giovedì, 23 Settembre 2021
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La scoperta del Dingiso, canguro arboricolo della Nuova Guinea

Il Dingiso canguro arboricolo della Nuova Guinea. Abbiamo già avuto occasione di occuparci della criptozoologia, quel particolare ramo della zoologia che si occupa di identificare animali rimasti finora sconosciuti alla scienza di Francesco Lamendola  

Abbiamo già avuto occasione di occuparci, in una serie di precedenti articoli, di svariate scoperte della criptozoologia, quel particolare ramo della zoologia che si occupa di identificare animali rimasti finora sconosciuti alla scienza, anche se noti attraverso ossa, impronte, rifiuti organici, oltre che tradizioni, racconti e testimonianze delle popolazioni presso le quali sarebbero stati avvistati e segnalati.

In particolare, ci siamo occupati del celacanto (cfr. La scoperta del Celacanto, fossile vivente dei mari, sul sito di Arianna Editrice), avvenuta nel 1938, al largo delle coste del Sud Africa, e poi rinnovatasi nelle acque dell’arcipelago delle Comore; e dello yeti (cfr. L’enigma dello Yeti, elusivo abitatore delle nevi eterne, anch’esso sul sito di Arianna). Due casi emblematici, ciascuno a suo modo: il primo, perché ha accertato che un animale, ritenuto estinto da 2 o 300 milioni di anni, è ancor vivo e vegeto; l’altro perché di un animale, del quale si parla da secoli nelle tradizioni tibetane e nepalesi (ma da meno di 200 anni nelle cronache occidentali), non è stato possibile trovare conferma al fatto che esista o che sia masi esistito, pur non potendosene escludere – in assoluto – la possibilità.

E non si tratta, si badi, di animali di piccola taglia (sappiamo che, nel regno degli insetti, restano ancora migliaia di specie da identificare); tutt’altro. Il celacanto è un pesce di grosse dimensioni, oltre che di aspetto alquanto insolito (e “preistorico”): può raggiungere la lunghezza di 1 metro e 80 cm. ed un peso che va dai 40 kg. fino agli 80; mentre la specie più grande dello yeti (ne esistono anche una media e una piccola) dovrebbe superare i due metri d’altezza e, di gran lunga, il quintale di peso. Né erano animali piccoli l’okapi, il gorilla di montagna, per non parlare del calamaroi gigante: eppure hanno eluso per secoli e millenni la curiosità degli uomini di scienza., che erano arrivati a relegarli fra le leggende prive di fondamento, e che solo nel corso del XX secolo hanno potuto accertarne l’esistenza, al di là di ogni possibile dubbio.

Il gorilla di montagna, anzi, è stato oggetto di studi assai accurati, non solo dal punto di vista biologico, ma anche da quello etologico, fra l’altro ad opera della nota – e sfortunata – ricercatrice americana Diane Fossey, caduta per mano dei bracconieri del Ruanda. La sua commovente e tragica vicenda è stata raccontata da un film di successo, Gorilla nella nebbia di Michael Apted, giurato nel 1988, e interpretato da una bravissima Sigourney Weaver.

Probabilmente il grosso pubblico non lo sa, ma scoperte di questo genere avvengono ancora oggi, solo che – se Hollywood o qualche altra grossa produzione cinematografica non se ne occupa, girando un film su di esse – finiscono per rimanere nel campo ristretto degli specialisti di zoologia e zoogeografia.

Anche nuove specie di piante vengono ancora scoperte ai nostri giorni, e non si tratta solo di piccoli arbusti, ma anche di alberi  d’alto fusto; e, in questo caso, le scoperte, per quanto eccezionali dal punto di vista scientifico, restano relegate in un ambito ancor più ristretto, quello degli studiosi di botanica e di fitogeografia. Di ciò, tuttavia, ci riserviamo di parlare in un’altra occasione; ora, invece, vogliamo concentrare l’attenzione su quanto avvenne, nel 1994 – appena quattordici anni fa – nelle foreste della catena montuosa centrale della Nuova Guinea, la grandissima isola equatoriale (vasta due volte e mezzo l’Italia) che si allunga a settentrione dell’Australia, dalla quale la separa lo Stretto di Torres.

La sezione occidentale dell’isola, che dal 1960 fa parte – a dispetto della storia, della geografia e dell’etnologia – della Repubblica Indonesiana, con il nome di Irian Jaya, è tuttora una delle regioni più misteriose e inospitali della Terra, tanto che alcune zone sono ancora inesplorate e, sulle carte geografiche, appaiono contrassegnate da ampi spazi bianchi.

