venerdì, 24 Settembre 2021
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Gli esami non finiscono mai

Un gioco al massacro? «Gli esami non finiscono mai» è il titolo di una famosa commedia in tre atti e un prologo di Eduardo De Filippo, del 1973; una commedia amara, percorsa da una dolente vena di pessimismo di Francesco Lamendola  

«Gli esami non finiscono mai» è il titolo di una famosa commedia in tre atti e un prologo di Eduardo De Filippo, del 1973; una commedia amara, percorsa da una dolente vena di pessimismo, il cui motivo dominante è l’impossibilità, per l’uomo, di essere finalmente se stesso, di potersi sottrarre alla occhiuta vigilanza, al maligno pettegolezzo e al silenzioso gioco al massacro da parte della società.

Anche senza scivolare in una visione così nera di derivazione pirandelliana, è pur vero che un fondo di verità esiste nel concetto che gli esami non hanno mai fine e che sempre ci sarà qualcosa o qualcuno che, nel corso della nostra vita, pretenderà di rifarceli, per vedere se siamo meritevoli di procedere o se, viceversa, dobbiamo migliorare la nostra preparazione e sostenerli una seconda e, se necessario, una terza e una quarta volta

Allo studente liceale o universitario che, dopo tanto studio e sacrificio, stringe finalmente in mano il proprio diploma e dà un addio ai libri e alla scuola o all’ateneo, sembra, per un momento, di toccare il cielo con un dito: è come se un grave peso gli fosse caduto dalle spalle, amici e parenti lo complimentano e lo festeggiano ed egli, come si suole dire, può finalmente alzare le vele della navicella e affrontare il mare aperto della vita.

Non tarderà a scoprire, tuttavia, indipendentemente dal valore concreto del pezzo di carta che certifica il suo completamento di un determinato corso di studi, che tutta la fatica e tutto l’impegno profusi sino ad allora sono cosa da poco, in confronto a ciò che la vita si appresta a chiedergli; e non tarderà a provare un sincero rimpianto per quegli anni passati sui libri, per quei compagni, perfino per quei professori, insomma per tutto quell’ambiente e quel ritmo di lavoro i quali riempivano, in gran parte, e davano un senso compiuto al suo orizzonte di vita.

Ma poi? Che succede quando non ci sono più esami da sostenere, ma si scopre che la vita è tutto un esame, un esame continuo, molto più severo e molto più pressante di quelli che gli studenti devono sostenere per conseguire il diploma o la laurea? E che davanti a tale esame incessante, esigente, imperioso, si rischia di trovarsi sempre fatalmente impreparati, e che nessuno studio, nessuna diligenza, nessuna strategia riusciranno mai a garantire un minimo livello di sicurezza nei confronti delle sorprese che esso può riservare?

D’altra parte, è possibile considerare la cosa anche da un altro punto di vista; e, pur senza negare l’assunto di base, pervenire a delle conclusioni molto diverse da quelle, amare e pessimistiche, di scrittori come Pirandello e De Filippo.

Tanto per cominciare: è davvero un male, una cosa negativa in sé stessa, il fatto che gli esami non finiscano mai?  

E in secondo luogo: è corretto pensare a tali esami come se fosse la vita a farceli, ad imporceli in modo arbitrario; o non sarebbe più giusto, più realistico, vederli piuttosto come degli esami che noi facciamo a noi stessi, che una parte di noi fa all’altra parte, talora in maniera equa e comprensibile, altre volte in maniera abnorme, compulsiva e irrazionale? Vediamo.

Per gli animali non ci sono esami, con l’eccezione degli animali addomesticati. L’animale che vive libero deve affrontare delle difficoltà e sa di poter contare solo su se stesso, ma questo non è un esame. Tutt’al più, si possono paragonare a degli esami i combattimenti fra maschi per la conquista delle femmine: fra i lupi, ad esempio, o fra i cervi, o fra gli stalloni o i tori. Ma il concetto di “esame” implica quello di giudizio, e il giudizio non è mai un fatto solamente tecnico, ma anche, e sia pure di riflesso, un fatto spirituale e morale.

L’animale sconfitto nella lotta per il dominio del branco subisce, questo è certo, anche una umiliazione; tuttavia, non bisogna spingere troppo oltre l’analogia con gli esseri umani: perché, in natura, non vi è morale e poi perché devono esserci un vinto e un vincitore, affinché sia il migliore a svolgere la funzione sociale più importante, a cominciare da quella riproduttiva.

