lunedì, 20 Settembre 2021
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Filosofia dell’Ordine pubblico? Ci vorrebbero le Brigate del Tigre: ma il Tigre dov’è?

L’Italia è diventato il Paese di Cuccagana di tutti i delinquenti del mondo: oggi i cittadini onesti, le famiglie sono in balia di una criminalità scatenata e senza regole di Francesco Lamendola  

Nei primi anni del Novecento la Francia fu investita da una criminalità di nuovo tipo, molto più aggressiva e spietata di quella tradizionale; l’opinione pubblica era allarmata, il governo era sotto accusa: possibile che  non fosse capace di assicurare ai cittadini un minimo di sicurezza in casa propria? Dal 1906 al 1909 la presidenza del Consiglio, più il ministero degli Interni, erano tenuti da un uomo estremamente coriaceo e determinato: Georges Clemenceau, detto il Tigre (il quale, per sfortuna dell’Europa e del mondo, sarebbe tornato al potere dal 1917 al 1920, e avrebbe svolto un ruolo decisivo nel formulare la pace cartaginese contro la Germania, gettando le premesse per una nuova tragedia mondiale). Egli non perse tempo in chiacchiere o sofismi: c’era un grave problema di ordine pubblico, un problema che si poneva in maniera sostanzialmente nuova: dunque bisognava affrontarlo, e bisognava farlo subito. Ma non coi metodi tradizionali: coi metodi tradizionali non si sarebbe concluso granché: un nuovo tipo di criminalità esigeva come risposta, da parte dello Stato, un nuovo tipo di polizia. Nacquero così, in poco tempo, le Brigate del Tigre: una nuova Squadra Mobile, dotata dei mezzi più sofisticati e moderni che ci fossero all’epoca: l’automobile, il telefono e il telegrafo. Gli altri reparti della polizia non ne avevano, o li avevano col contagocce; le Brigate del Tigre ne avevano a sufficienza. E poi, nuovi metodi di addestramento, sia sul piano della investigazione scientifica, sia sul piano dell’efficienza fisica. Gli agenti delle Brigate erano selezionati e frequentavano un corso di lotta per la difesa personale: dovevano battersi coi peggiori elementi della delinquenza, dunque dovevano saper provvedere a se stessi, non domandare aiuto e impegnare ulteriori risorse della polizia. Erano gli anni della Belle époque, ma erano anche gli anni della Banda Bonnot: anni violenti, di ricchezze improvvise, di crisi spirituale, di rapida trasformazione dell’economa, di immigrazione a ritmi serrati (anche italiana; ed episodi come la strage di Aigues Mortes, in Provenza, mostrano quanto fosse difficile, in alcuni casi, la loro lotta quotidiana per guadagnarsi il pane). Erano anche anni di speculazione finanziaria, di acute tensioni sociali, di scioperi, di eventi che dividevano fortemente l’opinione pubblica (la questione dell’antisemitismo, i riflessi dell’Affaire Dreyfuss), di spionaggio internazionale dovuto anche all’acuirsi del clima diplomatico alla vigilia della Prima guerra mondiale (le crisi marocchine, lo sciovinismo per l’Alsazia-Lorena perdute nella guerra del 1870).