Lì, nelle impenetrabili foreste di montagna, il naturalista australiano Tim Flannery fece la scoperta più importante della sua carriera: quella del Dingiso, un canguro arboreo assai grazioso, dalla pelliccia bianca e nera, che preferisce vivere sul terreno e che gli indigeni papua della tribù Moni considerano l’incarnazione dello spirito dei loro antenati. L’animale, timidissimo ed estremamente abile nel mimetizzarsi tra la densa vegetazione pluviale, era riuscito a evitare la cattura e l’identificazione per quasi tutto il XX secolo, nonostante la sua presenza fosse ben nota agli indigeni e, da qualche tempo, anche gli occidentali ne avessero avuto sentore.

Tim Flannery è nato a Melboiurne nel 1956 e vive a Sidney dove è Principal Research Scientist al Museo Australiano. Fra il 1998 e il 1999 è stato visting professor presso l’Australian Studies di Harvard.  Studioso molto apprezzato e conosciuto, ha classificato, nel corso della sua carriera, numerosi mammiferi sconosciuti e ha scritto parecchie opere di notevole successo, tra le quali The Future Eaters dal quale è stata tratta una serie televisiva.

Alcune riserve non tanto sui suoi metodi di ricerca, ma – più in generale – su quelli della scienza accademica oggi imperante, di cui Flannery è un tipico esponente – saranno da noi avanzate più avanti, dopo che il lettore avrà potuto formarsi una propria opinione in merito ai metodi  di “caccia” (perché questa è la sola possibile espressione) adoperati nei confronti delle specie viventi non ancora riconosciute e classificate ufficialmente.

Egli stesso ha raccontato la scoperta del Dingiso, questo capitolo esaltante della sua carriera di biologo, nel suo bel libro – che si legge come un romanzo d’avventure – L’ultima tribù (titolo originale: Throwim Way Leg, 1998; traduzione italiana di Stefano Di Marino, Milano, casa Editrice Corbaccio, 2000; e Milano, casa Editrie TEA, 2003, pp. 279-290), dal quale riportiamo i passaggi  più significativi:

Un giorno sul finire del 1993, all’incirca all’epoca in cui il lavoro di ricerca sulla fauna delle isole stava volgendo al termine,  ricevetti una telefonata da un impiegato della società mineraria conosciuta come PT Freeport Indonesia.  Si tratta di una delle più vaste compagnie del mondo impegnate nello sfruttamento minerario. Dalla sua sede a New Orleans amministra la più lucrosa delle imprese per l’estrazione del rame e dell’oro  che si trova nell’Irian Jaya.

Una voce lontana all’altro capo della linea scricchiolante mi informò che a chiamata veniva da Tembagapura, la cittadina dove la Freeport ha la sua base nel cuore dell’Irian Jaya.  L’uomo mi rivelò di essere convinto di avere scoperto un raro esemplare di opossum, noto come Triok dalla Grande Coda (Dactylopdila megalura). Questo interessante opossum presenta una grande rassomiglianza con il Triok dalle Lunghe Dita, se non per il fatto che la sua cespugliosa coda di colore nero e argento ha dimensioni così enormi da sembrare più grande di tutto il resto dell’animale. Il mio interlocutore aveva letto il mio libro sui mammiferi della Nuova Guinea e si domandava se avessi la possibilità di recarmi a Tembagapura per confermare la sua identificazione e per tenere delle lezioni alla comunità locale riguardo alla fauna selvatica.

La regione di Tembagapura è una delle meno esplorate dell’Irian Jaya,, almeno per quanto riguarda i mammiferi. In qualche modo avevo sempre nutrito il desiderio di vistarla, ma non avevo mai osato sperare di averne la possibilità, poiché Tembagapura non è quel genere di luoghi dove ci si reca in visita senza un invito.

Si tratta di una regione che si trova a circa 120 km. a ovest di Kwiyawagi ed è adiacente al monte Carstensz, che rappresenta il punto più elevato della catena delle Maokop. In cima ad esso si trova un ghiacciaio. Questa reliquia dell’era glaciale rappresenta uno dei pochissimi ghiacciai equatoriali sul pianta e, grazie all’effetto per cui il mondo sta rapidamente aumentando la sua temperatura, è in rapido restringimento. In verità, se la velocità del suo declino manterrà il ritmo attuale, morirà prima di me.

Un altro fattore che stimolò il mio desiderio di vistare il Tembagapoura fu l’osso mascellare di canguro arboreo che avevo rinvenuto tra i resti umani nella caverna di Billingeek. Ancora era impossibile identificarlo. Un frammento di pelliccia di canguro arboreo acquistato a Kwiyawagi, originariamente utilizzato nella fabbricazione di un copricapo da guerra, restava ugualmente avvolto nel mistero. Era un esemplare unico tra i brandelli di pelliccia degli animali di quella specie che avevo visto, poiché era nero con una spruzzata di bianco sul petto.

