domenica, 13 Giugno 2021
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Il Moa gigante della Nuova Zelanda è davvero estinto per sempre?

Aveva sconcertanti dimensioni: fino a 5 metri di altezza dunque l’uccello più grande mai esistito a parte il terribile “Diatryma” più massiccio ma molto più bassodi Francesco Lamendola

Molti indizi fanno pensare che gli ultimi Moa giganti (“Dinornis maximus”), uccelli non volatori della Nuova Zelanda simili agli struzzi, pesanti fino a 300 kg., si aggirassero ancora nelle valli e nelle foreste più isolate al tempo in cui giunsero nell’arcipelago i primi navigatori europei: l’olandese Abel Tasman nel 1642, l’inglese James Cook nel 1769 e il francese Marc-Joseph Marion Dufresne (che vi trovò la morte) nel 1772.

Ora, poiché tre secoli sono ben poca cosa nel contesto della storia della vita sulla Terra, sorge inevitabile l’interrogativo se alcuni di essi potrebbero essere sopravvissuti fino a pochi decenni or sono e, magari, fino ai nostri giorni.

Dopo la definitiva frantumazione del grande continente preistorico Gondwana, il Moa, come l’Aepyornis del Madagascar, aveva occupato, in un vasto ma isolato ambiente insulare, la nicchia ecologica che, nelle terre continentali, era stata presa dai grandi mammiferi erbivori; con il vantaggio che, in assenza dei suoi naturali competitori nonché di carnivori predatori, aveva potuto proliferare indisturbato, sino a raggiungere le sue enormi, sconcertanti dimensioni: fino a 5 metri di altezza, dunque l’uccello più grande mai esistito (a parte il terribile “Diatryma” che, se era più massiccio, era però molto più basso; senza contare che era un carnivoro, mentre il Moa era un erbivoro).

Anche se le teorie dei moderni studiosi non sempre collimano fra loro, in linea generale si ipotizza che siano stati i Maori, immigrati nell’arcipelago neozelandese (da essi denominato Ao Tea Roa, “La Lunga Nuvola Luminosa”), in parecchie ondate successive, fra l’XI e il XIV secolo, a portare i Moa giganti all’estinzione, cacciandoli a scopo alimentare, per adornarsi con le loro penne e per fabbricare clave con i loro grandi femori. La teoria secondo la quale prima dei Maori la Nuova Zelanda sarebbe stata abitata da una popolazione più antica, chiamata un tempo “dei cacciatori di Moa” e della quale i Moriori delle isole Chatham sarebbero stati gli ultimi superstiti, non trova oggi più molto credito, poiché si vede piuttosto nei Moriori un ramo degli stessi Maori il quale sarebbe emigrato nelle Chatham successivamente, per finire estinto in seguito alla micidiale incursione piratesca del 1835.

Sia come sia, i resti fossili documentano ormai senza ombra di dubbio che Maori e Moa convissero per un periodo più o meno lungo e che, anzi, ancora verso la fine del XIX secolo, molto probabilmente alcuni Moa continuavano ad essere uccisi e mangiati dagli indigeni. Vi sono perfino alcuni antropologi che si spingono ad ipotizzare che la pratica del cannibalismo, notevolmente diffusa tra i Maori nel XVIII secolo, abbia avuto inizio precisamente dalla rarefazione e, poi, dalla scomparsa della selvaggina costituita dai grandi Moa: per poter mantenere una dieta a base di carne, essi avrebbero spostato la loro attenzione dai giganteschi uccelli incapaci di volare, ai membri delle tribù vicine. Ma questa è un’ipotesi politicamente assai scorretta, tale da mandare su tutte le furie gli attardati seguaci della teoria roussoiana del “buon selvaggio” (ma resta il fatto che questa fu proprio la fine del povero Marion Dufresne, che pure aveva trattato i Maori con la massima gentilezza e ne era stato ricambiato con il perfido inganno di una ostentata amicizia, per poi finire in pentola insieme a parecchi suoi compagni).

