domenica, 13 Giugno 2021
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L’Italia comincerà ad essere normale quando rifarà di sana pianta la magistratura

La casta è intoccabile e non giudica mai né mai condanna i suoi membri. È come una massoneria e ne ha anche l’arroganza e il senso d’impunità di Francesco Lamendola  

Una banda di tre albanesi, ladri di professione, e che viaggia a bordo di una Audi station wagon rubata, viene intercettata, inseguita e bloccata dai carabinieri; a questo punto, i tre, per sfuggire alla cattura, abbandonano l’auto e si gettano nelle acque del fiume Meduna, da un’altezza di dieci metri. Vengono ripescati e ammanettati: ma la Procura di Treviso, il giorno stesso, li rimette in libertà, perché qualche giudice ha deciso che non esistono prove della loro colpevolezza. Passano poche ore e i tre vengono di nuovo arrestati, all’aeroporto di Milano, mentre stavano per prendere un volo per Vienna e far perdere le loro tracce: la Procura di Pordenone ha valutato in modo ben diverso la loro pericolosità sociale, li definisce “rapinatori seriali”, e non intende lasciarli andar via come niente fosse, dopo che hanno costellato di reati la zona tra Veneto e Friuli, nella quale, alla fine, la loro carriera criminale si è interrotta.

Questo è solo uno dei quotidiani episodi di ordinaria follia che contrassegna l’attività di una certa magistratura progressista e buonista, il cui unico scopo sembra essere quello di far rispettare all’inverosimile la lettera della legge, tradendone però lo spirito; e che non paiono avere altra preoccupazione al mondo, se non quella di tutelare i diritti dei criminali, di escogitare per essi mille scappatoie legali, di trovare il pelo nell’uovo per sottrarli alle mani delle Forze dell’ordine, le quali li hanno rintracciati con fatica, e arrestati con pericolo della vita, per consegnarli a una giustizia che non è tale, almeno quando si tratta di delinquenti e specialmente di stranieri. Infatti, con i cittadini italiani, magari incensurati, magari padri di famiglia che hanno commesso reati insignificanti, allora sì che quegli stessi giudici di sinistra vanno giù con la mano pesante: perché, si sa, il loro dovere è stare dalla parte del più debole. Di quella che loro, secondo i loro superati schemi ottocenteschi, ritengono essere la parte più debole e meno tutelata. Encomiabile spirito cavalleresco! Peccato che, di fatto, tale spirito cavalleresco abbia trasformato l’Italia nel paradiso di tutti i criminali d’Europa e del mondo, attirati dalla facilità con cui si commettono i reati e dalla ancor maggiore facilità con cui ci si sottrae alle loro conseguenze.

Un ispettore di polizia romeno, in visita in Italia presso i suoi colleghi della nostra polizia, dopo aver visto come funzionano, da noi, le carceri, ha commentato: Ma voi siete matti! Trattate i delinquenti come ospiti di un albergo: non li scoraggiate affatto dal commettere crimini. Noi, nelle prigioni del nostro Paese, adoperiamo un sistema ben diverso: facciamo capir loro che non conviene infrangere la legge. E questa è precisamente la ragione per cui gran parte della criminalità romena, e anche di quella di altri Paesi, si è trasferita in massa in Italia: il Paese di cuccagna per i criminali, per gli spacciatori di droga, per i gestori del racket della prostituzione, per i rapinatori, per i truffatori, per i falsari, per i mendicanti di professione, i falsi storpi e i falsi ciechi. In tutto il mondo ormai lo sanno; e, grazie alla dissennata politica di accoglienza dei cosiddetti “profughi” provenienti dall’Africa e dall’Asia, lo sanno anche in quei continenti. Lo sanno i delinquenti del Gabon, del Senegal, della Nigeria: Venite in Italia, dove qualsiasi criminale può spacciarsi per un rifugiato, per un perseguitato, per un poveraccio bisognoso d’aiuto.

