sabato, 25 Settembre 2021
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Il milodonte della Patagonia e il mistero della sua scomparsa

Il bradipo gigante Mylodon, al cui cospetto sarebbe apparso piccolo un esemplare odierno di elefante africano e la megafuana del postglaciale perchè scomparvero? di Francesco Lamendola  

Nel precedente articolo Fu l’uomo a causare l’estinzione dei grandi animali lanosi del Nord America? (sempre sul sito di Arianna Editrice) abbiamo ricordato che fino a circa 10.000 anni fa, le praterie del Nord America erano popolate da branchi di milioni di giganteschi mammiferi erbivori dalla folta pelliccia: il bisonte primigenio; il rinoceronte lanoso; varie specie di elefanti, genericamente chiamati mammut;  e, forse il più straordinario di tutti, il bradipo gigante Mylodon, al cui cospetto sarebbe apparso piccolo un esemplare odierno di elefante africano. In certi casi, quella data si può spostare ancora più in avanti: secondo lo studioso tedesco C. W. Ceram, nel suo libro Il primo americano, ancora 4.000 anni avanti Cristo, quindi non più di 6.000 anni fa (quando, sulle rive del Nilo, la civiltà egiziana cominciava lentamente a svilupparsi), branchi di mammut si aggiravano per le praterie lungo il Mississippi e il Missouri.

Ci eravamo anche chiesti quale possa essere stata la causa della scomparsa pressoché improvvisa di tanti animali di ragguardevoli dimensioni  che i paleontologi chiamano, appunto, la megafuana del postglaciale. Dopo aver preso in considerazione i cambiamenti climatici, le epidemie, i terremoti, le eruzioni vulcaniche e perfino i suicidi in massa, come fanno i lemming odierni, allorché si gettano in fitte schiere, inspiegabilmente, nelle acque del Mar di Norvegia, eravamo giunti a ipotizzare come spiegazione probabile, anche se non completamente dimostrata, una diretta responsabilità degli uomini preistorici, impegnati nella caccia mediante l’uso massiccio del fuoco per incendiare la vegetazione e “snidare” e circondare i grandi erbivori.

Il milodonte, comunque, non era diffuso solo nel Nord America, anzi, sembra accertato che la sua area originaria di diffusione fosse nel meridione dell’odierno Sud America (che da tempo si era “allontanato” sia dall’Antartide, sia dalle altre terre facenti parti del primitivo continente di Gondwana: l’Africa da un lato, l’Australia e la Nuova Zelanda dall’altro). Attraverso il bacino amazzonico e la Mesoamerica, nel corso di una progressiva migrazione, il milodonte giunse a popolare le pianure del Nord America, facendo il cammino inverso del lama e del mammut (il quale  ultimo, però, giunse solo ad affacciarsi all’istmo del Darién, senza spingersi oltre, almeno stando alle nostre attuali conoscenze: forse perché giunse all’altezza di Panama quando il Sud America era ancora  separato dal resto del continente americano).

La cosa più straordinaria è che il megaterio fu sicuramente contemporaneo dell’uomo nelle estreme regioni meridionali del Sud America, quando, cioè, i Teuhuelche avevano già sviluppato i primi rudimenti della loro civiltà; e quindi, come nel caso del Nord America, possiamo senz’altro ipotizzare che fra la repentina scomparsa del possente tardigrado e la comparsa dell’uomo, divenuto ormai esperto cacciatore (esperto per modo di dire, dato che per uccidere un animale egli distruggeva ettari di foresta e massacrava l’intero branco, di cui non poteva, poi, cibarsi) esista una precisa relazione di causa ed effetto.

Non solo: esiste una ipotesi ancora più intrigante. Infatti, il rinvenimento di ossa di milodonte in una caverna presso il Seno Ultima Esperanza, nella Terra del Fuoco, insieme a svariati manufatti umani e, addirittura, a una specie di muricciolo costruito con delle pietre, ha messo a rumore il mondo degli scienziati, spingendo alcuni a ipotizzare che i Tehuelche fossero riusciti, se non proprio ad “addomesticare” il milodonte, quanto meno a ridurlo nella condizione di animale da allevamento, per attingere, di volta in volta, alle sue generose riserve di carne. Questo, almeno, farebbero pensare dei fasci d’erba simili a covoni che, forse, servivano per nutrire i bestioni imprigionati sul fondo della caverna.

