giovedì, 23 Settembre 2021
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Uova di dinosauro a decine di migliaia nel sito patagonico di Auca Mahuevo

La Patagonia fin dai tempi del viaggio di Charles Darwin riveste una importanza notevole per la storia delle antiche forme di vita sulla Terra di Francesco Lamendola  

La Patagonia, fin dai tempi del viaggio intorno al mondo di Charles Darwin a bordo del Beagle, negli anni Trenta del XIX secolo, riveste una importanza notevole per la storia delle antiche forme di vita sulla Terra. Nei suoi strati rocciosi delle passate epoche geologiche, infatti, giacciono conservati resti fossili di animali che costituiscono un contributo inestimabile alle nostre attuali conoscenze sulla fauna che si aggirava, milioni di anni fa, in quel settore dell’antico super-continente meridionale chiamato Gondwana; e, poi, dopo che il Sud America si fu separato dai blocchi dell’Africa, dell’Antartide (e, attraverso quest’ultima, dell’Australia), anche della fauna che continuò a prosperarvi fino all’ultima grande glaciazione e al termine di essa.

Ci siamo già occupati della fauna post-glaciale della Patagonia a proposito dei tardigradi che la popolavano ancora in epoca storica, contemporaneamente all’uomo: tanto è vero che i resti fossili del bradipo gigante sono stati rinvenuti nel sito della Baia di Ultima Esperanza, presso lo Stretto di Magellano, all’interno di una caverna che porta segni inequivocabili della presenza umana (cfr. il nostro precedente articolo Il milodonte della Patagonia e il mistero della sua scomparsa, sempre sul sito di Arianna Editrice). Anzi, alcuni paleontologi hanno avanzato l’ipotesi che sia stato proprio l’uomo il responsabile della scomparsa di questa specie di bradipi giganti terricoli; così come vi sono alcuni scienziati che tendono ad attribuire all’uomo una responsabilità, quanto meno indiretta, nella estinzione relativamente rapida del mammut del Nordamerica e degli altri grandi animali lanosi dell’ultimo periodo postglaciale (cfr. Francesco Lamendola, Fu l’uomo a causare l’estinzione dei grandi animali lanosi del Nord America?, anch’esso sul sito di Arianna).

Ora vogliamo  risalire ancora più indietro nel tempo, dall’ultima fase del Quarternario fino al Terziario, l’era dei dinosauri: perché, appunto, una spettacolare scoperta avvenuta in Patagonia, nel novembre del 1997, ha permesso di gettare nuova luce sulla vita dei grandi rettili che popolavano quelle estreme regioni del continente americano circa 80-70 milioni di anni or sono, nel periodo Cretaceo (che inizia 144 e termina 65 milioni di anni fa).

Nella località della Patagonia nord-occidentale di Auca Mahuevo, ai piedi della Cordigliera delle Ande, due paleontologi statunitensi, L. M. Chiappe e L. Dingus, hanno scoperto un gigantesco terreno di cova, un’area estesissima pullulante di decine di migliaia di uova deposte dai giganteschi sauropodi vissuti parecchie decine di milioni d’anni or sono. Per la prima volta, in tutta la lunga e straordinaria storia della paleontologia, gli scienziati hanno avuto la possibilità di studiare un  numero così grande di uova di dinosauro perfettamente conservate, tanto da poterne osservare agevolmente gli embrioni. Si è trattato di un avvenimento davvero eccezionale, del quale – ci sembra – non si è parlato abbastanza e che è rimasto, ancora una volta, confinato prevalentemente nel dibattito fra specialisti, senza coinvolgere – come sarebbe stato auspicabile –  un vasto pubblico di “profani”.

Ma chi erano i due paleontologi americani , autori di una così sensazionale scoperta?

Luis M. Chiappe era il direttore del Dipartimento paleontologia dei vertebrati presso il Natural History Museum di Los Angeles; autore di numerose pubblicazioni scientifiche ed articoli su riviste specializzate, aveva già condotto numerose campagne di ricerca sia in America che in Asia (fino a quel momento, la “terra promessa” degli studiosi dei dinosauri era considerato il Deserto del Gobi, a cavallo fra la Cina e la Mongolia). Il suo collega, Lowell Dingus, era un ricercatore associato presso il Dipartimento di paleontologia dell’American Museum of Natural History di New York, nonché  presidente di Info Quest, una associazione – senza scopo di lucro – impegnata nella ricerca e nella divulgazione scientifica; e autore, anche lui, di numerosi saggi di tipo prevalentemente divulgativo, in particolare destinati a un pubblico giovanile.