Naturalmente, non è solo per bontà che gli Italiani praticano volentieri questa accoglienza indiscriminata; molti ci trovano il loro meschino tornaconto. Ci sono gestori di sudici alberghetti, in Sicilia specialmente, dove nessun turista vorrebbe metter piede, che hanno trovato una insperata maniera di rientrare sul mercato grazie ai prefetti, che sono alla famelica ricerca di alloggi in cui sistemare i “loro” profughi, secondo i quantitativi decisi dal Ministero dell’Interno. E ci sono amministrazioni comunali, in tutta Italia, che fanno la cresta alle somme stanziate per il mantenimento di zingari e immigrati clandestini, così come erano abituati a farla sullo smaltimento dei rifiuti o su altri pubblici servizi. Poi ci sono le aziende agricole, specie nel Sud, che ingaggiano i clandestini per la raccolta dei pomodori o per altri lavori stagionali, retribuendoli con salari da schiavi, il tutto rigorosamente in nero. Comunque, resta il fatto che le responsabilità della magistratura, in tutta questa situazione, sono enormi.

Già il fatto che il tempo medio per decidere se accogliere o no una domanda di asilo per ragioni umanitarie è di due anni almeno, la dice lunga su quali e quanti affari possano prosperare nel frattempo. Due anni durante i quali decine e centinaia di migliaia di baldi giovanotti africani e arabi se ne stanno in ozio tutto il santo giorno, vanno in giro con la cuffia della musica nelle orecchie, fumano, stanno stravaccati sulle panchine e guardano passar la gente. Alcuni escono dai centri di accoglienza per prostituirsi o per spacciare droga: ma in piccole quantità, così da poter beffare la legge in caso di fermo. Del resto, la polizia li denuncia a piede libero e poi è costretta a lasciarli rientrare nei centri di accoglienza; ed essi continuano ad uscirne come e quando vogliono, di giorno e di notte, praticamente senza alcun controllo. Si permettono anche di protestare se il cibo non è di loro gradimento, di gettare a terra la pastasciutta. A volte spariscono e non lasciano traccia di sé. Magari, dopo aver scroccato il soggiorno gratuito per due anni, se ne vanno in Francia, in Austria, in Gran Bretagna, in Belgio, e ricominciano la vita del richiedente asilo: alloggio sicuro, vitto e sigarette, massima tolleranza, nessun lavoro, nessuna fatica, nessun impegno.

Certo, questo sarebbe lavoro per il parlamento. Possibile che, fra una legge per i matrimoni omosessuali e un’altra sui reati di omofobia, non si sia potuta impostare una riforma del sistema del diritto d’asilo, per renderla più veloce, e, soprattutto, più certe e immediate le espulsioni, in caso di non accoglimento? Al contrario: coloro che si vedono rifiutata la domanda, fanno appello al giudice: e si va avanti con le procedure burocratiche altri mesi, altri anni. Il tutto a spese dell’Italia, è chiaro, perché costoro non hanno un soldo. E così se guidano la macchina ubriachi o senza patente, magari provocando incidenti; se commettono reati contro il patrimonio; se salgono senza pagare su treni, sugli autobus, magari insultando, minacciando e picchiando i controllori che osano chieder loro di mostrare il biglietto. I cittadini italiani pagano le multe, loro no, perché sono nullatenenti. Ricevono una notifica di reato e la stracciano in dieci pezzi, magari sotto il naso di chi glie l’ha consegnata. Se ne fregano: sono garantiti, non hanno niente da temere. C’è sempre un giudice di sinistra pronto a combattere la buona battaglia contro le discriminazioni, contro il razzismo, contro i pregiudizi degli Italiani cattivi nei confronti dei “profughi” buoni. Perché sono i più deboli, loro. Anche se non è così. Anche se hanno mandato all’altro mondo una vecchietta che tornava dal supermercato, facendola cadere a terra per rubarle la borsa. Anche se hanno terrorizzato una famiglia dopo essersi introdotti in casa per rapinare, e, magari, per picchiare e per stuprare gli inquilini. Di fatti così, nella provincia italiana, ne succedono ogni giorno: basta leggere le cronache locali. Ma i quotidiani nazionali non ne parlano quasi mai, e così i telegiornali di tutte le maggiori reti televisive, a meno che proprio non ci scappi il morto, che non sia accaduto un crimine particolarmente odioso. Se no, silenzio: si fa finta che vada tutto bene, più o meno. Siamo arrivati al punto che, se qualche straniero commette un reato suscettibile di provocare una speciale indignazione dell’opinione pubblica, si tace la nazionalità del delinquente. Per carità: bisogna evitare che si diffondano sentimenti di razzismo fra la popolazione. E non capiscono, questi giornalisti servi e questi magistrati progressisti, che, così facendo, altro non fanno che esasperare sempre più l’animo degli Italiani. Li stanno facendo diventare razzisti, loro che razzisti non erano mai stati, in tutta la loro lunghissima storia, pur avendo avuto sempre a che fare con popoli e individui stranieri, per le ragioni più varie, dal commercio alla religione.