Prima di ogni altra considerazione c’era il fatto che, da quando avevo lasciato Kwiyawagi, avevo ricevuto fotografie di un cucciolo di canguro arboreo riprese presso Tembagapura. Gli scatti mostravano un animale molto giovane, il cui corpo era coperto di chiazze nere e bianche.  Sembrava quindi che un’altra specie di canguro da albero stesse aspettando di essere scoperta tra le montagne della Nuova Guinea. Forse questa visita a Tembagapura mi avrebbe offerto l’opportunità di raccogliere altre prove.

Intorno alla metà del 1994 avevo convinto la direzione della Freeport che avrei potuto inserire un’esplorazione faunistica nel corso della mia vita. Ero stato anche in grado di procurarmi un permesso per Boeadi e per Alexandra Szalay e insieme speravamo di poter proseguore con successo il nostro lavoro. Alex e io volammo sino a Cairns,poi ci imbarcammo su un charter che ci portò direttamente a Kimika, nelle pianeggianti regioni meridionali dell’Irian Jaya. All’arrivo, fummo accolti dai nostri ospiti della Feeport che ci accompagnarono in Land-cruiser per il tragitto di due ore che divideva Timika da Tembagapura. Boeadi ci avrebbe raggiunto qualche giorno dopo.

La strada che congiunge le cittadine di Timika e Tembagapura è una delle meraviglie ingegneristiche del mondo moderno, poiché attraversa circa 100 km. di terreno tra i più difficili del pianeta.

Nel 1910, l’esploratore inglese A. F. R. Wollaston impiegò diciotto mesi per arrivare a capo di quella strada. Trascorse numerose notti nel suo campo allagato con l’acqua sino al collo e settimane estenuanti di marcia attraverso un’implacabile palude e nella giungla. Perse quasi tutti i suoi compagni a causa del ber-beri e della malaria, o per annegamento lungo la via.  Dopo tutte queste vicissitudini, raggiunse un punto di massima altitudine di soli 1.400 metri. Ora, in soli trenta minuti, un viaggiatore che percorra la nuova via può raggiungere il luogo dove Wollaston fu costretto a tornare indietro.

La costruzione di questa favolosa strada richiese diversi anni, molti milioni di dollari e un gran numero di vite. Il progetto secondo cui fu realizzata era altamente innovativo. Parte della sezione che attraversa le pianure paludose è costruita su vecchi pneumatici in modo che possa galleggiare su un vasto acquitrino. Attraversa una foresta palustre, straordinaria e dall’aspetto primitivo. Un enorme numero di uccelli, insetti, orchidee e felci conferiscono allo scenario un senso di fecondità eccezionale.  Funghi di un arancione brillante spuntano e sostengono le radici protendendosi dalla palude. Il muschio ispido che copre ogni ramo è un eloquente segno di decomposizione..

Dopo aver superato tale strabiliante foresta, la strada sale per un poggio e continua su una piatta terrazza coperta di foresta che si trova a circa 600 metri sopra il livello del mare.  Per un biologo si tratta di un luogo affascinante, poiché conserva un’affinità con le foreste di alta montagna ben più grande di quanta ne abbiano solitamente le pianure. L’ultima volta che avevo visto l specie che vi si trovavano era stato circa cinque anni prima. Questa foresta cresce su un letto arido e malamente drenato ed è coperta quasi continuamente da nubi, oltre a subire giganteschi rovesci  d’acqua per un ammontare di undici metri all’anno.

Oltre la terrazza, la montagna s’innalza all’improvviso e da quel punto la strada procede serpeggiando su per una cresta che ricorda una lama di coltello affilata, e incredibilmente ripida. Per eseguire gli scavi necessari sulla sommità della cresta furono usati dei bulldozer in miniatura, della misura di motofalciatrici da prato, per aprire la strada a modelli di maggiori dimensioni.. Fu rimossa una quantità di terreno sufficiente a creare uno spazio pianeggiante abbastanza largo da ospitare a strada. Era la via più ripida che avessi mai visto. Mi fermai in un punto per scattare delle fotografie ,scoprendo di non essere in grado di tenermi in equilibrio.

Mentre s segue la strada verso l’alta, la temperatura scende e la nebbia s’infittisce. Gli alberi presentano foglie più piccole e hanno un’aria più striminzita. I buceri e i cacatua delle pianure sono scomparsi e ora si odono nuovi suoni, tra i quali meccanici richiami degli uccelli del paradiso delle montagne.

A un certo punto la strada entra in tunnel lungo più di un chilometro che conduce al cuore della montagna. Dal soffitto piove acqua proveniente da una cascata sotterranea. Il tunnel passa accanto a un precipizio e la strada prosegue sotto torreggianti pareti verticali sino a raggiungere i 3.000 metri  d’altitudine. Là, spesso, è possibile imbattersi in piogge gelide e densi strati di nebbia. È un’esperienza terrificante, in quel luogo, incrociare un imponente camion della società mineraria che sbuca da una nebbia quasi impermeabile  torreggiando a pochi metri davanti a noi.

