domenica, 13 Giugno 2021
HomeFOCUS«La mandragola» di Machiavelli mostra un’umanità cinica, desolata, senza luce

«La mandragola» di Machiavelli mostra un’umanità cinica, desolata, senza luce

Quasi tutti gli storici della letteratura la giudicano come la più bella commedia del Rinascimento, fu scritta da Machiavelli poco dopo «Il Principe» di Francesco Lamendola  

«La mandragola» di Machiavelli, che quasi tutti gli storici della letteratura giudicano come la più bella commedia del Rinascimento, fu scritta da Niccolò Machiavelli poco dopo «Il Principe», che è del 1513: forse nel 1514-15, forse (come si era sempre creduto, fino a qualche anno fa) nel 1518; e si può considerare come un’estensione, nella sfera della vita privata, delle teorie filosofiche e politiche dell’autore circa la natura umana.

Il mondo che vi è rappresentato, e che dovrebbe strappare il sorriso del pubblico, è un mondo cinico, desolato, senza luce, senza bontà, nel quale non c’è un solo personaggio che possieda una statura morale anche solo accettabile, che agisca in base a dei valori, che aspiri a qualcosa di diverso dal puro calcolo mirante alla propria convenienza, e totalmente indifferente al prossimo, ai suoi diritti, alla sua stessa dignità: tutti “usano” tutti, tutti ingannano tutti, tutti cercano di fregarsi a vicenda, in una sarabanda infernale di egoismi tanto lucidi, quanto scatenati.

Ciascun uomo ha il suo prezzo, sembra sostenere Machiavelli, compresi gli uomini di Dio: ed il frate Timoteo, avido, scaltro, assolutamente amorale, disposto a ingannare chiunque per denaro, ne è la squallida esemplificazione. Certamente egli è parente di certi personaggi delle novelle di Boccaccio, ma possiede, di suo, una trista e perversa coerenza, una imperturbabile capacità di farsi beffe anche di Dio, abusando sconciamente della propria veste e del proprio ruolo di guida spirituale, che ne fa un vero uomo del ‘500: tutto testa e feroce egoismo, senza un’ombra di bontà, anzi, senza possedere neppure la cognizione del sacro, senza mostrare la benché minima coscienza d’una realtà spirituale, e sia pure tralucente in mezzo alle tenebre del peccato.

In altre parole: l’egoismo implacabile, lo spietato utilitarismo che regnano incontrastati in questa cupa commedia, dove il sorriso è sempre amaro e dove lo scherzo ha sempre qualcosa di estremo, di sacrilego, non vi è alcuna possibilità di redenzione per gli esseri umani, non perché essi siano troppo malvagi, ma perché appaiono come del tutto insensibili e indifferenti alla dimensione morale; non sono dei peccatori sprofondati nel male, ma delle anime perse, che mai sarebbero capaci di rendersi conto fino a che punto siano immerse nelle tenebre, in una oscurità volontaria, che deriva non da una carenza di bene, ma da una sua radicale ignoranza.

Callimaco è l’innamorato disposto a tutto, pur di raggiungere il suo scopo, cioè il possesso fisico, brutale, di Lucrezia, vista solo come un bel corpo, suscettibile di dare il massimo del piacere. Ligurio è il parassita senza scrupoli, dotato di un’astuzia e di una intrepidezza quasi diaboliche, che non si sgomenta davanti a nulla, perché sa che qualunque cosa può essere ottenuta, a chi sia sufficientemente scaltro e deciso, in un mondo di ruffiani e d’imbecilli. Nicia è il marito ricco e stupido, tanto vanitoso quanto inconsistente, che arriva al punto di farsi strumento decisivo, e pur soddisfatto, del proprio disonore e del proprio scorno. Timoteo è il frate che osa pervertire perfino le massime sante per giustificare la propria spudorata avidità («davanti ad un bene certo e ad un male incerto – dice a Lucrezia, per convincerla – non bisogna esitare»: grottesca deformazione del concetto cristiano di bene). Sostrata, egoista e cinica, che pensa solo al proprio tornaconto, somiglia, in modo impressionante, a certe mamme “moderne”, che non si vergognano di offrire le figlie al miglior compratore, tanto più se questo implica un benessere economico anche per loro. Sono tutte anime perse, che non spirano il più piccolo sentimento altruista, il più lieve slancio disinteressato, e che nulla fanno, o farebbero, se non per il loro più stretto tornaconto.