Come abbiamo detto, la scoperta delle uova di Auca Mahuevo, benché altamente spettacolare, non è stata affatto la prima a portare la Patagonia alla ribalta delle cronache della paleontologia. Già Darwin era rimasto perplesso davanti alle ossa gigantesche da lui scoperte in quelle estreme regioni meridionali del pianeta; cosa che aveva contribuito non poco ad orientare la sua concezione biologica in senso evoluzionista, anche se ancora in modo indistinto.

Non sarà male, pertanto, ricapitolare la storia delle principali scoperte di fossili avvenute in Patagonia fra il 1833 e gli ultimi anni del XX secolo, lungo un arco di tempo di oltre centocinquant’anni; anche perché l’Argentina ha avuto alcuni paleontologi di fama internazionale, che hanno validamente contribuito alla interpretazione dei resti di antichi animali per chiarire le vicende della fauna americana nelle passate epoche geologiche, chiarendo problemi importantissimi della antica fauna terrestre.

Scrivono, dunque, Luis M. Chiappe e Lowell Dingus in Uova di giganti. Storia di una straordinaria scoperta nella terra dei dinosauri (titolo originale: Walkings on eggs, , 2001; traduzione italiana di Rosaria Contestabile, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2002, pp. 21-27):

L’Argentina e altre zone del Sudamerica rivestirono un ruolo importante nella teoria dell’evoluzione per selezione naturale di Charles Darwin Tra il 1833 e il 1836, il Beagle ancorò sulle spiagge meridionali dell’Argentina. A Bahìa Blanca, Darwin esplorò le spiagge e raccolse fossili di mammiferi dell’era glaciale,  rimanendo sbalordito dal contrasto tra la fauna esistente e quella estinta. In un’area di 170 mq. di argilla rossastra e scogliere di ghiaia prospicienti la spiaggia, Darwin e i suoi collaboratori scoprirono fossili di enormi mammiferi. I ritrovamenti comprendevano diverse specie di bradipi giganti e un gliptodonte, animale simile all’armadillo, quasi interamente rivestito di una corazza  ossea disposta in piccole placche poligonali. Alcuni gliptodonti arrivavano a poco meno di 2 m di lunghezza e assomigliavano a piccoli cari armati. I bradipi giganti, di cui Darwin ricuperò uno scheletro quasi completo, erano anch’essi enormi,  superando persino i 3 m di altezza.

Darwin, insieme ad altri membri dell’equipaggio del Beagle si spinse ancora più a sud, fino a Puerto San Julian, dove trovò strati di roccia in cui erano conservati scheletri di ostriche con un diametro che poteva raggiungere i 30 cm e conchiglie di altre creature marine. Le ricerche successive dimostrarono che quegli animali avevano vissuto più di 20 milioni di ani prima, quando gran parte della Patagonia era sommersa da un mare poco profondo. In altri strati rocciosi, più superficiali rispetto a quelli in cui si erano fossilizzate le ostriche, Darwin scoprì lo scheletro privo di cranio di un mammifero terrestre. Dopo essersi imbarcato alla foce del fiume Santa Cruz, a sud del porto di San Julian, l’equipaggio intraprese un viaggio  di tre settimane nell’entroterra della Patagonia. Il gruppo si spinse fino ai piedi delle Ande prima di tornare sui propri passi verso la costa atlantica. Forse, se Darwin avesse avuto più tempo per esplorare la regione, avrebbe scoperto che essa custodiva uno dei più grandi tesori di mammiferi e dinosauri fossili conosciuti al mondo, insieme a quelli della Mongolia, della Cina e della parte occidentale  delle Grandi Pianure del Nordamerica.

I primi fossili di dinosauro della Patagonia a riscuotere l’attenzione della comunità scientifica furono scoperti da un ufficiale dell’esercito argentino, il capitano Buratovich, vicino alla città di Neuquén nel 1882. La regione si trova solo 160 km a sud del luogo delle nostre scoperte [ossia la località di Auca Mahuevo, nota nostra]. Buratovich fu inviato in Patagonia per conquistare le terre abitate dalle popolazioni indigene e, come altre deplorevoli campagne militari  in altri paesi, anche questa si concluse con lo sterminio sistematico di gran parte delle tribù della Patagonia.