La strada inizia la sua discesa nella piccola valle di montagna  che protegge la cittadina di Tembagapura. Questa fu costruita negli anni Settanta per ospitare il personal della PT Freeport Indonesia Mining Company. Nel corso degli anni ha subito un’enorme espansione  e oggi possiede un sobborgo dove gli operai risiedono per la notte, Hidden Valley, arroccato sulla catena che la sovrasta. È una cittadina più graziosa della media degli stanziamenti minerari, soprattutto grazie alla sua incomparabile dislocazione ma anche perché si tratta di una struttura urbana di grande compattezza, ottimamente pianificata.

La vita a Timbagapura, secondo gli standard melanesiani. Con una popolazione di circa 10.000 abitanti possiede molti dei servizi disponibili in un centro rurale degli Stati Uniti.  Vi è una banca, un supermarket, negozi specializzati, impianti sportivi, un circolo con un ristorante e un bar, e una serie di alloggi di prima categoria per i lavoranti e i visitatori.  Si tratta di un ambiente assai differente da quello che avevo incontrato nel corso del mio lavoro in Irian Jaya.

Con mio grande disappunto, gli amungme, originari proprietari della zona, erano costretti, al tempo della mia visita, fuori della città da una vigorosa forza di sicurezza. Persino la giungla era tenuta a distanza, poiché la vegetazione pluviale era stata eliminata dal sito e qualcuno vi aveva piantato al suo posti dei Pini di Monterey (Pinus radiata). La maggior parte di queste piante, senza dubbio importate ad alto prezzo, erano morte all’epoca in cui tornai in quel luogo, sei mesi dopo.

La difficoltà di stabilire contatti con la popolazione locale rappresentava un grande impedimento, poiché io avevo bisogno della loro collaborazione per la caccia. Questo era un problema destinato a una risoluzione dopo il mio incontro con Kohn Cutts.

John rappresenta il maggior asso nella manica che la Freeport possieda per portare a compimento il suo sforzo di sviluppare una salda relazione con i proprietari spodestati della concessione mineraria. Americano di nascita, fu adottato a quattro anni di età da una coppia di missionari che lavoravano presso la tribù dei moni in quella che un tempo era la Nuova Guinea Olandese. Educato sia dai suoi vicini moni che dai genitori adottivi, John apprese approfonditamente la cultura e il linguaggio del luogo. Per molti versi è moni quanto americano. I moni hanno stabilito il loro territorio proprio a ovest della miniera e molti di essi vivono nei villaggi intorno a Tembagapura, perciò questa connessione è di grande utilità per la società.

A quell’epoca, John svolgeva l’incarico di ufficiale di collegamento a Tembagapura, e fu grazie a lui che fui presentato ad alcuni rappresentanti delle tribù locali, tra i quali il più importante si è rivelato Vedelis Zonggnau, un moni di una trentina d’anni che aveva ricevuto una buona istruzione.

A quel punto presi una copia di mammal of New Guinea che tenevo per uso sul campo aprendola alla pagina del carburo arboreo di Doria.

«Ndometa» disse Zonggnau, usando il nome moni dell’animale.

«Naki», aggiunsero i cacciatori amungme.

Poi mostrai loro le fotografie che mi erano state inviate del cucciolo bianco e nero.

«Dingiso», affermò Zonggnau.

«Nemenaki», commentarono in coro gli amungme.

Dopo qualche discussione, elaborammo un piano di esplorazione della foresta d’alta montagna che cresceva sopra la città alla ricerca di esemplari di queste specie.

Decidemmo di lavorare nella foresta lungo la strada tra i 2.500 e i 3.000 metri. C’era una folta foresta di faggi a quell’altitudine che assomigliava all’habitat preferito dei canguri arborei. Scegliemmo come campo base uno sperone di roccia coperto da una brughiera che ci consentiva di godere almeno relativamente di un po’ di sole. Era una considerazione importante, poiché le foreste intorno a Tembagapura sono tra le più umide del pianta, e la vita può diventare insopportabile, a meno che non si abbia la possibilità di far asciugare gli abiti.

Si trattava di un luogo magnifico che i cacciatori ci assicurarono essere stato usato in passato dall’OPM. Concedeva, a oriente, una visione sulla valle di Singa, che comprendeva un’ampia porzione  di foresta pluviale primaria.  Le varie sfumature di verde nel manto sottostante degli alberi suggerivano un’enorme varietà botanica, mentre una varietà di uccelli lanciava i suoi richiami per tutta la giornata.

