lunedì, 27 Settembre 2021
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Fra spionaggio e paleontologia, di Pietro Sassi

Una pagina al giorno: “Fra spionaggio e paleontologia” da «Storia dei Dinosauri» di Pietro Sassi. Il suo nome ha qualcosa di involontariamente scherzoso, per il geologo di Matera e forse non dirà molto ai giovani lettori d’oggi di Francesco Lamendola

In piena belle époque, mentre a Londra, Parigi, Berlino e Vienna si celebrano gli ultimi anni di spensieratezza e di ottimistica fiducia nel progresso prima della catastrofe, in una regione ancora semiselvaggia che è un po’ il Far West del Vecchio Continente, l’Albania, si muove un personaggio che pare uscito dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle o, per certi versi, di Jules Verne o Emilio Salgari: il barone transilvano Franz von Nopcsa.

Nato nel 1877 e morto nel 1933 in circostanze altamente drammatiche (un suicidio-omicidio che coinvolse il suo fedele segretario albanese e che ricorda un po’ quello di Ludwig, il re folle di Baviera), costui rappresenta uno stranissimo miscuglio di spirito scientifico e di spirito avventuroso, al punto da aver intrecciato, lungo gran parte della sua vita, le due passioni dominanti della paleontologia e dello spionaggio a favore della sua patria, l’Impero austro-ungarico (l’«Austria felix» di Klimt, di Roth, di Strauss, nonché la mitica Cacania di Robert Musil).

Sappiamo bene – la storia della paleontologia negli Stati Uniti d’America ce lo insegna «ad abundantiam» – che la storia delle scienze della Terra può essere avventurosa; sappiamo che due spedizioni rivali, piuttosto che cedere il terreno di qualche promettente giacimento, possono arrivare al punto di mettere mano ai fucili; ma non ci era mai capitato, come nel caso del nobiluomo ungherese, di vedere riuniti nella medesima persona i due tratti così diversi, almeno in apparenza, del serio uomo di scienza, docente universitario stimato in tutto il mondo, e dell’avventuriero che, travestito da montanaro albanese, ordisce intrighi sulle montagne della Penisola Balcanica, per scalzare le ultime vestigia del dominio ottomano e sostituirvi l’aquila bicipite della Duplice Monarchia danubiana.

Leggendo la biografia di questo grande personaggio della paleontologia – oggi alquanto dimenticato, ma ai suoi tempi conosciutissimo – si stenda a capacitarsi come quella doppia personalità abbia potuto convivere così a lungo; anche se non ci si sorprende troppo per quella fine così tragica e disperata, dopo che il suo amato Impero era crollato per sempre e che ogni spazio per l’avventura si era con esso definitivamente chiuso.

Franz von Nopcsa ha in sé la doppia natura dell’uomo di cultura e dell’avventuriero; e ricorda, sotto questo aspetto, il personaggio del finto archeologo del bellissimo film di James Dearden «L’isola di Pascali» (1988); mentre la fine del secolare Impero rappresenta, per lui come per milioni di Europei, il trauma della perdita delle radici e della scissione dell’io, diviso fra la nostalgia di «un mondo di ieri» ormai irraggiungibile (la sua natia Transilvania strappata per sempre alla madrepatria ungherese) e le tenebre inquietanti di una modernità sempre più disumana e minacciosa.

In questo senso, pur nella sua eccezionalità che ne fa quasi un «unicum» nella storia della cultura e della scienza contemporanee, la figura di Franz von Nopcsa possiede anche qualcosa di intimamente familiare, come quella di un parente dimenticato, ma prossimo; o, per dir meglio, come una parte dimenticata di noi stessi, che invano ci sforziamo di reprimere e che, di tratto in tratto, riaffiora in superficie con sgomenta perplessità, per far valere il suo diritto ad esistere e a proclamare il suo struggente bisogno di libertà.

Dal libro di Pietro Sassi «Storia dei Dinosauri» (Milano, Casa Editrice Massimo, 1964, pp. 205-220):

«Nella notte illuminata solo dal debole chiarore delle stelle, le montagne albanesi si profilano nere contro il cielo. Nella boscaglia, lungo gli impervi sentieri, numerosi uomini si muovono cautamente.

