domenica, 19 Settembre 2021
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L’Italia in ostaggio dei magistrati

Proviamo a immaginare che effetto deve aver fatto negli altri Paesi democratici l’iniziativa di un magistrato che mette sotto inchiesta un ministro degli Interni per aver negato lo sbarco a dei clandestini in un porto nazionale di Francesco Lamendola  

L’Italia repubblicana, da che esiste, cioè dal 1946, è sempre stata, governi compresi, in ostaggio della magistratura; anzi, per essere più precisi, in ostaggio dei magistrati. Infatti, pur agendo come una casta, di fatto ciascuno di loro si considera un potere autonomo e al di sopra di ogni altro, e se non tutti agiscono di conseguenza, fra di essi ve ne sono molti, politicamente schierati a sinistra, che si sentono in diritto e in dovere di agire come un potere sovrano, come una repubblica indipendente. La quale repubblica è poi, secondo loro, quella “vera”; mentre quell’altra, nella quale vige un governo democraticamente eletto dal popolo, è vera sino a un certo punto, vale a dire fino a che si conforma ai principi che ispirano la loro azione giudiziaria. E ciò vale sia nei confronti dei comuni cittadini, sia nei confronti degli stessi ministri e presidenti del Consiglio. I comuni cittadini, per esempio, non capiscono, né mai capiranno, perché una persona onesta che si vede minacciata nella sua proprietà, e si difende a mano armata, o tenta di difendere i suoi cari, debba poi esser sottoposta a processo come un pericoloso assassino o uno spietato pistolero; non capiscono, né mai capiranno, perché un delinquente rimasto ferito nel corso della rapina, abbia diritto al pagamento delle cure mediche, magari per tutta la vita, o, se rimane ucciso, perché i suoi familiari abbiano diritto a un cospicuo indennizzo, come se il loro congiunto fosse caduto nell’adempimento di un glorioso dovere; e non capiscono, né mai capiranno, perché un clandestino, più volte arrestato in flagranza di reato, compresa la resistenza ai pubblici ufficiali che volevano identificarlo, debba essere ogni volta rimesso in libertà, fino al prossimo reato, sempre più grave, e che perfino dopo uno stupro, come è successo a Iesolo a fine agosto 2018, non possa essere espulso per andare in prigione al suo Paese, solo perché ha avuto un figlio da una cittadina italiana. È vero che le leggi sono fatte dal Parlamento e non dai magistrati; ma è vero, verissimo, che essi, nella grande maggioranza dei casi, le applicano nella maniera che abbiamo descritto, cioè con un occhio di favore verso delinquenti e clandestini, e partendo, invece, da una sorta di pregiudizio negativo verso i cittadini onesti che hanno subito aggressioni, furti, rapine, eccetera, quasi che la parte “debole”, meritevole di comprensione e indulgenza, non fossero loro, ma i delinquenti che li hanno presi di mira.

Questo, in effetti, fa il paio con l’atteggiamento del legislatore nei confronti della proprietà, la quale, si direbbe, in Italia è considerata un furto, o poco meno: esito del permanere, magari sotto le spoglie del cattolicesimo di sinistra, della vecchia cultura marxista e leninista, secondo la quale ogni proprietario è uno sfruttatore e ogni non proprietario è una vittima dello sfruttamento. Pertanto in Italia, e solo in Italia, almeno fra i grandi Paesi occidentali e democratici, risulta pressoché impossibile licenziare un impiegato pubblico, per esempio un maestro o un postino, anche in flagranza di reato, per esempio se il maestro picchia i bambini o se il postino fa la cresta sulle raccomandate, o se entrambi si assentano dal lavoro con falsi certificato di malattia, perché loro sono la parte “debole”, e la parte debole va sempre trattata con simpatia e indulgenza: per cui, al massimo, il maestro violento e il postino disonesto verranno trasferiti in un’altra sede, se possibile a pochissimi chilometri dalla predente, perché, poverini, diversamente soffrirebbero di gravi problemi ambientali, logistici, psicologici ed esistenziali. Così, quel maestro potrà andare a picchiare i bambini di un’altra scuola, e quel postino potrà seguitare a fare la cresta sulle raccomandate degli utenti di un altro ufficio postale. Tutti felici e contenti, e poi qualcuno si domanda come mai in Italia non cambi mai nulla, e i vecchi vizi e le pessime abitudini siano tanto duri a morire. Poco importa che la parte “sfruttatrice”, nei due casi qui considerati a titolo di esempio, sia lo Stato, e a pagare le spese di tanta malriposta generosità siano le tasche dei cittadini onesti. Come volevasi dimostrare. Certo: debolezza, buonismo e demagogia sfrenata del legislatore, cioè del Parlamento; ma anche applicazione ideologica e unilaterale da parte dei magistrati di sinistra, nel cui subconscio, ma spesso anche nel conscio, c’è la ferma convinzione che il proprietario è un tipo del quale si deve sempre diffidare, mentre chi non è proprietario merita un trattamento di favore “a prescindere”. Perché in Italia, come è tipico dei Paesi che hanno troppe leggi, la legge è sempre interpretabile, e i limiti di discrezionalità in tale ermeneutica sono dilatabili pressoché all’infinito. E pazienza se l’inquilino che non paga l’affitto da mesi o da anni è, in realtà, più benestante del proprietario della sua casa, il quale si è rivolto al magistrato per avere giustizia, ma ottiene solo di perdere altri anni con una inconcludente azione legale, che gli costerà molti altri soldi per pagarsi l’avvocato, e alla fine della quale non avrà ottenuto alcun risarcimento  e neppure il pagamento degli affitti arretrati. Ma la regola è questa: tu sei proprietario, dunque sei la parte “forte” e puoi permetterti di pagare; anzi, in fondo è giusto così, una bella cura dimagrante al tuo portafoglio e qualche seccatura al tuo tran-tran sono il doveroso prezzo da pagare per appartenere alla classe dei capitalisti.