La piccola macchia d brughiera dive ci accampammo era particolarmente ricca di muschio, e il terreno era coperto in massima parte da orchidee e rododendri. Una particolare varietà di orchidea possedeva un fiore bianco prodotto in abbondanza. I petali caduti, sparpagliati  sul terreno muschioso, suggerivano l’idea di una recente nevicata.

Nel corso dei primi giorni nella brughiera fummo incuriositi  da un richiamo bizzarro e capriccioso che ricordava, pensai, il suono vagamente acuto che avrebbe emesso una zia nubile un po’ brilla se, a un ricevimento di famiglia, il cognato favorito le avesse pizzicato il sedere. «Ooooh», ripeteva, a intervalli irregolari. Scoprimmo il misterioso autore di quel verso durante il nostro primo giorno di sole, quando Alex individuò una minuscola rana rosa e nera che si arrampicava sul muschio sphagnum. Non era più grande dell’unghia di un mignolo ed era, inutile dirlo, completamente sconosciuta alla scienza.

Inviavamo ogni giorno i cacciatori con i cani allo scopo di individuare i canguri, e presto ottenemmo il nostro primo esemplare. Fui deluso nell’apprendere che non si trattava dell’animale bianco e nero che avevo sperato di assicurarmi ma che apparteneva a una sottospecie di canguro di Doria che avevo descritto tra le varietà raccolte sulle Star nel 1987. Nondimeno, fui incuriosito di scoprire che questa specie poteva vivere molto a occidente della catena montuosa nota come suo ambiente naturale.  Nel corso della settimana successiva individuammo diversi altri canguri di Doria, ma la specie con il manti bianco e nero continuava a eludere le nostre ricerche.

Pieno di frustrazione, decisi di provare ancora, ma a un’altezza superiore. Seguendo la strada che sale verso la miniera da Tembagapura, poi volgendo attraverso il sottobosco, raggiungemmo una zona di ripide pendici che arrivano a una altezza di 3.700 metri di altezza. Là, alberelli dall’aspetto stentato crescono in fitti grovigli tra le rocce. Ero assai scettico di fronte alla possibilità di trovare dei canguri arborei in quella zona, poiché non vi erano piante di una stazza sufficiente sulle quali avrebbero potuto ragionevolmente arrampicarsi. I nostri cacciatori, tuttavia, insistevano sul fato che potevano esservene, perciò acconsentii al loro piano di arrampicarci in quella zona semi- desertica.

I miei peggiori sospetti parvero trovare conferma quando, dopo tre giorni di caccia, non eravamo ancora riusciti a individuare alcun segno della presenza dei canguri.

Poi,, una mattina presto, un cane emerse dalla nebbia e si avvicinò al campo.  Era seguito da un altro esemplare della sua razza e quindi da due uomini e due donne. Mi presentai al più alto degli uomini. Disse di chiamarsi Yonas Tinal e di essere un lani proveniente da Ilaga. Possedeva due cani e le donne erano le sue mogli. Il suo compagno ci fu presentato come un amico. Era venuto, ci spiegò, sino a quella foresta di grande altitudine per cacciare i canguri arborei.

Malgrado la mia crescente incredulità, sembrava sicuro di poter portare a termine quell’impresa con successo. Il suo cane, che chiamava Dingo, era, mi disse, un cacciatore da quattro milioni di rupie. Era così bravo a scovare le prede, che Yonas valutava ciascuno dei suoi canini la cifra di un milioni di rupie (circa settecento dollari australiani). Il compagno di Dingo, Fotocopia, era molto meno abile e, come suggeriva il nome, assomigliava a un cane da caccia più nell’aspetto che nella sostanza.

Yonas e io familiarizzammo immediatamente. Era un omaccione dal cuore aperto e generoso, con un delizioso senso dell’umorismo. Possedeva il largo naso tipico dei lani, con il setto magnificamente perforato. Si offrì più volte di far subire il medesimo trattamento al mio, pretendendo che le montagne erano il luogo ideale per svolgere quel genere di operazione, poiché l’aria fredda avrebbe reso quell’ordalia relativamente priva di dolore.

A Yonas piacevano gli australiani. Qualche tempo prima aveva lavorato per un ingegnere del mio paese impegnato nella costruzione della strada presso la miniera. I due avevano stretto una salda amicizia e, di tanto in tanto, si scambiavano delle lettere. Yonas aveva battezzato Dingo il suo famoso cane da caccia per rendere onore al suo amico australiano.

Ci spiegò che, sino a poco tempo prima, aveva avuto quattro mogli ma poiché una di esse litigava sempre con le altre, l’aveva, sia pure con riluttanza, restituita ai suoi genitori. Chiaramente la poligamia si confaceva al suo carattere, tuttavia, perché aveva in mente di allargare la famiglia. La sua passione per la figlia di un agente di polizia di Nabire era sbocciata in una storia d’amore e Yonas stava risparmiando per la dote.