Sono pastori della tribù dei Mirditi nei loro pittoreschi costumi montanari con i larghi calzoni, il fez e, infilato nella cintura, il caratteristico kandjar, il pugnale albanese; osservandone i movimenti, si può riconoscere che tutti si dirigono ad un luogo di convegno prestabilito. Là, in una radura, circondata da alberi e da dirupi, i loro capi distribuiscono a ciascuno un fucile

Colui che appare dirigere la distribuzione è un uomo non molto alto di statura, dai vivi occhi penetranti e dal portamento che lascia indovinare  un certo che di aristocratico, contrastante stranamente con i rozzi abiti di feltro da pastore balcanico  e con l’ispida barba che gl’incornicia il mento. Nessuno saprebbe riconoscere in quel personaggio dall’aspetto semibarbaro il barone ungherese Franz von Nopcsa, paleontologo di fama europea, autore di importanti pubblicazioni scientifiche; uno degli uomini più singolari del periodo tra la seconda metà del secolo scorso [l’Ottocento, n. b.] e la prima metà di questo secolo [cioè il Novecento].

Apparteneva a una delle più aristocratiche famiglie ungheresi, ed era nato il 3 maggio 1877 nel castello di Nopcsa, a Sszentpéterfalva presso Siebenbürgen, in Transilvania. Era nipote del barone Franz von Nopcsa, da cui aveva ereditato il nome, e che fu un dignitario della Corte di Vienna; ciò spiega l’attaccamento che il nipote ebbe sempre per la monarchia austro-ungarica.

Nei lontani tempi del Cretaceo superiore, la regione transilvana in cui si trova Sszentpéterfalva era un’immensa zona paludosa e boscosa, a clima tropicale. Le paludi erano popolate di Coccodrilli e Tartarughe, e sulle rive vivevano Dinosauri del gruppo dei Tracodonti. Fra Coccodrilli e Dinosauri c’era lotta aperta: frequentemente mentre un Dinosauro stava abbeverandosi, un Coccodrillo in agguato lo assaliva, lo afferrava saldamente con le potenti mascelle e lo trascinava sott’acqua. Il malcapitato Tracodonte finiva per annegare e veniva subito divorato. Ecco perché si trovano nei giacimenti transilvani, in corrispondenza dei luoghi in cui le acque dovevano essere più profonde, cumuli di ossa di Dinosauri mescolate a denti di Coccodrilli.

Quando Nopcsa era ancora un ragazzo, sua sorella scoprì per caso, nel parco del castello, appunto uno di quei resti fossili: un cranio di Tracodonte, lungo mezzo metro. Se si fosse trattato di un altro osso qualsiasi, la scoperta sarebbe stata forse presto dimenticata; ma un cranio fossile fa sempre una certa impressione, e la fece naturalmente anche sul giovane Nopcsa, che si interessò del ritrovamento al punto da portare il cranio a Vienna per mostrarlo al professore Edward Suess, uno dei più illustri geologi allora viventi.

Susess, quando ebbe davanti il giovane, che gli chiedeva che cosa si potesse fare del cranio, lo invitò… a farne la descrizione.

Descriverlo?! Era presto detto, ma per Nopcsa, che non aveva ancora alcuna conoscenza né anatomica, né paleontologica, la descrizione rappresentava un problema pressoché insolubile. E quando il neo-discepolo chiese al maestro come avrebbe potuto orientarsi, Suess gli rispose che prima di tutto doveva imparare la scienza delle ossa, l’osteologia.

Così in questo modo piuttosto strano ed improvviso, per merito, o per colpa, dei Tracodonti, Nopcsa divenne paleontologo. Si mise allo studio con impegno, si rese esperto nell’osteologia, e portò a termine la descrizione del famoso cranio.

Il 22 giugno 1899, a 22 anni, presentava all’Università di Vienna, col patrocinio di Suess, la sua comunicazione scientifica sul “Limnosaurus transsylvanicus” (così egli chiamò in un primo tempo il Dinosauro a cui il cranio apparteneva), che venne poi riconosciuto appartenente al genere “Orthomerus”, l’unico genere di Tracodonti finora rinvenuto in Europa.

