello, assai più comprensibile, di un calore che non veniva soltanto da una fiammata di stecche secche ma anche dal cuore invisibile, sebbene carico di sangue grosso e di magoni,  di una famiglia provvisoria, la quale, ignorando di aver scritto una pagina di poesia, smontate le tende, mandi mandi, buine gnot buine gnot, si sarebbe ricostituita l’indomani all’alba.

Dunque, la “Buona Vite” parte e, con lo stesso treeno, il giardinettoe la villa accanto e il gentile parchetto davanti, che mi fa venire in testa, e anche nel cuore (e dài, , le lezioni non mi servono proprio a niente, povero babbeo, cento volte recidivo!), uno che amo a Tricesimo, questo enorme, l’altro intimo.,  gli alberi ombrosi e sonori, sparati verso il cielo  o riversi sul marciapiede di via Treppo, la grande chioma rossa o bianca o verde, mobili e odorosi, sonori di uccelli  e di insetti, le felci lucenti ai piedi, che vidi brillare e non le vedrò più, fra l’altre erbe, quando andavo a casa passandovi sotto, in via Cairoli..

Che paradiso incredibile in tanto inferno, e che macello!

Partono e alla stazione scommetto che non ci saranno non dico lacrime d’addio ma nemmeno i fazzoletti a salutare i quali, comunque, costerebbero assai meno. Niente. Una sbuffata di vapore, un’alzata di paletta, e chi s’è visto s’è visto, come capita a uno che lascia la città senza parenti.

Si transit. Così transiterà da questa terra (destino crudele!) una vera signora, che dell’onestà, della compostezza e della coerenza portava umilmente la bandiera, non un mattone tolto né uno aggiunto, Né rossetti né belletti, e neanche compromessi, ma!, in tutta la sua esistenza, che fu lunga ed esemplare. Vissuta dignitosamente, morirà in piedi.

Ah, la “Buona Vite”, quanto bene, per me e per la mia città, le ho voluto, e da quanto! Come mi è sempre piaciuta, adesso e prima, al tempo in cui venivo col povero Cino Valentinis e i colleghi del giornale a cenare da sopra Maria, nella stanzetta di Zorutti su via Treppo, e sostavamo un momento, un calice di bianco prima di sederci a tavola, al focolare, che fu quello intorno al quale Chino Ermacora, la vigilia di un Natale di guerra, cantò le villotte insieme ai suoi soldati (un respiro fra un ta-pum e l’altro, un po’ di miele nel cupo e inaridito, e il cannone tuonava sul Monte Nero e sul San Gabriele.

Che macello, povera “Buona Vite”, che aveva i vetri opachi a dischetti veneziani legati col piombo e i lampadari di ferro nero e i tavoli massicci e le grandi sedie impagliate e il soffitto a travi e le pareti erano di legno scurissimo, come il resto, e nella penombra di panno e di velluto venivano i lampi delle fiammate viperine, brusii, sibili e faville,  a illuminare i bordi dei mobili e i nostri visi. Che macello!  Che macello povera povera “Buona Vite”! E che care ore mangiando davanti al “Tratament” di Zorutti che Fred Pittino aveva eternato (oh, la beffa dei luoghi comuni! Sui muri: asini in piedi e seduti, bovi dagli occhi grandi e tondi come le uova che da essi prendono il nome, , cani, maiali con le loro signore, galline con i loro mariti che parevano contesse, e il gatto.

Era un gatto speciale. Aveva la coda per aria, girava la testina a contromarcia verso il fondo della schiena,  raggiungendo, la linguetta fuori, la gambetta posteriore che faceva il saluto romano.

Una volta che, per scherzare, lo mostrai col dito alla ragazza che ci portava la minestra questa, tirando su il naso, ci diede subito dei vergognosi: – Vergognôs! Ma come faseisô a mangiâ cun che robe lì denant? -.

Ma sì, meglio buttarla in ridere.»

In questa pagina di prosa sono riunite quasi tutte le caratteristiche dello stile di Renzo Valente, e anche gran parte dei temi a lui più cari.

La nostalgia vi recita la parte di primo piano: una nostalgia sottile, che penetra ovunque; e che l’Autore, per sdrammatizzare l’atmosfera, volge continuamente in riso e in scherzo, ma senza riuscire a dissiparla mai del tutto. È la tecnica della gente sensibile, ma riservata; la tecnica di un popolo fiero e triste, come quello friulano, davanti ai drammi della storia, che ha sempre affrontato con virile rassegnazione, senza inutili lamenti.

Si dirà che la scomparsa di una vecchia osteria cittadina non è poi un dramma della storia e, comunque, è un evento che fa parte della vita di ogni giorno, legato al progresso, che muta incessantemente il volto delle nostre città e le nostre stesse abitudini.