In questa aperta esibizione fisica di affezione per le mogli, Yonas era praticamente un casi unico tra i più tradizionali guerrieri tribali della Nuova Guinea che avevo conosciuto. Mi capitava sovente di vederlo tra loro, tenendo per mano l’una mentre sorrideva a un’altra. Dal canto loro le dinne sembravano felici e compiaciute della sua compagnia.

Quando manifestai a Yonas il mio desiderio di ottenere un esemplare del canguro bianco e nero, egli proseguì il suo cammino diretto a regioni ancor più alte della montagna, promettendo di tornare entro pochi giorni con uno di quegli animali.

Mi sarebbe piaciuto seguire Yonas sino al suo campo, ma le nostre reti e trappole erano già state posizionate e i nostri cacciatori stavano battendo la vegetazione di quella regione più bassa. Coi avremmo messo almeno un giorno a riorganizzarci e Yonas non aveva tempo di aspettarci.

*  *  *

I nostri cacciatori non stavano trovando nulla ed io ero sul punto di perdere la speranza, ma l’ultimo giorno vidi Dingo emergere dalla foresta. Yonas, tutto sorridente, lo seguiva alzando due dita. Quando aprì il suo noken, indovinai dal suo gesto che aveva catturato due canguri.

Mentre il contenuto del noken veniva rivelato, fui sommerso al tempo stesso da simultanee sensazioni di esaltazione e sconforto. Yonas aveva catturato due canguri arborei, ma questi erano stati già mangiati! Tutto ciò che mi portava erano due pellicce e qualche osso!

Nondimeno i resti erano sufficienti a confermare che il canguro bianco e nero era un animale assai curioso e, sino a quel momento, sconosciuto. Le pellicce erano incomplete e contorte in maniera miserevole, ma era chiaro dal loro aspetto che la nuova specie era composta da creature molto grandi (in seguito apprendemmo che le femmine, più piccole dei maschi, pesavano tra i nove e i dieci chilogrammi). Il dorso era realmente nero, il ventre bianco e la coda variegata in queste due colorazioni, benché la punta fosse, di solito, bianca. Il muso era particolare, poiché presentava una banda di colore chiaro che circondava la base del naso, con una stella bianca al centro della fronte. Queste caratteristiche non erano evidenti nelle fotografie del cucciolo e non pareva che questo schema fosse comune ad altri marsupiali.

La particolarità di questa specie era evidente anche dall’esame delle ossa. Il cranio mostrava alcune somiglianze con quello del canguro di Doria, ma era più gradevolmente modellato e presentava differenze nei denti e nei foramina (gli orifizi del cranio). Le ossa degli arti presentavano anch’esse un’evidente differenza da quelle di ogni altro canguro arboreo che avessi esaminato. Gli arti principali di queste specie sono incredibilmente spessi e robusti. Devono esserlo perché tali animali saltano persino da altezze di venti metri giù dalle fronde degli alberi. Le ossa degli arti della nuova specie erano, al contrario, gracili, e simili per proporzioni a quelle dei canguri terrestri. Chiaramente questo animale non era in grado di spiccare balzi verso il basso da simili altezze.

Avrei scoperto in seguito che la nuova specie rappresentava un casi unico tra i canguri arborei, poiché trascorreva buona parte del suo tempo sul terreno, tra gli stentati arbusti e cespugli della regione alpina..

Neo frattempo, i nostri cacciatori, dopo tanti insuccessi, si erano avventurati ancora una volta in una regione più salta con i loro cani, mentre noi procedevamo a un passo più misurato sulle loro tracce, raccogliendo rane, esaminando piante e cercando tracce di animali più piccoli.

In quest’avventura Yonas e io formammo una specie di squadra specializzata nella ricerca di rane e invertebrati sotto i tronchi. (…)

*  *  *

Sfortunatamente non fu Yonas, ma un altro cacciatore lani di nome Obert a procurarci il tanto agognato esemplare.

Quella mattina Yonas e io stavamo svolgendo piuttosto bene il nostro lavoro in coppia  quando i nostro cacciatori apparvero nella nebbia guidati di Obert… che trasportava con aria trionfante un canguro arboreo sulle spalle. Era morto solo da poco tempo, spiegò.

Mentre Obert la portava verso di me, la creatura mi ricordava più un koala o un orsetto che un canguro. Aveva un aspetto così tenero e adorabile. In seguito, quando ne incontrai un esemplare vivente, avrei appreso che il suo comportamento è realmente mite.  I lani mi avevano riferito spesso che, quando i cacciatori lo incontrano, gli offrono alcune foglie particolari e questi si avvicina… a quel punto gli passano semplicemente un cappio attorno al capo e se lo portano via.