La comunicazione risvegliò un gradissimo interesse nel mondo scientifico. Tutti riconobbero che il lavoro, per la precisione della descrizione, per la completa conoscenza della bibliografia sull’argomento, per le osservazioni critiche, non appariva affatto l’opera di un principiante. Fu questa la prima delle sue cinque monografie sui Dinosauri di Siebenbürgen, che fanno epoca nella storia della paleontologia e che furono, come dice un suo biografo, le pietre miliari della sua brillante carriera di paleontologo. La necessità di confrontare il suo materiale di studio con materiale analogo lo spinse a visitare i grandi musei paleontologici d’Europa: e fu in Germania, in Francia, in Inghilterra, in Italia. Dallo studio di argomenti particolari egli prese occasione per affrontare problemi paleontologici generali che da tempo attendevano la loro soluzione, ed ai quali apportò contributi talvolta decisivi. Nopcsa, infatti, nella sua attività scientifica, non si accontentava di orizzonti ristretti a sole ricerche particolari, ma mirava sempre alla completezza, a considerare tutti gli aspetti di un dato problema. Perciò l’argomento dei Dinosauri non si limitò per lui ai  Tracodonti, ma nella sua interezza; e non solo ai Dinosauri pose mente, ma a tutto il complesso dei Rettili fossili.

Fu lui principalmente a fare l’ipotesi, alla quale abbiamo già accennato, che il piccolo Rettile del Museo di Monaco, racchiuso nello scheletro del “Compsognathus”, sia una Lucertola divorata, anziché un embrione; si occupò dell’origine di alcuni Rettili acquatici fossili – i Mosasauri – ed in tale occasione, per aver egli inavvertitamente dimenticato di citare uno studio di Dollo, scritto dieci anni prima sull’argomento, i suoi rapporti con il rande paleontologo belga, al quale era legato prima da una cordiale amicizia,  rimasero tesi per alquanto tempo. La suscettibilità dei “sacerdoti della Scienza” è talvolta davvero eccessiva.

A Nopcsa si deve anche una teoria sull’origine degli Uccelli, che egli farebbe derivare da forme rettiliane bipedi adatte alla corsa, e non da forme arboricole, come invece ritengono altri paleontologi.

Studiando i Dinosauri, egli inaugurò, si può dire, un intero nuovo ramo della paleontologia: la paleofisiologia, l’interpretazione cioè, in base al profondo studio dei resti fossili, del modo di vita degli animali del passato; considerò – ma, come sappiamo, a torto – il notevole sviluppo dell’ipofisi dei grandi Dinosauri come un carattere patologico, che, indebolendo la resistenza fisica del gruppo, lo avrebbe condotto all’estinzione; si occupò delle differenze sessuali dei Dinosauri, dedotte in base allo studio dello scheletro. Secondo lui, tra gli Ornitopodi i maschi sarebbero caratterizzati dal maggior allungamento della parte anteriore del cranio, dalla maggiore lunghezza delle apofisi spinose delle vertebre, dall’ischio a forma di martello; fondandosi su questi principi, dei 23 Iguanodonti montati nel Museo di Bruxelles, uno solo sarebbe un maschio, e proprio quello che non ha il caratteristico pollice appuntito: quest’ultimo sarebbe dunque una prerogativa delle femmine. Conclusioni, come si vede, un po’ arrischiate e che lasciano alquanto perplessi. In realtà, finora, sulle differenze sessuali tra i Dinosauri non si sa nulla di veramente definito; ma Nopcsa ha il grande merito di essere stato fra i primi a trattare la questione da un punto di vista strettamente scientifico.

Si potrebbe pensare che un’attività scientifica così vasta abbia necessariamente assorbito tutta la vita di Nopcsa, e che egli sia stato così un grande paleontologo, ma unicamente questo e nient’altro. Ormai giunto alla celebrità, egli avrebbe potuto vivere tranquillamente a Vienna o a Budapest, frequentare gli ambienti aristocratici, partecipare insomma alla quieta e comoda vita degli ultimi anni del secolo scorso e dei primi di questo, ed intanto, da una cattedra universitaria, continuare le sue ricerche. Ebbene, niente di tutto ciò.

