lunedì, 20 Settembre 2021
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Una pagina al giorno: « La commediante veneziana» di Raffaele Calzini

Il milanese Raffaele Calzini, classe 1885, morto a Cortina d’Ampezzo nel 1953, è stato uno scrittore assai noto e apprezzato negli anni Venti e Trenta di Francesco Lamendola  

Il milanese Raffaele Calzini, classe 1885, morto a Cortina d’Ampezzo nel 1953, è stato uno scrittore assai noto e apprezzato negli anni Venti e Trenta, per poi venire rapidamente dimenticato negli anni del dopoguerra.

Nel clima dominante del Neorealismo, i suoi romanzi dalla fresca vena sentimentale e deliberatamente apolitici dovettero apparire, di colpo, completamente sorpassati e fuori moda; o, almeno, tale dovette essere il giudizio dei signori critici, i quali, assurti – sotto l’egida dell’ideologia marxista – al ruolo di direttori d’orchestra della cultura italiana, in una misura che mai si era vista in precedenza, non potevano che guardare con un mezzo sorriso di compatimento questo romanziere della vecchia scuola lombarda che, ai loro occhi, non incarnava certo la figura dell’«intellettuale organico» di gramsciana memoria.

Lui, del resto, si era già chiamato fuori della mischia: il suo canto del cigno era stato proprio «La commediante veneziana», del 1935, preceduto da «Segantini: romanzo della montagna» (1934) e seguito dai volumi «La bella italiana» e «Lampeggia al nord di Sant’Elena», apparsi entrambi quando le sorti della seconda guerra mondiale volgevano ormai al peggio (1942) e, perciò, passati un po’ inosservati.

Giornalista brillante e collaboratore delle maggiori testate dell’epoca, a cominciare dal «Corriere della Sera», Calzini aveva esordito con una raccolta di novelle, «La vedova scaltra», nel 1919, a trentaquattro anni; cui era seguita una seconda raccolta di prose brevi, «Polonaise e altre avventure», nel 1929; e un certo numero di commedie, tra le quali «La tela di Penelope», del 1922, rappresentata con un buon successo di pubblico, e testimonianza di quella passione per il mondo degli attori e del teatro che sta al centro de «La commediante veneziana».

Due aspetti sono particolarmente evidenti nella scrittura di Raffaele Calzini: la capacità di cogliere sensazioni e squarci di stati d’animo e di paesaggi naturali, in cui qualcuno ha ravvisato un influsso dell’arte dannunziana; e quella di farsi trepido osservatore della vita degli uomini e delle donne, delle loro segrete ambizioni, della loro aspirazione alla felicità.

Entrambe queste caratteristiche sono presenti nel romanzo «La commediante veneziana», che qui abbiamo deciso di presentare, e che ha conosciuto un secondo momento di celebrità, più di quarant’anni dopo la sua pubblicazione, per merito di uno sceneggiato televisivo in cinque puntate, girato da Salvatore Nocita e mandato in onda nel 1979.

Si è trattato di una eccellente riduzione per il piccolo schermo, bene ambientata, ben recitata e ben diretta, ma – non è certo una novità – passata tranquillamente sotto silenzio dalla critica blasonata: la «Storia delle televisione italiana» di Aldo Grasso la ignora, come pure la «Enciclopedia Garzanti della televisione»; allo stesso modo che il nome di Raffaele Calzini è ignorato dalla «Enciclopedia Garzanti della letteratura».

Salvatore Nocita si era già messo in luce, due anni prima, con il televisivo «Ligabue». Ora, con la collaborazione alla sceneggiatura di Fabio Pittorru e con l’intensa interpretazione di Angelica Ippolito, Giancarlo Dettori e Lucilla Morlacchi, aveva saputo restituire al libro di Calzini tutto il suo sapore di commedia agrodolce e segretamente malinconica, accentuandone, peraltro, i risvolti drammatici e il senso di cupa minaccia che aleggia intorno alla figura del protagonista maschile, con un notevole effetto scenico.

