lunedì, 1 Marzo 2021
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La «Pentesilea» di Heinrich von Kleist spalanca abissi d’amore, cannibalismo e morte

La «Pentesilea» di Heinrich von Kleist spalanca abissi d’amore cannibalismo e morte. Ci offre una occasione per riflettere sullo stato della coscienza infelice e sul drammatico punto morto cui sono giunti i rapporti tra i sessi di Francesco Lamendola  

Heinrich von Kleist è stato l’autore di una radicale re-invenzione del mito di Pentesilea, regina delle Amazzoni, in un dramma che, nel 1808, piombò come un corpo estraneo nel panorama della cultura tedesca weimariana, che Goethe aveva cercato di riportare, dopo i furori rivoluzionari degli ultimi anni del XVIII secolo, sui binari di una serena classicità.

L’opera di von Kleist era così aliena, così sconcertante per il pubblico dell’epoca, che non poté essere rappresentata se non un secolo dopo, nel cima febbrile e iconoclasta delle Avanguardie novecentesche: solo in esso, nelle sue coloriture espressioniste, nelle sue valenze ambiguamente ribellistiche e libertarie, poté essere “sdoganato” e discusso.

A dispetto delle esaltazioni che ne ha fatto, da allora, la cultura progressista e politicamente corretta (laddove quest’ultimo concetto si è letteralmente rovesciato, rispetto all’epoca pre-moderna), tuttavia, resta un dramma sconclusionato e febbricitante, tanto ambizioso quanto velleitario: la classica espressione di una rivolta estetica che vuole distruggere ogni cosa, ma non si pone minimamente il problema di come ricostruire, considerandolo, evidentemente, una faccenda che non la riguarda per niente.

Pentesilea, per von Kleist, s’innamora di Achille, e lui di lei, sul campo di battaglia; ma poiché una Amazzone non può scegliere l’uomo che desidera, ma solo quello che abbia saputo sconfiggere in duello, si misura con lui più volte e ne esce sempre sconfitta, finché l’eroe greco, compresa la situazione, pur di averla, le si offre inerme: ma lei, ormai impazzita di frustrazione, rabbia e brama animalesca, non solo lo uccide, ma lo sbrana a morsi, insieme alle sue cagne, fattasi cagna ella stessa. e il suo furore bacchico è tale che non si rende conto di ciò che sta facendo, ma lo apprenderà solo in seguito, incredula, per bocca d’altri.

Il punto di vista adottato da von Kleist è alquanto libero dalla tradizione e vuole scandagliare le pieghe più torbide e segrete dell’animo umano, specie per quello che attiene alle pulsioni sessuali. Vi sono, nel suo dramma, alcune notevoli intuizioni, che ovviamente la psicanalisi freudiana riprenderà e svilupperà, vedendo in lui una sorta di precursore; in particolare, viene radicalmente scossa la fiducia nell’amore come un sentimento che nobilita l’essere umano, mentre vengono mostrate impietosamente le tendenze distruttive che esso può assumere. Ma resta il fatto che si tratta di un’opera disordinata e fluviale (tremila versi per raccontare una vicenda tutto sommato esigua!), perennemente in bilico fra uno psicologismo greve e forsennato e un gusto scenico esasperatamente barocco, con esiti che stanno fra l’orrido, il paradossale e la deformazione quasi caricaturale, in cui l’autore si prende talmente sul serio da non accorgersi dei limiti, delle pesantezze insostenibili, della magniloquente pretenziosità dell’insieme, il cui scopo finale sembra più che altro quello di «épater les bourgeois», come potrebbe fare un surrealista “ante litteram”.

C’è, nel dramma, sia una certa soffocante, ossessiva gravezza germanica, sia un inconfessabile non detto che lo rende patetico, ma scarsamente drammatico nel senso proprio del termine, perché un eccesso di declamazione passionale, di azione teatrale, di coreografia ridondante (Pentesilea, nell’assalto finale contro Achille, è accompagnata da un vero esercito di guerriere, di cani addestrati e perfino di carri falcati) lo rende indigesto a uno stomaco normale: è un’opera che può piacere solo a chi, per partito preso e per militanza ideologica – le femministe degli anni Settanta, per esempio, le quali, infatti, ne accolsero con vivo entusiasmo la riproposizione sulla scene –, vi vede uno dei possibili grimaldelli con cui scardinare il concetto di ordine nell’espressione artistica.

