lunedì, 20 Settembre 2021
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Dalla storia di Uddalaka a un ecumenismo cosmico

Storie dello Yoga Vasishtha attribuito a Maharishi Valmiki sommo poeta del Ramayana fa parte la Storia di Uddalaka in cui si narra come questo grande saggio riuscì a conquistare i 5 bhuta e a conseguire lo stato non duale di Francesco Lamendola

 

Del corpus di storie dello Yoga Vasishtha, tradizionalmente attribuito a Maharishi Valmiki (il sommo poeta del Ramayana), fa parte la Storia di Uddalaka, in cui si narra come questo grande saggio riuscì a conquistare i cinque bhuta e a conseguire lo stato non duale.

“Uddalaka sedette in padmasana e cominciò a meditare sul supremo Sé; ma non fu capace di controllare la sua mente, che saltava da un oggetto all’altro come una scimmia. Dopo aver riflettuto, così disse alla mente: «Pazza mente, perché corri verso gli oggetti deperibili? Da essi non puoi avere nemmeno un briciolo di felicità. Perché compi azioni egoiste? Queste azioni producono intenso dolore. Rimani in pace nel supremo Sé e godrai l’eterna Beatitudine. Perché corri dietro al suono, alla forma, al gusto, al tatto e all’odorato? I vasana sono la rete intrecciata per catturarti. O mente insensata! Non morire perché attirata dal suono come una gazzella, dal tatto come un elefante, dalla forma come una farfalla, dal gusto come un pesce e dall’odore come un’ape. La gazzella, l’elefante, la farfalla, il pesce e l’ape – ciascuno di questi animali muore perché dedito alla gratificazione di un solo senso. Ma tu, col tuo desiderio di soddisfare tutti i cinque sensi, sei esposta a un pericolo maggiore. Come puoi godere la pace suprema dell’Eterno quando sei turbata dai cinque sensi messi insieme? Sicuramente miserabile è la tua sorte. Ti sei imprigionata nella trappola dei tuoi desideri, come il baco a seta si racchiude nel bozzolo fatto dalla sua stessa saliva. Liberati a tutti i desideri e allora sarai libera dalla schiavitù.

“Ho analizzato il mio corpo atomo per atomo, dalla testa ai piedi, ma in nessuna parte di esso sono stato capace di trovare ciò che chiamiamo ‘io’. Solamente Brahman, il supremo Sé, riempie l’intero universo. Esso non ha né nome né forma, è senza colore e senza attributi; non è né corto né lungo, né grande né piccolo. Io stesso sono quell’onnipervadente Sé.

“O mente! Tu hai creato tutte le differenze e le distinzioni, tu sei la causa di tutte le sofferenze, gli affanni, i dolori e le miserie. Adesso ti distruggerò mediante la discriminazione e ricercando ‘Chi sono io?’.

“Come può l’Io attribuirsi al corpo, alla mente, al prana o ai sensi? Come può attribuirsi al complesso di carne e ossa, o a occhi, orecchie, naso o lingua? L’Io  è onnipervadente, immortale, indivisibile ed autoluminoso. Sono stato ingannato a lungo da te; tu sei il ladro che mi ha depredato del gioiello dell’Atman. Non ti crederò più, non sono più interessato a te e al corpo; l’unione con te, il corpo e i sensi è solo temporanea.

“O mente, ritorna nella tua casa d’origine; non vagare nella foresta dei desideri mondani. Diventa saggia e raggiungi lo stato d’eterna Beatitudine da dove non c’è ritorno.

“Adesso sono calmo, il mio cuore è pieno di gioia. Adesso sono libero dai legami di mente, corpo e sensi. Vedo l’unità di tutte le cose, sono senza paura. Mi vedo come tutto e in tutto, sempre e ovunque. Ho una visione equanime e bilanciata; sento la maestà della mia anima. Sono contento di me stesso, gioisco nel mio Atman».”

(Da Storie dello Yoga Vasishtha, Città di Castello, Editrice Vidyananda, 1985, pp. 108-109).