Ovvio che lo stesso atteggiamento anima i magistrati progressisti nei confronti dei clandestini, e degli stranieri in generale. Loro sono la parte “debole”, dunque hanno sempre ragione, o, se pure non ce l’hanno, è comprensibile che abbiano violato la legge, perché vi sono stati praticamente costretti dal carattere ingiusto della nostra società. Quindi, se un cittadino italiano ritorna a casa la sera e la trova occupata da una famiglia di marocchini, o di nigeriani, o di rom, ci vorrà del bello e del buono per ottenere  lo sgombero e lui, frattanto, dovrà arrangiarsi in albergo, o da parenti, e aspettare le calende greche. Se poi si tratta di una sua seconda casa, non importa quanto modesta, non importa se eredità dei suoi genitori, che l’hanno comprata con una vita di lavoro, e non importa nemmeno se non essa, non essendo affittata, non è fonte di reddito, ma solo di spese, perché, oltre a quelle condominiali, il malcapitato proprietario ci paga anche fior di tasse allo Stato: allora quello stesso Stato, nella persona del magistrato che lo rappresenta, sarà ancor più restio a far valere i diritti della vera parte lesa, perché, ai suoi occhi, costui resta pur sempre il più forte, mentre quella povera famiglia piena di bambini, santo cielo, dove volete che vada a dormire? Debbono forse dormire su una strada? Debbono forse venir sbattuti all’addiaccio, solo perché un proprietario di due case possa rientrare in possesso della seconda? Non sia mai che le forze dell’ordine vengano utilizzate per un’azione così brutale, così ingiusta, così odiosa. Abbiamo visto tutti cosa è successo nell’agosto del 2017, quando la polizia ha dovuto eseguire lo sgombero di uno stabile romano, in via Curtatone, occupato abusivamente da un gruppo di eritrei: si è levata un’ondata d’indignazione generale. E meno male che la stampa ha tirato fuori l’asso dalla manica, sotto forma di un poliziotto “buono” che accarezzava il viso di una giovane eritrea, come a consolarla e a chiederle scusa di quel brutale atto di forza, che lasciava lei e i suoi compagni senza un tetto. Se non fosse saltata fuori l’immagine del poliziotto buono (gli altri, evidentemente, erano cattivi), chi lo sa fin dove saremmo arrivati e fin dove sarebbe montata la campagna di delegittimazione della legalità. Perché se passa il principio che chiunque sia in stato di bisogno, per qualsiasi motivo, ha il diritto di violare la legge e di calpestare il contratto sociale, facendosi la sua legge e il suo contratto privato, allora salta tutto, e la società implode. Ma questo è forse un problema per un magistrato progressista, che ha lo stipendio sicuro e a cui nessuno chiederà di render conto del suo agire (due condizioni di privilegio che darebbero alla testa, di per sé, anche alla persona più umile), ben deciso a servirsi del potere di cui dispone per sanare i torti, sollevare i deboli e abbassare l’orgoglio dei potenti? Ed è cosa del tutto secondaria se quella famiglia di rom, per esempio, dispone di un’automobile che il cittadino onesto, che lavora per un modesto stipendio, non può permettersi di acquistare nemmeno in sogno; mentre il proprietario di quell’appartamento è un pensionato che tira avanti a fatica e che di quella pigione ha bisogno per pagarsi le bollette, gli alimenti e le cure mediche. Ecco: i magistrati di sinistra, tanto più se sono cattolici, si sentono sempre dalla parte del Bene, e il Bene sta in quella povera famigliola esposta a subire un così atroce destino. Lo dice anche il Vangelo che l’affamato, l’assetato, il bisognoso, devono essere prontamente soccorsi: come si fa a non capire un precetto evangelico così chiaro, così limpido, così intuitivamente giusto?