Del “mistero” del milodonte si è occupato anche il famoso paleontologo americano Roy Chapman Andrews, uno degli ultimi esponenti della fase “eroica” di quella scienza naturale; protagonista, fra l’altro, di una leggendaria spedizione nel cuore della Mongolia, allorché questo Paese era quasi sconosciuto agli occidentali. L’interesse per i tardigradi, antenati degli odierni bradipi, formichieri giganti e armadilli della fauna sudamericana, si era ridestato nel mondo scientifico, qualche decennio fa, in seguito alla scoperta di un favoloso giacimento di ossa di megaterio, tigre dai denti a sciabola e altri animali, sprofondati in uno stagno di bitume e rinvenute, in buonissimo stato di conservazione, presso il ranch di La Brea, in California.

Nel suo libro divulgativo I mammiferi della preistoria (titolo originale: All About Strange Beasts of the Past; traduzione italiana di Perla Monti, Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1960, pp. 92-95), Chapman Andrews, già direttore del Museo Americano di Storia Naturale, traccia questo efficace ritratto del milodonte:

“(…) Erano i più straordinari animali che possiamo immaginare. Il più grande era una montagna di carne, lungo m. 6 e più alto di un elefante; il suo nome scientifico è mylodon. Aveva zampe munite di robusti artigli, una coda enorme e potenti arti posteriori. Nonostante le notevoli dimensioni del suo goffo corpo, era innocuo: usava gli artigli per procurarsi il cibo, non per combattere.

“I suoi cibi preferito erano le foglie e i rami teneri. Era solito allungare una zampa, conficcare gli artigli in un ramo e tirarlo a sé; poi con la lunga lingua prensile – chiamata così perché atta ad afferrare – portava le foglie alla bocca.

“Qualche volta scavava sino a raggiungere le radici di un albero e le danneggiava tanto da far cadere persino un grosso tronco. Molti scheletri di gravigradi furono ritrovati con le ossa rotte, probabilmente perché gli animali rimasero uccisi in seguito alla caduta degli alberi.

“Il gravigrade terrestre era ricoperto di ruvido e folto pelo, che cadeva facilmente come quello dei bradipi di oggi.

“Alcuni gravigradi avevano sotto la pelle tante placche tonde di sostanza ossea che li proteggevano come un’armatura. Così forse nessuno dei bestioni carnivori di quell’epoca, eccetto la tigre dai denti a sciabola, poteva ferirli.

“Sappiamo che possedevano questa armatura per una straordinaria scoperta fatta in una caverna a Seno Ultima Esperanza, nell’estremità meridionale dell’America del Sud. Là furono trovate le prove che i gravigradi vissero fino a pochi secoli fa. È probabile che fossero stati catturati dall’uomo, o per lo meno fossero stati imprigionati nella caverna.

“Sotto il suolo della caverna, in un angolo asciutto e riparato, furono trovate numerose ossa e brandelli di pelle coperti da uno spesso strato di polvere. Nello stesso punto furono trovati arnesi fatti dall’uomo e armi di pietra. Fasci d’erba erano sparsi qua e là come se avessero dovuto servire da foraggio.

“Il suolo asciutto aveva protetto la pelle e le ossa dall’umidità, e per questo si erano conservate. Alcune avevano ancora attaccati brandelli di carne secca e alcuni tendini; il pelame era quasi tutto in perfette condizioni.

“Prima di scoprire questa caverna, si riteneva che i gravigradi terrestri fossero scomparsi molte migliaia di anni fa. Ora invece sappiamo che vissero almeno fino a quando gli uomini raggiunsero l’estrema punta dell’America Meridionale. Molte sono state le supposizioni per capire come fecero gli uomini primitivi a rinchiudere i gravigradi nella caverna. Forse i bestioni furono spinti dentro da un gruppo di cacciatori, oppure usavano la caverna come loro tana, alla maniera degli orsi.

Forse i cacciatori, scoperta la tana dei gravigradi, sbarrarono l’ingresso con un muro di pietre; poi gettarono dentro fasci d’erba e di foglie per ingrassare gli animali e certamente dovettero anche abbeverarli. In seguito probabilmente li uccisero per cibarsene.