Sotto la severa veste del Nopcsa scienziato si nascondeva lo spirito d’avventura: ereditato, forse, da qualche antenato. Il suo animo irrequieto non poteva adattarsi alla vita tranquilla del laboratorio: ed eccolo trovare un ideale campo di attività nelle regioni balcaniche, che erano allora, come sono tuttora, le più inquiete d’Europa. Eccolo rivolgere in modo speciale la sua attenzione alla più impervia tra le regioni balcaniche, l’Albania, allora soggetta all’Impero Turco; di quel paese studia la geologia, la geografia, la lingua, i vari dialetti, la storia, i costumi, le leggi; col rito della fratellanza del sangue si associa ad una delle più barbare tribù di pastori, quella dei Mirditi. Tra i rudi montanari albanesi erano, a quei tempi, in pieno vigore le vendette personali e il brigantaggio.

In un simile ambiente, dove il rischio era all’ordine del giorno, l’esistenza precaria, il vivere civile un mito, Nopcsa alternò alla sua attività di scienziato l’attività di spia, sia pure volontaria, a favore della sua patria, l’Austria-Unghjeria: e fu un giovane albanese, Bajazid, che, in qualità di segretario, divenne suo inseparabile compagno.

Innumerevoli dovettero essere le imprese dello scienziato avventuriero in Albania, e nelle regioni circostanti soggette all’Impero Turco; di esse però, si sa ben poco, perché, trattandosi di spionaggio, erano naturalmente avvolte nel mistero. Quando gli amici notavano che Nopcsa si lasciava crescere i capelli, sapevano che era prossimo a partire per qualche missione segreta. E, durante queste missioni, non tralasciava di mescolare, alle annotazioni sui ponti, sulle strade, sulle postazioni militari, osservazioni scientifiche sulle formazioni geologiche, sui fossili, e su altre caratteristiche delle regioni attraversate.

Per il Governo austroungarico era davvero una preziosa spia quel suo fedele suddito: una spia eccezionale, per l’intelligenza non comune, per le numerose lingue che conosceva, per la sorprendente abilità nel travestirsi, ed infine perché poteva nascondere facilmente gli incarichi segreti sotto l’apparenza autorevole ed innocua del paleontologo in viaggio di ricerca, e sotto il nome insospettabile di una delle più aristocratiche famiglie d’Ungheria.

Vienna, dietro le quinte, era sempre pronta ad aiutarlo; e lo fu specialmente quando Nopcsa, nel 1911, coadiuvato dal turco Said Andulak, volle mettere in azione un piano estremamente audace: approfittare dei fermenti di rivolta che serpeggiavano nella penisola balcanica e della rivoluzione dei Giovani Turchi per sollevare gli Albanesi contro la Turchia, farsi eleggere re, e, per questa via, incorporare l’Albania all’Impero austro-ungarico! Vienna fornì i mezzi finanziari e le armi, ed erano appunto queste armi che Nopcsa e Said Andaluk distribuirono ai montanari albanesi, come abbiamo raccontato al principio del capitolo.

Il tentativo però fallì: i montanari, ricevute le armi, se ne servirono per assalire i gendarmi turchi e per compiere le loro vendette personali, e Nopcsa stesso venne fatto prigioniero dai Turchi, che lo rilasciarono soltanto in seguito alla intercessione dell’ambasciatore austriaco a Costantinopoli, ma con l’ordine di abbandonare immediatamente la Turchia.

Tuttavia, l’impresa aveva un tale fascino, che l’avventuroso paleontologo la volle ritentare due volte ancora, e l’ultima volta nel 1914, proprio quando la prima guerra mondiale si era già iniziata; ma invano, anche perché il Ministero della Guerra austriaco non ne volle più sapere.

Nopcsa dovette rassegnarsi, e si dedicò interamente ai suoi studi; e moto ebbe campo ancora di fare per la scienza. Nel 1925 venne nominato direttore dell’Istituto di Geologia di Budapest, alla cui organizzazione si dedicò con energia ed entusiasmo.

