lunedì, 21 Giugno 2021
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Quando ippopotami e leoni delle caverne passeggiavano in Trafalgar Square

Uno degli aspetti più affascinanti della geologia e della paleontologia è lo scenario che tali scienze offrono all’immaginazione dello studioso di Francesco Lamendola

Uno degli aspetti più affascinanti della geologia, e, più ancora, della paleontologia, è lo scenario che tali scienze offrono all’immaginazione dello studioso, allorché questi riflette su quali enormi, radicali trasformazioni si sono verificate nel paesaggio naturale, quale noi oggi lo conosciamo e consideriamo familiare, nel corso di milioni e milioni di anni.

Quando camminiamo per una strada, osserviamo degli edifici, ammiriamo i fiori e le piante rampicanti dei giardini, oppure rivolgiamo lo sguardo al traffico ed al convulso, frenetico agitarsi della vita moderna, restiamo come folgorati da un pensiero improvviso: queste pietre, questo asfalto, questo cemento, un tempo non c’erano; non c’era la città, non c’erano gli uomini, né alcuna altra traccia della loro civiltà e della loro presenza; c’erano solo boschi, fiumi, vallate e montagne dall’aspetto selvaggio, popolate da una strana vegetazione e da animali ancora più strani, ancora più diversi da quelli che vivono ai nostri giorni.

In un libro di Camille Flammarion, «Il mondo prima della creazione dell’uomo», un grosso volume ingiallito dal tempo e pieno di incisioni incredibilmente affascinanti (tradotto in italiano dall’editore milanese Sonzogno nel 1886), c’era, fra le altre, l’illustrazione di un dinosauro che si affaccia alle finestre del terzo piano d’una casa, poggiando le zampe anteriori sui balconi, nel bel mezzo d’una città moderna. L’artista aveva voluto fare quel confronto per suggerire al lettore, con evidenza immediata, quanto fossero colossali le dimensioni di quelle antiche creature: di fatto, aveva realizzato un’opera decisamente surreale, che pareva uscita da un romanzo di fantascienza o dalla sbrigliata fantasia di un pittore dalla immaginazione quasi allucinata…

Eppure, noi siamo convinti che molti geologi abbiano scelto il loro campo di studi proprio sotto l’effetto – magari inconscio, o parzialmente dimenticato – di uno stimolo di questo genere, di una suggestione infantile, un racconto, una immagine: perché le scienze naturali, un tempo, erano presentate sovente in una luce divulgativa che non disprezzava affatto gli artifici atti a colpire fortemente l’immaginazione, né aveva il minimo complesso accademico e professorale, di doversi presentare, sempre e comunque, nelle vesti spoglie ed asettiche – ma diciamolo pure, talvolta un po’ scostanti – della Scienza con la “s” maiuscola, ossia senza nulla concedere alla fantasia, ma solo ostentando formule, schemi, grafici e tabelle, insieme a una valanga di dati, di cifre, di note e di rimandi.

La geologia è la scienza del nostro pianeta della sua storia, delle sue trasformazioni, ma anche del tempo e del suo enorme, pauroso trascorrere: il Tempo come realtà incombente, onnipotente, quasi incomprensibile per la sua smisurata estensione; che cosa mai sono i pochi anni della nostra vita, in confronto ai milioni e ai miliardi di anni di vita della Terra? Che cosa ne è dei nostri ricordi d’infanzia, in confronto alle incessanti trasformazioni del paesaggio, che vedono innalzarsi grandiose catene di montagne, là dove vi erano mari e lagune, o che vedono aprirsi mari ed oceani ove esistevano delle compatte masse continentali; che portano il gelido clima polare là dove crescevano le felci e le palme, e che congelano per sempre, sotto strati di ghiaccio alti migliaia di metri, i fiumi e gli stagni ove nuotavano pigramente pesci tropicali, ippopotami e coccodrilli? Che cosa ne è stato del gattino o del cagnolino, che furono i compagni di giochi della nostra infanzia, quando gli abissi del tempo hanno ingoiato prima i dinosauri, indi i megateri e i grandi rinoceronti lanosi, che pascolavano ove ora sorgono le nostre città, e i leoni delle caverne, che si aggiravano fra le rocce, là ove adesso la mano dell’uomo ha creato, per il diletto e per lo studio, un giardino botanico, un acquario o, magari, un museo di scienze naturali, nelle cui sale si possono ammirare i loro resti fossili?

Scrive L. Beverly Halstead  in «Dinosauri e vita preistorica» (titolo originale: «Dinosaurs and Prehistoric Life», Glasgow, Harper Collins Manifacturing, 1989; traduzione dall’inglese di Diego Maria Rossi, Milano, Garzanti/Vallardi, 1991, pp. 222-23):

«NELLE VISCERE DI TRAFALGAR SQUARE.