Con gli Italiani, però, massima severità. Conosciamo personalmente un sacerdote, un santo uomo di oltre settant’anni, che, poco tempo fa, è stato arrestato, insieme a una suora della sua congregazione, e tenuto in galera per diversi giorni, sotto l’accusa – classica – di circonvenzione d’incapace, solo per l’avidità meschina di un nipote, che non poteva rassegnarsi all’idea che suo zio, perfettamente capace d’intendere e di volere, avesse lasciato una cospicua eredità alla Chiesa. Li hanno arrestati e tenuti in galera come pericolosi delinquenti, laddove non si mettono in galera, ormai, nemmeno i veri delinquenti, che hanno sulla groppa fedine penali lunghe così e che realmente costituiscono un pericolo per la comunità. Poi sono stati rilasciati, ma senza una parola di scuse, mentre tutto il personale della prigione, dal direttore all’usciere, imbarazzatissimi e quasi vergognosi, si erano prodigati per rendere meno penosa la detenzione a quelle due persone, palesemente innocenti e palesemente vittime di un arbitrio giudiziario. Uno dei tanti, dei mille, dei diecimila che avvengono nelle nostre aule di giustizia. Magistrati che partono a lancia in resta per difendere la legalità violata, contro un prete di settant’anni e una suora buona e mite, che non saprebbero fare del male ad una mosca: ma si sa, sono uomini di Chiesa, dunque esponenti di una conventicola sospetta, e, soprattutto, nemica del popolo: come ha insegnato la cultura marxista su cui si sono formati questi giudici di sinistra e questi avvocati marxisti. Per loro, il povero ha sempre ragione e gli altri, i “ricchi” (anche se ricchi non sono), hanno sempre torto. Sono rimasti al ’68, non hanno capito niente, nemmeno la caduta del muro di Berlino ha aperto loro gli occhi: sono sempre gli stessi di sessant’anni fa: la libertà viene dal comunismo ed è per il proletariato; per gli altri, per i borghesi, per i preti, non ci sono che il disprezzo e i rigori della legge. Bisogna punirli del fatto di esistere. Come si permettono di avere qualche soldo in più, o di indossare l’abito religioso? Non lo sanno che Dio è morto e che la religione è l’oppio dei popoli? Nemici del popolo, sfruttatori, parassiti sociali: è giusto adoperare, con essi, la massima severità. Non certo con i “poveri” africani, con i “profughi” che fuggono, come recita tutti i giorni la televisione, “da guerra e povertà”.

È da un pezzo che la magistratura, in Italia, si ritiene onnipotente. Voleva ottenere di scavalcare definitivamente il potere esecutivo; c’è riuscita: può mettere  agli arresti anche i parlamentarti, anche i membri del governo: ha in mano i destini del Paese. Peccato che, per molti magistrati (non tutti, sia chiaro), le lenti con cui interpretano la realtà siano completamente deformate da una ideologia sbagliata e socialmente pericolosa. Una ideologia disumana e demagogica, che mette in gattabuia i galantuomini e rimette in libertà i delinquenti, già arrestati con tanto rischio e sacrificio da carabinieri e poliziotti. Cittadini in uniforme che rischiano ogni giorno di prendersi una coltellata nello stomaco per uno stipendio di 1.000 euro al mese. Ma che importa? L’importante è che la legge stia dalla parte degli “ultimi”, anche se sono avanzi di galera. In un certo senso, è lo stesso paradigma buonista e irresponsabile dei cattolici di sinistra, dei cattocomunisti, e dei teologi della liberazione: il popolo è buono, il popolo ha ragione, è vittima, è la parte debole della società; bisogna stare con lui; e bisogna castigare i suoi “nemici”, i suoi sfruttatori. I magistrati di sinistra, cresciuti leggendo Marx e Toni Negri, o, più di recente, i romanzi di Tabucchi e di De Luca, si vendicano ora di non aver saputo fare la rivoluzione nel ‘68, di non aver saputo liquidare la società “borghese” negli anni ’70 (che essi credevano moribonda, sbagliando anche in questo giudizio). Si vendicano come sanno e come possono: facendo aprire le manette dei delinquenti già arrestati, specie se stranieri, e sbattendo in cella i perfidi “borghesi”.