La storia è relativamente semplice e ruota intorno alle figure di un uomo e una donna eleganti e vanitosi, assetati di successo e desiderosi di amore, ma contrastati da rivalità e trame delle quali solo in parte riescono a comprendere tutta la portata e la pericolosità: la celebre commediante veneziana Dora Ricci e il suo amante, don Pietro Grataròl, segretario di Stato veneziano, con forti ambizioni di carriera politica.

Siamo nella Venezia di metà del XVIII secolo, campo di battaglia di una sorda lotta fra Massoneria e Gesuiti; la Venezia di Carlo Goldoni e del conte Carlo Gozzi, che celebra i suoi ultimi fasti spensierati, fra l’ebbrezza del Carnevale e le rappresentazioni teatrali, affollatissime e animatissime. Ed è appunto Carlo Gozzi, geloso (oltre che del successo del più giovane Goldoni) dell’amore che la bella Dora rivolge al Grataròl, a decidere di ordire una autentica congiura per rovinare la carriera politica di quest’ultimo.

Mentre la nomina a residente, ossia ambasciatore, presso la corte di Napoli, subisce una serie di inspiegabili ritardi, dietro i quali si intuisce una volontà persecutoria della procuratoressa Tron, don Pietro viene ferito nella sua vanità dalla crudele caricatura della sua figura di damerino elegante ed incipriato, che viene messa sulle scene per dileggio e che lo obbliga quasi a nascondersi, lui amante della vita di società e con l’ambizione di divenire un piccolo «arbiter elegantiae». Il suo nome, la sua figura, le sue disavventure, sono sulla bocca di tutti. Finché, durante le feste per il Carnevale, gli accade di incontrare nella folla la maschera di se stesso, don Pietro Grataròl; e comprende che la sua carriera politica è spezzata per sempre, prima ancora di essere incominciata: sepolta sotto il peso di una montagna di ridicolo.

Alla fine del romanzo, i due protagonisti, che pure si sono amati di un amore sincero (tanto è vero che la bella Dora è rimasta a suo modo fedele all’amante così crudelmente ridicolizzato), sperano ancora, pur costretti a lasciarsi, di poter realizzare entrambi i loro sogni di gloria; ma non sarà così. Don Pietro dovrà partire in esilio e troverà la morte lontano da Venezia, a bordo di una nave, in qualche luogo sperduto dell’Oceano Indiano; Dora sarebbe diventata pazza, per spegnersi poi fra le mura di un manicomio.

Ma essi non immaginano il destino che li attende. Benché provati dalle loro disavventure, sperano ancora di potersi rialzare; perciò la conclusione del romanzo non è cupamente pessimistica, ma pervasa da una acuta nostalgia e come da un’aura di debole, indefinita speranza nel futuro.

Il lettore, invece, viene informato – nelle ultime righe – di come andrà a finire; ed è questa consapevolezza del lettore che, contrapposta all’ignoranza dei protagonisti, crea un «pathos» tutto particolare, soffuso di tinte tenui e pensose, come un crepuscolo di fine estate.

Dal capitolo XXV del romanzo di Raffaele Calzini «La commediante veneziana», apparso a puntate illustrate da Tabet su un periodico del «Corriere della Sera» e pubblicato in volume, da Mondadori, nel 1935; poi da Bompiani, nel 1978 (pp. 381-87 di quest’ultima edizione):

«Un presagio vago di fuori-stagione, un senso di caducità imminente penetrava quella sera in platea. La recitazione si era svolta per due atti stracca e zoppicante. Nell’intermezzo tra il secondo e il terzo atto Pincirolo salì per la scala a pioli tenuta dal balbettante Giosuè, sulla vetta cartonacea e biaccosa del Monte Olimpo da dove avrebbe spiccato il salto per raffigurare l’arrivo del volante Mercurio annunciatore degli dei. Era vestito grottescamente  di una maglietta d’oscillanti lustrini che imitava una corazza, portava legati alle caviglie due coturni che gli facevano male, e alle spalle due alette. In capo doveva mettersi un elmetto di stagnola. Teneva in una mano il caduceo e con l’indice dell’altra il segnava idealmente la sua traiettoria attraverso nuvole di bambagia a fronde di carta. L’apparatore, vestitolo, aveva baciato quella testolina secca, d’uccello, coi suoi baffi di sego.