Per tornare all’estinzione dei Moa, non mancano i più irriducibili ottimisti – come i membri di una  spedizione scientifica giapponese abbastanza recente – i quali si ostinano a ritenere che qualche esemplare potrebbe essere sopravvissuto fino ad oggi. I Giapponesi erano forniti di una registrazione del probabile verso emesso dal Moa, realizzata al computer – per induzione –  mediante lo studio dei resti fossili dell’animale; registrazione che, mediante amplificatori, veniva fatta risuonare in tutte le direzioni, nella speranza di suscitare una risposta. Ma le foreste pluviali dell’estremità sud-occidentale dell’Isola del Sud, nelle quali fu condotto questo estremo esperimento, rimasero malinconicamente silenziose, sotto la coltre di nebbia che copre perennemente le montagne e che avvolge nel suo umido abbraccio i grandi faggi antartici (“Nothofagus”) e le gigantesche felci arboree (“Cyathea Smithii” e “Dicksonia antartica”), dal bizzarro aspetto che richiama i paesaggi della flora terziaria, quando la nostra Terra era più giovane di alcune decine di milioni di anni.

I primi racconti relativi al Moa gigante pare siano quelli raccolti da alcuni cacciatori di foche europei al principio del XIX secolo: non è chiaro se essi ne videro solo le ossa, o udirono le storie degli indigeni; comunque, raccontarono di spaventosi uccelli alti quattro metri e anche più, che ricordavano la leggenda dell’uccello Rokk ne «Le mille e una notte» (e originata, a sua volta, con tutta probabilità, dal rinvenimento delle uova fossili dell’”Aepyornis”, altro famoso e gigantesco  uccello non volatore, ormai estinto; uova che avevano una circonferenza di un metro e un volume pari a 160 volte quello di un uovo di gallina).

Uno di questi cacciatori, di nome Meurat, nel 1823 avrebbe trovato delle ossa di un gigantesco uccello con ancora attaccati dei pezzi di carne, segno evidente che si trattava di resti recenti. Alcuni anni dopo l’esploratore Rule raccolse e spedì al professor Richard Owen, zoologo insigne e primo direttore del Museo Britannico, le ossa dell’uccello; e quest’ultimo, dopo aver dubitato trattarsi di ossa di un equino o di un bovino, nel 1838 scrisse una nota scientifica in cui affermava, con qualche cautela, che nella Nuova Zelanda era esistito, e forse esisteva ancora, un uccello gigantesco simile allo struzzo.

Nello stesso anno fu dato alle stampe anche un importante studio sulla Nuova Zelanda, scritto dall’esploratore e commerciale J. S. Polack, nel quale si parlava di un enorme uccello non volatore  dalle caratteristiche primitive, che i Maori avrebbero sterminato nell’Isola del Nord, ma che sarebbe ancora sopravvissuto, in base ai loro racconti, in quella del Sud, più isolata e da sempre meno popolata, oltre che caratterizzata da un ambiente fisico più impervio.

Il primo a sostenere con sicurezza che questo gigantesco uccello era ancor vivo e vegeto fu un tipografo di nome William Colenso, paleontologo dilettante, che, con l’aiuto di due missionari suoi amici, Williams e Taylor, aveva rivendicato nel 1842 la priorità assoluta nella scoperta del Moa, entrando in una accesa polemica con Owen (il quale ultimo, fra l’altro, era un accanito avversario di Darwin, sia perché creazionista e antievoluzionista, sia per meno idealistici motivi ispirati da rivalità personale).

Quest’ultima affermazione è tuttora dubbia, tanto più che un terzo personaggio, l’esploratore tedesco Ernst Dieffenbach, aveva menzionato il Moa alcuni anni prima; ma non è su tale disputa che desideriamo fermare adesso la nostra attenzione, bensì sulla questione della eventuale sopravvivenza del Moa fino a tempi recentissimi.