Ma lo strapotere e l’impunità della magistratura non si esercitano solo verso il cittadino comune, se costui non ha la fortuna di essere considerato la parte “debole”; bensì anche verso il Parlamento e lo stesso governo. In questo strano Paese, che è il nostro, abbiamo visto dei magistrati porre sotto inchiesta, con l’accusa di complicità con la mafia, un presidente del Consiglio eletto dai cittadini (non nominato da un presidente della Repubblica, come poi è venuto di moda) che stava tenendo un simposio internazionale sulla mafia, nel 1994, recapitandogli l’avviso di garanzia per la gioia di decine di giornalisti esteri. Quel presidente del Consiglio, che si chiamava Silvio Berlusconi, non ha mai riscosso la nostra simpatia, tutt’altro: il che non ci impedisce di cogliere l’immenso torto che gli venne fatto e, ancor più, il torto che venne fatto all’Italia, esposta a una figura ridicola e penosa davanti a tutto il mondo. Ora, agosto 2018, un magistrato di provincia ha deciso di porre sotto inchiesta il ministro degli Interni, Matteo Salvini, per aver impedito, o meglio ritardato di alcuni giorni, lo sbarco di circa 150 clandestini da una nave della Guardia Costiera, benché, a bordo, essi avessero tutta l’assistenza del caso, sotto ogni punto di vista. Ipotesi di reato: sequestro di persona, abuso d’ufficio e istigazione all’odio razziale. Stessa ingiustizia verso un uomo che sta servendo lo Stato, facendo valere la legge; e stessa figura ridicola e grottesca per il nostro Paese, agli occhi del mondo intero;  occhi che in questo momento sono tutt’altro che benevoli, dato che l’Italia sta mostrando l’audacia intollerabile di non volersi inginocchiare davanti ai finanzieri di Bruxelles, né continuare a subire l’invasione dei falsi profughi a beneficio dei partner europei.

Un giornalista di sinistra, ma intellettualmente onesto, Stefano Liviadotti, romano, classe 1958, per molti anni in forza al L’Espresso, osserva a proposito dello strapotere della magistratura, nel suo libro Magistrati. L’ultracasta (Milano, Bompiani, 2009, p. 138):

(…) i magistrati distaccati al ministero si considerano, e non hanno remore a dichiararlo nei loro documenti ufficiali, come i cani da guardia degli interessi della categoria, pronti a difenderli da eventuali iniziative contrastanti del ministro. Un’azione che possono esercitare con straordinaria efficacia per un motivo molto semplice, spiegato ancora una volta da Di Federico [“La drammatica testimonianza ecc.”, Roma, Carocci, 2002]: “Le principali decisioni relative allo status dei magistrati ministeriali non vengono prese dal titolare della giustizia, ma in tutta autonomia dal Csm, a differenza di quanto avviene negli altri paesi dell’Europa continentale. In nessuno di essi i magistrati ordinari hanno, di diritto o di fatto, come da noi, il monopolio dei posti direttivi. Ma se vengono destinati a svolgere funzioni amministrative alle dipendenze del ministro assumono comunque uno status del tutto simile a quello di qualsiasi dirigente amministrativo ministeriale […]  Si è con ciò stesso sottratto al nostro ministro della giustizia uno degli strumenti fondamentali dell’assetto gerarchico che fa capo ai ministri di altri paesi democratici e su cui poggia in misura rilevante la sua capacità di formulare e perseguire autonomamente le iniziative da prendere e quindi di sollecitare e ottenere dai suoi dipendenti comportamenti conformi alle politiche che vuole perseguire”.

Proviamo a immaginare che effetto deve aver fatto, negli altri Paesi democratici, l’iniziativa di un magistrato che mette sotto inchiesta un ministro degli Interni, per aver negato lo sbarco a dei clandestini, in un porto nazionale. Il messaggio è chiaro: i clandestini, pur non essendo cittadini e pur avendo tentato d’introdursi illegalmente entro i confini, godono di tutte le tutele legali dei cittadini onesti e rispettosi della legge;  inoltre, la politica interna, e, indirettamente, la politica estera del governo, non la decide il governo stesso, ma la decidono i singoli magistrati. E mentre un politico può essere messo in stato d’accusa dalla magistratura, anche nell’esercizio delle sue funzioni e proprio per aver esercitato le sue funzioni, nessun magistrato, a memoria d’uomo, è mai stato messo sotto accusa dal Parlamento. Vale la pena di ricordare che quegli stessi magistrati progressisti avevano preso le distanze dal giudice Falcone, ritenuto troppo vicino al ministro della Giustizia e quindi non meritevole di svolgere il ruolo di procuratore nazionale antimafia (cfr. L’Unità del 12/03/2002): e ciò poche settimane prima della strage di Capaci. Quindi, se i magistrati comandano a tutti, anche al governo, i magistrati di sinistra comandano agli altri magistrati e vigilano affinché nessuno di loro si permetta di essere “troppo vicino al ministro”. Come se il ministro della Giustizia, in Italia, fosse il nemico numero uno della magistratura, un personaggio pericoloso e da tener d’occhio perché non gli salti in mente, chi sa mai, di prender decisioni sgradite alle toghe (rosse) in tutto ciò che le tocca, dallo stipendio alla carriera, alle specifiche attribuzioni…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 01 Settembre 2018

Del 15 Settembre 2020

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