Purtroppo però, il suo sistema nervoso, da tempo malato, lo obbligava a sospendere sempre più frequentemente la sua attività. Dovete rimanere a letto un anno e mezzo; tuttavia, nel 1928, mentre era ancora malato, in occasione del Congresso della Società di Paleontologia a Budapest, fattosi portare su una poltrona a rotelle al Museo, tenne ai congressisti un elevato discorso su vari importanti problemi paleontologici. Ma, poco dopo, rassegnava le dimissioni e si ritirava a Vienna.

Un uomo finito? Non ancora, La vita di Nopcsa fu piena di sorprese. Non appena rimessosi dalla malattia, eccolo inforcare una motocicletta e percorrere tutto l’arco della catena alpina, con l’intento di compiere studi ed osservazioni di carattere geologico e, da Vienna, giungere così fino a Marsiglia; eccolo, con i dati raccolti, pubblicare un libro sulla storia geologica dell’Adriatico.

Aveva, dunque, ripreso un’intensa attività.  Ma il male inesorabile che riprendeva i suoi attacchi, e preoccupazioni finanziarie, lo stroncarono definitivamente, la mattina del 25 aprile 1933, lo portarono all’insano gesto di togliere la vita a sé ed al suo fedele segretario Bajazid con alcuni colpi di pistola. Così, in questo modo miserevole ed indegno di una persona di superiore intelligenza quale egli fu, chiudeva la sua esistenza terrena, a soli 56 ani, uno dei massimi paleontologi moderni.

Un biografo ha scritto che la sua fine ebbe la grandezza di una tragedia greca.  Noi, al contrario, la riteniamo una dimostrazione non di forza morale, ma di debolezza; quella debolezza che, tosto o tardi, travolge fatalmente gli spiriti non guidati dai supremi valori religiosi della vita.»

Il nome di Pietro Sassi – un nome che ha qualcosa di involontariamente scherzoso, dato che è quello di un geologo, per giunta nativo di Matera – non dirà molto, probabilmente, ai giovani lettori d’oggi, anche se appassionati di scienze della Terra.

Ma negli anni Sessanta del Novecento era abbastanza conosciuto, non solo per la sua attività di docente di Paleontologia presso l’Istituto di Geologia dell’Università di Padova, ma anche per la sua efficace opera di divulgazione scientifica, specialmente diretta verso un pubblico giovanile, che si concretizzò in una serie di simpatiche monografie di argomento geologico e paleontologico, il cui massimi pregi sono la chiarezza espositiva e la limpida scrittura.

Fra queste, due si segnalano per le loro qualità sia di contenuto, sia a livello letterario: «Gondwana. Storia di un continente perduto», del 1961, e «Storia dei Dinosauri», del 1964 (all’epoca, non era ancora esplosa fra i ragazzini la «dinosauromania», perché Hollywood non aveva ancora messo gli occhi sul ricco filone che sarebbe stato inaugurato, molto più tardi, da kolossal quali «Jurassic Park», o dagli invasivi e petulanti documentari di Piero Angela e Figlio.

In quegli anni, chi s’interessava ai Dinosauri o, più in generale, alle antiche vicende della vita sulla Terra, lo faceva per interesse genuino e non per l’effimera suggestione del cinema o della televisione; e quell’interesse poteva nascere da una scoperta personale, anche se non spettacolare come quella effettuata dalla sorella di von Nopcsa nella grande tenuta di famiglia, in Transilvania; oppure dalla lettura di qualche buon libro, magari riccamente illustrato da stampe e incisioni d’epoca, come il celeberrimo «Il mondo prima della comparsa dell’uomo», di Camille Flammarion; o, ancora, per merito di qualche romanzo d’avventura, come «Il mondo perduto» di Sir Artuhur Conan Doyle.

Il brano che abbiamo qui sopra riportato è tratto dalla «Storia dei Dinosauri» e le sue qualità di scrittura, la sua capacità di coinvolgere ed entusiasmare un pubblico giovanile, avvicinandolo al tempio della Scienza, sono così evidenti, che non possiamo fare a meno di domandarci come il pubblico abbia potuto dimenticare così in fretta il loro Autore.