Così ha ricostruito le principali vicende relative all’ipotesi di una sopravvivenza del Moa gigante lo storico tedesco Herbert Wendt nel suo ricchissimo studio di zoogeografia, oggi ingiustamente dimenticato, «L’altra storia della Terra. Miti e realtà de mondo animale» (titolo originale: «Auf Nohas Spuren»; traduzione italiana di Giuseppe Bianchetti, Milano, Aldo Martello Editore,  1959, pp. 325-332):

«Due Americani, affermava Colenso, avevano incontrato durante una caccia un moa vivo di quattro metri e mezzo, ma non erano stati abbastanza coraggiosi da ucciderlo.  Ogni persona intelligente doveva ammettere che tutto lo straparlare di Dieffenbach e Polack non poteva reggere a un confronto con questi precisi dati.  Naturalmente Colenso e i suoi due amici ecclesiastici non mandarono la loro collezione di ossa al beffardo personaggio del Museo Britannico [Owen]. Una metà l’ottenne William Buckland, decano di Westminster; l’altra metà andò a William Jackson Hooker, direttore del giardino botanico di Kew.

In Inghilterra, però, non fu dato molto credito alle beghe neozelandesi. Quando le ossa di moa passarono (non senza difficoltà) la dogana inglese, imballate in grossi cesti di vimini, e giunsero da Buckland ed Hooker, i due scienziati consultarono immediatamente il collega Owen. E nel gennaio del 1843 Owen scrisse nei “Dibattiti della Società Zoologica” un secondo resoconto sul moa, che si basava sui recenti ritrovamenti. Constatò che esistevano parecchie specie di grandi e piccoli “uccelli del terrore”; sull’Isola settentrionale un moa poderoso, uno dalle zampe di elefante, e uno molto voluminoso (“Dinornis robustus”, “D. elephantopus” e “D. crassus”), e nell’Isola meridionale una forma gigante e una più gracile (“Dinornis giganteus” e “D. gracilis”). Questo numero era destinato a aumentare notevolmente in seguito a ulteriori ricerche. […]

Lo stato di conservazione delle ossa  stava a indicare che il moa era vissuto in parte nel Terziario e in parte anche in un periodo molto posteriore. Owen menzionò nel suo scritto una voce secondo la quale l’uccello gigante viveva ancora nell’isola D’Urville e in altre isole dello Stretto di Cook.

Quest’ultimo accenno divise gli intellettuali neozelandesi nei tre partiti già citati. Un partito si componeva di persone non molto istruite e di tendenze scientifico-spirituali; non voleva ammettere che l’uomo potesse aver vissuto ancora assieme a simili mostri, e relegò il moa nei tempi preistorici. Il secondo partito, quello degli esperti di animali, era d’opinione che i pezzi di pelle, le fibre muscolari e le penne trovati attaccati a parecchie ossa stavano a indicare che perlomeno alcuni moa erano stati sterminati un paio di secoli prima. Il terzo partito, quello dei sognatori e degli speculatori, era fermamente convinto che il moa si sarebbe potuto trovare ancora vivo in qualche angolo recondito della foresta. Il primo partito aveva a disposizione argomenti scadenti, il secondo buoni; il terzo godeva il favore del gran pubblico.»

A quest’ultimo partito appartenevano, oltre a Colenso e ai suoi amici ecclesiastici, alcuni neozelandesi di chiara fama, tra i quali il governatore Robert Fitzroy in persona. Fitzroy aveva fatto le prime armi come naturalista in qualità di comandante di quella nave esploratrice “Beagle” su cui Darwin aveva effettuato la sua circumnavigazione del globo. Risiedeva ora nella metropoli neozelandese, Wellington, e ricevette colà nel 1844 un vecchio Maori ottantacinquenne, di nome Haumatangi, che settant’anni prima, da sbarbatello, aveva ancora conosciuto l’esploratore Cook. Un altro indigeno anziano, di nome Kawana Papai, descrisse al governatore in tutti i suoi particolari una caccia al moa a cui lui stesso avrebbe partecipato verso il 1790 nella parte sudorientale dell’isola meridionale. Il moa, riferirono concordi i due Maori, aveva un ciuffo di piume in testa, si difendeva con poderosi calci e poteva venir abbattuto in due modi – o cin un colpo ben assestato sulla zampa alla quale si appoggiava, colpo che ne provocava la caduta, o gettandogli un sasso rovente che l’animale ingoiava avidamente, bruciandosi così le budella. Dopo questi colloqui il governatore Fitzroy accettò in pieno le opinioni di Colenso.

Le dichiarazioni degli indigeni che il partito numero tre andava raccogliendo avevano ormai raggiunto un numero ragguardevole. In quasi tutte le regioni della Nuova Zelanda si tramandavano storie di caccia al moa, ed esistevano favole, che narravano di un “demone a forma di uccello coperto di piume”; si trovavano penne di moa tra gli ornamenti dei capi maori, e uova di moa nei vecchi mucchi di rifiuti accanto ai residui di pasti umani. Non poteva trattarsi di relitti e di ricordi preistorici, perché nella Nuova Zelanda non erano esistiti uomini preistorici. I Maori provengono dalla Polinesia orientale, probabilmente dalle isole della Società e di Cook; parlano una lingua analoga a quella usata su Raiatea, Thaiti e Manihiki, e sono immigrati (probabilmente trecento anni prima della scoperta della Nuova Zelanda) in quel paese allora completamente disabitato. Se hanno conosciuto il moa vivo e lo hanno cacciato e mangiato, allora l’animale gigantesco non era una creatura preistorica, ma un figlio del Neozoico.[…]

Nel 1850 l’intero problema dei moa si ridusse a un’unica questione: chi poteva dimostrare inequivocabilmente di essersi imbattuto in un moa vivo? Innumerevoli persone si diedero alla ricerca del moa; si seguirono tracce incerte;  si prestò orecchio a voci e rumori inconsistenti; i giornali riportarono fandonie circa combattimenti con moa furibondi, e ancora nel 1948 alcuni esaltati effettuarono il serio tentativo di catturare nelle Alpi neozelandesi un moa “per venderlo a una casa cinematografica americana”. Pur fornendo alla scienza migliaia di ossa del moa, grandi quantità di uova e prove inequivocabili dell’incontro tra moa e Maori, questa intensa e secolare ricerca non portò alla scoperta d’un solo “uccello del terrore” vivente. Riportiamo qui i risultati più importanti:

Tra il 1847 e il 1850 uno zoologo e ministro di stato neozelandese, Walter Mantell (il primo cronista del favoloso animale waitoreki) raccolse sulle due isole per il Museo Britannico qualcosa come mille ossa di moa, in parte intere, in parte frantumate; e più di una dozzina di uova lunghe tra i venticinque e i trenta centimetri. Alcune delle ossa erano manifestamente residui di pasti dei Maori. Mantell poté anche stabilire che i capi maori portavano in tempi passati, quale insegna della loro carica, le penne del capo e della coda dei moa.  Alcuni cercatori d’oro scoprirono poi, nel 1859m, presso Kaikura, un sepolcro non molto antico, in cui si trovava uno scheletro umano in posizione seduta; il defunto Maori teneva con ambo le mani un uovo di moa intatto, come cibo per il viaggio nell’eternità. Quest’uovo venne poi venduto dal preparatore inglese Stevens a una collezione scientifica, per duecentoquaranta sterline. Negli anni successivi diversi cercatori di moa, tra i quali l’ornitologo Sir James Hector e il capitano Frederick Wollaston Hutton, trovarono resti di giganteschi uccelli: ossa ancora collegate da tendini, muscoli e brandelli di pelle; inoltre pezzi di pelle coperti di penne, e anche singole penne staccate, in genere spezzate. Quelle penne ricordavano in maniera sorprendente il secondo uccello misterioso dell’Australia – il piccolo kivi [qui si tratta evidentemente di una svista per “Nuova Zelanda”]. Hector trovò residui di un grosso uccello in un ottimo stato di conservazione su un altopiano presso Jackson Bay e sentì nella notte “strani brontolii dalla foresta”. Secondo Hector sia le orme sia i suoni non potevano provenire né da un piccolo moa, né dall’uccello “takahe” […] Infine presso tutti i luoghi di ritrovamento dell’uccello gigante si portarono alla luce pezzi di quarzo rotondi e lisci; risultò poi che queste conformazioni, grosse come un pisello o al massimo come un uovo di piccione, non erano altro che sassi ingoiati dai moa.

Prescindendo dai dati di Colenso e Hector, per comprovare l’attuale esistenza dei moa si poterono addurre solo tre testimonianze, dubbie per di più. Un allevatore di pecore affermò di aver visto (1860) un “uccello del terrore” fermo lungo la riva del fioume Waiau, nel distretto di Manapuri, cioè nella parte montagnosa dell’Isola meridionale. Un vecchio signore di nome Robert Clark narrò al suo medico Cottwell di Londra di aver visto in gioventù, sull’isola neozelandese meridionale, “un gigantesco uccello nero dalle zampe lunghe e dal collo lungo, con bargigli e una cresta carnosa sulla testa”. La terza testimonianza, anch’essa del 1860, proviene da due funzionari del catasto neozelandese, di nome Mailing e Brunner. I due sostennero di aver scoperto durante lavori di misura nella parte occidentale dell’isola meridionale “trace fresche d’un grosso uccello che conducevano a una regione ricca di caverne”; ne conclusero che in una di queste caverne “doveva vivere ancora un solitario moa”.

Quando questa notizia fu riportata dalla stampa, la nave austriaca di ricerca “Novara” si trovava nella Nuova Zelanda. Il capo della spedizione, Ferdinand von Hochstetter, raccolse tutti i documenti che parlavano d’una coesistenza del moa e dei maori, e tirò le somme nei seguenti termini: “Gli indigeni ne mangiavano la carne e le uova, si ornavano la testa con le sue penne, ne macinavano i crani per tatuarsi con la polvere, fabbricavano armi con le sue ossa e mettevano le gigantesche uova nelle tombe, accanto ai loro morti”. Anche von Hochstetter fu per qualche tempo convinto dell’esistenza di qualche moa sopravvissuto. Ma poi una notizia giornalistica e una lettera lo portarono su una tracia completamente diversa: tutti gli osservatori di grossi uccelli della Nuova Zelanda non avevano visto in realtà dei moa, ma dei kivi giganti! Con ciò la storia dell’uccello “Dinornis” si ricollega con quella dell’uccello “Apteryx”, il kivi simile alla beccaccia, privo di ali e avvolto da un abito di piume pelose. […]

Gli ultimi moa erano dunque kivi giganti rimasti sconosciuti? Fu lo stesso Ferdinand von Hochstetter a risolvere il mistero. La situazione è molto semplice: il piccolo moa e il grosso kivi sono in realtà identici, come già aveva avvertito Owen. Non è dato sapere dove finisca il kivi e dove cominci il moa. Insieme a von Haast, von Hochstetter scoprì negli stratin superiori di caverne neozelandesi, accanto a ossa del moa gigante, anche scheletri completio di “Palapteryx” e di “Megalapteryx”, del vecchio kivi e del grande kivi, che si trovavano in una posizione del tutto naturale.  Dopo l’esame delle sue scoperte, von Hochstetter ricostruì il moa in un disegno in cui contrapponeva il gigante al piccolo kivi, assegnando a entrambi il medesimo piumaggio e la medesima forma delle zampe. E annunciò che kivi e moa appartengono al medesimo ordine di uccelli. […]

Uno scheletro di moa scoperto nel 1892 in un mucchio di rifiuti presso Waikane sembra deporre a favore del partito di Colenso. Nello stesso mucchio, infatti, c’erano rottami di bottiglia, un ferro di cavallo arrugginito e una pipa di terracotta frantumata. Tutti questi oggetti, i Maori potevano averli avuti solo dagli Europei. Forse quest’unico moa percorreva speranzoso le patrie foreste ancora ai tempi del beato tipografo William Colenso e dei suoi amici e avversari.»

Quali conclusioni possiamo trarre da tutta questa intricata vicenda?

Colenso e i suoi amici non erano degli illusi sognatori, poiché, studiando la vicenda degli animali che si sono estinti in tempi storici – malinconica vicenda, che riguarda non solo le isole oceaniche o i lontani continenti, ma anche  l’Europa e l’Italia – quasi sempre si scopre che la natura possiede risorse insospettate all’uomo e che, nonostante l’opera dissennata di quest’ultimo, le specie animali (e vegetali) minacciate non scompaiono mai bruscamente, ma esiste un intervallo di tempo in cui sopravvivono, pur riuscendo a non farsi scorgere da lui: il più spietato e il più irragionevole di tutti i superpredatori.

È come se la natura volesse concedere alle specie minacciate di estinzione una estrema possibilità di sottrarsi al loro tragico destino e, contemporaneamente, come se volesse offrire all’uomo, questo feroce nemico degli altri viventi, un’ultima occasione di ripensamento del suo mal fare e, magari, anche una opportunità di porvi rimedio. È così che fu salvato il bisonte del Nord America, quando ormai, da molti milioni di esemplari, nel giro di pochi decenni il suo numero era stato ridotto a qualche decina di capi: giusto in tempo perché venissero istituiti dei parchi nazionali ove offrirgli protezione definitiva.

In quel caso, ed anche in altri che ora non è il caso di ricordare, degli animali di grandi dimensioni vennero sottratti alla distruzione completa e irreparabile proprio alla tredicesima ora, quando ormai sembrava che non ci fosse più nulla da fare. E, se questo è avvenuto in luoghi aperti come le Praterie del Nord America, non bisognerebbe escluderlo a priori per i luoghi impervi e di difficile accesso, come le foreste dell’Africa equatoriale e del Bacino amazzonico o per le regioni più interne e selvagge dell’Australia e della Nuova Zelanda.

Una piccola isola come Komodo, nell’Arcipelago della Sonda (insieme a poche altre isole vicine, come Flores), non ospita forse dei veri e propri draghi viventi, come il Varano di Komodo, scoperto solamente nel 1912 da P. A. Ouwens, direttore del Giardino botanico di Buitenzorg? E il gorilla di montagna (“Gorilla beringei”) dell’Uganda e del Ruanda non è forse stato classificato ufficialmente solo nel 1914 da Paul Matschie, ricercatore del Giardino zoologico della Università Humboldt di Berlino? Eppure, si trattava in entrambi i casi di veri e propri colossi: il Varano di Komodo, che è il più grande sauro vivente, può raggiungere una lunghezza di 3 metri e un peso di 170 kg.; mentre il Gorilla di montagna maschio può raggiungere, eccezionalmente, i m. 2,30 di altezza (ritto sulle zampe posteriori) e i 280 kg. di peso.

Se animali di così grande mole hanno potuto sopravvivere fino all’età contemporanea ed essere preservati dall’estinzione, non bisognerebbe escludere a priori che anche altri vertebrati di taglia media o grande possano essere scampati all’estinzione in qualche luogo isolato e relativamente inaccessibile. Il Tilacino della Tasmania, ad esempio, è stato considerato estinto da alcuni decenni; eppure vi sono indizi di una sua possibile sopravvivenza, non solo nella sua isola, ma anche nel continente australiano, ove un tempo era largamente diffuso, prima che la concorrenza del dingo lo respingesse oltre lo Stretto di Bass.

Bisogna essere cauti nel dichiarare totalmente estinta una specie animale, specie quando essa ha dimostrato sufficiente astuzia per giocare a rimpiattino con l’uomo, il suo peggior nemico e l’unico davvero mortale, per un tempo relativamente lungo, adattandosi a vivere nascosta nelle località più remote e inospitali.

Non potrebbe essersi verificato un miracolo anche per il gigantesco Moa, ad esempio in qualche valle della Fiordland, ove nel 1948 Geoffrey Orbell scoprì, ancor viva e vegeta, una intera popolazione di “takahe” (“Notornis Mantelli”), uccelli non volatori della dimensione di un tacchino e dal piumaggio assai colorato, ritenuti irrimediabilmente estinti già da molti anni da parte della scienza ufficiale?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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