Amore, cannibalismo e morte sono temi certo interessanti, così fittamente intrecciati da non poterli separare; ma bisogna aver chiaro che una cosa è la sperimentazione artistica, altra cosa è l’opera d’arte compiuta: legittima e, anzi, necessaria la prima, purché non venga contrabbandata per la seconda, che è un’altra cosa. L’opera d’arte è il punto d’arrivo di un percorso estetico, in cui l’autore sintetizza e riconduce ad unità i fili della sua intuizione e della sua ricerca; la sperimentazione non è che la fase preparatoria di essa. E la «Pentesilea» di von Kleist non esce dalla fase della sperimentazione: non è un’opera compiuta e ricondotta ad unità; è un grido di rivolta e, soprattutto, di disperazione, come può esserlo la pagina di diario di un adolescente che si sente incompreso dal mondo intero e si sfoga delle sue amarezze e delusioni.

Heinrich von Kleist, un omosessuale che non rinunciava al rapporto privilegiato con le donne, forse per salvare le apparenze, forse perché le sentiva spiritualmente più vicine – al punto da scegliere il suicidio sulle rive del Wannssee, a Berlino, nel 1810, dopo avere ucciso la sua amica Henriette Vogel, malata di tumore e vittima consenziente -, viveva in se stesso fortissime tensioni fra il suo vero essere e il suo apparire, così come la società del tempo lo richiedeva e come lui stesso, prussiano conservatore e militarista (soldato a quindici anni, e fu allora che ebbe, probabilmente, le prime esperienze omosessuali), si sforzava di sembrare.

La sessualità di Achille, infatti, è dolente e quasi femminile, quella di Pentesilea è virile, ma disperata, perché non accetta di piegarsi alla passione che pure la devasta e, alla fine, impazzisce per il contrasto non risolto ed insolubile fra la brama cieca e impetuosa e la sua stessa femminilità ribelle al proprio ruolo: perché il vero dramma di lei non è tanto nel contrasto frasi le leggi (delle Amazzoni) e le ragioni del cuore, quanto nell’intimo di se stessa, in una sessualità ambigua, incompiuta e incapace di abbandono: l’eccesso finale non è che la risposta delirante al fatto di trovarsi imbottigliata in un fatale vicolo cieco, il desiderio del maschio e l’odio per esso.

Così Anita Raja – germanista, traduttrice delle opere di Christa Wolf, ma anche di Brecht, di Hesse, di Kafka, della Bachman – delinea il dramma della regina delle Amazzoni, in un saggio, apparso originariamente sul «Manifesto» nel 1986, di cui riportiamo i passaggi conclusivi (da: A. Raja, «L’amore funesto di Pentesilea», poi in volume nella raccolta di saggi di autori vari: «Un tocco di classico», Palermo, Sellerio Editore, 1987, pp. 153-55):

«… La grandezza dell’invenzione di Kleist sta nell’aver spostato in secondo piano il probabile esito necrofilo della passione di Achille e di aver posto invece in primo piano il fatto che l’oggetto del desiderio del Pelide è un soggetto femminile così intensamente mutato e così intensamente in contraddizione con l’immagine del femminino, che non c’è più terreno noto per l’amore. Tant’è vero che per avere Pentesilea ad Achille non basterà un colpo di lancia: dovrà fingere di essere stato sconfitto, dovrà presentarsi a uno scontro finale che per lui è una pantomima, per Pentesilea una vera ineluttabile guerra tra i sessi. Perché Pentesilea vuole Achille, ma non può e non vuole esserne la regina. Contro le sue stesse pulsioni, rimarrà fino alla fine l’amazzone del libero stato delle donne che inorridisce all’idea di essere regina di Ftia e vuol trascinare il Pelide a Temiscira. L’occhio di Odisseo vede fin dalla prima scena non come l’uomo ama la donna  ma come la donna ama l’uomo, avvampando di passione, “metà Grazia e metà Furia”, incalzando e rabbiosamente in armi cercando di raggiungerlo, in fondo al baratro dove è precipitato con il suo carro pur di sfuggirle. E vorrebbe tirar fuori il Pelide da questo ruolo anomalo di preda braccata. Ma Achille è spaventato e affascinato. S’è vantato di sapere cosa Pentesilea vuole da lui.  In realtà non sa nulla, in balia com’è della sua contraddizione sessuale che da un lato lo spinge a voler fare scempio di lei come ha fatto con Ettore, dall’altro ad operare un abbassamento strumentale del suo ruolo maschile (la sconfitta sul campo per mano di una donna) per poter godere finalmente del corpo senza armatura di Pentesilea. Inutilmente Protoe lo ammonisce: “Un cuore femminile custodisce infinite cose che non sono fatte per la luce del giorno”. Achille riesce a vedere solo quello che il suo stereotipo sessuale gli permette di vedere.