“Queste sono tutte supposizioni su quello che può essere successo. Nessuno sa come mai i resti dei gravigradi si trovavano nella caverna insieme alle armi di pietra degli uomini primitivi, ma essi confermano che il gigantesco gravigrado terrestre si estinse non molto tempo fa.

“Si sono trovati molti scheletri di questi animali, soprattutto in Argentina. Essi ebbero il loro centro di diffusione nell’America del Sud quando questo continente era un’isola. Più tardi, le due Americhe si unirono e i gravigradi si spinsero verso il Nord: i loro resi furono ritrovati in diverse parti degli Stati Uniti. Ma evidentemente essi non trovarono le condizioni climatiche  e ambientali adatte per il loro sviluppo, perché si estinsero completamente, senza lasciare discendenti.

“I gravigradi terrestri appartenevano a un gruppo di mammiferi terrestri conosciuti con il nome di Sdentati. Questi animali sono in genere privi di denti; quando li hanno, si tratta di denti senza radici e senza smalto. Gli Sdentati sopravvissuti fino ad oggi sono soltanto i bradipi, i formichieri e gli armadilli.”

In questa ricostruzione vi sono, tuttavia, due cose che non ci convincono del tutto (oltre alla contraddizione di affermare che i tardigradi si estinsero “senza lasciare discendenti” e, poi, ricordare gli esponenti della fauna attuale appartenenti al medesimo ordine): il fatto che essi fossero le prede abituali della tigre dai denti a sciabola o smilodon californicus  (come Cahpman Andrews afferma esplicitamente, alle pp. 7-8 dell’opera citata) e il fatto di descriverli come bestioni particolarmente lenti e goffi, delle “montagne di carne” a disposizione di due super-predatori come la tigre dai denti a sciabola e l’uomo preistorico.

La prima affermazione si regge sul fatto che, nei depositi di bitume di La Brea, le ossa dei milodonti sono state rinvenute insieme a quelle delle tigri dai denti a sciabola. Questo, però, non basta a sostenere che i primi fossero le prede preferite delle seconde. Se un branco di milodonti si impantanò nel bitume, è chiaro che le tigri ne approfittarono per attaccarli (non sospettando che sarebbero finite inghiottite nella palude a loro volta), ma appunto perché quei bestioni non erano in grado di difendersi, con le zampe bloccate dalla morsa del bitume.

In Sud America ci è capitato di partecipare a una battuta di caccia al formichiere gigante, lontano parente del milodonte, e ci è stato riferito che non solo gli esseri umani, ma anche i giaguari devono stare bene in guardia nell’avvicinarsi ad esso, perché, messo alle strette, è in grado di uccidere l’avversario con una sola zampata: tale è la forza dei muscoli dei suoi arti anteriori e tale la lunghezza e la robustezza dei suoi formidabili artigli (che, normalmente, gli servono per distruggere i termitai e mettere allo scoperto gli insetti, di cui si nutre mediante la sua lingua vischiosa e lunghissima).

Se, dunque, un formichiere odierno, lungo 1 metro e mezzo compresa la coda, è un “cliente” assai pericoloso anche per il giaguaro (il più temibile carnivoro, insieme al puma, della fauna sudamericana odierna), possiamo immaginare quanto rischioso fosse, anche per una tigre dai denti a sciabola, tentare di assalire un milodonte o un megaterio, alti fino a 5, 6 o anche 7 metri e dotati di una forza proporzionata alle loro dimensioni smisurate. Ritto in piedi in posizione di attacco, doveva essere semplicemente terrificante: come un orso Kodiak dei nostri giorni (altezza massima: 3 metri e mezzo), ma di dimensioni doppie. L’effetto doveva essere quello di una torre di muscoli pronti a colpire con furia selvaggia,  con degli unghioni lunghi e grossi come spade e robusti quanto il ferro.

Del resto, non si deve considerare l’alimentazione erbivora come indice sicuro di una natura innocua e mansueta. I grossi erbivori, se attaccati, sono pericolosi per qualunque carnivoro: nemmeno il leone africano osa attaccare, da solo a solo, un grosso maschio di bufalo infuriato, al cui confronto sembra un peso piuma; e ogni cacciatore, che possieda un minimo di esperienza, sa fin tropo bene cosa significhi la carica di un rinoceronte.

