venerdì, 17 Settembre 2021
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I Greci non credevano nel progresso, ma in una legge che esprime la volontà divina

I Greci non credevano nel progresso ma in una legge che esprime la volontà divina. Mentre noi che a partire dalla Rivoluzione scientifica e dall’Illuminismo adoriamo il progresso abbiamo una civiltà che è sul punto di implodere di Francesco Lamendola  

Fino al quinto secolo avanti Cristo, presso i Greci non vi era una sostanziale differenza fra la «physis», ossia la legge della natura, ed il «nomos», ossia la legge degli uomini, in quanto i due concetti tendevano a sovrapporsi.

Ma con la politica imperialista di Pericle, sfociata nella catastrofica guerra del Peloponneso, i due concetti entrano in contrasto: i Sofisti, per primi, fanno notare che, così come non esiste un discorso che possa risultare egualmente veritiero per tutti gli uomini, allo stesso modo non è pensabile una legge che possa essere considerata soddisfacente per tutti i cittadini.

A partire da quel momento, non soltanto si apre una frattura fra il «demos», il popolo, ed il «nomos», la legge – frattura che invano i pensatori politici, da Platone a Hobbes, a Rousseau, a Marx, hanno tentato di ricomporre -, ma viene messo irrimediabilmente in crisi il fondamento stesso della legge, in quanto universale e necessaria: il fondamento soprannaturale, ossia l’idea che le leggi umane riflettono un ordine divino e sono ispirate dalla divinità stessa.

D’altra parte, il concetto di «nomos» si collega, più o meno direttamente, a quello di «ethos», che, in origine, significa «luogo in cui vivere», ma anche «inizio», «apparire», e, per estensione, «costume» o «temperamento». È chiaro, infatti, che, così come il «demos» ha bisogno di un «nomos», senza il quale la società cadrebbe in preda all’arbitrio e alla violenza degli interessi individuali ed egoistici in conflitto reciproco, altrettanto essa ha bisogno di un «ethos», che non è solo il luogo in cui vivere, ma anche il modo in cui vivere in quel luogo e, in generale, il modo di vivere, quindi il modo di vivere secondo giustizia e secondo la volontà divina.

Dalla stessa radice del sostantivo «ethos», infatti, deriva l’aggettivo «ethikos», da cui la nostra «etica», ossia l’insieme delle concezioni morali proprie di una determinata società, e, in senso assoluto, la scienza della morale in quanto tale.

Se l’«ethos» è il costume, dunque, l’etica è la razionalizzazione di esso e, al tempo stresso, la sua estensione a valore di norma morale, ossia il suo trascendimento in una istanza superiore, di carattere obbligante per tutti i membri della comunità, e, in prospettiva, della famiglia umana. E l’elemento che funge da garante e da supremo regolatore del passaggio dall’«ethos» all’ «ethikos», dal costume alla legge, è, appunto, il «nomos»: la volontà degli dèi che si pone come fondamento della legge umana e le conferisce valore assoluto.

Sorge spontanea – e legittima – la domanda se, per gli antichi Greci, potesse insorgere un contrasto  fra legge umana e legge divina, intesa, quest’ultima, come legge imprescrittibile della coscienza. La risposta si trova nel dramma di Antigone, la figlia di Edipo, che sfida le leggi umane per dare sepoltura al fratello e, con ciò, affronta consapevolmente la morte.

D’altra parte, è un fatto che, per Sofocle, così come per la mentalità greca del V secolo, il conflitto è solo apparente: quando le leggi umane sono ingiuste ed inumane (ed è il caso del bando di Creonte  che vietava la sepoltura di un morto, e sia pure di un nemico della patria, quale era stato Polinice per la «polis» tebana), allora esse non discendevano dagli dèi e, pertanto, non avevano né la dignità, né il carattere d’inviolabilità proprie del «nomos».

Ha scritto il celebre grecista inglese Cecil Maurice Bowra, nel suo saggio «L’esperienza greca» (titolo originale: «The Greek Experience», 1957; traduzione italiana di Vittorio Cosentino, Milano, Il Saggiatore, 1961, 1981, pp. 84-86):

«Sebbene i Greci non credessero al progresso, col felice ottimismo del IX secolo, essi vedevano, tuttavia, che gli uomini si erano innalzati dalle loro origini umili, e anche bestiali, e di ciò attribuivano un contributo decisivo alla potenza delle leggi. Così, Protagora descriveva la conquista del mondo fisico a opera dell’uomo  come un processo divinamente ordinato e narrava come Zeus  avesse inviato Ermes sulla terra, con queste istruzioni: “Impartisci  per conto mio una legge, la quale uccida, come una malattia per la città, l’uomo che non può partecipare all’onestà e alla giustizia.” La radice di questa teoria è che gli uomini sono educati e migliorati dalla legge e chela civiltà riposa su di essa, poiché inculca le virtù morali e speciali. Sofocle esprime una idea assai simile  in un canto famoso, dove si lodano le meravigliose conquiste dell’uomo e si conclude che, di tutte, la fondamentale è forse costituita dalla legge:

“Astuto oltre ogni dire,

ingegnoso scopritore dell’arte,

l’uomo si dirige ora verso il male, ora verso il bene.