Giunto un po’ sonnacchioso, in cima alla scala si sentì triste, ,si rannicchiò come un Arlecchino abbandonato: col dorso della mano asciugava ogni tanto e ripuliva le labbra  ancora appiccicose d’uva o allentava la bustina di volo con la quale il suo corpo mingherlino era agganciato alla carrucola. Forse non si accorgeva di avere un aspetto così disincantato e umile mentre dall’alto dell’ultimo gradino vedeva sotto di sé quell’andirivieni stracco di commedianti tra rocce alberi colonne. Si scorgevano le rappezzature e gli scheletri della messa in scena ai quali erano appese le lucernette a olio dai puzzolenti lucignoli. E invece la vita, oltre i confini di quel legno sgretolato, pareva così bella così pura! Tornavano davanti a’ suoi occhi luminosi, immagini di mattinate veneziane, scie di navigazioni burchiellesche sui fiumi e in laguna. Ricordava d’essere andato così a Murano un mattino di novembre: e un’alba di primavera a Chioggia. Quelle immagini avevano un colore di madreperla, ondeggiavano secondo le oscillazioni della scala, come le chiglie le vele riflesse a piombo dall’acqua.

Sulla cima dovette rannicchiarsi per un urtare il soffitto col capo ricciuto: aspettava pazientemente il segnale di buttarsi giù.

Il sipario si era alzato sull’ultimo atto: soffiava un venticello fresco da qualche finestra aperta; lo spazio ai suoi piedi si era improvvisamente moltiplicato.  Non provava le vertigini, ma quello era uno spazio troppo vasto per un bambino debole e solo.  Non si distinguevano chiaramente gli spettatori: i plebei della platea apparivano schiacciati come acini d’uva in una torta ovale: mentre i gesti gli applausi le parrucche i volti  dei signori erano appesi alle cornici dei palchi, e ai parapetti, come nelle vetrine d’un magazzino d’abiti usati o di maschere.

Il pubblico visto di sbieco era vecchio, sdruscito.

I palpiti del cuore, il respiro del seno, le voci, entro quelle guaine di opache sete su cui brillavano i monili, non bastavano a vivificare il pigia-pigia dei manichini spettrali. La vita con i peccati capitali: l’ira la gola la lussuria l’avarizia si movevano in fondo a quell’ondeggiare frusciante, come il dischiudersi degli anemoni e delle conchiglie il fiorire delle madrepore e dei coralli l’agitarsi delle piovre e delle murene in fondo al mare.

Di tanto in tanto il Grataròl, vestito da viaggio e in stivali, alzava l’occhialetto; si guardava in giuro non stancandosi di riconoscer gli spettatori, di spiarli, segnandoli a dito a Momolo.

La Paròna, le contessine Gozzi, Cecilia Tron, la Cenet, il conte Gaspare, la moglie dell’Erizzo, Gennariello. E poi senatori, magistrati, professori dello Studio di Padova. Imbalsamati e irraggiungibili, né vecchi né giovani: eterni.