Leggendo un brano come questo, ci si accorge facilmente come non vi sia alcuna differenza sostanziale fra lo stato di illuminazione e di beatitudine raggiungibile nell’ambito della tradizione orientale (lo Yoga, in questo caso; ma discorso analogo può farsi per il Vedanta, per il Buddhismo, prlo Zen, ecc.) e in quella occidentale. Un mistico europeo – Mesiter Eckhart, ad esempio – avrebbe usato quasi le stesse parole o, comunque, espressioni molto simili, tanto da non potersi dubitare che qui ci troviamo davanti a uno stesso ordine di fenomeni.

Certo, una differenza esiste, e la si nota subito: là dove Uddalaka parla dell’Io (Atman) e afferma che esso, nell’estasi della illuminazione, coincide con il Sé universale (Brahman), configura una concezione tipicamente induista (ma anche buddhista e, in parte, taoista), quella secondo cui l’anima individuale non è che una scintilla inconsapevole dell’Anima cosmica; ossia, per dirla in forma assai semplificata, che Dio è dentro di noi e che noi siamo Lui, nel momento e nella misura in cui ne acquisiamo consapevolezza, non già intellettualmente, bensì sul piano dell’esperienza spirituale concreta. Esistono delle tecniche ben precise per aiutare la mente a porsi in quello stato di consapevolezza non duale, in cui le si rivela la sua intima connessione, anzi la sua fondamentale coessenza con il Tutto semplice, luminoso, onnipervadente. L’apertura dei chakras e la discesa di kundalini sono solo una di esse, anche se il pubblico occidentale generalmente ritiene che ne costituiscano l’aspetto fondamentale. In realtà si tratta di tecniche svariate, il cui scopo comune è il dissolvimento di Avidya, l’ignoranza che tiene la mente prigioniera del faslo Ego e delle illusioni ad esso collegate.

Nel misticismo occidentale  (ebraico, cristiano islamico), invece, la scoperta estatica della presenza di Dio nell’anima umana non giunge ad abolire totalmente la differenza ontologica fra Lui e noi, esseri finiti da Lui creati ex nihilo. La presenza divina in noi è pertanto paragonabile a una fiamma che arde silenziosamente nelle profondità dell’anina individuale; ma, per quanto nei (rari) momenti di estasi le pareti sembrino crollare e il mistico prova un senso di annientamento di ogni barriera e di ogni separatezza, questi sono per così dire effetti temporanei ed emotivi di un momento irripetibile che ci trasporta violentemente fuori della coscienza ordinaria. Per il cristiano, Dio non è solo in interiore homine, ma è ontologicamente e metafisicamente distinto dalla natura umana, che precede sia dal punto di vista cronologico (Dio è eterno, l’uomo no) che da quello statutario (Dio è il creatore, l’uomo è la creatura). Certo, l’anima aspira a ricongiungersi con la sua fonte, a ritornare – per così dire – alla sorgente; e questo aspetto era particolarmente evidenziato nella filosofia e nella mistica dei primi secoli del cristianesimo, quando era ancora assai forte l’influenza, su di esse, delle concezioni neoplatoniche a base essenzialmente emanatista. Il mondo (e quindi anche gli enti terreni) debbono la loro origine a un processo di emanazione dello Spirito divino, sono – per così dire – spirito condensato: concezione che verrà ripresa, in chiave sostanzialmente originale, nell’idealismo di Schelling. Pertanto ogni cosa creata tende a ritornare verso l’Uno dal quale ha avuto origine, mediante una serie di ipostasi. Nel cristianesimo, però, questo ritorno dell’anima a  Dio si configura essenzialmente come un anelito spirituale, una tensione metafisica, e non giunge mai al totale annullamento delle distanze, all’identificazione completa e radicale, perché si tratta di due diverse sostanze e non di un’unica Sostanza che si è, in certo qual modo, esteriorizzata negli enti materiali.

Per il cristiano, così come per l’ebreo o il musulmano, Dio rimane essenzialmente un tu, il Tu per eccellenza; per l’induista, al contrario, Dio è la scoperta del Sé in me stesso, dell’Io che si rivela all’io, abolendo ogni differenza ontologica (Tat tvam asi, «tu sei Quello», recita uno dei mantra più noti anche al pubblico occidentale). Dunque la meditazione orientale culmina nella scoperta della identità dell’anima individuale con l’Anima universale, e il rapporto è quello fra un tu finito e illusorio e un Tu infinito e assoluto; in quella occidentale, il rapporto è un vero rapporto duale e il fatto che talvolta, nell’estasi, tale dualità parzialmente venga meno, non toglie il fatto che essa riceve il suo statuto ontologico da una differenza che è limite né può essere definitivamente abolita.