Siamo perciò del parere di Aldo Marcuzzi e Luigina Sorrentino che, nel volume Animali preistorici (Bologna, Malipiero Editore, 1973, p. 56) affermano, a proposito del megaterio – ma le stesse considerazioni valgono per il suo parente prossimo, il milodonte:

“(…) Poiché sono stati trovati suoi resti anche in America settentrionale, si può dedurre che fu uno dei pochi animali che, dopo l’emersione delle regioni centrali, emigrò da sud a nord. Si nutriva di glie ed era tutt’altro che feroce: però gli unghioni di cui era dotato dovevano certamente incutere timore anche al più coraggioso dei carnivori. Esso fu stretto parente dell’attuale bradipo come è dimostrato dalla conformazione particolare degli arti anteriori, che presentano dita ben distinte e prensili, con unghie artigliate. Il capo, tuttavia, ricorda per certi aspetti gli Ursidi…”

Dunque, se è vero che “gli unghioni di cui era dotato dovevano certamente incutere timore anche al più coraggioso dei carnivori”, non crediamo che nemmeno la tigre dai denti a sciabola avrebbe osato attaccare a cuor leggero una simile “preda”; anzi, che solo in circostanze particolari – in presenza, cioè, di un esemplare molto giovane, oppure vecchio e malandato – essa avrebbe osato considerare il tardigrado come, appunto, una preda.

È molto più probabile che la tigre dai denti a sciabola cercasse le sue prede fra gli animali di media e piccola taglia anziché fra quelli giganteschi, come il milodonte; ad esempio fra animali come il notroterio, mammifero primitivo, grande circa come un maiale, la cui struttura ricorda un poco quella dell’odierno formichiere gigante. Anzi, molti biologi e paleontologi sono dell’opinione che la scomparsa di vari animali erbivori dalle Pampas dell’Argentina, fra i quali, appunto, il notroterio, sia da attribuirsi proprio alla specie sudamericana della tigre dai denti a sciabola, smilodon neogaeus, che si diffuse in quelle zone dopo che, nel Pleistocene, le due parti del continente americano si furono saldate definitivamente mediante un istmo (cfr. Zdenek V. Špinar, Quando l’uomo non c’era; edizione originale Praga, 1972; traduzione italiana di Silvia Stefani, Milano, Fratelli Fabbri Editori, 1974, 1976, p. 191)

La seconda affermazione che non ci convince è quella circa l’estrema lentezza di movimenti del milodonte; affermazione che certo  è stata ispirata da una istintivo accostamento al bradipo odierno. Ma il bradipo è un animale arboricolo, che, praticamente, non scende mai dagli alberi e sui quali  passa l’intera sua vita, spostandosi dall’uno all’altro con lentezza quasi inverosimile; mentre il milodonte era un animale terricolo e, non foss’altro che per le enormi quantità di cibo delle quali abbisognava per sostentare la sua massa gigantesca, era costretto a spostarsi in continuazione, proprio come gli odierni elefanti nella savana africana.

Ad ogni modo, sia che deambulasse sulle quattro zampe, con le palme degli arti anteriori rivolte all’interno (come il tapiro gigante della fauna attuale), sia che si spostasse, magari per brevi tratti, eretto sulle zampe posteriori, molto più sviluppate e possenti degli arti anteriori, rimane il fatto, inoppugnabile, che esso fu una delle pochissime specie che compirono una migrazione completa dall’estremità meridionale del Sud America fino alle regioni più interne del Nord America. Un percorso di non meno di 10.000 chilometri in linea d’aria, senza contare le inevitabili deviazioni causate dalla necessità di aggirare montagne, attraversare fiumi, costeggiare paludi e foreste impenetrabili: degno, quindi, di un marciatore di tutto rispetto.

Anche se il megaterio e il milodonte ebbero qualche migliaio d’anni a disposizione per superare una simile distanza, dubitiamo che un animale dalle abitudini pressoché sedentarie vi sarebbe riuscito. Dopotutto, stiamo parlando di poche migliaia di anni, non di milioni di anni, ossia di un tempo biologicamente assai breve; senza contare che la marcia delle diverse generazioni dovette essere rallentata, come è evidente, dalla necessità di adattarsi ai differenti climi che, volta a volta, esse incontravano nel loro spostamento verso il Nord: da quello temperato freddo della Patagonia e Terra del Fuoco, a quello subtropicale del Gran Chaco, a quello tropicale dell’Altopiano del Brasile e del Mato Grosso, a quello equatoriale dell’Amazzonia; e così via, a fasce climatiche rovesciate, risalendo lungo l’emisfero nord, attraverso gli istmi dell’America Centrale e fino alle praterie che si stendono ai piedi delle Montagne Rocciose.