Tutto questo sarà vero, forse, per chi non ha mai avuto le radici in quel caro, vecchio mondo, tutto sommato pre-moderno, che avvolgeva ancora molte nostre città di provincia fino a qualche decennio fa. Per quel tipo umano, una osteria era molto, ma molto più che un luogo dove fermarsi a bere, frettolosamente, un bicchiere di vino: era il luogo, quasi sacro, della socializzazione fraterna, ove le barriere ideologiche sociali cadevano come per una tregua concordata. Il ricco e il povero, il vecchio comunista e l’inveterato democristiano sedevano gomito a gomito, senza astio e senza ininicizia; e ciò che contava era solo e unicamente il lato veramente umano delle persone, che il calore del vino rivelava nella loro autentica essenza, senza orpelli né fronzoli.

In breve, per quella generazione di friulani, l’osteria era, alla lettera, un luogo dell’anima: scaldata dal calore dell’amicizia e allietata da quel ritmo sempre uguale che costituiva, tra quei muri e quei mobili di legno massiccio, sotto le travi a vista del soffitto, una sorta di rifugio contro l’invadenza e la prepotenza del supposto progresso, per il quale sia le cose che gli esseri umani sono intercambiabili, e non importa come e dove bere un bicchiere di vino, purché sia buono e te lo versino fretta, perché il lavoro aspetta e tutto il mondo è lì che scalpita, non può fermarsi ad aspettare neanche un minuto più del necessario.

Ne aveva tanti, Udine, di codesti «luoghi dell’anima»: vecchi negozi, botteghe artigiane, chiesette fuori mano, vicoli silenziosi, portici in ombra, cortili come di campagna, rogge e perfino antichi mulini, mercati all’aperto, sagre e baracconi, processioni e riti religiosi.

E vi brulicava una umanità ricca e varia: non c’erano due persone che si potessero confondere tra loro, ciascuna aveva il suo lato un po’ speciale: o nell’abbigliamento, o nel modo di gestire, o di parlare; la pialla della modernità non le aveva ancora uniformate e omologate. E ognuno aveva la propria osteria prediletta – in Friuli, la degustazione del «tajût» è una  vera e propria liturgia -; e ogni osteria era un piccolo mondo all’interno del borgo o del quartiere, dove tutti si conoscevano e tutti simpatizzavano, retto da ferree regole di onestà e solidarietà reciproca; dove potevi dimenticare il portafoglio su una sedia e ritrovarlo, intatto, l’indomani, anche se decine e decine di avventori lo avevano visto.

Bastava un particolare, per creare una leggenda: un’aquila impagliata, ad esempio, forniva il nome a una di quelle osterie: «All’aquila nera», in Via Manin, preceduta da un suggestivo cortile interno; e i nomi erano uno più evocativo dell’altro: «Al trombone», «La tavernetta», «La ciacarade» [ossia «La chiacchierata»], «La spezieria dei sani», «Al lepre». C’erano perfino alcuni locali dal nome eretico e perfino un po’ blasfemo: «Al Vitello d’oro», «La Maddalena sporca»; e alcuni dal sapore quasi evangelico, come – appunto – «La Buona Vite».

Alcune osterie erano anche trattorie; in ogni caso, erano altra cosa dal «bar» all’americana, dove si bevono liquori industriali, seduti a tavolini di fabbricazione industriale, in un locale arredato con mobili industriali.

No, l’osteria era tutta un’altra cosa: era un locale caratteristico, quasi sempre carico di storia, con le pareti foderate di legno e con i tavoli di legno pesante e le sedie di paglia come quelle della cameretta di Van Gogh; dove si beveva vino di quello genuino, e dove si mangiava trippa e polenta oppure musetto e polenta, cucinati lì per lì, al «fogolâr», dalla moglie del padrone. C’era sempre fumo, e confusione, e qualcuno beveva un po’ troppo; ma non si sentiva mai di risse o anche solo di litigi; a loro modo, i clienti erano tutti gentiluomini, anche i più umili e ignoranti, come i manovali o le donne del mercato di piazza San Giacomo che, d’inverno, cercavano di scacciare il freddo dalle ossa, trangugiando diversi bicchieri di Tokai o di Merlot.

Intendiamoci, gentiluomini a modo loro.

Bestemmie, fin che se ne voleva: non crediamo di dire uno sproposito affermando che un’osteria friulana senza il suo bravo condimento di bestemmie quotidiane sarebbe stata addirittura inconcepibile. Ciò non vuol dire che quelle persone non avessero un profondo rispetto reciproco, né che avessero litigato, in modo particolare, con il Buon Dio: perché il popolo friulano – come tutti i popoli di antico ceppo contadino – è un popolo essenzialmente religioso. E il popolo delle osterie lo era anche più di quello che andava in chiesa a tutte le feste comandate; senza contare che, in parte almeno, era lo stesso.