Tuttavia, non sarebbe giusto – a nostro parere – insistere in maniera determinante sulle differenze e, viceversa, minimizzare le analogie fra i due approcci al divino, propri delle due grandi tradizioni orientali. Esiste una continuità fra la concezione di Platone, di Ammonio Sacca, di Plotino, di Giamblico e di S. Agostino che, attraverso il Medioevo e il Rinascimento, giunge fino alle soglie dell’età moderna, specialmente in ambito cattolico e greco-ortodosso (meno in quello protestante). Ed esistono delle palesi connessioni fra la concezione di Platone o di Ammonio Sacca e quella di Patanjali o di Sankara. Dunque, in realtà, bisognerebbe piuttosto parlare di due tradizioni parallele e complementari, non certo di due visioni alternative della divinità, escludentisi a vicenda. Studiosi e mistici cristiani come Raimon Panikkar o come padre Anthony Elenjimittam, profondanente imbevuti di cultura e spiritualità induista, hanno verificato e testimoniato che una sinergia è possibile, anzi che non esistono differenze veramente sostanziali fra le due maniere di cercare l’unione con il divino.

Elenjimittam, in particolare, non ha esitato ad auspicare l’attuazione di un cattolicesimo indo-buddhista, capace di valorizzare anche le istanze fondamentali di tutte le principali tradizioni mistiche e spirituali, attraverso la pratica degli otto “sentieri” fondamentali: il Sentiero dell’Amore (rappresentato da Gesù Cristo), il Sentiero della Ragione, quello dell’Armonia, della Rettitudine, della Liberazione, della Identificazione, della Sottomissione, della Legge, tutti conducenti a un medesimo fine: la riunificazione delle parti col Tutto, il ristabilimento dell’armonia universale. Nel suo libro Ecumenismo cosmico (Torino, Missione Sat-Cit-Ananda,1985, p.243 sgg.), tra l’altro, afferma:

“L’uomo è uno, sebbene gli uomini siano molti. La Religione è una, anche se esistono svariate religioni. Tutti siamo Uno, uno senza un secondo, sebbene siamo e appariamo come molti.

“Gesù pregò affinché tutti potessero essere Uno. Buddha desiderò che tutti potessero essere felici. Platone sognò che tutti potessero essere illuminati dal Logos. Lao Tze aspirò che tutti potessero ritornare in seno all’Uno.Unità, non divisione, è la legge della vita. Colui che divide è chiamato ‘diabolos’, il demonio – perché separa, divide, porta diversità, dicotomia, guerra, violenza, mentre Dio unisce, unifica e fa emergere tutte le diversità e divisioni nell’Uno, l’Uno senza secondo – Ekameva advityam.

“Il mondo sta progredendo; l’umanità si sta sviluppando verso una più grande saggezza. (…)

“La fallibilità è inerente all’uomo, mentre l’infallibilità è prerogativa di Dio, il padre di tutti, e della natura, Madre di tutti. Il Logos che illumina ogni uomo che viene a questo mondo è infallibile per coloro che sono pronti ad ascoltare e seguire la Sua Illuminante l

Luce. Nessun essere umano è infallibile, sia egli un’incarnazione o profeta di Dio, un califfo, Papa o Dalai Lama come tale. Nel momento in cui realizza la Purezza Assoluta del cuore e della mente, l’uomo ottiene un certo tipo di infallibilità nella sua vita, negli insegnamenti e nelle opere. La Purezza Assoluta è Dio, o meglio la Divinità; inoltre, quando l’uomo raggiunge la Purezza Assoluta, egli non è più un uomo ma Dio, divenendo uno con la Divinità, l’Ens per sé, la sola Sostanza esistente la cui manifestazione o modi di esistenza è la creazione. Baruch Spinoza la definì così: «Substantia est illud quod per se et in se concepitur». Questo può esserlo solo Dio, l’Uno senza secondo. Dio e la Sua creazione sono le due facce della stessa medaglia, la ‘Natura Naturans’ e la ‘Natura Naturata’. Questa terminologia spinoziana la possiamo trovare nel sistema della filosofia Sankhya nel concetto di Prakriti e Purusha, dove Prakriti sta per la natura, la Natura Naturata,  e Purusha per Natura Naturans, Dio in procinto di creare è lo stesso Demiurgo della filosofia platonica. Questo concetto è prevalente anche nel sistema Yoga della filosofia Patanjali, come anche nel Vedanta, nella filsofia religiosa di Meister Eckhart, Scoto Eriugena, gkli Gnostici, i Platonici, i Pitagorici, gli Stoici ed i Neo-platonici.