La vicenda del ritrovamento dei resti di milodonte nella caverna del Seno Ultima Esperanza è stata narrata, con maestria di scrittore ma anche con precisione documentaristica, dal viaggiatore inglese  Bruce Chatwin (1940-1989) nel suo celebre libro In Patagonia.

Effettuata, per caso, da un tedesco irrequieto che era emigrato, dopo varie vicissitudini, in Sud America, tale Herman Eberhard, la scoperta diede luogo a una celebre disputa fra i due maggiori paleontologi argentini attivi tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del secolo scorso, Francisco Moreno e Florentino Ameghino.

Riteniamo di fare cosa utile al lettore, riportando le pagine di Chatwin che si riferiscono a questa vicenda, nella traduzione di Marina Marchesi per le Edizioni Adelphi di Milano (1982, 2002, pp. 243-250).

“Herman Eberhard era un ragazzo di aspetto virile, pieno di appetiti. Suo padre, colonnello dell’esercito prussiano, era andato via da Rothenburg ob der Tauber per servire l’Elettore, e lo aveva messo in una accademia militare da dove, una mattina d’estate, era scappato. Disse che andava a nuotare nel fiume, lasciò un mucchietto  di suoi vestiti sull’argine e sparì per cinque anni –  in un allevamento di maiali nel Nebraska, fra i cacciatori di balene delle Aleutine e a Pechino.

“Là, le autorità militari tedesche lo catturarono e lo rispedirono a casa. Suo padre si fece nominare della corte marziale che doveva giudicarlo e lo condannò, per diserzione, a venti anni di lavori forzati. Gli amici di Herman si appellarono contro la sentenza sostenendo che il giudizio del padre mancava di obiettività e ottennero che la condanna fosse ridotta diciotto mesi, che Herman scontò.

“Lasciò per sempre la Germani e andò nelle Falkland, dove lavorò come pilota di navi. L’ambasciata britannica di Buenos Aires gli chiese una volta di pilotarlo yacht del conte di Dudley, il Marchesa, attraverso i canales fino a Valparaiso. Herman cher non dava importanza al danaro, disse che era felice di farlo per il piacere del viaggio, ma quando scese dallo yacht lord Dudley gli mise in mano una busta dicendogli di non aprirla. Dentro c’era un assegno di mille sterline: allora un lord era un lord.

“L’assegno era troppo grosso per essere sperperato e Eberhard divenne un allevatore di pecore. Nel 1893, mentre cercava nuovi pascoli, andò in barca a remi con due disertori inglesi, nel Last Hope Sound, e arrivato a Puerto Consuelo disse: «Qui potremmo fare qualcosa» .

“Nel febbraio 1895, Eberhard esplorò la caverna che, spalancata nella montagna, era visibile alle spalle del suo insediamento. Con lui andarono suo cognato Ernst von Heinz, un certo Greenshield, uno svedese chiamato Kondike Hans e il loro cane. Trovarono un cranio umano e un pezzo di pelle che spuntava dal terreno, lungo quattro piedi e largo la metà. Un lato era setoloso e coperto da incrostazioni di sale,  nell’altro lato erano incastrati degli ossicini bianchi. Greenshield disse che era una pelle di vacca incrostata di sassolini. Eberhard disse che lì non c’erano vacche e pensò che fosse la pelle di uno sconosciuto mammifero marino. La appese a un albero e lasciò che la pioggia lavasse via il sale.

“Un anno dopo, l’esploratore svedese prof. Otto Nordenskjöld visitò la caverna e trovò un altro pezzo di pelle – o forse se ne ritagliò un pezzo di quella di Eberhard. Trovò anche la parte orbitale del cranio di un enorme mammifero, un artiglio, un femore umano di proporzioni gigantesche e alcuni utensili di pietra. Mandò il tutto al prof. Einnar Lönnberg  del museo di Uppsala, che ne rimase disorientato ed eccitato, ma non osò divulgare la notizia senza ulteriori informazioni.