Tra le ossa ritrovate da Buratovich vi erano vertebre della coda e costole che Florentino Ameghino, illustre paleontologo argentino e scienziato di fama internazionale, identificò come appartenenti a dinosauri. In Argentina Ameghino è noto come «il padre della paleontologia dei vertebrati». La notizia e la pubblicazione della scoperta nel 1883 diedero vita a un’ulteriore ondata di ricerche. Florentino mandò il fratello minore, Carlos, un esperto raccoglitore di fossili avvezzo ai rigidi inverni della Patagonia meridionale a cercare altri reperti. All’incirca nella stessa epoca un museo fondato di recente a La Plata, una città situata 64 km a sud di Buenos Aires, ingaggiò un altro famoso raccoglitore, Santiago Roth. Roth era uno studioso svizzero che si occupava sia di dinosauri e di mammiferi fossili che di geologia della Patagonia. In trent’anni Roth e altri scienziati collezionarono importanti reperti fossili di dinosauri e altri esemplari dell’antica fauna della zona di Neuquén.

Nel secolo successivo fossili di dinosauro furono scoperti in diverse parti dell’Argentina. Risalivano tutti all’era mesozoica: un intervallo di tempo geologico spesso chiamato «età dei grandi dinosauri». Il Mesozoico è diviso in tre periodi: il Triassico che si estende  da circa 250 milioni a 206 milioni di anni fa; il Giurassico che iniziò alla fine del Triassico e si concluse circa 144 milioni di ani fa; e il Cretaceo, il periodo finale, che copre un intervallo di tempo  compreso tra 144 e 65 milioni di anni fa.

Nel 1884 alcune ossa scoperte da Roth furono inviate a Richard Lydekker, un famoso paleontologo britannico. Lo studio scientifico dei dinosauri era agli albori, anche se da secoli se ne collezionavano fissili che con molta probabilità  avevano ispirato la creazione di tante figure mitologiche, come il grifone. In termini scientifici i dinosauri erano stati identificati per la prima volta come rettili estinti nel secondo decennio dell’Ottocento, in Inghilterra. Ancora nel 1880, tuttavia, erano pochi gli scheletri di dinosauro a essere stati scoperti, raccolti e studiati. Ciononostante Lydekker identificò i resti trovati da Roth come appartenenti a esemplari di titanosauri, dinosauri giganti dal collo lungo ed erbivori, del gruppo dei sauropodi. Lydekker notò la notevole somiglianza tra queste ossa di dinosauro trovate in Patagonia e altre rinvenute in rocce dell’India risalenti a 70 milioni di anni fa, che appartenevano a un titanosauro che aveva denominato Titanosaurus indicus, cioè indiano. Ritenendo la specie della Patagonia e quella indiana strettamente imparentate, ribattezzò la specie della Patagonia Titanosaurus australis, cioè meridionale. Studi successivi dimostrarono che le ossa identificate da Lydekker non erano poi così simili a quelle del titanosauro indiano, e che invece appartenevano a un titanosauro diverso e più antico trovato nell’unità rocciosa del Creatceo detta formazione del Rio Colorado, risalente a 80 milioni di anni fa. Era la stessa unità rocciosa in cui si trovavano i fossili che scoprimmo noi più di un secolo dopo.

Lidekker fu anche il rimo paleontologo a riconoscere la presenza di dinosauri teropodi carnivori in Patagonia, basandosi su frammenti di scheletri fossili. A cavallo del secolo, un altro paleontologo britannico, Arthur Smith Woodward, studiò uno scheletro più completo, anche se sempre frammentario, di un terapode della Patagonia. Tra i resti vi erano frammenti delle imponenti mascelle, che furono rinvenute da Santiago Roth in rocce del periodo cretaceo provenienti dalla provincia di Chubut. Anche se Woodward gli diede il nome di Genyodectes serus, la sua natura frammentaria ci impedisce di identificarlo più precisamente, se non come uno dei grandi terapodi carnivori.