Grande è la sua città, quando egli accetta le leggi della terra

e la regola degli dei, che egli ha giurato di osservare.

Nessuna città permetterebbe

che egli, con incauta sfrontatezza,

inducesse il suo compagno ad agire male.” (Ant., 365-7).

I Greci credevano che la legge fosse un elemento essenziale per la prosperità poiché esprimeva la volontà degli dei, i quali la presiedevano e la favorivano.  Fortunatamente la concezione che i Greci avevano della somiglianza fra uomini e dèi implicava che la legge non fosse tanto legata ai riti religiosi, come accadeva nei paesi orientali, ma concentrasse la sua attenzione sul comportamento reciproco degli uomini.

Se le leggi riflettono la volontà degli dèi, deve essere errore il trasgredirle, e Socrate non doveva apparire come al solito paradossale quando diceva che non devono essere disobbedite perché una disobbedienza anche parziale ne mina alla base l’intera autorità, e perché proteggono la città, che per l’individuo è anche più sacra della famiglia. Colpisce, quindi, a prima vista il fatto che una delle più celebri tragedie greche, l'”Antigone” di Sofocle, preseti come eroina una giovane donna che muore per avere sfidato l’ordine dato da Creone, re di Tebe, onde non si seppellisca il fratello di lei, poiché è un traditore. Non c’è dubbio che le simpatie di Sofocle andassero ad Antigone e non a Creonte, e tuttavia noi posiamo rimanere sorpresi dalla difesa ch’ella fa di sé:

“Non fu Zeus, suppongo, a emettere questo decreto,

né la Giustizia, abitante con gli dèi sulla terra,

assegnò tale legge agli uomini.

Né io penso che i vostri editti fossero così forti

Da permettere che qualunque mortale potesse annullare

Le leggi non scritte e imperiture degli dèi.

La loro vita non è di oggi, né di ieri,

ma di sempre., e nessuno sa da dove provengano.

Io non pagherei, davanti agli dèi,

il prezzo della loro violazione, per timore di qualche uomo.” (Ant., 450-60).

Questo significa che può esservi un conflitto fra le leggi degli uomini e le leggi non scritte degli dèi, e che quando un tale conflitto sorga, bisogna obbedire alle leggi degli dèi. La semplice ipotesi della possibilità di un tale conflitto parrebbe indicare che il fondamento divino della legge non è sempre tenuto per certo, e in questo caso si potrebbe credere che Sofocle attacchi una delle credenze più preziose del tempo di Pericle. Ma il conflitto contenuto nell'”Antigone” non deve essere interpretato in questo senso.  Il comando che Antigone sfida non è una legge nel vero senso della parola, bensì l’irresponsabile editto di un tiranno. Nell’impedire la sepoltura a un defunto, Creonte sfida le leggi degli dèi, e il suo decreto non è valido e non può essere osservato. La sua azione  non rappresenta che un altro esempio di quanto fosse importante  possedere leggi codificate e di non abbandonarle al capriccio privato della autorità politica.

Non di meno possiamo chiederci se i Greci considerassero tutte le leggi similmente giuste e pensassero che fosse erroneo cambiarle. Che questo fosse un vero problema appare chiaro dalla discussione che ne fa Aristotele  e dalla sua incapacità a pervenire a una chiara decisione; infatti, mentre da un lato egli ammette che in quanto le leggi sono basate su antiche consuetudini, alcune delle quali forse anche barbare, “anche quando le leggi siano state scritte, non sempre devono rimanere inalterate”, d’altro canto però egli ha paura dei troppi mutamenti poiché “la sollecitudine nel mutare le leggi vecchie in nuove indebolisce il potere della legge”. Tuttavia, anche se in teoria  la difficoltà è abbastanza reale, in pratica essa poteva essere risolta in base al semplice principio che, pur se le leggi umane personifichino la volontà degli dèi,  non era ovviamente facile attuare in maniera corretta quella volontà e quindi i mutamenti erano permessi. Così, anche se Pericle sembra spingersi veramente lontano, quando dice che “le leggi sono tutte le regole approvate e messe in atto dalla maggioranza dell’assemblea, per cui esse proclamano ciò che bisogna e ciò che non bisogna fare” (Senofonte, “Detti memorabili di Socrate, I, 2, 42), questo è accettabile sul piano logico se lo associamo ad altre sue affermazioni  secondo le quali gli Ateniesi obbediscono alle leggi non scritte degli dèi e sono da punirsi coloro che le trasgrediscono.  Secondo la sua dottrina il popolo ateniese rappresenta l’unica autorità in grado di determinare correttamente in che modo le leggi degli dèi debbano essere applicate agli uomini. È una affermazione coraggiosa, ma non incompatibile con le vedute tradizionali dei Greci, anche se sottolinea una fiducia nella sovranità del popolo, maggiore di quella  che molti Greci avrebbero consentito. In par tempo, essa mostra come il concetto di legge, intesa come costume santificato dagli dèi, non era tanto rigido o intrattabile quanto potremmo aspettarci.»