“Voci di qualcosa di strano a Puerto Consuelo attivarono poi sul luogo il prof. Francisco Moreno del museo di La Plata. Arrivò nel 1897 e non trovò niente di interessante tranne la pelle di Eberhard, ancora appesa all’albero, ma ridotta alla metà. Il tedesco gliela consegnò e lui la spedì a La Plata con altro materiale trovato nei suoi viaggi.

“Un mese dopo l’arrivo della cassa,  il collega e nemico di Moreno, Florentino Ameghino, decano dei paleontologi sudamericani, pubblicò un articolo sensazionale: Primi appunti sul Mylodon Listai – un esemplare VIVENTE degli antichi tardigradi sdentati fossili dell’Argentina. Ma prima vediamo un po’, in succinto, cosa c’è all’origine di questi appunti.

“Il milodonte era un bradipo gigante, alquanto più grande di un toro, di una classe unica in tutto il Sud America. Nel 1789 un certo professor Bartolomé de Muñoz mandò da Buenos Aires a Madrid, per il Gabinetto delle curiosità del re di Spagna, le ossa di un Magatherium, cugino, ancora più grosso, del milodonte. Il re ne ordinò un secondo esemplare, vivo o morto.

“Lo scheletro stupì i naturalisti della generazione di Cuvier. Goethe lavorò a un saggio che sembra anticipare la teoria dell’evoluzione. Gli zoologi dovevano costruire l’immagine di un mammifero antidiluviano, alto quindici piedi, che era anche una versione ingrandita dei comuni bradipi mangiatori di insetti, che stanno appesi, capovolti, agli alberi. Cuvier gli diede il nome di Megatherium e fece l’ipotesi che la natura si fosse voluta divertire con «qualcosa di imperfetto e grottesco».

“Darwin trovò le ossa di un milodonte fra quelle die suoi ‘nove grandi quadrupedi’ sulla spiaggia di Punta Alta, vicino a Bahia Blanca, e le mandò al prof. Richard Owen al Royal College of Surgeons. Owen rise all’idea di giganteschi bradipi su giganteschi bradipi prima del Diluvio. Ricostruì il Mylodon Darwini come un grosso animale che si sollevava sulle anche usando le zampe posteriori e la coda come un treppiede e che, invece di arrampicarsi sugli alberi, li abbatteva con gli artigli. Il milodonte aveva una lingua lunga ed estensibile, come quella della giraffa, che adoperava per raccogliere foglie e vermi. Per tutto il secolo diciannovesimo nelle barrancas della Patagonia continuarono ad affiorare ossa di milodonte Gli scienziati rimasero perplessi riguardo alla natura degli innumerevoli blocchetti ossei che venivano trovati insieme agli scheletri, finché Ameghino non li interpretò giustamente come elementi di una corazza, simili alle scaglie dell’armadillo.

“c’era tuttavia un punto nel quale l’animale estinti si fondeva con l’animale vivente e con l’animale dell’immaginazione. Leggende indie e racconti di viaggiatori avevano convinto gli zoologi che un grande mammifero era sopravvissuto alle catastrofi dell’era glaciale e si aggirava ancora nelle Ande del Sud. Cinque erano gli esseri di cui si parlava a questo proposito:

“a. Lo Yemische, una specie di demone divoratore di cadaveri.

“b. Il Su, o Succurath, di cui si hanno notizie fin dal 1558. Viveva sulle rive dei fiumi della Patagonia, aveva una testa di leone «con qualcosa di umano», una corta barba da orecchio a orecchio, e una coda irta di aguzze setole, che serviva da riparo ai piccoli. Il Su andava a caccia, ma non solo per la carne; cacciava animali per le loro pelli, con cui si scaldava nella stagione fredda.

“c. Il Yaquaru o tigre d’acqua (spesso confuso col Su). Il gesuita inglese Thomas Falkner ne vide uno sul Paranà nel diciottesimo secolo. Era un essere maligno che viveva nei gorghi del fiume, e quando mangiava una vacca i polmoni e le interiora galleggiavano alla superficie (era probabilmente un caimano). ‘Tigri d’acqua’ figurano anche nel saggio di George Caworth Muster (At  Home with the Patagonians (A casa coi Patagoni); l’autore racconta che la sua guida, un indio Tehuelche, rifiutò di guadare il Rio Senguer per paura dei «quadrupedi gialli più grandi di un puma».