Da otto mesi non aveva rimesso piede in un teatro: soltanto a Vienna aveva ascoltato all’Opera un melodramma del Metastasio con la musica di un famoso maestro nuovo. Ma qui lo spettacolo  aveva poca importanza, passava in seconda linea:  egli tosava gli spettatori con una specie di falcetto  da vendemmia affilatoi dall’ironia e della vendetta.  Ogni tanto era scosso da un tremito nervoso che faceva tintinnire gli speroni: si passava la mano sulla bocca arsa ed amara che avrebbe voluto imprecare, e sugli occhi stanchi di scrutare la penombra. Erano tutti là: li rivedeva volentieri. Anche quelli  che villeggiavano lontano da Padova, sulla Brenta, sul Sile,  lungo il Terraglio si erano dati convegno alla recita non tanto per amor della commedia quanto per la vecchia abitudine di ritrovarsi. E combinare una partita, una cena, una nottata. I parassiti della vita vuotata d’ogni verità e d’ogni fede, i parassiti inguaribili erano sempre uguali, sempre quelli: commedia, letteratura, musica. Corrodevano e contemporaneamente tenevano insieme il vecchio e crollante pergolato di quel mondo autunnale. Dagli sperperi gaudiosi  e grandiosi dei padri dilapidatori  grandeggianti nel lusso per mantenere ballerine,  cani, cavalli, si era arrivati alla futilità  spendereccia della nuova generazione, rovinata dalla tabe intellettuale.

Quando il Grataròl passava con lo sguardo dal pubblico disattento e ostile al palcoscenico, constatava il visibile sconquasso della Compagnia Sacco.

La commedia di quella sera non interessava. Il primo atto era parso al Grataròl  completamente nuovo:; durante il secondo ricordò vagamente di averlo già visto. Almeno da quel punto fino alla fine.  Fino alla fine? C’era una fine anche per la commedia?  Allora ricordò di avervi assistito a Bergamo, una sera, quasi un anno prima. Un anno. Sì: sì.  Era salito sul palcoscenico e Pincirolo gli aveva detto: – Non resti a vedermi volare?

Si sentiva rivolgere la stessa domanda nello spazio e tacitamente prometteva di rimanere. Ma l’apparizione di Pincirolo col caduceo in una mano e l’indice teso dell’altra durò un attimo. Una parte distratta del pubblico non udì il terribile tonfo, l’altra interruppe gli applausi che accompagnavano il volo e si coperse gli occhi.  A metà della traiettoria la bustina di volo limata a tradimento e per gelosia dall’apparatore s’era scucita, il bambino era precipitato ai piedi della “Principessa indiana”.

Le due ali di cartone e di piume ancora appese alla carrucola, oscillavano sul filo di ferro.

Un momento di silenzio e di vuoto si propagò dalla ribalta alla platea:; la “Principessa” s’era buttata in ginocchio; ma non osava toccare il corpicino frantumato e sussultante. Boccheggiava come un pesciolino sulla rena. Però ella mandò un grido: il più straziante che si sia mai udito in teatro. Altre donne nei palchetti si levarono gridando con voce isterica. Qualcosa d’anormale era accaduto.

Gli spettatori che, abitando lontano da Padova, si erano già avvolti nelle cappe nei mantelli nelle andrienne, e si avvicinavano all’uscita prima della fine, sostarono; si volsero, sorpresi, chiedendosi se la nuvoletta di polvere librata sulle tavole del palcoscenico  avesse una ragione teatrale. Finché l’alta satura del Sacco chiamato di furia dal camerino dove stava spogliandosi apparve.  Era in brache corte e camiciola; s’era buttata una giacca sulle spalle. Senza parrucca quella sua testa di faina, ancora mezzo truccata, aveva qualcosa di bestiale che gelò il cuore di tutti.

– Corpo di… Sangue di… – si chinò sull’impiantito dove Pincirolo giaceva immobile, : faticava appena a sollevare il piccolo peso morto.  Barcollò due o tre passi tenendo sulle braccia nude e pelose  quello che pareva un fagotto di stracci intrisi di sangue:. E volgendosi al pubblico domandava senza ragione: – E questo? E questo? (Forse volendo significare: Questo bambino di che cosa è colpevole? Di questo cosa me ne faccio?).

Adagiatolo sopra un boschetto di stracci lo coprì adagio  con la sdrucita giacca di Truffaldino. Avrebbe voluto inseguire l’apparatore, ucciderlo con una stilettata come aveva fatto una notte con un ruffiano a Lisbona.  Le mani le gambe gli tremavano mentre rimboccava  la giacca e copriva la vittima.