Prima dell’ultima glaciazione, il clima europeo era ben più caldo di quanto non sia oggi. Nel 1957, nel corso di lavori di scavo in Trafalgar Square, nel cuore di Londra, un gruppo di esperti di conchiglie, di piante e di mammiferi fossili esaminò i resti rinvenuti in quell’occasione: 13.000  molluschi gasteropodi e bivalvi e 150 tipi di vegetali. In quel tempo preistorico, alcuni molluschi vivevano sui prati asciutti, altri fra i cespugli dei terreni acquitrinosi. Vi erano numerosi tipi di coleotteri, tra cui gli scarabei stercorari, il coleottero delle rose, i carabidi e i ditischi.

Lungo le rive del Tamigi crescevano un tempo le canne e i giunchi d’acqua, le castagne d’acqua e le ninfee gialle, nonché aceri tipici dell’Europa meridionale, “Corilus”[cioè il comune nocciolo, “Corilus avellana”] e cespugli di biancospino.

Tra i fossili sono stati rinvenuti denti di elefante a zanne diritte. Tra gli erbivori menzioniamo l’uro, o “Bos primigenius”, l’alce, il daino e perfino il rinoceronte. In acqua sguazzavano gli ippopotami: durante questo periodo, infatti, a partire dall’Africa si diffusero verso Nord fino a raggiungere l’Inghilterra. E c’erano ancora orsi, iene, e leoni delle caverne che, per coincidenza, coabitavano con i leoni di Landseer trovati sotto Trafalgar Square [n. b.: non si tratta di una specie di leoni preistorici ma semplicemente di quattro famosi leoni in bronzo realizzati da Sir Edwin Landseer, pittore e scultore dell’epoca vittoriana, nato a Londra nel 1802 e ivi deceduto nel 1873]; da quanto si può dedurre dai dipinti trovati all’interno delle caverne, i leoni maschi non possedevano la criniera.»

Ed è proprio questo effetto psicologico, che rende così affascinante lo studio della geologia e della paleontologia: il salto all’indietro nel tempo, così indietro da giungere fino agli estremi confini dell’immaginazione; perché è quasi impossibile arrivare realmente a immaginare un tempo in cui, dove oggi si innalzano superbamente le montagne e vi è un clima di tipo alpino, o continentale, vi fu un tempo in cui, nei medesimi luoghi, vi erano mari tropicali e scogliere coralline, con le felci che stormivano al vento e libellule gigantesche che si libravano tra le fronde.

La nostra mente non è adatta a pensare così in grande: già si smarrisce, o quasi, allorché, dopo un’assenza di molti anni, noi torniamo sui luoghi della nostra infanzia ed essa non trova più le cose custodite nella memoria, le case, i giardini, i negozi, ma vede tutto mutato, sopraelevate e rotonde stradali, fabbriche e capannoni, parcheggi e centri commerciali. Per non parlare delle persone: non solo tendiamo a turbarci non vedendo più le persone che abitavano in quei luoghi, e che erano rimaste ben vive nel nostro ricordo, sempre uguali a se stesse; ma ancor più ci confondiamo scoprendo che il loro posto è stato occupato  da un’altra umanità, quasi fosse avvenuta una mutazione antropologica e sociologica. Bambini che camminano giocando con il loro smartphone o il loro tablet, e numerosissimi immigrati stranieri, provenienti da chissà quali lontani paesi, hanno sostituito l’umanità a noi familiare, portando con sé nuove abitudini e nuovi modi di pensare, di sentire, di mangiare, di pregare, di amare.

Che cosa sono, in confronto a questo cambiamenti che si possono registrare sulla modesta scala temporale degli anni o dei decenni, le fantastiche, inimmaginabili trasformazioni che caratterizzano la storia geologica e paleontologica del nostro pianeta? Che cosa sono civiltà pur millenarie, come quella dei faraoni, o quella di Roma, al paragone dei milioni e miliardi di anni, quando l’Africa e l’America erano due continenti ancora uniti, o quando le Alpi, l’Himalaya e la Cordigliera delle Ande non esistevano ancora? Eppure, il geologo e il paleontologo maneggiano continuamente simili cifre, e parlano, come se fosse la cosa più naturale del mondo, delle decine e delle centinaia di milioni d’anni, quasi che simili numeri, a loro, non facessero nessunissima impressione.