Tea i ritrovamenti effettuati nel primo decennio del Novecento c’erano i frammenti della mascella inferiore di un dinosauro munito di corna, imparentato con il Triceratops e con esemplari molto simili, provenienti dalle rocce del tardo Cretaceo di Chubut. Restano ancor oggi gli unci ritrovamenti ossei di dinosauro munito di corna realizzati in Sudamerica. Sebbene le condizioni frammentarie del reperto abbiano sollevato dei dubbi circa la sua identità, la scoperta di impronte di dinosauri muniti di corna in Bolivia ha suffragato questa ipotesi. Va detto comunque che la forma delle impronte subisce forti variazioni a seconda che l’animale abbia camminato sulla sabbia o sull’argilla bagnata o asciutta, e ciò ne diminuisce l’attendibilità nell’identificazione degli animali estinti.

Santiago Roth e altri raccoglitori del Museo di la Plata realizzarono una delle più complete collezioni antiche di dinosauri. Ma l’importanza dei fossili di dinosauro argentini fu riconosciuta a livello internazionale solo negli anni Venti, quando un paleontologo tedesco, Friedrich von Huene, uno dei più eminenti esperti di fossili dell’inizio del XX secolo, pubblicò diversi studi circostanziati. Von Huene documentò che in Patagonia era vissuta un’ampia varietà di dinosauri, tra cui terapodi carnivori, sauropodi giganti e dinosauri muniti di corna. Stranamente, però, invece di favorire ulteriori raccolte e ricerche, il lavoro embrionale di von Huene arrestò le indagini scientifiche in Argentina fino alla fine degli ani Cinquanta.A quel punto, un biologo argentino che si occupava di evoluzione, Osvaldo Reig, iniziò un programma di raccolta di durata pluriennale nell’inospitale ambiente, costituito da rocce del Triassico, dell’Argentina nordoccidentale.  Tra i numerosi fossili di vertebrati scoperti e studiati durante le spedizioni di Reig vi erano quelli del primitivo dinosauro carnivoro Herrerasaurus, uno dei più antichi dinosauri conosciuti. Nel 1963 Reig descrisse lo scheletro di questo minaccioso carnivoro lungo 3 m.

José Bonaparte, un paleontologo argentino molto attivo, che ancora oggi sta scoprendo e studiando nuovi dinosauri nel paese, proseguì l’opera di Reig. Bonaparte e i suoi collaboratori, tra cui spesso figurava Luis, esplorarono i vasti strati rocciosi della Patagonia contenenti fossili di dinosauro. Queste équipe scoprirono le prime uova e i piccoli appena nati del Ttriasico a Santa Cruz, la prima famosa serie di dinosauri del Giurassico a Chubut e una miriade di dinosauri a Rio Negro e Neuquén.

L’esplorazione sistematica dei sedimenti della Patagonia ricchi di resti fossili di dinosauri, iniziata da Bonaparte, oggi è nelle mani dei suoi studenti ed ex allievi, come Luis, che attraverso spedizioni argentine e internazionali stanno dipanando i segreti della storia dei dinosauri in questa regione. Anzi, in Argentina la paleontologia dei vertebrati è diventata una discipline scientifiche più riconosciute a livello internazionale.

Di grande importanza per la nostra spedizione fu l’identificazione, da parte di Bonaparte e del suo ex allievo Fernando Novas, di un nuovo gruppo di grandi dinosauri carnivori chiamati abelisauri. Lo scheletro più completo e spettacolare apparteneva al Carnotaurus,un bipede lungo 9 m che presentava un cranio allungato con corna pronunciate sopra gli occhi. Gli arti superiori, corti rispetto al resto del corpo, fecero nascere dubbi sulla loro funzione, ammesso che ne avessero una.

L’eccezionalità della spedizione del 1997 (replicata dai due scienziati americani un anno e mezzo dopo, nel marzio del 1999, cui ne è seguita una terza, nel marzo del 2000)) consiste nel fatto che, per la prima volta nella storia della paleontologia, è stato possibile sapere quale fosse l’aspetto dei dinosauri al momento della nascita. Le ossa degli embrioni rinvenuti, lunghe da 7, 5 a 10 cm ed appartenenti agli arti inferiori, erano le prime mai rivenute di questo genere. Se ne è dedotto che i piccoli di dinosauro, al momento della nascita, dovevano essere lunghi circa 30 cm., ossia meno di un’orma dei loro genitori. È probabile che diversi adulti sorvegliassero il perimetro del terreno di cova, per proteggere i nascituri dalle aggressioni di qualche predatore.