Solo nel mondo umano la competizione sociale è ritualizzata e mascherata – anche se esiste, eccome –  a un punto tale che, teoricamente, potrebbero darsi solo dei vincitori, come nel caso di un primo premio assegnato “ex aequo” a due soggetti, o in quello di un accordo per la divisione consensuale di un bene agognato da più soggetti. Inoltre, solo nel mondo umano si opera una scelta in base a dei valori morali: la gallina che becca a morte un cucciolo di coniglio agisce per istinto, secondo natura (e chi vive in campagna, può assistere centinaia di volte a episodi di questo genere); mentre l’uomo che aggredisce malignamente un suo simile agisce in base a una scelta morale, ossia in base a una scelta tra il bene e il male.

Nessun giudizio, dunque, e nessun esame è possibile nei confronti dell’animale – anche se, nei secoli passati, talora la pensavano diversamente, e il maiale reo di aver divorato un bambino incustodito nella culla, poteva anche essere processato, condannato e impiccato;  mentre sia l’esame che il giudizio, anche solo di tipo morale, sono sempre presenti nella vita umana, che è fatta di azioni volontarie e di scelte continue; e, come abbiamo detto, l’esame può venire tanto dall’esterno, cioè dagli altri, quanto dall’interno, cioè da noi stessi.

Per tornare alla precedente domanda: dover sostenere continuamente delle prove e dei giudizi non è un male; perché la vita è lotta, e questo è il solo modo per tenersi allenati ad affrontarla nel modo giusto. Precisiamo: la vita è lotta, ma non nel senso del darwinismo sociale o, peggio, del superomismo nietzschiano; bensì nel senso che essa richiede incessantemente a tutti, dunque anche alle anime più miti, anzi ad esse specialmente, di confrontarsi con difficoltà, sacrifici, rinunce, scelte penose, dolorose lacerazioni. Crediamo che si tratti di una constatazione talmente ovvia, da non abbisognare di alcuna dimostrazione; bisognerebbe essere fatti di stoppa o avere un cuore di pietra anziché di carne, per non rendersene conto.

Il fatto che la vita sia lotta, e lotta continua, non implica necessariamente che essa sia ingiusta, o crudele, o spregevole e indegna delle anime belle; significa, semmai, che in essa vi sono momenti e situazioni dolorosi, che non si possono evitare in alcun modo e che è giocoforza attraversare, come si può, meglio che si può, sforzandosi di salvare, ed eventualmente di rafforzare, la propria parte migliore: quella più generosa, più sensibile, più amorevole

Nessuna difficoltà, nessun sacrificio e nessuna rinuncia hanno il potere di renderci peggiori, se noi non vi acconsentiamo; nessuna delusione può renderci amari e sconsolati, se noi non siamo disposti a cullarci in essa, a piangerci addosso, a chiuderci in essa come in un alibi per giustificare, davanti a noi stessi e agli altri, la nostra tendenza all’autocommiserazione, alla passività, alla rinuncia senza alcun tentativo di lotta.

In questo senso, gli “esami” sono dei passaggi necessari per la nostra crescita: se non vi fossero, è molto probabile che scivoleremmo nell’indolenza e nell’apatia; essi, invece, sferzando a sangue la nostra pigrizia, ci costringono a metterci alla prova, a riprendere la bisaccia del viandante ogni volta che saremmo tentati di sedere in pantofole, a salpare le ancore e sfidare i liberi venti del mare aperto ogni volta che vorremmo trattenerci pigramente in porto.

E veniamo alla seconda questione: chi è che fa gli esami e chi è a doverli sostenere.

Certo, gli esami della vita ci espongono al giudizio altrui: non dovremmo, però, sopravvalutare questo aspetto, ma concentrarci piuttosto sull’altro, quello dell’esame interiore. Essere approvati dagli altri può essere un buon segno o un cattivo segno, ciò dipende da molti fattori; ma, in buona sostanza, dipende dalla natura dell’esame e degli esaminatori. In una società buona, essere approvati dagli altri è una cosa buona, mentre essere disapprovati è una cosa cattiva; ma, in una società cattiva, può essere vero (si badi, non è necessariamente vero) l’opposto.

Per fare un esempio: in una famiglia buona, l’approvazione dei genitori all’operato di un figlio è cosa buona, la loro disapprovazione è una cosa cattiva; mentre in una famiglia cattiva, l’approvazione o la disapprovazione dei genitori possono essere cosa buona o cattiva a seconda delle circostanze. Abbandonare un genitore anziano e malato è cosa cattiva, anche se quel genitore è cattivo, mentre prendersi cura di lui, nei limiti del possibile, è cosa buona: una azione può essere buona anche se il giudizio altrui è negativo; ma non è detto che il giudizio negativo di una persona cattiva sia automaticamente il segno che si è agito bene.