Questo straordinario animale è ben noto ai cacciatori che vivono nella regione più elevata delle Maokop. La tribù dei moni, che abita l’estremità occidentale della catena, lo conosce con il nome di Dingiso, un appellativo che alla fine gli concedemmo come nome volgare.  Lo facemmo più perché eravamo stanchi degli strambi e doppi nomi comuni (quali il canguro arboreo di Goodfellow) attribuiti alle altre specie di mammiferi della Nuova Guinea.  Volevamo dargli un nome di origine aborigena come koala o wombat, appellativi che, con il tempo, sono diventati familiari  anche per le orecchie occidentali.

Gli attribuimmo anche il nome scientifico di  Dendrolagus mbaiso. Mbaiso significa «l’animale proibito» in lingua moni, e ci servimmo di quel nome come tributo agli sforzi di conservazione dei moni tribali che hanno permesso alla specie di sopravvivere fino a oggi.

Il Dingiso rimane una specie comune nel territorio moni. Molti clan lo adorano come spirito antenato e rifiutano di dargli la caccia. Quando lo incontrano nella foresta, dicono, alza le zampe anteriori e fischia; dato che essi considerano un riconoscimento della sua ancestrale parentela con il popolo dei moni. Persino i loro cani, dicono, riconoscono la natura sacra di questa creatura e, quando ne vedono una, strisciano via sulla pancia. I biologi, razza molto più pragmatica dei moni, considerano in maniera differenti il comportamento del Dingiso, che identificano come il tipico gesto di minaccia dei canguri arborei. Tuttavia, non riescono a spiegarsi la reazione dei cani.

I Dani occidentali conoscono questa creatura con il nome di Wanun. Nei loro territori, che si trovano a oriente di quello dei moni, esso non è protetto da credenze tradizionali ed è, di conseguenza, estremamente raro. A pochi giorni di cammino dalla maggior parte degli insediamenti dani risulta già estinto.

Ora avevo prove sufficienti per descrivere ufficialmente la specie. Con la scoperta del Dingiso sentivo di aver raggiunto il culmine della mia carriera di biologo. Durante una decina d’anni circa, in cui avevo eseguito ricerche sui mammiferi della Melanesia, avevo scoperto sedici altre specie ignote alla scienza, e almeno quattordici sottospecie. Tra queste vi erano pipistrelli, opossum, bandicoot, wallaby e ratti giganti, oltre ad altre tre varietà di canguri arborei nessuna, tuttavia, era così inusuale quanto il Dingiso e nessuna aveva una storia evolutiva così interessante da raccontare.

Non ci sembra di dover aggiungere nulla al racconto di Tim Flannery sotto il profilo propriamente biologico; alcune considerazioni, invece, ci sembrano opportune da quello dell’atteggiamento etico sotteso ad un simile modo di intendere la scienza.

Anche se, a un certo punto, il ricercatore australiano definisce il Dingiso come una creatura tenera e dolce, egli è il tipico esponente di una scienza accademica che non ha alcun rispetto per la vita degli esseri che pretende di studiare, catalogare e descrivere. Per lui, è molto più importante aggiungere una tacca alla serie delle specie scoperte (diciassette, nel suo caso, nella sola Melanesia) che non considerare le altre specie viventi come altrettanto degne di vivere di quella umana; e, per farlo, è necessario esibire il cadavere dell’animale.

Si sarà notato che l’Autore, con una buona dose di cattiva coscienza, parlando del Dingiso e dei suoi strenui sforzi per “procurarsene” almeno un esemplare, non adopera mai la cruda espressione “ucciso”, ma altre, come l’eufemistico “individuato” o come l’ingannevole “catturato”. Nella sua pittoresca e colorita narrazione, non priva di autocompiacimento (non per nulla egli è diventato un personaggio famoso, in patria, grazie a una serie televisiva di soggetto naturalistco), sembra che la cosa essenziale si dissolva dietro la superba bellezza dei paesaggi evocati, la giovialità degli indigeni e l’euforia della ricerca scientifica: e cioè che quella descritta non è altro che una spietata battuta di caccia, con uomini e cani particolarmente addestrati, per consentire allo zoologo australiano di studiare con tutto l’agio e, possibilmente, di mettere in vetrina, in un museo di scienze naturali, la sua ambitissima preda.

Non insisteremo oltre sulla saggezza di questo dare la caccia a morte ad una specie già estremamente rara, e minacciata, oltretutto – come lo stesso Autore ci dice – dall’avanzata delle ruspe e dei bulldozer di una grande compagnia mineraria, che fa allontanare gli indigeni come un noioso intralcio ai suoi profitti economici, distrugge sistematicamente la foresta per costruire strade, cittadine artificiali e importare perfino le essenze arboree, in modo da cancellare anche il ricordo del paesaggio naturale di una delle ultime foreste pluviali del nostro pianeta. Tutte queste cose le abbiamo già viste infinite volte, specialmente nel corso del XIX secolo; per cui, alla fine del XX e all’inizio del XXI, speravamo che qualcosa fosse cambiato, almeno nella mentalità degli uomini di scienza, se non in quella degli affaristi.