I preti, che venivano da quelle campagne e che condividevano quell’orizzonte spirituale, conoscevano questa debolezza del popolo delle osterie; i preti friulani, che non disdegnavano di andare anch’essi a bere un bicchiere di quello buono, facevano finta di non sentire e sorridevano indulgenti, perché un’osteria senza bestemmie non sarebbe stata un’osteria, avrebbe volto dire che era arrivata la fine del mondo, qualche cosa di impossibile e impensabile, insomma come un alpino che non beve vino o come un marinaio che non ha mai visto il mare.

Renzo Valente ha saputo cogliere quel mondo di persone semplici, di care vecchie cose che avevano accompagnato e scandito la vita di più generazioni; e ha scelto di essere il cantore di quel piccolo mondo provinciale, che non si vergognava affatto di essere tale, cioè piccolo e provinciale, perché quella era la misura che gli piaceva e non ne desiderava un’altra, più grande o più cosmopolita.

Poi è arrivata, come direbbe Verga, la «fiumana del progresso», e ha cominciato a portarsi via i luoghi e le persone; finché, da ultimo, si è presa anche la loro anima.  E la città ha perso la propria anima, così come l’hanno persa i suoi abitanti. È arrivata la modernità, è arrivata la fretta, è arrivata la smania del fare, dell’ascesa sociale, delle comodità e dei desideri illimitati.

Le vecchie osterie, patria e rifugio di più generazioni di udinesi, hanno cominciato a chiudere, una dopo l’altra; oppure sono state ristrutturate, cioè trasformate in orribili, anonimi locali moderni; oppure ancora – sfregio supremo, e non si dica che questo è razzismo – trasformate in ristoranti cinesi o in macellerie islamiche.

Renzo Valente ha visto tutto ciò, ne ha sofferto, e ha scritto l’epitaffio di quel caro, vecchio mondo che andava scomparendo sotto i suoi occhi.

Si è anche battuto contro lo scempio edilizio, contro la copertura delle rogge, contro la soppressione dei vecchi tram, contro la demolizione dei cinema d’un tempo. Si è battuto, con la penna e coi discorsi, contro la costante, inesorabile distruzione della vecchia Udine dei suoi locali pubblici carichi di storia. Storia umile, storia plebea, di persone qualsiasi, ma ricche di umanità e di buon senso: ma storia importante, a torto disdegnata dagli intellettuali da salotto, perennemente immersi nella speculazione sui massimi sistemi.

A volte si scoraggiava, gli sembrava tutto inutile; ma sempre ritrovava la voglia di scrivere  e di denunciare le brutture dell’architettura moderna, dei piani urbanistici che calpestano ricordi e valori. Era troppo innamorato di quei ricordi e di quei valori per gettare la spugna; e così scriveva, scriveva. Ne sono nati due grossi volumi di quadretti cittadini che hanno avuto un successo strepitoso: «Udine 16 millimetri» (1962, più volte ampliato e ristampato) e «Udine, un paese col tram» (1996); più una altrettanto fortunata «Guida pratica della montagna friulana» (1972).

Scrivendo, velava la sua prosa di ironia.

Forse per pudore; forse per non piangere, così, davanti a tutti.

Perché egli ha amato la sua città, di un amore puro e ardente: con quella passione gelosa, con quel tormento e quella totale dedizione, con cui si ama una donna.

«Quanto a Udine – ha osservato Dino Menichini – queste pagine di Renzo Valente  sono assai più di un’operazione di recupero  del suo caro volto in parte scomparso, sono un’alta, squisita, ininterrotta dichiarazione d’amore».

Nato a Sampierdarena (Genova) il 14 gennaio 1916, Renzo Valente è morto a Udine – da cui non si era mai allontanato, tranne che per fare la campagna d’Africa durante la seconda guerra mondiale, in aviazione – il 6 marzo 2002, a ottantasei anni.

Da bambino era stato accompagnatore e, in un certo senso, segretario del vecchio poeta Emilio Girardini, divenuto completamente cieco; esperienza che, crediamo, dovette essere decisiva nella formazione della sua personalità e nella maturazione del suo amore sviscerato per la vecchia Udine e, in genere, per la dimensione sociale pre-moderna del Friuli.

Chi fosse interessato a questo aspetto della sua biografia, può leggere il nostro saggio dedicato a «La poesia di Emilio Girardini (1858-1946)», pubblicato nel quinto volume degli «Atti» della Società Dante Alighieri di Treviso (2006, a cura di Arnaldo Brunello), e consultabile anche sul sito di Arianna Editrice.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 12 ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

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