Dal 1974 al 1983, la televisione francese, in collaborazione con quelle svizzera e belga, ha mandato in onda una serie di telefilm dedicati alle Brigate del Tigre, per un totale di 36 episodi di 55 minuti ciascuno, nei quali il mitico comandante Valentin era interpretato dall’attore Jean-Claude Bouillon, affiancato dagli inseparabili agenti scelti Pujol (Jean-Paul Tribou) e Terrasson (Piette Maguelon). Esportata anche in Italia, ha avuto un buon successo di pubblico, grazie anche alla fedeltà della ricostruzione ambientale, che creava quasi l’illusione di un viaggio indietro nel tempo, nelle città e nelle campagne francesi degli anni ’10. La ricostruzione, sul piano strettamente storico, può essere stata fedele, oppure un tantino romanzata; il clima complessivo, ad ogni modo, era indubbiamente quello, chiaro, inconfondibile: il clima di una nazione e di una civiltà investite da processi di trasformazione troppo rapidi, che la classe dirigente non riesce a gestire in maniera adeguata e di cui l’impennata della criminalità è solo uno dei contraccolpi, nel quadro d’una più ampia difficoltà del corpo sociale ad adeguarsi alla velocità del mutamento e a trovare delle “risposte” pronte ed efficaci. Ora, è chiaro che se l’aumento della criminalità è solo uno dei riflessi di una crisi assai più vasta, materiale ma anche morale, sarebbe puerile pensare che un potenziamento e un ammodernamento degli organi di polizia sia sufficiente a fronteggiare il fenomeno: una risposta affidata unicamente alla repressione è chiaramente una risposta inefficace, perché non va alla radice del problema, anzi, non lo sfiora neppure, ma si limita a contrastare la delinquenza laddove essa ha già avuto il tempo di organizzarsi, e perciò si manifesta con tutta la sua forza. Pure, non vi è chi non veda come la repressione della criminalità,  sia quella organizzata, sia “spontanea”, è, per forza di cose, uno dei puntelli della civile convivenza e uno dei tavoli decisivi sui quali si gioca la credibilità dello Stato (gli altri essendo un equo rapporto fiscale col contribuente; una rapida ed efficace amministrazione della cosa pubblica; una giustizia severa, ma intelligente; un sistema scolastico e un sistema sanitario all’altezza dei bisogni e anzi, se possibile, un poco più avanti, in modo da non dover sempre giocare di rimessa). E dunque: premesso che dare una risposta ai problemi sociali è compito della politica e di nessun altro, resta incontrovertibile che, quando i problemi sociali degenerano in criminalità diffusa, è compito della polizia, e di nessun altro, porre un argine alla malavita e restituire ai cittadini un sia pur minimo senso di sicurezza. Alla politica, e ancor più alla magistratura, si chiede una cosa soltanto: di non mettere i bastoni fra le ruote alle forze dell’ordine.

Le forze dell’ordine esistono per garantire la sicurezza dei cittadini: il loro compito è di combattere i delinquenti ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni alla settimana e dodici mesi all’anno, perché i delinquenti non vanno mai in vacanza, quindi non è possibile allentare la guardia neanche per un minuto. Ai politici e ai magistrati spetta di affiancare, sostenere e agevolare l’operato delle forze dell’ordine; dopo di che sociologi, psicologi, moralisti e opinionisti d’ogni genere faranno le loro deduzioni, imbastiranno le loro prediche, leveranno i loro gemiti, verseranno le loro lacrime (magari sui poveri delinquenti rimasti feriti o ammazzati durante una rapina andata male). Ma questo, poi: in un secondo momento. Quando i malviventi si scatenano, uno Stato degno di questo nome deve saperli fronteggiare: deve mettere gli uomini giusti nei posti giusti, deve dotarli di ampia libertà di movimento, deve coprire loro spalle sul pano giuridico. A coprirsi le spalle in senso fisico, ci pensano da soli; quel che a loro importa, è di non vedersi trascinati in tribunale se il ladro, che si è slogato una caviglia durante un inseguimento, fa loro causa per il pagamento delle spese mediche, o se lo spacciatore di droga che si è preso una botta in testa non pretende un indennizzo a vita, magari da pagare di tasca sua dal poliziotto che lo ha arrestato. Questo è ciò che si può umanamente chiedere agli uomini delle forze dell’ordine, questo è ciò che si deve garantir loro. Anch’essi hanno una famiglia da mantenere, anche la loro vita è preziosa: diciamo pure che se ogni vita è preziosa in senso morale, in senso pratico la loro vita è più preziosa di quella di un delinquente, di uno spacciatore o di uno sfruttatore di donne. Se esiste un consenso su questa filosofia dell’ordine pubblico, lo Stato può imbastire una difesa efficace del cittadino contro gli elementi criminali che non hanno voglia di guadagnarsi la vita con un lavoro onesto, ma conoscono solo la delinquenza; altrimenti, la battaglia è persa in partenza.