Kleist invece percepisce nell’amazzone alcune cose delle infinte che il cuore di una donna custodisce  e non sono fatte per la luce del giorno razionalista e classicista.  Forse perché le aveva avvertite con preoccupazione nella sorellastra Ulrike, l’essere anfibio che non sapeva decidersi a stare quietamente nella sfera del femminino. Forse perché troppi argini erano saltati e troppe leggi erano state violate nel corso della sua vita breve. Forse perché la sua stessa “natura” non era riuscita a imbrigliarsi, malgrado i meticolosi “piani di vita” , nel ruolo del maschio prussiano, guerriero, impiegato, sposo, poeta. Certo Kleist, dopo aver raschiato il fondo dei miti patriarcali, si affaccia sul’abisso da cui viene la voce di Pentesilea. Allora mette in scena il senso di catastrofe liberatoria che presagisce, le forze temute che tendono a sprigionarsi, se le forme si spezzano (compresa la corazza che regolamenta lo scontro tra i sessi) e i nudi corpi sessuati, in una sorta di tenebrosa e informe istintualità metastorica, si affrontano violando tutte le leggi. Ecco quindi che riemerge dal fondo dell’immaginario maschile la Madre tremenda e desiderata, ecco che il maschio si offre a lei affondando in una sorta di “sentimento di fanciulla” che gi fa mormorare: “Pentesilea, mia sposa che mi fai? Sarebbe questa la festa delle rose che mi promettesti?”. È violata anche la finzione dell’ossequio alla legge, gli stessi confini verbali che mettono ordine nel mondo e nei rapporti umani cedono. Pentesilea, spogliato Achille morente della corazza, confonde i baci coi morsi e “come una cagna in mezzo al branco” fa a brani il maschio, ne divora appassionatamente il corpo amato e insieme la sua cultura, la sua storia di predatore, precipitando nell’azzeramento più totale e disperato. Privatasi delle armi maschili, ridotta a puro corpo che il maschile ha tutto attraversato, Pentesilea discende dentro l’abisso inesplorato di se stessa. Ed è lì, dalle infinite cose che custodisce, che Kleist le fa trarre l’arma invisibile, la più tristemente nota a una donna: un sentimento autodistruttore, forgiato con il dolore, il pentimento e la speranza che la uccide di colpo. Baccante terribile che è stata costretta a divorare il suo figlio amante, Pentesilea estrae da se stessa la morte, la produce con il suo corpo, per pura incompatibilità con la vita com’è, che non si lascia cambiare.»

Certo, la sensibilità dei moderni può ben capire le ragioni di von Kleist: il nostro tempo, che esalta lo squilibrato, l’abnorme, il patologico e che non crede alla sanità e all’armonia, perché subito vi sospetta dissimulazione e inganno, è fatto per apprezzare un dramma come la «Pentesilea» di von Kleist, che nessun teatro osò mettere in scena per un secolo e di cui nessun critico parlava senza dover velare una nota di fortissimo imbarazzo.

Si disse, a lungo, che la «Pentesilea» era un’opera strana e atipica, mentre possiamo tranquillamente riconoscere che essa è la più kleistiana di tutte, la più coerente, quella che meglio esprime l’intima essenza della poetica del Nostro. Che poi i moderni abbiano ragione di compiacersi di certe spregiudicate “modernità” di cui è portatrice; che alcune  giornaliste e scrittrici femministe non abbiano esitato a salutare con entusiasmo il suo ritorno sulle scene, questa è un’altra questione, che rinvia a quanto detto sopra circa la distinzione fra esperimento e opera d’arte.

Certo, la cultura moderna ha in uggia l’idea che l’arte possa essere qualcosa di riposante o di rasserenante: vi vede un narcotico o, peggio ancora, un trucco di chissà quali perfidi poteri, per tener buone le moltitudini oppresse; non la sfiora mai il sospetto che, avendo essa instaurato il perfetto conformismo dell’anticonformismo, i nostri sono i tempi della massima cloroformizzazione e della più smaccata manipolazione delle coscienze e delle intelligenze. Ma i progressisti, si sa, hanno il monopolio non solo della scienza, dell’arte, della filosofia, bensì anche quello dell’etica: loro soltanto sono nel buono e nel giusto, tutti gli altri sbagliano e sono nell’errore, in buona o, più spesso, in cattiva fede.

Se, dunque, la «Pentesilea» di von Kleist ci offre una occasione per riflettere sullo stato della “coscienza infelice” e sul drammatico punto morto cui sono giunti i rapporti tra il maschile e il femminile nella società odierna, con  buona pace del Progresso, della Felicità e di tutti gli altri miti laici della modernizzazione, allora non possiamo che consigliarne la diffusione più ampia possibile, specialmente per mettere in guardia contro gli effetti devastanti che può avere l’esaltazione irresponsabile degli istinti primordiali, là dove essi trovano nella tecnica una cassa di risonanza praticamente illimitata. Ma se, invece, la si accosta per cercarvi anche solo un barlume di verità e di speranza sulla condizione umana, quale dovrebbe realizzarsi, allora è assai meglio lasciar perdere…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 12/11/2014 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Ottobre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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