La spedizione americana è giunta anche alla conclusione che i sauropodi si riunivano in grandi branchi per deporre le uova nel soffice sostrato della pianura alluvionale di Auca Mahuevo, scavata da un antico torrente. Il fatto che un numero così imponente di uova e di embrioni ci siano pervenuti pressoché intatti si deve alla circostanza che essi furono seppelliti – e, quindi, conservati –  dalle inondazioni nella colonia di cova, dovute a una ondata di piogge torrenziali. Oggi il clima della Patagonia è molto secco e il territorio prevalentemente arido; ma, 80 milioni di anni fa, era assai più piovoso e caratterizzato da una ricca vegetazione di alberi ad alto fusto, tra cui i progenitori delle odierne araucarie. Ancora adesso, peraltro, i violenti acquazzoni che si abbattono sulle pendici delle Ande possono gonfiare improvvisamente i torrenti ed i fiumi semi asciutti e conferire loro una potenza distruttiva enorme.

Le specie di dinosauri più diffusi in Patagonia durante il Cretaceo erano l’Argentinosaurus, un enorme titanosauro che poteva raggiungere la lunghezza complessiva di 36 m e una cui singola vertebra misurava oltre  un metro e mezzo; il Saltasaurus, molto più piccolo (si fa per dire), lungo circa 9 m, il cui corpo era protetto da una corazza di placche ossee grandi e piccole; il terribile Carnotaurus, lungo “solo” 7,5 m e munito di corna, appartenente alla famiglia degli abelisauri, predatore dei dinosauri erbivori; e il più piccolo Aucasaurus, appartenente alla medesima famiglia, ma privo di corna pronunciate.

Gli scienziati americani hanno ipotizzato che gli abelisauri, per poter cacciare i grandi sauropodi erbivori, si riunissero in branchi. La cosa è stata loro suggerita dalla disposizione delle impronte, non solo in Sud America ma anche altrove (per esempio, nel sito del fiume Paluxy, nel Texas), che mostrano la sovrapposizione dei sentieri battuti dai sauropodi e di quelli percorsi dai teropodi; riconoscibili, questi ultimi, dalle loro orme simili a quelle degli uccelli. Pertanto, se i sauropodi viaggiavano in branchi, anche i grandi teropodi dovevano cacciare le loro prede in gruppo; un po’ come fanno le iene, oggi, nella savana africana, quando vanno a caccia di prede molto più grosse di loro, come zebre, bufali e gnu.

Concludendo, i ritrovamenti nel sito di Auca Mahuevo hanno spalancato una preziosa finestra sul passato geologico del nostro pianeta. Fra 80e 70 milioni d’anni fa, alcune centinaia di femmine di sauropodi si riunirono nel bacino alluvionale  e lungo i torrenti asciutti di Auca Mahuevo per scavare i nidi e deporre le uova. Con le loro zampe gigantesche, esse scavarono nell’argilla asciutta delle buche larghe da 90 a 120 cm; ogni femmina deponeva da 15 a 40 uova e la distanza tra le buche era variava da 1 metro e mezzo a 4 m, sicché il paesaggio all’intorno doveva aver assunto un aspetto veramente straordinario. Si pensa che i genitori non rimanessero vicino al nido, né prima né dopo la schiusa; tutt’al più facevano la guardia al perimetro della colonia, quando non si allontanavano in cerca di cibo.

Il clima caldo e asciutto  scaldava le uova nei nidi e forniva le condizioni ideali per lo sviluppo degli embrioni. Tuttavia, poteva accadere che delle violente tempeste generassero dei torrenti  che riempivano improvvisamente i letti asciutti, e questo è quanto dovette accadere ad Auca Mahuevo, allorché molte migliaia di uova rimasero coperte da uno strato di limo ed argilla portato dalla piena dei fiumi.

Quella lontana catastrofe, d’altra parte, si è rivelata un colpo di eccezionale fortuna per la scienza. I siti in cui sono state trovate uova di dinosauro sono discretamente numerosi: 109 in Asia,  39 in Europa, 12 in Nord America, 12 in Sud America, 2 in Africa e nessuno (fino ad ora) in Australia, Oceania e Antartide. Quello di Auca Mahuevo, dunque, è solo uno su più dei 170 attualmente noti; ma deve ritenersi il più prezioso di tutti, per l’ottimo stato di conservazione delle uova, che ha reso possibile lo studio diretto degli embrioni un esse contenuti.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 21/04/2008 e del 31/10/2016 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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