Giunti a questo punto, faremmo bene a chiederci se la società occidentale contemporaneo possieda ancora un «ethos» e, di conseguenza, un «nomos», capace di fornirle l’orientamento, come la bussola al marinaio.

Ora, prima di porci questa domanda, dovremmo farcene un’altra, ancora più imbarazzante: se, cioè, la nostra società esprima un «demos»; e la risposta, temiamo, è decisamente un no. Non solo e non tanto per la mescolanza interetnica che, pure, con troppa disinvoltura si suole presentare come un valore ed una ricchezza di per sé evidenti (mentre lo è, o piuttosto può esserlo, a condizioni ben precise, che al presente non sono state affatto rispettate); quanto per l’assoluta mancanza di un centro spirituale unificatore, che faccia delle masse caotiche e individualiste un popolo, nel senso più autentico della parola.

Non esiste, pertanto, un popolo occidentale contemporaneo; mentre sono esistiti un popolo ellenico, un popolo romano, e anche un popolo europeo, almeno fino al sorgere delle monarchie nazionali, nel tardo Medioevo; e mentre esistono tuttora un popolo cinese, un popolo giapponese, un popolo indiano, un popolo arabo, un popolo turco (ed ecco perché l’ingresso della Turchia nella Comunità Europea deve considerarsi una vera e propria follia, o meglio, un cavallo di Troia spinto entro le mura dell’Europa dalla perfidia americana).

Ma allora, se non esiste alcun popolo occidentale, ma solo un gregge di consumatori edonisti e deresponsabilizzati, ne consegue che non esistono né un costume occidentale, né, tanto meno, una legge ed un’etica occidentali. A meno che si voglia chiamare «costume» l’insieme disorganico e disarmonico di miti e di riti in cui si è frammentata la vita delle masse occidentali, il cui comune denominatore è solo e unicamente la brama di possesso dei beni materiali.

Niente costume, niente legge e nessuna etica; a meno che – di nuovo – si voglia definire «legge» una normativa totalmente empirica, razionalistica e desacralizzata; ed «etica» un tamburo rimbombante, ma vuoto, che qualunque équipe di scienziati irresponsabili può mettere radicalmente in crisi, in qualsiasi momento, solo vantandosi, ad esempio (come il proessor Antinori) di aver tranquillamente clonato degli esseri umani.

No, così non va.

Una società non può reggersi solo sulla base del denaro e del miraggio dei beni materiali: le manca un’anima, le manca un «ethos»; e, di conseguenza, un «nomos». La vera legge, infatti, non è quella che sta scritta nei codici giuridici, ma nella coscienza dei cittadini; questo, però, non può verificarsi, se essa non riconosce il proprio fondamento in una istanza superiore all’ordine della natura e al «logos» calcolante e strumentale.

Il male, però – lo ripetiamo – sta ancora più a monte: ed ha inizio nell’abbandono del concetto di «demos». Perché vi sia una società, deve esservi un popolo; e un popolo può esservi, quando vi è amore per il luogo in cui gli uomini vivono; quando vi è il senso della comunità; quando – come diceva Sofocle – nessun cittadino, degno di questo nome, oserebbe calpestare le leggi divine e indurre ad agire male il proprio simile.

Rammentiamo le parole precise di Sofocle: «Nessuna città permetterebbe che egli, con incauta sfrontatezza, inducesse il suo compagno ad agire male».

Ma che cosa dovremmo dire, noi cittadini della società consumista, dove l’intero sistema economico, politico e pubblicitario è organizzato in modo di indurre continuamente tutti in tentazione, seminando scandalo e occasioni di male ad ogni pie’ sospinto?

Ne abbiamo già parlato in diversi precedenti articoli, particolarmente in «Dobbiamo reimparare a indignarci davanti ai seminatori di scandali» (consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice), per cui non insisteremo su questo aspetto.

Tuttavia, una cosa è certa: non può reggersi a lungo una società, in cui il cattivo esempio sia eretto a sistema, e in cui l’etica sia totalmente dominata da fattori materiali e, in particolare, dalla ricerca di un illimitato benessere economico e da una sfrenata e distruttiva competizione fra gli individui che la compongono.

I Greci non credevano nel progresso, ma credevano nella legge divina; e hanno saputo creare una civiltà che è stata maestra alle altre per più di due millenni.

Noi, che – a partire dalla Rivoluzione scientifica e dall’Illuminismo – adoriamo il progresso, abbiamo costruito una civiltà che è ormai sul punto di implodere, dopo una vicenda breve e ingloriosa, caratterizzata dalle peggiori nefandezze dell’intera storia umana e dalla devastazione irreversibile del pianeta su cui viviamo. In compenso, non crediamo in alcuna legge divina e ci vantiamo di avere per unica legge quella del profitto.

Dovremmo riflettere su questo divario, e rifletterci a lungo.

Ne va del nostro futuro.

Di più: ne va della  nostra anima.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/04/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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