martedì, 15 Giugno 2021
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Come il ricatto delle vittime si traduce in una richiesta che non potrà mai venire soddisfatta

La società occidentale odierna è figlia dell’etica dei diritti, che non è misericordiosa ma che non pone al primo posto il perdono di Francesco Lamendola  

Si è passati da un eccesso all’altro: dalla noncuranza e, talvolta, dal disprezzo nei confronti delle vittime, proprio della cultura antica, alla folle demagogia che rischia di trasformare tutto il corpo sociale in un unico, gigantesco ostaggio della richiesta “sacra”, non contrastabile ed eternamente ricattatoria, da parte delle vittime stesse, propria del mondo contemporaneo – almeno nella sua versione liberaldemocratica.

In una cultura dominata dalla forza, come lo erano le civiltà guerriere del mondo antico, la vittima non ha voce in capitolo: non trova orecchi disposti ad ascoltarla, tanto meno un potere giudiziario disposto a renderle giustizia e a farla risarcire. La vittima è stata debole e ciò la rende indegna di compassione, meno ancora di riparazione: perché, in tali società, essere deboli è una colpa e bisogna essere disposti a pagarne il prezzo.

Nel Medioevo cristiano questo atteggiamento era appena temperato dall’influsso mitigatore della religione cristiana: senza di essa, il feudalesimo sarebbe stato un ritorno puro e semplice all’etica guerriera dell’antica Sparta e dell’antica Roma, con il suo “vae victis”, guai ai vinti; se così non è stato e, anzi, si è assistito alla fioritura della cultura cortese-cavalleresca, il merito di ciò va essenzialmente al cristianesimo.

Alla vittima, comunque, veniva predicata la virtù della pazienza: sopportare i mali e le ingiustizie era una palestra per l’anima, una preparazione alla vita eterna, mediante il perfezionamento spirituale; non aveva predicato, Gesù Cristo, il perdono delle offese, spingendo il suo esempio fino a farsi vittima egli stesso, vittima innocente della morte di croce?

Perdonare le offese, dunque, è una virtù cristiana: a Renzo che, nel Lazzaretto di Milano, quando teme di non ritrovare più la sua Lucia, sfugge di bocca una minaccia sanguinosa all’indirizzo di don Rodrigo, causa di tutte le loro disgrazie, padre Cristoforo reagisce con estrema durezza, lo scaccia via e lo dichiara abbandonato da Dio; solo quando il giovane, pentito, chiede perdono per quel pensiero di violenza e di vendetta, lo riaccoglie e lo esorta a cercare Lucia con fiducia, pur in mezzo a tanti morti e moribondi.

La società occidentale odierna è figlia, invece, dell’etica dei diritti: e l’etica dei diritti non è misericordiosa, non pone al primo posto il perdono delle offese, ma la riparazione nei confronti della vittima; e lo fa con una coerenza e con una durezza che, talvolta, somigliano terribilmente alla vedetta. Che altro è, se non vendetta, il diritto, riconosciuto ai parenti delle vittime dalle leggi degli Stati Uniti, di assistere da dietro ad una lastra di cristallo all’esecuzione capitale dell’assassino, beandosi la vista con lo spettacolo dei suoi spasimi durante l’agonia?

Più in generale, i “diritti” del cittadino contemporaneo, nelle società liberaldemocratiche, nascono da una nuova visione dell’uomo in rapporto al reale: una visione chi si affaccia con prepotenza durante la cosiddetta rivoluzione scientifica del XVII secolo e viene pienamente teorizzata dai filosofi illuministi, un secolo dopo.

Secondo tale visione, di derivazione giusnaturalista, l’uomo è soggetto di diritti “ab origine”: alla vita, alla libertà, alla proprietà privata; e la società civile ad altro non serve che a garantirgli la fruizione di tali diritti. Non si parla più di doveri, solo di diritti; e non solamente in rapporto agli altri uomini, ma in rapporto alla natura tutta e perfino alla vita.

Gli altri viventi, in quest’ottica, non sono soggetti di diritti: l’uomo può fare quel che vuole degli animali e delle piante, della Terra intera; li può manipolare a piacimento, senza doverne rendere conto a nessuno. Può ibridare gli animali e creare delle autentiche chimere, per la sua utilità e la sua convenienza: è quanto afferma esplicitamente Francis Bacon nella «Nuova Atlantide». Di qui alla fecondazione umana “in vitro”, alla creazione degli organismi geneticamente modificati, alla clonazione della pecora Dolly e, domani, di esseri umani o umano-animaleschi per il progresso della scienza ed il trapianto degli organi, il passo è logico e graduale.

La morte di parto di una madre, a trent’anni, per esempio, come osserva il filosofo Mirko Grzimek, nelle società pre-moderne non faceva scandalo: era considerata un evento naturale e accettata come volontà del Fato, oppure di Dio. Oggi essa fa scandalo: ci si sente derubati di un diritto, il diritto alla vita; e poiché la vita media, nei Paesi sviluppati, si aggira fra i settantacinque e gli ottant’anni, qualora la morte arrivi prima si ritiene che essa abbia compiuto un abuso intollerabile, che sia penetrata fra noi come un ladra e una traditrice.