“d. L’Elengassen, un miostro descritto nel 1879 da un cacicco della Patagonia al professor Moreno. Aveva una testa umana e una corazza ossea, e lanciava sassi agli estranei che si avvicinavano al suo covo. L’unico modo di ucciderlo era di fargli un taglio nella pancia.

“e. Il quinto e più convincente rapporto circa esseri appartenenti a una fauna misteriosa riguardava un enorme animale «che somigliava a un Pangolino gigante» ucciso sul finire degli anni 1880 da Ramon Lista, allora governatore della provincia di Santa Cruz.

“Tali erano le notizie su cui si basava l’opuscolo di Florentino Ameghino.

“Per anni, aveva detto ai giornalisti, suo fratello Carlos aveva sentito gli indios parlare dello Yemische. Da principio avevano creduto che fosse un mito aborigeno del terrore, un semplice prodotto della loro incoerente teologia. Ora avevano una nuova e sorprendente prova che lo Yemische era un mammifero vivente.

“Nel 1895, disse, un indio Tehuelche chiamato Hompen stava tentando di guadare il Rio Senguer, ma la corrente era forte e il cavallo rifiutava di entrare. Hompen, allora, entrò nell’acqua a piedi per persuadere l’animale a seguirlo. Ma il cavallo nitrì, si impennò e fuggì verso il deserto. In quel momento Hompen vide lo Yemische che avanzava verso di lui.

“Senza perdere la calma lanciò alla bestia le sue boleadoras e la bola perdida, «armi di formidabile efficienza nelle mani di un indio. Lo uccise e gli tolse la pelle, di cui tenne un piccolo pezzo per il suo amico, l’esploratore bianco.

“Carlos mandò la pelle a Florentino il quale, quando la ebbe in mano e vide gli ossicini bianchi , si rese conto che «lo Yemische e l’antico milodonte erano una cosa sola». La scoperta confermava la verità della storia di caccia di Ramon Lista. Florentino diede all’animale il nome di Neomylodon Listaiin memoria dell’ex governatore assassinato.

“«E lo scheletro?» chiese il giornalista.

“«Mio fratello se ne sta occupando. Spero di averlo presto in mio possesso».

“No. Il dottor Ameghino non pensava che l’animale potesse essere arrivato dall’Antartide galleggiando su un iceberg.

“Sì. Aveva chiesto al Ministero dei lavori pubblici una ingente somma di denaro per la caccia al milodonte.

“Sì. I Tehuelches cacciavano il milodonte, di solito con fosse profonde mascherate da foglie e da rami.

“No. Non dubitava che sarebbero riusciti a catturarlo. «Malgrado il suo invulnerabile carapace e il comportamento aggressivo, alla fine sarebbe caduto prigioniero dell’uomo».

“No. Non era stato colpito dalle scoperte del professor Moreno alla caverna di Eberhard. Se il professor Moreno sapeva di possedere una pelle di milodonte, perché non aveva richiamato su di essa l’attenzione del mondo scientifico?

“La conferenza stampa di Ameghino provocò sensazione in tutto il mondo. Il British Museum gli chiese ripetutamente un pezzetto della pelle. I tedeschi volevano una fotografia dell’animale morto. E in tutta l’Argentina si avevano continuamente segnalazioni: il proprietario di una estancia sul Paranà perse un peone a causa di una tigre d’acqua, e sentì il crack dei rami e l’animale che nuotava: «clap…clap…clap» e ululava: «ah… joooooo!».

“Moreno ritornò a La Plata e portò il suo pezzo di pelle a Londra.Lo lasciò in custodia al British Museum, dove è tuttora. In una conferenza alla Royal Society, il 17 gennaio 1899, disse di aver sempre saputo che si trattava di un milodonte e che l’animale era estinto da gran tempo., ma che si era conservato come era avvenuto per le piume dei moa della Nuova Zelanda.