Mai Pincirolo sarebbe divenuto un Truffaldino; mai più avrebbe recitato il “lamento del Ganassa sopra la morte di un pidocchio”. Era lui che moriva.

Si era schiantato il petto contro le tavole del palcoscenico: i riccioli neri erano appiccicati sulla fronte da un sudore freddo: i profondi occhi di zingaro si spegnevano alla luce  della ribalta: un filo di sangue usciva  dai denti di roditore che le labbra contratte da un movimento convulso coprivano e scoprivano come se poppassero.

Il grande Truffaldino avrebbe voluto gridare al pubblico che sfollava: – Mio figlio: era mio figlio! – ma l’impegno di commediante non lo permetteva:. Soltanto quando vide che qualche curioso tentava di salire dalla platea sul palcoscenico  per godere più da vicino lo spettacolo del suo dolore (tutti avevano perduto la testa), gridò a Toffolo con la voce imperiosa del capocomico:

– Sipario! Sipario! Giù il sipario. Giù.

Il silenzio colava fino all’uscita del teatro.  Qui il rumore arrotante delle carrozze e dei cavalli, gli schiocchi e gli squilli lo spazzavano via..  Una folata di buonumore riportava gli spettatori in villa.  Il grosso del pubblico in un momento partì.

Anche Grataròl e Momolo se n’andarono.

Se ne tornavano verso la libreria passo passo: silenziosi, intabarrati. Come un lottatore si allena a pugni contro un manichino, Grataròl allenava il suo cuore alla malvagità che definiva giustizia; protestava contro il destino macinando in un mormorio le accuse contro gli uomini: i nemici.

Ricordò le parole scambiate una sera con un Turco e il versetto del Corano che colui gli aveva detto: “Siedi sulla soglia di casa: un giorno vedrai passare il cadavere del tuoi nemico”. Un giorno! Un giorno! Aspettare la morte?  Aspettare la morte di tutti? Ci sarebbe voluta una pestilenza. Sorrise amaro. C’era tempo! Per veder passare  il cadavere monumentale del Paròn vestito della toga di procuratore perché era stato bocciato alle elezioni dogali dovevano trascorrere due anni e per veder la casetta della vecchia Cate bisognava aspettare la fine del secolo; il sacco sarebbe morto tra poco durante un viaggio su una nave  e buttato in mare. Quando Carlo Gozzi? E la spia quando?

Bastava assidersi sulla soglia di casa e aspettare le bare.

Che miseria odiare gli uomini!

Don Pietro e Dora, pensava, avrebbero trionfato. Ignaro che il destino preparava a lui esule una morte nel mare del Madagascar e a Dora la pazzia in una cella di san Servilio.

Camminavano passo passo: le ombre cadevano come foglie morte. La notte di Padova senza brigate di studenti era lugubre:  i porticati la facevano più oscura: dai fiumi dai canali dai prati salivano brividi di nebbia: il fantasma di Pincirolo si impigliava come un pipistrello spaventato nelle nuvole basse.

Per un po’ non osarono parlare. Ognuno ai propri pensieri.  Quando la giustizia degli Dei è incerta, cala il braccio sull’innocente.  “Ecce agnus Dei qui tollit peccata mundi”, meditava Momolo. Intanto Grataròl decideva di partire l’indomani per Ceneda e varcare il confine.

– Perché la vita è così triste? – chiese a mezza voce, quasi parlando a se stesso. Fece scattare l’orologio, ascoltò i rintocchi,  cavò la tabacchiera, ne annusò una presa, e l’offerse, aperta, all’antico servo. E Momolo alzando la lanterna:

– Non è triste. Forse è soltanto giusta.

Per la prima vola levò un pizzico di “rapé” dalla tabacchiera d’oro del padrone: la sua mano tremava.

I tempi erano mutati.»