Si fa causa ai medici, che non hanno assistito quella donna nel modo più idoneo (e questo, si sa, può accadere); si incolpa il ritardo dell’autoambulanza (e pure questo può accadere); ci si arrabbia con Dio perché ce l’ha portata via, senza tenere in alcun conto i nostri desideri. Non ci si chiede più cosa sia la morte, se una fine o un inizio; la si odia e la si teme, puramente e semplicemente: per cui è buono tutto ciò che la tiene a bada ed è cattivo ogni cedimento davanti ad essa.

L’uomo dei diritti non si riconosce più creatura fragile, limitata, mortale: egli vorrebbe vivere in eterno, proprio come quel Dio cui ha usurpato il trono.

Così come non si accetta più la morte, tanto meno si è disposti a tollerare la malattia, la povertà, la solitudine, l’infelicità. L’uomo rivendica il diritto di essere felice, che sta scritto perfino nella costituzione della grande democrazia d’Oltreoceano.

La felicità, che bella parola! Come si fa a non andare in estasi davanti ad una società che garantisce il diritto della sua ricerca? Ahimè: a quanto pare, non sono in molti a mangiare la foglia e ad intuire che, quando un simile diritto viene messo bianco su nero nella costituzione degli Stati, allora c‘è qualcosa che non funziona, c’è aria di truffa ai danni del cittadino-consumatore. E la truffa è facilmente smascherata: per essere felice, egli deve farsi accettare, appunto, come un indefesso consumatore, non più come un semplice produttore, pena l’esclusione sociale.

Non si viene più giudicati dei vincenti o dei perdenti in base a quel che si produce o si possiede, ma in base a quel che si consuma; e non si consumano più cose, bensì marchi di fabbrica, vale a dire simboli. Nella società consumista, felice è chi veste firmato e può continuamente soddisfare bisogni che non sono tali, ma una rincorsa compulsiva di bisogni artificiali: non si va più a fare la spesa, si va a fare shopping, che è tutta un’altra cosa.

E tutto questo, nel contesto della “società liquida” descritta da Zygmunt Bauman, a tutto può condurre, tranne che alla tanto sospirata felicità; per cui si torna inevitabilmente a riconoscere che “si stava meglio quando si stava peggio”, perché l’eccesso di beni materiali genera la sazietà e la nevrosi e non avvicina affatto la felicità, anzi la sospinge sempre più lontano, verso distanze incolmabili, siderali. Se essa non dipende più dal soddisfacimento di bisogni reali, ma artificiali, che, per definizione, non finisco mai, allora quando potremo essere felici?

L’uomo dei diritti, dunque, pretende, esige di essere felice; come ripete, ossessivamente, il juke-box dell’”Arizona Bar” di Bucarest, nel romanzo di Cézar Petrescu «Calea Victorie»: «I want to be happy!», io VOGLIO essere felice! Non ci accontenteremo di nulla di meno che della felicità, qui, ora, subito: è un nostro sacrosanto diritto, garantito dalla Costituzione!

In questo panorama spirituale, la vittima non sa darsi pace: essa deve, deve assolutamente prendersi la rivincita, lavare l’offesa, esigere una riparazione collettiva, non solo da parte di chi le ha fatto del male, ma da parte della società tutta, colpevole di essere stata distratta, indifferente, insensibile davanti al suo dramma, alla sua condizione di vittima; di non aver fatto nulla per opporsi al male, per impedire che il male venisse perpetrato.

Viviamo in una società perfetta; dunque, se c’è il male, non può esservi solo un colpevole individuale, deve esservi una responsabilità collettiva; i meccanismi affinché il bene trionfi sempre sono garantiti, dunque, se così non avviene, la colpa deve essere di quanti, con la loro pigrizia morale, con la loro accidia, con la loro viltà, permettono che vi siano ancora delle vittime.

Non dovrebbero esserci più vittime: questo è il programma di massima della società dei diritti assoluti, garantiti, decontestualizzati.

Un bambino, per esempio, deve andare a scuola: è un suo diritto; e, se la famiglia ha bisogno del suo lavoro, se ha bisogno che vada nei campi o che pascoli il gregge, si chiamano i tutori dell’ordine e si sporgono denunce in tribunale. Evviva la libertà!

E così di seguito: basta vedere il linguaggio che adoperiamo abitualmente; che è, poi, quello mutuato dai giornali e dalla televisione.

Un escursionista cade dalla parte e si uccide, a causa della propria inesperienza e, magari, della propria incoscienza? È una vittima della montagna.

Un giovane si ammazza sulle strade, di notte, uscendo dalla discoteca impasticcato e semiubriaco e mettendosi al volante con la lucidità uno zombie? È una vittima del sabato sera.

E così via, praticamente all’infinito: vittima del destino; vittima delle circostanze; vittima della solitudine; vittima del “branco”; vittima delle istituzioni.