Dio sa se, in presenza di fatti come quello accaduto l’altro giorno a Napoli, con l’ennesima sparatoria in mezzo alla strada, parte di una guerra fra bande camorriste, e una bambina di quattro anni che ci va di mezzo e resta colpita dai proiettili vaganti, non viene da pensare che l’Italia, oggi, avrebbe bisogna di una struttura di polizia paragonabile, mutatis mutandis, alle leggendarie Brigate del Tigre. I cittadini onesti, che pagano le tasse e rispettano la legge; le mamme che vanno per la strada coi bambini, a prendere il gelato, o semplicemente ad accompagnarli a scuola, hanno il sacrosanto diritto di non sentirsi minacciate, di non trovarsi in mezzo a sparatorie da Far West. Certo, il pazzo, il cane sciolto, la situazione imprevedibile, possono sempre capitare; ma non è questo il caso di cui stiamo parlando. Stiamo parlando di un Paese. che è l’Italia, un grande Paese di sessanta milioni di abitanti, il Paese che più di ogni altro ha contribuito alla civiltà europea e mondiale, che si trova, ormai da molti anni, alla mercé di una criminalità scatenata, senza regole, che non esista a fare fuoco fra i passanti e se ne infischia se i proiettili colpiscono i bambini di passaggio. Stiamo parlando in un Paese alla deriva, dove la gente ha paura a uscir di casa, e ha paura perfino a rimanere in casa, perché i malviventi spadroneggiano ovunque, entrano nelle abitazioni, nei negozi, nei locali pubblici, scassinano, rapinano, spaccano tutto, insozzano gli appartamenti, picchiano gli inquilini, terrorizzano pacifiche famiglie, stuprano le ragazze sotto la porta di casa, nelle stazioni ferroviarie, a bordo della metropolitana.

Stiamo parlando di un Paese in cui la magistratura si muove, nove volte su dieci, per difendere i diritti del “più debole”: che, secondo lei, sarebbe, guarda caso, il malvivente, lo spacciatore, il rapinatore, lo stupratore, perfino l’assassino; la famiglia rom che occupa una casa abusivamente, perché, poverina, non sa dove altro andare; lo spacciatore di eroina che vende la roba ai giardinetti e che è giusto rimettere in libertà, perché, poverino, non ha altri mezzi per sbarcare la giornata; il viaggiatore sprovvisto di biglietto che un capotreno brutto e cattivo, abusando del suo ufficio (?), fa scendere alla prima stazione, non senza essersi buscato un paio di ceffoni che gli hanno fatto saltar via gli occhiali, e che è giusto punire con tre mesi di prigione per insegnargli a rispettare “il più debole”. Stiamo anche parlando di un Paese in cui la polizia, fra mille difficoltà, fa il suo mestiere, controlla le persone sospette, le arresta, le porta in centrale, ma poi il solito giudice di sinistra annulla la loro fatica, e il delinquente se ne va tranquillo, ridendo in faccia agli uomini che l’avevano arrestato. E stiamo parlando di delinquenti, magari clandestini e falsi profughi richiedenti asilo, che sono stati fermati una volta, due volte, tre volte, muniti di foglio di via e teoricamente espulsi, ma che dopo tre mesi, sei mesi, un anno, vengono pizzicati di nuovo, e si scopre che non se ne’erano mai andati, tutt’al più si erano spostati nella città vicina, avendo capito che l’Italia  il Paese di Cuccagana di tutti i delinquenti del mondo, e dove per finire al fresco bisogna proprio ammazzare una ragazza, tagliarla a pezzi e poi metterli dentro una valigia: solo allora, forse, si arriverà a un processo e si rischierà davvero una condanna “severa” (mai però quanto sarebbe giusto: ossia l’ergastolo, in mancanza della pena di morte). E quando un giudice rimette in libertà un delinquente che era già stato fermato, è come se annullasse il lavoro di quei poliziotti o di quei carabinieri; e se quel delinquente l’ha fatta franca tre, quattro volte, è come se lo Stato italiano avesse speso tre, quattro volte più del necessario per mettere sotto controllo sempre la stessa persona… senza peraltro arrivare al risultato.