“È sufficiente gettare un solo sguardo alla storia delle religioni per convincere chiunque del penoso sentiero che l’umanità ha attraversato dal crudo antropomorfismo alle vette dell’Antroposofia, Teosofia, Christian Science, Buddhismo Zen, Sufismo ed il Vedanta con le sue ramificazioni Inana, Bhakti e Karma. Errare è umano, ma perseverare nell’errore è satanico, od imporre errori ed idee anacronistiche sul popolo debole e ignorante. Le religioni semitiche, parlando francamente, sono state intolleranti, arroganti ed esclusive nelle loro versioni ufficiali. È proprio per mitigare quest’egemonia esclusiva che il misticismo sorse nei cuori d’Israele, dell’islam e della Cristianità, in modo da rivendicare ciò che nell’uomo è inalienabile e divino. C’è un abisso tra Torah e Talmud, tra Talmud e la Cabala e Zohar. Similmente, c’è una disparità di vedute tra S. Giovanni Evangelista e S. Paolo da un lato e le interpretazioni e imposizioni delle chiese di forma ortodossa, sia che appartengano al Vaticano, sia a Canterbury o Antiochia. Simile è però anche l’abisso fra Tommaso da Kempis , Meister Eckhart, Tauler e Suso, la Teologia Germanica, la nube dell’inconoscibile Nicolas Cusano, William Law, Dante Alighieri, Thomas Traherne, S. Teresa d’Avila, John Ruysbroeck, S. Girolamo, S. Basilio il Grande, Clemente Alessandrino, Firminiano, S. Antonio Abate, S. Francesco d’Assisi e molti altri ancora da un lato e l’insegnamento ufficiale di varie chiese Cristiane, cominciando dal Cattolicesimo Romano fino alle varie chiese Evangeliche e non Conformiste. Solamente i Quaccheri e gli Unitariani, i Massoni e i Cristiani Liberali formano un mondo a sé, rimanendo in piedi sulle proprie gambe, senza associarsi esclusivamente a qualche gruppo, chiesa od organizzazione. Infatti, la Verità non può essere ‘organizzata’ e qualsiasi Verità o Amore organizzato, finirà entro le mura della sua stessa prigione.(…)

“Il fine dell’esistenza umana è il conseguimento del Reale, sfuggendo così al mondo di evanescenza e illusione in cui siamo tutti caduti e nati. Dio è la Realtà delle realtà – satyasya satyam,la verità di tutte le verità. Tutte le discipline, gli sforzi e i tentativi qui sulla terra, dovrebbero mirare a far evolvere l’Uomo al più alto grado e oltre la nascita biologica entro cui siamo caduti assumendo un corpo su questa terra. Ciò che è nato alla carne, dai desideri e dalla concupiscenza dell’uomo e della donna, è un antropoide e niente di più. Entro di lui, però, risiede potenzialmente Dio nella sua interezza, che dovrebbe essere scoperto solo tramite la Santa Comprensione, l’Aghia Sophia, la conoscenza auto-emancipante che è la sola a conferirci la purezza della mente e del cuore, indispensabile per vedere Dio faccia a faccia. Ottenendo questo, tutto il resto è ottenuto. Perdendo questo, invece, ogni cosa è perduta. Questo vuol significare la salvezza dell’anima. A che pro guadagnare o conquistare il mondo intero, se si perde la propria anima? Che cosa daremo in cambio per la nostra anima?”.

Infatti: che cosa mai potremmo dare in cambio?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/07/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 28 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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