Questo, effettivamente, è un pericolo. Così come il fatto di stare tutto il girono in mezzo ai morituri e ai cadaveri rappresenta un pericolo per il medico chirurgo, perché la sua sensibilità e la sua affettività rischiano di ottundersi, quale reazione difensiva davanti agli assalti di una commozione che potrebbe rendere incerta la sua mano, e sconvolgere atrocemente il suo cuore, allo stesso modo il geologo rischia di smarrire il senso della enormità del tempo, con tutte le implicazioni che ciò comporta, forse proprio per difendersi dal senso di vertigine che gli verrebbe da una consapevolezza troppo nitida, troppo acuta, di quella enormità temporale, rispetto alla quale gli esseri umani sono poca cosa e rischiano quasi di scomparire.

È un rischio, perché lo scienziato, in questo modo, si abitua un po’ troppo alle cose straordinarie e piene di significato che costituiscono il suo oggetto di studio; e, in tal modo, egli potrebbe perdere lo stupore, la commozione, tutto ciò che dovrebbe renderci riverenti davanti al mistero insondabile rappresentato da ciò che è troppo più grande di noi. Il mistero del tempo non è solo un mistero quantitativo, non è solo questione di grandezze; è anche, come ogni vero mistero, di tipo qualitativo: mette in crisi la nostra superficiale sicurezza, l’ingenua baldanza con la quale ci poniamo di fronte alla enorme complessità del reale. Quando vediamo un geologo parlare, in un programma televisivo, dei milioni di anni che ci separano dal tempo in cui visse una determinata specie d’animali o di piante, e lo fa con quel lieve sorriso di superiorità, di fatto ciò a cui assistiamo è una forma di auto-rassicurazione, quasi un esorcismo: è come se costui volesse esorcizzare la propria piccolezza e fragilità, parlando di quei numeri enormi con ostentata disinvoltura, come se ne potesse disporne a piacimento, solo perché la scienza li ha calcolati.

Ecco il grande equivoco:lo scienziato è colui che sa descrivere i fenomeni, e, in alcuni casi, sa perfino predirli; ma non ne conosce l’intima essenza. Può solo dire come avvengono, in presenza di quali circostanze, e perché; non sa dire che cosa siano i componenti chimici dai quali scaturisce una determinata reazione, non sa descriverli se non per mezzo di un confronto con altri elementi chimici e con altre reazioni. Dovrebbe essere, quindi, un signore estremamente umile: ben consapevole di essere un dignitoso esploratore delle superfici, ma non delle profondità; di poter arrivare a conoscere non l’essenza delle cose, ma solo la loro apparenza, il loro manifestarsi (e anche questo, solamente nei casi più fortunati, che sono relativamente rari in confronto ai casi dubbi, confusi, incerti, nei quali egli deve accontentarsi, giocoforza, di un sapere puramente congetturale e probabilistico).

La stessa cosa si vede benissimo nella psicologia, nella psichiatria e specialmente nella psicanalisi (ammesso che quest’ultima meriti il nome di scienza). A forza di stare a contatto con persone che sono portatrici di gravi disfunzioni della mente, lo studioso finisce per rendersene immunizzato, fra le altre cose, teorizzando che la malattia, e non la salute, sia la condizione abituale della vita psichica di tutti gli esseri umani; il che lo porterà facilmente ad assumere un punto di vista disumano nei confronti dei problemi umani, perché tale è l’inevitabile approdo di una filosofia che parta dall’assioma della universale pazzia umana. Anche qui, lo studioso rischia di diventare un cinico dalla sensibilità ottusa e dall’etica relativista, che ha smarrito lo stupore davanti al mistero dell’anima umana (e infatti ha finito per eliminare perfino il concetto di “anima” dalla sua mappa concettuale e dal suo stesso vocabolario).

Ricordiamo il celebre aforisma di Albert Einstein, uno dei massimi scienziati d’ogni tempo: «Chi non riesce più a provare stupore e meraviglia davanti alla magia della vita, è come se fosse già morto; ed è come se i suoi occhi non fossero più capaci di vedere le cose». È bene, quindi, anzi, è necessario che lo scienziato, come qualunque altro essere umano, provi stupore e meraviglia davanti al superbo spettacolo di ciò che esiste. Per lo scienziato, tale spettacolo è rappresentato dal mondo della natura; per l’artista e il musicista, dal mondo dell’armonia e della bellezza; per lo scrittore e il poeta, dalla magia evocatrice della parola; per il filosofo e il teologo, dalle profondità abissali dell’intellegibile, di ciò che può essere conosciuto e compreso dall’intelletto; per lo spirito religioso, infine, dalla presenza di Dio.

Tale presenza può essere percepita anche dallo scienziato, l’artista, il musicista, lo scrittore, il poeta, il filosofo e il teologo, che la esprimeranno ciascuno a suo modo: come una preghiera universale…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 20 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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