In fondo, il successo riportato dalle Brigate del Tigre nella lotta contro la criminalità era dovuto, più che all’efficienza dei mezzi impiegati e all’addestramento degli agenti, al fatto che esisteva un buon livello di coordinamento fra la polizia e gli altri organi dello Stato, e la politica non remava contro. Era quella la chiave del successo. Ma in Italia, nel Paese dove gli eroi sono i Casarini e i Mussa Zerai, e dove l’opinione pubblica è catechizzata dalle Boldrini e dalle Gruber, e la gente è spinta a fare il tifo non per chi difende l’ordine pubblico, ma per chi lo calpesta, è difficile immaginare un qualcosa di simile alle Brigate del Tigre. Forse gli uomini ci sarebbero; ci sarebbero le competenze; ci sarebbero anche i mezzi, volendo. Basterebbe toglierli da dove non servono: dall’Afghanistan, per esempio, dove sono impantanati da troppi anni per cavare le castagne dal fuoco allo Zio Sam, e dove l’Italia ha pagato già un prezzo di sangue troppo alto. Ma quel che è difficile vedere, e anche solo immaginare, è il livello politico: quel che ci manca è il Tigre della situazione.

Dov’è in Italia, oggi, l’equivalente del duro e deciso Georges Clemenceau, totalmente votato al bene del proprio Paese e sprezzante delle inutili chiacchiere di tanti politici di professione? Nell’Italia dove i giudici aprono inchieste contro i ministri della Repubblica per sequestro di persona, se questi osano ritardare di qualche ora o qualche giorno l’ennesimo sbarco dei soliti migranti/invasori, ben decisi a metter piede in Italia per averne tutti i benefici, ma senza rispettare alcuna regola, neppure la regola numero uno che dovrebbe esser dettata dalla gratitudine, e cioè non ripagare il soccorso e l’ospitalità ricevuti con la delinquenza? Ci sono sedicenti profughi i quali, appena sono ospitati nei centri di accoglienza, non esitano a delinquere, a rubare, spacciare, salvo poi godere i pasti caldi e il letto a spese della società che offendono. Merita accoglienza, gente simile? E i preti di sinistra, sempre lì a scusarli, a giustificarli, a puntare il dito contro gli italiani, accusandoli di razzismo e intolleranza, si rendono conto che così facendo, oltre a rendersi complici dell’iniquità, non fanno altro che allontanare sempre più le anime dalla Chiesa, mostrando a tutti quale insopportabile atteggiamento assumono proprio loro, che dovrebbero fare del Vangelo la loro guida e la loro ragione di vita, però quello di Gesù e non quello taroccato di Bergoglio, dei rabbini, degli imam sedicenti amici, e soprattutto della massoneria? E se anche fosse vero che gli italiani stanno diventando razzisti, si rendono conto di avere una parte enorme di responsabilità, loro, che si son fatti paladini di una causa totalmente sbagliata e che un eminente cardinale africano, Robert Sarah, dice da anni essere tale, sia per gli africani che vogliono partire a tutti i costi, sia per gli europei che devono accoglierli, volenti o nolenti? Sì: ci vorrebbero le Brigate del Tigre, ora, per riportare un po’ di ordine e mettere paura ai delinquenti. Ma un Tigre, oggi, non lo si troverebbe neanche in Francia. La Francia, il Belgio, la Svizzera, l’Europa, non ci sono più: c’è solo Eurabia, che l’ha già sostituita.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 09 Maggio 2020

Del 15 Settembre 2020

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