L’altra sera, alla televisione, c’era un edificante duetto fra un notissimo scrittore progressista ed un ancor più noto conduttore televisivo, progressista pure lui. Facevano a gara nel pontificare, con quell’aria complice da frammassoni che s’intendono a meraviglia e che sanno quel che i comuni mortali ignorano. Il tutto sul canale progressista per eccellenza, Raitre. A un certo punto, con aria ispirata, lo scrittore si è messo a deprecare che, ormai, nella società contano solo i soldi, il successo, il potere. Il conduttore strapagato, che prende per una puntata quotidiana il corrispettivo del salario mensile di un operaio, assentiva con aria compunta. Parevano due mistici, due asceti, che si fossero incontrati nel deserto e che lamentassero la peccaminosità del mondo. Grazie alla complicità ideologica di simili intellettuali e di simili giornalisti, i magistrati di sinistra si sentono sempre a casa loro, in qualunque situazione. Si sentono infallibili, si sentono i nobili vendicatori dei torti sociali; si sentono moralmente al di sopra di tutti gli altri, dei Robin Hood in diritto di far pesare le tavole della legge sui “nemici del popolo”. Se in Italia non avessimo una classe d’intellettuali di sinistra arroganti e presuntuosi, e di giornalisti di sinistra avidi e lecchini, anche i loro amici della magistratura di sinistra si darebbero una calmata. Calerebbero un po’ le arie. Ma finché sanno di avere dalla loro sia la stampa e la televisione, sia i salotti buoni della cultura, o di ciò che viene fatto passare per cultura, andranno sempre avanti per la loro strada, senza mai farsi attraversare la mente dal più debole lampo di autocritica.

E allora? E allora, bisognerebbe ripartire da zero. Questa classe di magistrati, così com’è nel suo complesso, andrebbe rifatta di sana pianta. Per cominciare, si dovrebbe introdurre un criterio di responsabilità: se un magistrato commette uno sbaglio evidente, dovrebbe renderne conto, anche lui, davanti alla legge, come chiunque altro. Per esempio, se un giudice fa rilasciare un delinquente già arrestato, e poi costui torna a delinquere – a rapinare, a stuprare, a uccidere – quel giudice dovrebbe essere processato per aver creato le condizioni del delitto. Come è possibile che quei signori non debbano mai render conto di nulla? Possono sbattere in galera un prete inoffensivo, ma nessuno li può giudicare se hanno rilasciato un rapinatore seriale o un violento, pronto ad uccidere. Questo stato di cose li fa sentire onnipotenti, al di sopra della legge. Ma è assurdo. Al contrario, essi, che sono i servitori della legge, dovrebbero essere d’esempio alla società anche nel sottoporsi al giudizio dei tribunali, se sbagliano per dolo o ignoranza. Proprio come un chirurgo che, se uccide il paziente durante l’operazione a causa della sua imperizia, dovrebbe essere sottoposto a giudizio e, se risultasse la sua incompetenza, radiato dall’ordine dei medici.

Ma la casta, si sa, è intoccabile, e non giudica mai, né mai condanna, i suoi stessi membri. È come una massoneria; e ne ha anche l’arroganza e il senso d’impunità assoluta. Che fare, dunque? Per prima cosa, cambiare le regole del gioco; e, poi, cambiare la cultura della classe dirigente: facendole fare un bel bagno di umiltà, sia intellettuale che umana. Bisogna far abbassare la coda a tanti piccoli reucci che, al centro del loro minuscolo feudo, si sento onnipotenti, per il fatto che, in pratica, godono di una totale immunità. Bisogna cancellare questo stato di cose, spazzar via i feudi, distruggere quel senso d’impunità e di onnipotenza. L’Italia tornerà ad essere un Paese normale, o, piuttosto comincerà ad esserlo – giacché, in effetti, non lo è mai stata – quando un giudice che ha arrestato un innocente, gli chiederà scusa e gli farà versare un risarcimento; e quando un giudice che ha fatto rilasciare un delinquente pericoloso, che si era macchiato di gravi reati, verrà messo prontamente sotto inchiesta, e, se del caso, condannato a risarcire la società, anche finanziariamente, per il danno che ha contribuito a provocarle. 

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 10 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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