“Il professor Arthur Smith Woodward, incaricato di paleontologia, gli credette per metà. Aveva avuto per le mani le piume dei moa. A Pietroburgo aveva potuto anche esaminare pezzi di rinoceronte lanoso di Pallas e del mammut congelato della Jacuzia. Al confronto di questo, disse, la pelle del milodonte era così  «eccezionalmente fresca» e i grumi di sangue così rossi che, se non fosse stato per il professor Moreno, «non avrebbe esitato a sostenere che l’animale era stato ucciso di recente».

“Certamente in Inghilterra c’erano molti dubbi sull’opportunità che il Daily Express finanziasse la spedizione di un certo Hesketh Prichard alla ricerca del milodonte. Prichard non ne trovò traccia, ma il suo libro Nel cuore della Patagonia sembra aver fornito materiale utile per Il mondo perduto di Cinan Doyle.

“Intanto due archeologi scavavano nella caverna. Lo svedese Erland Nordenskjöld era più sistematico. Individuò tre strati sovrapposti: il superiore conteneva resti di abitazioni umane; quello di mezzo ossa di specie animali estinte, fra cui il Dawn horse [cavallo antidiluviano]; solo nell’ultimo strato trovò i resti del milodonte.

“Il secondo scavatore, il professor Hauthal di La Plata, era un istintivo, che sembrava non conoscere nemmeno i principi della stratigrafia. Scoprì lo strato di sterco di bradipo perfettamente conservato, misto a foglie e erba, che ricopriva il suolo alla profondità di un metro. Fece anche notare il muro di pietre che isolava la parte posteriore della caverna. E dichiarò che il posto era una specie di stalla  per milodonti. Gli uomini primitivi avevano dei milodonti domestici  che tenevano rinchiusi per avere carne durante l’inverno.  Disse che avrebbe cambiato un’altra volta il nome dell’animale, da Neomylodon Listai Gryptotherium domesticum.

“Fra gli aiutanti di Erland Nordenskjöld c’era Albert Konrad, lavatore di sabbie aurifere. Profittando di un’assenza degli archeologi, egli impiantò una capanna di lamiera alla bocca della caverna e cominciò a far saltare gli strati di roccia con la dinamite. Charley [un parente di Chatwin stabilitosi in Patagonia] andò ad aiutarlo e si portò via metri di pelle  e mucchi di artigli che, a quel tempo, erano merce vendibile. Imballò la sua collezione e la spedì al British Museum e, dopo una tremenda lite col professor Arthur Smith Woodward (che pensò che Charley, avendo saputo che chi pagava era Walter Rotschild, cercasse di alzare il prezzo), la vendette per quattrocento sterline. (…)

“Il ruolo di Ameghino nella faccenda desta non pochi sospetti. Non fece mai vedere il pezzo di pelle di Hompen. È probabile che abbia ficcato il naso nella cassa di Moreno e abbia visto la pelle, senza osare rubarla. Un fatto è certo: il suo opuscolo diventò raro quanto l’animale che aveva cercato di descrivere.

“Oggi, basandoci sui dati forniti dal carbonio radioattivo, possiamo affermare che il milodonte visse fino a diecimila ani fa, ma non in tempi più recenti.”

A parte quest’ultima affermazione, che appare un po’ troppo categorica, circa la data della estinzione del milodonte, ci sembra che Chatwin abbia esposto in maniera esauriente ed imparziale la querelle fra Moreno e Ameghino a proposito di questo rappresentante della fauna sudamericana post-glaciale, corredando il suo racconto di utili particolari.

Ci resta soltanto da aggiungere che l’opinione oggi prevalente fra gli studiosi, a proposito del preteso “allevamento” del milodonte da parte degli antichi cacciatori patagonici, è che la caverna presso il Seno Ultima Esperanza non fosse tanto adibita a “stalla”, quando a luogo di macellazione in cui l’animale, probabilmente già ferito, venne trascinato per fornire la sua carne ai primitivi Tehuelche.

In ogni modo, per chi desiderasse approfondire l’argomento, rinviamo allo studio di George Gaylord Simpson Attending Marvels, pubblicato a New York nel 1984.

Come tutte le vicende un po’ misteriose, anche quella relativa al milodonte farà ancora parlare di sé, probabilmente a lungo, dividendo i pareri, ma non cessando di appassionare sia gli scienziati che i semplici profani.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/03/2008 e del 25/09/2015 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 21 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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