Potrebbe avere a che fare, questo rapido oblio, con lo spirito religioso di Pietro Sassi, che emerge anche alla fine del capitolo dedicato a von Nopcsa, oltre che nella scelta dell’editore con cui pubblicare le sue opere divulgative (l’Editrice Massimo è di dichiarata impostazione cattolica), negli anni in cui in tutta Italia, e particolarmente nelle università, furoreggiava più che mai la concezione materialista ed evoluzionista di stretta osservanza, impersonata da figure come quella del paleontologo Emanuele Padoa (docente di Anatomia comparata all’Università di Firenze): il quale, nella sua «Storia della vita sulla Terra», non si peritava di sconfinare dall’ambito scientifico per proclamare la sua incondizionata fede positivista e scientista?

Se è così – e ci sembra una spiegazione abbastanza verosimile, conoscendo anche dall’interno la pigrizia intellettuale di certe roccaforti universitarie in quegli anni, tanto progressiste a parole, quanto conservatrici nella sostanza, e nel peggiore senso della parola -, più che mai siamo lieti di ripresentare al pubblico, che forse non lo conosceva o lo aveva dimenticato, questo vivace scrittore di cose scientifiche il quale, circa mezzo secolo fa, quando non esistevano effetti speciali cinematografici né simulazioni di vita preistorica al computer, conosceva però l’arte di appassionare i suoi giovani lettori alle antiche vicende geologiche del nostro pianeta.

In quegli anni, infatti, esisteva ancora – e non solo in Italia, ma anche all’estero, e specialmente in Francia, Cecoslovacchia, Gran Bretagna e Stati Uniti – una ricca saggistica divulgativa di argomento scientifico, particolarmente rivolta ai giovani, la quale sapeva unire la fantasia e la creatività proprie della letteratura d’avventura con il rigore e il taglio scientifico proprio della geologia, della paleontologia, dell’astronomia, della zoologia, della botanica, e di tutte le altre scienze della natura.

Oggi quel genere saggistico si è praticamente esaurito, totalmente soverchiato da una manualistica di tipo rigorosamente scientifico; ma dimenticando che un lettore di dieci, dodici o quindici anni, ha bisogno di fantasticare, di sognare, di entusiasmarsi con cose concrete, prima di poter maturare una visione scientifica più matura e rigorosa. Sarà forse per questo inaridirsi della saggistica scientifica per ragazzi, che si è verificato un calo costante nella iscrizione ai corsi di studio universitari presso gli istituti di Geologia, Astronomia, Botanica, Zoologia e Scienze Naturali?

Lo crediamo possibile e ce ne duole assai; anche perché un giovane che intraprenda la carriera del naturalista, del geologo o dell’astronomo, e che sia totalmente sprovvisto di un bagaglio di entusiasmi letterari nell’età decisiva per la successiva maturazione, quella compresa tra l’infanzia e la prima adolescenza, rischia di diventare un tecnico arido e grossolanamente materialista. In altre parole, rischia di divenire un professionista competente, ma senz’anima; un uomo che ha dimenticato l’incanto del mondo e il sentimento di riverente ammirazione non solo per la natura, ma anche per la forza creatrice che si esprime attraverso di essa, e che è motore e polo di attrazione dei più alti valori dello spirito.

Crediamo che la riscoperta di un certo modo di fare divulgazione scientifica, accattivante ma sostanzialmente serio (a differenza di certi periodici «scientifici» per i ragazzi d’oggi, che abbassano la scienza al livello di un saccente pettegolezzo neopositivista), sarebbe quanto mai utile e necessaria per aiutare i futuri scienziati e i futuri insegnanti di materie scientifiche a ritrovare l’incanto del mondo e a trasmetterlo, a loro volta, ai propri studenti, sia della scuola media, sia della università.

Pietro Sassi è stato un maestro in questo campo.

Le sue pagine possiedono ancora la freschezza, la bellezza e l’entusiasmo di un’anima che desidera trasmettere alle giovani generazioni non solo un bagaglio di conoscenze specifiche ed uno sprone ad ulteriori studi e approfondimenti, ma anche un certo modo, fervido e grato, di guardare alla natura non come al teatro di uno sfruttamento incontrollato, ma come alla nostra casa comune con tutte le altre specie viventi, alla dimora ospitale che ci accoglie, ci nutre e ci preserva.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 09/07/2009 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Marzo 2018

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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