Strano: pare proprio che siano tutti vittime, che ci siano solo e unicamente vittime; ma chi è stato a rendere tali le vittime? Mah, chissà: il diavolo, probabilmente, risponderebbe Robert Bresson. I carnefici sono spariti, ci sono soltanto delle vittime; manca solo di organizzare un apposito sindacato che ne tuteli gli interessi.

Certo che l’esistenza della vittima, secondo logica, presuppone anche quella del carnefice; ma questo, in un mondo di diritti garantiti per legge, non è possibile: al massimo, ci può essere qualche individuo isolato, qualche cane sciolto e impazzito.

Se si ammettesse che ad ogni vittima corrisponde un carnefice, bisognerebbe dedurne che nella natura umana vi sono tanto il bene, quanto il male; e che, pertanto, ogni vittima non è soltanto vittima…. Ma questo è un discorso che non piace, un discorso inaccettabile e, politicamente, più che mai scorretto.

Vorremmo essere chiari su questo punto e non dare luogo ad equivoci.

Che il male vada combattuto; che il prepotente vada fermato; che la vittima vada difesa, su questo non esiste il benché minimo dubbio.

Ma si può pretendere di escludere totalmente il male dall’orizzonte della storia?

Non fa esso parte della natura umana, così come il bene?

Non è forse inumano, e quindi suscettibile di creare abusi peggiori di quelli che si vogliono combattere, pretendere di sradicare totalmente la parte “cattiva” dall’uomo, costringendolo, a suon di bastonate, a diventare un angelo?

E la società può reggere all’infinito il rimprovero incessante, il senso di colpa, la pressione accusatrice delle vittime, del loro eterno lamento, della loro dittatura morale?

Come osservano Caroline Eliacheff e Daniel Soulez Larivière in un loro recente, coraggioso saggio «Il tempo delle vittime» (titolo originale: «Les temps des victimes», Paris, 2007; traduzione italiana Firenze, Adriano Salani Editore, 2008), la notorietà assicurata alle vittime dal loro stesso statuto ontologico finisce per diventare, nella società odierna, una pericolosa forma di indulgenza al narcisismo in esse latente.

La vittima, infatti, ha la possibilità di diventare un glorioso e autorevolissimo personaggi pubblico, focalizzando su di sé ben tre elementi favorevoli: primo, la possibilità di ottenere un consenso unanime, grazie al carattere sacro connesso alla sua sorte di vittima; secondo, la possibilità, legata al suo stesso statuto, di non essere mai contraddetta; terzo, la possibilità di farsi portatrice di una richiesta mai soddisfatta, che invece dovrebbe esserlo.

Se non si fa attenzione, se non si pone un freno al dilagante vittimismo, si rischia di consegnare il mondo nelle mani della inestinguibile sete di vendetta delle vittime; e poiché tutti si sentono vittime, anche se, magari, non lo sono affatto, significa consegnare il mondo alla peggiore forma di demagogia che si possa immaginare.

Lo studente fannullone che viene bocciato, per esempio, raramente si assume la responsabilità del suo comportamento: preferisce sentirsi vittima della scuola; preferisce pensare che i suoi professori abbiano agito da carogne nei suoi confronti.

L’amante che è stato piantato, magari perché totalmente inadeguato sul piano umano, raramente è disposto a riconoscere le ragioni dell’altro: preferisce sentirsi vittima dell’altrui egoismo.

Il mondo è pieno di persone frustrate, rancorose, vendicative, che rimuginano chissà quali torti e che si sentono vittime di inenarrabili soprusi ed ingiustizie.

Le apparenze possono ingannare, ma la società odierna non ama i ragionamenti sottili, la riflessione, l’introspezione: se, in una coppia, uno se ne va in giro con un occhio nero, immancabilmente si pensa che sia stato la vittima di una violenza.

Certo vi sono violenze più subdole, più sistematiche e anche più crudeli, di ricevere un cazzotto nell’occhio; certo vi sono una crudeltà mentale, un sadismo affettivo, una perfidia e una distruttività fatte di parole e di comportamenti silenziosi, che, dall’esterno, possono facilmente sfuggire: ma a chi importa?

Quel che colpisce è l’occhio nero, quel che commuove è la lacrima abbondante; certo si può piangere anche senza lacrime, ma quello è un dolore che non si vede: e, se non si vede, è come se non esistesse.

E il mondo è pieno di giudici superficiali, di giustizieri a un tanto il chilo, di persone superficiali ed emotive, che sanno solo giudicare secondo le apparenze e che,. non di rado, scambiano i carnefici per delle vittime, e viceversa.

La vittima non è chi ha sofferto ingiustamente, ma chi riesce ad attirare l’attenzione su di sé, magari per dei torti immaginari, esibiti con assoluta mancanza di pudore ma con ostinato, implacabile, paranoico desiderio di vendetta.

Che Dio ci scampi e liberi da queste vittime che hanno sempre l’avvocato a portata di mano per ottenere chissà quali risarcimenti; e che, della loro condizione di vittime, hanno fatto una specie di professione per vivere senza lavorare e, quel che è più ignobile, pretendendo un risarcimento eterno e incolmabile, sì da tenere il mondo intero in uno stato di colpevolizzazione permanente…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 05/10/2011 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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