Resta Lucrezia, la bella Lucrezia, la virtuosa Lucrezia, intorno alla quale ruota tutta l’azione, ma che, quanto a lei, si mostra pochissimo, perché le sue azioni e le sue parole, specie nel momento decisivo della commedia, sono riportate da altri. Sembrerebbe, almeno all’inizio, un personaggio positivo: religiosa, onesta, riservata, casta, sia pure con una certa qual sfumatura di legnosità, di virtù un tantino rigida e forzata. Ma poi, quando il piano di Ligurio va a buon fine ed è lo stesso Nicia, senza rendersene conto, a introdurre Callimaco nel letto di sua moglie (la coppia è senza figli e Nicia ne vuole uno disperatamente, per cui gli viene fatto credere che Lucrezia resterà incinta dopo aver bevuto la mandragola, ma poi l’uomo che avrà giaciuto con lei dovrà, quasi certamente, morire), allora avviene in lei una stupefacente e subitanea trasformazione. Ora è lei che decide di far suo, e definitivamente, lo stato di cose creato dal marito malaccorto, per una sola notte: si terrà l’amante giovane ed eviterà le goffe e inadeguate carezze del meno giovane sposo.

Il cambiamento appare subito dopo la notte d’amore trascorsa con Callimaco: molto probabilmente è la scoperta del piacere fisico, dell’orgasmo, che la trasforma in maniera così radicale, come se ella volesse riguadagnare il tempo perduto, abbandonandosi senza remore alla propria natura sensuale, che neppure sapeva di avere. Subito, fin dal mattino, quando si recano tutti in chiesa ad invocare la protezione celeste per il concepimento di un figlio (situazione che ha del blasfemo), tutti si accorgono, a cominciare da Nicia, del cambiamento sopravvenuto: la donna timida e ritrosa è divenuta franca, decisa: parla e si comporta come se fosse diventata, letteralmente, un’altra. Ma davvero si tratta solo di sesso? Davvero questa metamorfosi è causata unicamente dalla scoperta dei piaceri della carne, sì che, in un batter di ciglia, tutti i suoi principi morali si volatilizzano?

Sono state fatte varie ipotesi: quello che è certo, è che Lucrezia si può considerare come la versione femminile del Principe: come lui pronta a sfruttare la «verità effettuale della cosa», ripudiando il mondo del dover essere o del poter essere; come lui, convinta che la Fortuna non può essere contrastata frontalmente, ma, semmai, prevenuta, aggirata, contenuta entro certi limiti dall’astuzia calcolatrice; e come lui rapida e decisa nel trarre le conclusioni logiche di una situazione data, senza arretrare davanti ad alcunché, senza lasciarsi trattenere da considerazioni di ordine morale. Insomma, anche per lei «il fine giustifica i mezzi»: e questo è tutto.

Ha scritto Giuseppe Zaccaria in proposito (in: Baldi, Giusso, ecc., «Il piacere dei testi», Torino, Paravia, 2012, vol. 2, pp. 459-60; 492-93):

«La comicità di Machiavelli non è serena e distesa, ma cupa, amara, quasi sinistra. La commedia rappresenta un mondo senza luce, dove domina solo la legge dell’interesse economico, dell’astuzia e dell’inganno, ed in cui ogni principio morale, ogni sentimento nobile e disinteressato appare assente. “In scala”, cioè nell’ambito ristretto della vita privata della classe media cittadina,vi si proietta la visione che Machiavelli ha dei rapporti umani in campo politico: lo stesso pessimismo acre pervade la “Mandragola” e il “Principe”. Anche qui l’impostazione del testo è quindi fortemente problematica: da un lato, dipingendo i suoi personaggi, Machiavelli scaglia i suoi corrosivi umori satirici e polemici contro la corruzione e l’amoralità della società contemporanea, dall’altro lato però, con disincantato realismo, ammira la “virtù” di quei personaggi che, come Ligurio, con astuzia ed energica decisione, sanno commisurare perfettamente le azioni ai fini. […]

Lucrezia è un personaggio che ha un ruolo di primaria importanza nel testo, ma compare pochissimo in scena di persona: la sua figura emerge soprattutto dalle parole degli altri personaggi. I tratti che la caratterizzano sono la superiorità morale, il rigore della devozione religiosa, la castità, l’onestà, la saggezza e la ponderatezza, la morigeratezza che la porta a rifuggire dagli svaghi mondani e a vivere chiusa in casa. Per questo resiste con tutte le forze al “vituperio” di dover sottomettere il suo corpo ad un altro e alla prospettiva della morte di un uomo, che ne seguirebbe. Solo dinanzi al sottile, abilissimo, irresistibile argomento teologico del frate resta senza mezzi di difesa, e deve cedere.