Ma, evidentemente, non è così.

Vogliamo invece richiamare l’attenzione sulla procedura ritenuta necessaria perché la scienza accademica “certifichi” l’avvenuta scoperta di una nuova specie animale.

Innanzitutto, notiamo che di una scoperta si può parlare solo dal punto di vista degli occidentali, dal momento che le popolazioni indigene, quasi sempre, sono perfettamente a conoscenza dell’esistenza delle specie in questione. Nel caso specifico, non solo i moni della Catena Centrale della Nuova Guinea Occidentale erano informati, da sempre,  circa l’esistenza del Dingiso, ma si astenevano dal dargli la caccia perché lo ritenevano uno spirito antenato. Per inciso, ciò dimostra – e non è certo la prima volta – la maggiore umanità di questi “primitivi” della foresta, rispetto all’uomo civilizzato; il quale sorride, sì, delle loro credenze, e ritiene di saper correttamente interpretare il comportamento del canguro arboricolo in termini rigorosamente razionali; salvo il fatto di non essere in grado di spiegare perché non solo i moni, ma anche i loro cani si rifiutano di dare la caccia al piccolo canguro, strisciando sulla pancia invece di aggredirlo.

Ma alla scienza accademica non basta una fotografia: essa pretende un cadavere.

Certo, avere a disposizione dei cadaveri è il solo modo per studiare a fondo lo scheletro e gli organi interni di un essere vivente. Non si dica, però, che l’ultima generazione di giovani biologi è più sensibile ai problemi ecologici e più attenta alle sofferenze degli animali, di quelle delle epoche precedenti. 

L’ambizione di poter dare il nome a una nuova specie classificata – magari il proprio nome – era e rimane pur sempre la molla principale di codesti scienziati. Per loro, la vita o la morte dell’animale sono una questione insignificante; così come lo sono le sue sofferenze. Trappole,  lacci, tagliole si affiancano alla caccia con i cani e con le armi per impadronirsi del corpo dell’animale: perché l’animale, per essi, non è altro che un corpo. Nessuna meraviglia, del resto: per una scienza materialista e riduzionista, come quella occidentale moderna, tutti i viventi non sono altro che corpi, uomo  compreso.

Per i nostri scienziati, quello che conta non è che animali come il Dingiso, sfuggiti finora – quasi miracolosamente – alla distruzione sistematica della natura operata dall’uomo “civile”, esista e possa continuare a sopravvivere, possibilmente nel suo ambiente naturale e non dietro le sbarre di una gabbia in qualche triste zoo. No: per essi, quello che conta è poter aggiungere un altro nome al catalogo di Linneo, anche se, per farlo, devono avvicinare quella determinata specie alla soglia già probabile di una prossima estinzione.

Si tratta, pertanto, di una scienza di morte e non di una scienza di vita; di una scienza senza cuore e senz’anima: la stessa che sottopone a orribili torture migliaia e migliaia di cavie nei laboratori di tutto il mondo, dove studiosi senza coscienza, se non decisamente sadici, asportano il cervello di scimmie o ratti un pezzetto alla volta, oppure studiano in quanto tempo sopraggiunge la morte, allorché viene impedito a una cavia di dormire; o in quanto tempi sopraggiunge la pazzia, se essa viene costretta ad introdursi in diabolici labirinti per poter raggiungere il cibo di cui è disperatamente affamata.

Sì, lo ammettiamo: da questi giovani biologi, così dinamici e democratici, così politicamente corretti, così progressisti da voler dare alle specie animali da loro scoperte dei nomi indigeni piuttosto che i soliti, barbosi nomi della nomenclatura ufficiale, ci saremmo aspettati qualche cosa di meglio.

Ma tant’è: dall’albero si riconoscono i frutti.

Una scienza senza amore e senza compassione, che si pone di fronte alla natura come il giudice di fronte all’imputato; che interroga, ma si dà da se stessa le risposte; che non sa ascoltare, perché non sa porsi con un minimo di umiltà davanti allo splendore dell’Essere: una tale scienza non può che produrre scienziati piccoli, ambiziosi e crudeli. Di quella particolare crudeltà che nemmeno si accorge d’essere tale, tanto è presa da altri pensieri e altri obiettivi.

Crudele come il ragazzo che, per il solo gusto di farlo, ruba le uova nel nido dell’uccello, prende a sassate le lucertole o tortura a morte un povero rospo ferito, sorpreso sulle rive di un ruscello o di uno stagno.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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