Prima di partire per l’estero, il protagonista del romanzo, don Pietro Grataròl, si reca un’ultima volta ad assistere, a Padova, allo spettacolo della compagnia teatrale presso la quale ha lavorato la sua amante, Dora.

Ormai egli si sente distaccato, come fuori della competizione, pur accarezzando vaghi progetti di rivincita per il futuro, sorretto dall’età ancora relativamente giovane; ma con il cuore profondamente amareggiato per le vicende che hanno visto il crollo dei suoi sogni di carriera diplomatica. Ritiene di essere stato vittima di una macchinazione politica dovuta alle sue simpatie per la filosofia libertina venuta dalla Francia; e si sente quasi una vittima della battaglia per la libertà di pensiero nella decrepita e occhiuta Repubblica Serenissima.

A teatro, osserva un’ultima volta i protagonisti e gli spettatori della sua rovina, senza più quel divorante desiderio di vendetta che aveva provato in precedenza; anzi, in qualche misura riconciliato con la vita, essendo giunto ala conclusione che non si può passare la vita ad odiare coloro che ci hanno fatto del male.

Ed ecco, il caso lo fa assistere al dramma del suo vecchio nemico, il Sacco: un membro della compagnia, per motivi di rancore personale, ha segato la fune che teneva sospeso il figlioletto del capocomico che, truccato da Ermes, volteggiava sul soffitto del teatro; e il ragazzino precipita sul palcoscenico, schiantandosi.

Mentre il vecchio briccone si dispera sul suo cadaverino, e il trucco di scena che ancora gli impiastriccia il volto rende grottesco quel suo straziante dolore paterno, il pubblico lentamente si disperde commentando l’accaduto; e anche Grataròl si allontana col fedele servitore Momolo, promosso al rango di amico.

È una notte buia, lugubre: le strade sono silenziose, la nebbia ristagna sui canali, e i  passi dei due uomini risuonano sotto gli archi dei portici vuoti.

Grataròl è un vinto, anche se ancora non lo sa; e vinta è la sua amica, Dora, destinata a finire tristemente nelle tenebre della pazzia.

Ma anche coloro che hanno tramato la loro sconfitta sono dei vinti; uno dopo l’altro vedranno infrangersi i propri sogni: chi, come il Paròn, ossia il nobile Tron, frustrato nell’ambizione di essere eletto alla suprema magistratura, il dogato; chi, come il povero Sacco, destinato a morire di lì a poco, durante un viaggio, dopo di che il suo corpo verrà gettato in mare.

Non ci sono vincitori: gli uomini sono tutti dei vinti.

Del resto, Venezia è arrivata alla fine; l’ancien régime è arrivato alla fine.

Nel crepuscolo di un mondo, corroso da mille vizi, palesi e nascosti, non c’è più posto per quel tipo di umanità: avida, meschina, oziosa e bigotta; non è con quella stoffa, che la storia tesserà il filo dei tempi nuovi.

Restano il ricordo e, forse, una lieve nostalgia – intrisa, peraltro, d’ironia – di qualche sprazzo di vitalità, di gioia, di amore: come la breve stagione dell’amore felice tra don Pietro Grataròl e la bella Dora Ricci, la commediante veneziana.

Chissà, forse anche il Calzini – vecchio gentiluomo d’altri tempi -, quando scriveva il suo romanzo, avvertiva nell’aria un sentore di crepuscolo, il crepuscolo della sua epoca. Anche per l’Italia e per l’Europa del 1935 stavano per bussare alla porta tempi nuovi. Ma, prima, si sarebbe scatenata la terribile tempesta, che avrebbe spazzato via il mondo d’anteguerra.

E Calzini, con sorridente malinconia, osservava e raccontava quel crepuscolo; identificandosi un poco, magari, con quel suo don Pietro Grataròl, figura dalla psicologia semplice solo in apparenza: ma, in realtà, amleticamente diviso fra il disincanto della ragione e le illusioni insopprimibili del sentimento.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/04/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 13 Febbraio 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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