Proprio in riferimento a questa sua assoluta dirittura morale spicca in modo sconcertante la trasformazione che si opera in lei nel finale, quando, scoperto l’inganno, si adatta a divenire l’amante di Callimaco (come apprendiamo dal racconto di Callimaco stesso, atto V, scena IV). Dinanzi a questo voltafaccia improvviso molto vari sono stati i giudizi della critica, e varie le interpretazioni proposte. Vi si è individuata ad esempio la celebrazione del piacere carnale, nella prospettiva di un “naturalismo” boccacciano e laicamente rinascimentale:dopo lunghi anni di astinenza, la scoperta del piacere sessuale determina nella donna un trionfo delle forze della natura, che la libera dagli impacci sociali e dalla tradizione; in tal caso la trasformazione di Lucrezia sarebbe vista da Machiavelli in luce positiva e caldamente approvata.

Oppure si potrebbe pensare che anche Lucrezia partecipi della natura negativa di tutti gli altri personaggi, che in lei era velata dal’educazione e dalle pratiche devozionali, e che emerga infine il suo cinismo egoistico, pronto a perseguire il proprio utile ignorando ogni norma morale: in tal caso avverrebbe uno smascheramento del personaggio, improntato all’amaro pessimismo di Machiavelli sulla natura umana, che farebbe emergere il fondo vero della donna al di sotto della maschera virtuosa.
Ma un’interpretazione suggestiva è quella proposta, insieme ad altri, da Davico Donino: Lucrezia passa dal rifiuto “all’accettazione della fortuna, come di una forza troppo impetuosa perché ci si possa opporre. La sua è la scelta della duttilità come suprema fonte di saggezza.”. La duttilità di fronte al variare della fortuna, la capacità di adattarsi alle varie situazioni che si presentano, di “riscontrare” il proprio comportamento coi tempi, è una delle componenti fondamentali della “virtù” dell’uomo che Machiavelli elogia in molti punti della sua opera, in particolare nel famoso capitolo XXV del “Principe”. L’interpretazione appare quindi probabile proprio perché risponde a uno dei grandi motivi del pensiero machiavelliano (comunque non escluderebbe la prima che abbiamo prospettato, il trionfo naturalistico della carne, che con essa può benissimo armonizzarsi).
La commedia si chiude con la scena in chiesa in cui avviene come una sorta di consacrazione nuziale dei legami ormai instauratisi tra Callimaco e Lucrezia, ma beffardamente rovesciata: quelli che si danno la mano sono due adulteri, dinanzi ad un frate cinico, simulatore, ipocrita e avido, e sotto gli occhi benevoli di un marito ingannato e ignaro. La comicità di questa scena ha un fondo amaro, lucidamente e ferocemente desolata, impregnato di tutto il disincanto pessimistico di Machiavelli, e costituisce il degno suggello della commedia, presentandone in compendio il senso.»

Certo, se Machiavelli è il maggiore interprete dello spirito rinascimentale e se «Il principe» e «La mandragola» sono, rispettivamente, il maggior trattato politico e la più riuscita commedia teatrale, allora bisogna modificare, almeno un poco, l’immagine universalmente diffusa di un Rinascimento bello e luminoso, nel quale l’arte e il pensiero italiani raggiungono le altezze più alte della loro storia millenaria.

Non c’è niente di bello e niente di sano nella umanità descritta da Machiavelli; e la sua pretesa di tenersi alla ”verità effettuale della cosa” finisce per diventare una giustificazione tautologica delle sue convinzioni, estremamente pessimistiche, sulla natura umana, ma anche, nello stesso tempo, di una sua sinistra, sulfurea ammirazione per essa, proprio in quanto ha di più basso e, quasi, d’infernale. È come se Machiavelli volesse dirci: «Vedete, non c’è niente da fare, gli uomini e le donne sono esseri meschini, egoisti, malvagi: bisogna tener conto di questo, sia quando si governa uno stato, sia quando ci si muove nella sfera della vita privata»; ma, intanto, con una strizzatina d’occhi, non riuscisse a nascondere la sua ammirazione per quegli uomini e per quelle donne, i quali, possedendo doti superiori di abilità, intelligenza, sangue freddo, ambizione, non che introdurre, nel mondo, un po’ di umanità e di comprensione, le ponessero al servizio di una spregiudicata e indiscriminata volontà di manipolazione dell’altro.

Che cosa ci si può aspettare, di buono, da una società popolata unicamente da stupidi come Nicia, lussuriosi come Callimaco, intriganti come Ligurio e adultere senza pudore come Lucrezia? Dove si troverà un raggio di luce, una possibilità di redenzione? Ma desiderano, poi, un filo di luce, una possibilità di redenzione, tutti costoro? No, perché sono, appunto, delle anime perse. Razzolano nel fango e ci si trovano bene; ci cibano di ghiande, e non saprebbero che farsene delle perle: se qualcuno dicesse loro che vi è, in fondo alla loro anima, della luce, che vi è una perla d’inestimabile valore, probabilmente scoppierebbero a ridere, e gli volterebbero le spalle. La cosa non li riguarda…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Ottobre 2017

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments