venerdì, 24 Settembre 2021
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La questione del Lystrosaurus e la deriva dei continenti e degli oceani

La questione del Lystrosaurus e la deriva dei continenti e degli oceani. Come è possibile che un rettile così goffo e lento potesse aver superato le immense distese marine che separano i continenti? Wegener e la sua ipotesi di Francesco Lamendola  

Il Lystrosaurus murrayi è stato un terapside erbivoro vissuto in vastissime regioni della Terra durante il periodo del Triassico inferiore, circa 250 milioni di ani fa; il suo aspetto era vagamente simile a quello di un maiale, con un corpo tozzo e robusto, le zampe corte e forti, lungo circa un metro. I paleontologi lo considerano una forma intermedia fra rettili e mammiferi; per l’esattezza, era un Licinodonte, cioè un animale dotato di due grandi denti simili a zanne, ma era un erbivoro assolutamente innocuo; era, anzi, l’erbivoro che ha raggiunto la più ampia diffusione sul pianeta, per non dire la singola specie che abbia dominato sullo spazio geografico più vasto a livello mondiale.

Così lo descrive il paleontologo cecoslovacco Josef Beneš (da: Animali e piante della Preistoria, illustrati da Zdenek Burian; edizione originale: Praga, Artia, 1979; traduzione italiana: Milano, Gruppo Editoriale Fabbri, 1982, p. 106):

È un Rettile simile ai Mammiferi; il cranio era arrotondato, le narici si aprivano in alto, anteriormente agli occhi e assai vicino a essi; il muso terminava con una sorta di becco, simile a quello delle Tartarughe; dalla mascella sporgevano, fuori dalla bocca, due denti simili a zanne. Il corpo era tozzo e relativamente piccolo, gli arti, robusto, erano piuttosto brevi: gli anteriori, più massicci dei posteriori, erano dotati di cinque dita con grandi artigli appiattiti.

Si è a lungo discusso sul possibile modo di vita del “Lystrosaurus”: le narici in alto sembrano indicare abitudini anfibie, mentre gi arti con zampe probabilmente adatte allo scavo e certamente non al nuoto, sono quelli di un animale terrestre, anche la struttura del bacino non è quella di un animale nuotatore. Forse il “Lystrosauru”s viveva in prossimità dell’acqua o in essa come oggi fa l’ippopotamo (o il castoro, per pensare a un animale più piccolo). Era vegetariano e strappava i vegetali acquatici con le zanne; le zampe anteriori erano usate per sradicare le piante e forse per scavare nel fango alloggiamento o tane. Già ben documentati nell’Africa meridionale, i resti del “Lystrosaurus” sono stati recentemente rinvenuti anche in India, in Antartide, in Cina: un’eccezionale testimonianza a favore della teoria della deriva dei continenti.

Dimensioni corporee: lunghezza 80 cm.

Età Geologica: inizio del Triassico, circa 230 milioni di anni fa.

Distribuzione Geografica: Africa meridionale, Antartide, India, Cina occidentale.

Il Lystrosaurus è, per la fauna fossile delle regioni meridionali della Terra, l’equivalente della Glossopteris, una pianta permiana spermatofita, diffusa dalla Pampa argentina fino all’Australia, passando per l’Africa, il Madagascar, la Penisola indiana e il continente antartico, vale a dire un fossile-guida d’importanza fondamentale, non solo dal punto di vista temporale (la sua presenza è attestata in un arco di svariati milioni di anni), ma anche da quello biogeografico. Il fatto che le sue tracce fossili siano state rinvenute, un poco alla volta, su continenti assai lontani fra loro, come l’America meridionale, l’Africa, l’India, la Cina e, da ultimo, l’Antartide, ha dato parecchio da pensare agli studiosi di paleobiologia e paleoclimatologia (cfr. il nostro precedente articolo: La differenziazione delle flore paleozoiche nei supercontinenti di Laurasia e Gondwana, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 25/08/2010).

Come è possibile che un rettile così goffo e lento, così palesemente adattato alla vita terricola, e incapace, secondo ogni apparenza, di attraversare anche soltanto il corso di un modesto corso d’acqua, potesse aver superato le immense distese marine che separano, attualmente, quei continenti? Non sembravano esserci che due possibili risposte. La prima era quella che ipotizzava l’esistenza di antichi continenti, più vasti degli attuali, che poi si sarebbero inabissati, lasciando emersi solo dei residui, cioè i continenti attuali. In questo modo, si può rendere ragione della presenza di animali e piante in regioni che oggi sono separate da mari ed oceani. La seconda era che fossero esistiti, in passato, dei “ponti” intercontinentali, come fra il Brasile e l’Africa occidentale, oppure fra l’Africa, il Madagascar e l’India, generati, ad esempio, dall’abbassamento del livello dei mari, in corrispondenza delle fasi climatiche glaciali, che si erano poi inabissati per il successivo innalzamento, dovuto allo scioglimento dei ghiacci e alla dislocazione d’immense quantità di acqua dolce nei bacini fluviali e, da lì, negli oceani.

In realtà, esiste una terza possibilità, ma solo la mente geniale di Alfred Wegener ebbe l’ardimento di formularla chiaramente, con il suo classico La formazione dei continenti e degli oceani, apparso nel 1915, nel pieno della Prima guerra mondiale: che i continenti abbiano fatto parte di un’unica massa terrestre, poi rottasi e frammentata nei continenti attuali. In questo modo, non c’è bisogno di pensare che le piante e gli animali siano migrati da un continente all’altro, scavalcando, con mezzi improbabili, vastissime distese acquatiche; è sufficiente immaginare che, allontanandosi i continenti gli uni dagli altri, siano venute ad allontanarsi reciprocamente anche le rispettive flore e faune, esattamene come accadrebbe a degli organismi viventi collocati su delle grandi zattere, le quali poi venissero  trascinate lontano e disperse dal flusso delle correnti.

In effetti, questa teoria era già stata concepita da un francese, Antonio Snider-Pellegrini, il quale pubblicò un libro nel 1858, La creazione con i suoi misteri svelati, in cui immaginava che tutte le terre emerse, un tempo, fossero state unite in un unico supercontinente; salvo attribuire la successiva frammentazione al Diluvio universale, di cui parla il libro della Genesi. La sua teoria, però, non aveva nemmeno scalfito gli ambienti scientifici; e anche quella di Wegener venne ben presto rifiutata, o, quanto meno, “congelata”, un po’ per gli stessi motivi che avevano messo in difficoltà Snider-Pellegrini: l’impossibilità, per lo scienziato tedesco, di indicare chiaramente la causa e le modalità del distacco dei continenti e della loro successiva traslazione. Non bastava indicare le analogie geologiche e paleontologiche esistenti fra terre lontane, né l’evidente simmetria delle due sponde dell’Oceano Atlantico, quella americana e quella euro-africana: bisognava anche spiegare come mai i continenti fossero “slittati” sulla crosta terrestre, simili a gigantesche zattere o, se si vuole, ad arche di Noè, con tutte le rispettive faune e flore.

Wegener, con gli strumenti scientifici del suo tempo, non era ancora in grado di individuare il “motore”, ossia la causa fondamentale del movimento di traslazione e la cercava, erroneamente, in una qualche forza esogena, come la rotazione terrestre o l’attrazione gravitazionale. Solo a partire dalla seconda metà del XX secolo, con la scoperta delle dorsali medio-oceaniche, fu possibile avvicinarsi alla soluzione del problema, ossia con la teoria dei moti convettivi di materiale magmatico fuoriuscente della parte superiore del  mantello (astenosfera), che si torva al di sotto della litosfera, nel quadro più ampio della tettonica delle placche (o “zolle”) terrestri. E solo allora, cioè verso gli anni Settanta del ‘900, si riconobbe che Wegener aveva avuto pienamente ragione nella sua intuizione fondamentale, anche se non aveva potuto indicare esattamente il “motore” del fenomeno della deriva. Ma Wegener non ebbe la soddisfazione di vedere accolta e riconosciuta la validità della sua teoria: era morto fin dal 1930, in un incidente avvenuto durante una spedizione scientifica in Groenlandia: probabilmente era stato vittima d’un infarto, durante un faticoso spostamento in slitta, mentre il suo compagno, dopo averlo sepolto nella neve, era caduto in un crepaccio, perché il suo corpo non venne mai più ritrovato.

L’intera questione del Lystrosaurus è stata così riassunta dal paleontologo statunitense Edwin H. Colbert (Clarinda, Iowa1905-Flagstaff, Arizona, 2001), già docente alla Columbia University e curatore del Dipartimento di Paleontologia dei Vertebrati presso l’American Museum of Natural History di New York (da E. Colbert, La vita sui continenti alla deriva; in: A.A.V.V., Scienza & Tecnica 75, Annuario della Enciclopedia della Scienza e della Tecnica, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1975, pp. 293-294):

“Lystrosaurs” è un rettile fossile che caratterizza un’associazione tipica delle rocce del Triassico inferiore del Karroo, il grande bacino semidesertico che occupa migliaia di chilometri quadrati tra le montagne a pieghe tra la Provincia del Capo e Johannesburg, in Sud Africa. “Lystrosaurs” è un fossile così tipico di queste rocce che a esse è stato dato il none di zona a “Lystrosaurus”. I fossili sono abbondanti, ma fra questi di gran lunga più numerosi sono i resti di “Lystrosaurus”.

“Lystrosaurus” era un rettile abbastanza bizzarro, simile a un mammifero, con dimensioni comprese tra quelle  di un gatto e quelle di una pecora, corpo robusto, abbastanza basso, zampe solide, coda molto corta e cranio del tutto particolare nel quale comparivano solo due denti, una grossa zanna per ciascun lato. Le mandibole prive di denti erano ovviamente protette da una corazza cornea analoga a quella delle tartarughe.

Insieme coi resti di “Lystrisaurus” in Sud Africa si trovano rettili carnivori simili a mammiferi, soprattutto del genere “Trinaxodon”, che dal punto di vista ecologico possono essere paragonati a una piccola volpe o, forse, a uno zibetto muschiato. Vi è inoltre un piccolo rettile primitivo, “Procolopohon”, simile nella forma e nelle abitudini alla lucertola, ma non nelle sue parentele. Inoltre, vi sono piccoli rettili veramente simili alle lucertole, che dovevano evolvesi verso la fine del Triassico. Vi erano poi piccoli anfibi labirintodonti, membri di un grande e diversificato gruppo di anfibi, vissuto tra il paleozoico superiore e il Triassico.

Insieme con “Lystrosaurus” c’erano ovviamente molti altri animali, ma si tratta di forme comuni e meno significative.

Durante le estati australi del 1969-70 e 1970-71 la fauna a “Lystrosaurus” è stata scoperta anche nelle Transantarctic Mountains in Antartide, a circa 700 km dal Polo Sud. Si tratta di un’associazione caratteristica che mostra frequenti identità specifiche con la fauna a “Lystrosaurus” del Sud Africa. “Lystrosaurus” vi è abbondantemente rappresentato, mentre assai comuni sono “Trinaxodon” e “Procolophon”: le stesse specie tipiche del Sud Africa rappresentano questi generi anche nell’Antartide.

L’Antartide è ora una massa isolata, distante migliaia di kilometri dagli altri continenti del mondo. Se questi fossero stati fissi nelle loro posizioni attuali, gli anfibi e i rettili della fauna a “Lystrosaurus”, tutti animali terricoli, avrebbero potuto raggiungere il continente antartico soltanto lungo un enorme ponte continentale poi sprofondato sul fondo dell’oceano Antartico. Ma on vi è alcun indizio geologico del’esistenza di un ponte continentale di queste dimensioni. Inoltre, la fauna a “Lystrosaurus” ama un ambiente tropicale e subtropicale che difficilmente si può supporre si sia sviluppato in prossimità dell’asse meridionale del globo.

Dunque, la fauna a “Lystrosaurus” dell’Antartide sembrerebbe offrire la prova paleontologica più importante dello stretto legame tra il continente polare meridionale con l‘Africa meridionale a latitudini in cui piante tropicali, anfibi e rettili potevano svilupparsi nel migliore dei modi. E poiché i dati a favore di una stretta connessione fra Antartide e Africa, forniti dai ritrovamenti della fauna a “Lystrosaurus”, sono così convincenti, non vi è più alcuna ragione di dubitare della stretta connessione  tra Africa e America meridionali, dando così una ragione alle strette relazioni fra i rettili del Triassico inferiore di questi due continenti; lo stesso discorso vale anche per le connessioni tra Europa e America settentrionale e  ciò spiega le strette relazioni tra anfibi e rettili paleozoici dell’Europa centrale e degli USA centrali. Ne consegue che gi indizi paleontologici appaiono in stretto accordo con quelli geologici e geofisici a indicare l’effettiva esistenza di un antico continente, la grande massa unica del supercontinente di Pangea.

Occorrerebbe aggiungere che la fauna a “Lystrosaurus” è nota anche nell’India peninsulare e nell’Asia sud-orientale: se considerato insieme ai criteri di giudizio geologici e geofisici più sopra formulati, questo dato indica la possibilità che anche queste regioni facevano parte, insieme con l’Africa meridionale, e l’Antartide, dell’antico continente di Gondwana. Infatti, la fauna a “Lystrosaurus” dell’Africa meridionale, Antartide, India peninsulare e Asia sud-orientale, sembrerebbe costituire i resti sparsi di ciò che un tempo era una zona faunistica continua, successivamente frammentata e dispersa al processo di deriva dei continenti manifestati osi attraverso i lunghi anni del tempo geologico.

In definitiva, il caso del Lystrosaurus è un classico esempio di come le scienze della Terra possano sostenersi, integrarsi e “spiegarsi” l’una con l’atra; nella teoria della tettonica a placche si trova, infatti, la spiegazione più nitida, più semplice e più elegante della presenza di quel curioso Rettile su continenti così lontani, come il Sud America, l’Africa e l’Antartide, per non parlare dell’India e della Cina occidentale: terre che, da solo, non avrebbe mai potuto raggiungere a partire da una determinata area di diffusione.

Tuttavia, possiamo fare anche un’altra osservazione: che solo la formulazione e l’accettazione pressoché universale della tettonica a placche (la quale, appunto, non viene più considerata una semplice teoria, come invece lo è, nel campo della biologia, l’evoluzionismo, anche se la cosa viene passata sotto silenzio dalla cultura accademica) ha reso possibile rendere ragione, in maniera soddisfacente, della vastissima diffusione geografica del Lystrosaurus. Senza di essa, sarebbe stato necessario riesumare la sua sfortunata antesignana, la teoria della deriva dei continenti, così come era stata formulata da Wegener: la quale, però, avrebbe continuato a fluttuare nel Limbo delle teorie semi-scientifiche, non riconosciute dalla cultura accademica. E siccome una teoria non può mai spiegare un fatto, tanto più se si tratta di una teoria “debole”, gli scienziati sarebbero ancora qui a domandarsi come possa aver fatto il Lystrosaurus a varcare l’Oceano Atlantico, l’Oceano Indiano e i mari prospicienti l’Antartide occidentale; restando, però, bloccati da insormontabili difficoltà, non solo di ordine geografico e biologico, ma anche climatico.

La conclusione, di ordine generale e di estrema attualità, è che la cultura scientifica “ufficiale” rischia di diventare uno dei principali fattori frenanti e inibenti nel progresso delle conoscenze, per la sua tendenza a rinchiudersi a difesa delle proprie verità (ma anche, bisogna pur dirlo, delle proprie cattedre e delle proprie posizioni di prestigio e di rendita), scordandosi che le verità della scienza sono, per definizione, transitorie e parziali, e strutturalmente suscettibili d’integrazione e arricchimento, se non di vera e propria revisione e superamento. Non esistono verità scientifiche assolutamente definitive; e questo, fra parentesi, vale anche per le quelle che Wilhelm Dilthey chiamava le “scienze dello spirito”, a cominciare dalla storia. Altro che revisionismo! L’abito mentale del ricercatore serio ed aperto dovrebbe essere quello di una costante disponibilità alla revisione delle proprie certezze, nella consapevolezza che qualunque umano sapere è sempre in fieri, in divenire, e che l’orizzonte del conoscere si amplia quanto più si procede nell’esplorazione. E, se è giusto che gli studiosi siano cauti  e prudenti nell’accogliere nuove teorie scientifiche, essi, tuttavia, non dovrebbero nemmeno nel difetto opposto: quello di rifiutarsi a priori di prendere in considerazione nuovi punti di vista e nuove possibilità, anche se molto distanti da quelli provvisoriamente abbracciati dalla scienza ufficiale: per quanto ciò possa risultare faticoso sia sul piano strettamente professionale, sia, in senso più ampio, sul piano intellettuale, psicologico ed umano. Il fatto è che a ciascuno piacerebbe potersi sedere tranquillamente e beatamente su delle verità definitive. Peccato che, nell’ambito della scienza, che si occupa della dimensione terrena dell’esistenza, questo non sia possibile, perché il sapere umano è, per definizione, perfettibile. Se, invece, si è assetati di verità assolute e definitive, allora bisogna rivolgersi in un’altra direzione: quella dell’ontologia, della metafisica, della teologia, della fede religiosa.

Ora, è proprio questa indebita commistione, che sta confondendo le acque della cultura moderna: il fatto che molti scienziati, e, più ancora, che molti, troppi divulgatori scientifici, pretendono di aver trovato l’assoluto nell’ambito di ciò che assoluto non è; e, dunque, che pretendano di assolutizzare il relativo. In altre parole, essi vorrebbero fare della scienza stessa il loro Dio: univoco e perentorio come il Dio della religione, che essi hanno, da molto tempo, rifiutato.

Ma questo è non solo blasfemo; è anche intellettualmente assurdo. Anche un bambino (ricorrendo alla nota immagine attribuita a sant’Agostino) capirebbe che neppure un esercito di scienziati, attingendo l’acqua con dei secchielli, potrà mai travasare il mare in una buca scavata nella sabbia…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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