Per sapere se si è agito bene, in ultima istanza esiste un solo tribunale realmente titolato: quello della propria coscienza, purché sia una coscienza retta e allenata al bene. Non qualunque coscienza è buon giudice di se stessa, ma solo una coscienza che, se non è del tutto buona, quanto meno tende al bene, lo sa vedere, lo sa riconoscere e si sforza di seguirlo, o, se non altro, si rammarica di non saperlo o di non poterlo fare.

In questo senso, gli esami che noi facciamo a noi stessi non finiscono mai, né debbono mai finire: guai se, arrivati a un certo punto, finissero: vorrebbe dire che siamo entrati nella zona d’ombra dell’ignavia morale, che abbiamo smesso di lottare, che abbiamo smesso di interrogarci; soprattutto, vorrebbe dire che abbiamo smesso di essere esigenti e intransigenti con noi stessi. E questo è, senza alcun dubbio, un male.

Attenzione: essere esigenti e intransigenti con se stessi è una cosa buona, purché sia condotta in un modo buono; vale a dire senza esagerazioni compulsive, senza estremismi patologici, senza tortuosità morbose. L’anima sana è giustamente esigente con se stessa; l’anima malata è esigente in maniera sproporzionata, assurda, incontentabile.

Per esempio: l’anima sana sarà addolorata, ma anche serena, davanti a un male che non abbia potuto impedire, perché esso non era umanamente evitabile; l’anima malata non si darà pace e si colpevolizzerà per qualunque cosa, anche per ciò che non era in suo potere di fare o di evitare: come non è in nostro potere salvare chi non vuole essere salvato, né è in nostro potere evitare l’ultima partenza delle persone a noi care.

L’anima malata è incapace di rassegnazione; da questo la si riconosce: essa non si rappresenta realisticamente la realtà, ma amplifica le cose e le situazioni a dismisura, per potersi flagellare e attribuire colpe immaginarie, per sentirsi responsabile di tutto quel che di male succede nel mondo. La coscienza esageratamente severa con se stessa è, dunque, l’espressione di una malattia dell’anima: di una malattia che risiede altrove, non nel fatto per cui essa si affligge, ma per qualcosa di molto più profondo ed essenziale, qualcosa che essa non ha mai avuto il coraggio di guardare in faccia.

Noi esseri umani, per esempio, non siamo Dio: non possiamo sostituirci a Lui, non possiamo fare tutto il bene che vorremmo, né evitare tutto il male che detestiamo: perché, dopotutto, siamo soltanto umani. Il più grande inganno e la più grande crudeltà che siano stati perpetrati contro l’anima dell’uomo consistono nell’aver proclamato che, dopo la morte di Dio, l’uomo doveva farsi il Dio di se stesso, onnipotente e infallibile.

Un’altra manifestazione di malattia dell’anima è quella opposta: l’ignavia, l’abbandono, la passività rinunciataria. Lo abbiamo già detto; anche questa è malattia; e anche ciò genera una falsa coscienza: perché una tale anima dà luogo a una coscienza appannata, ottusa, smarrita, del tutto incapace di prendersi cura di se stessa, per non parlare degli altri.

Di solito queste anime deboli cercano, per tutta la vita, una stampella cui appoggiarsi: una moglie o un marito, un figlio o un amante, un partito o una parrocchia; ma sempre si troveranno a dipendere da qualcosa che non è in loro, che non fa parte di loro; da qualcosa che, nel migliore dei casi, altro non farà che perpetuare la loro debolezza, la loro eccessiva indulgenza verso se stesse, il loro segreto auto-disprezzo.

Così, per due vie appartenente opposte, quella del credersi Dio e quella del ritenersi un niente, l’anima è suscettibile di ammalarsi e di esprimere una falsa coscienza di sé. La salute dell’anima, d’altra parte, non è un dato naturale, ma una conquista faticosa e sofferta: tanto più faticosa e tanto pià sofferta quanto più l’anima è ricca, sensibile e predisposta al bene. È un mistero: l’anima predisposta al bene soffre di più; ma anche il suo splendore è più grande.

Così, siamo giunti alle soglie del mistero della sofferenza. Quest’ultima non è un bene in se stessa, ma un mezzo di purificazione e di elevazione, beninteso se vissuta con coraggio e con fedeltà alla propria chiamata: e, in un certo senso, siamo tutti chiamati ad essere santi. Il fatto che solo pochi ci riescano, dipende soltanto da una debolezza del vedere, del volere, dell’amare…

Già pubblicato su Arianna Editrice il 21/06/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Agosto 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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