lunedì, 14 Giugno 2021
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Il delfino d’Ippona: triste parabola dell’Antropocentrismo

La storia del delfino d’Ippona: la storia di un incontro prodigioso fra l’uomo e l’animale, che si svolge in un’atmosfera “mitica e gioiosa”, ma con un finale che suggerisce “pessimistiche” riflessioni sulla “natura umana” di Francesco Lamendola

In una lettera all’amico Caninio Rufo, scrittore ed erudito (Epistularum libri, IX, 33), Plinio il Giovane gli racconta un fatto vero di cui è giunto a conoscenza e sulla cui autenticità si sente in grado di garantire. Si tratta di un fatto da cui traspare il suo notevole interesse per le questioni di filosofia naturale (oggi diremmo di scienze naturali) ma che, come si evince dal testo, non ha appreso dal suo illustre zio Plinio il Vecchio, lo scienziato autore di una monumentale Naturalis Historia e che poi era perito nell’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., bensì da un altro personaggio degno di fede. È il famoso racconto del delfino d’Ippona (famoso per i filologi classici, quanto meno), che si snoda con le movenze di una favola vera e poi, sul più bello, ci riserva un malinconico finale che suggerisce pessimistiche riflessioni sulla natura umana. Eppure l’argomento è di straordinario interesse per quanto attiene alle possibilità di comunicazione fra diverse specie viventi, ma entrambe dotate d’intelligenza: in questo caso, fra l’uomo e il delfino. Non è un mistero, neanche per il pubblico ‘profano’, che molti biologi ed etologi considerino il delfino come una delle specie viventi più intelligenti al mondo: coloro che lo hanno studiato da vicino, in particolare (come l’americano John C. Lilly – dopo molti anni di osservazioni sono arrivati a paragonare la sua intelligenza a quella degli umani, e a parlare senza perifrasi di una mente di questo mammifero acquatico, capace non solo di operazioni ‘razionali’ ma anche di esigenze spirituali e, probabilmente, perfino di stai ‘mistici’; e ciò dopo averne osservato il comportamento con amore e acuto spirito di osservazione, nonché compiendo esperimenti quali la reazione dell’animale all’ascolto di brani di musica classica, e simili.

Al tempo dei Romani esistevano due città denominate Ippona: Hippo Regius in Numidia, la futura diocesi del vescovo Aurelio Agostino, il grande padre della Chiesa e autore del De Civitate Dei; e Hippo Dhiarrytus in Africa Proconsolare (attuale Tunisia), che corrisponde all’odierna Biserta. È in questa seconda località che si svolge la vicenda di cui parla Plinio il Giovane: sulle rive meridionali del Mediterraneo(che allora non erano aride e semi-desertiche, come lo sono oggi, dopo due millenni di disboscamenti selvaggi e sfruttamento indiscriminato del suolo agrario), in una delle regioni più civilizzate e profondamente romanizzate dell’Impero (per il testo latino ci siamo serviti di Carlo Piazzino, Apud Maiores, Torino, Paravia & C., 1966, pp. 122-125, con le bellissime illustrazioni del pittore Carlo Nicco; mentre per la traduzione italiana abbiamo utilizzato: Plinio il Giovane, Lettere ai familiari, Milano, Rizzoli, 1961, trad. di Luigi Rusca, pp.282-284, e note alle pp. 534-535).

“Est in Africa Hipponensis colonia, mari proxima. Adiacet ei navigabile stagnum; ex hoc, in modum fluminis, aestuarium emergit, quod vice alterna, prout aestus aut repressit aut impulit, nunc infertur mari, nunc edditur stagno.

“Omnis hic aestas studio tenetur piscandi, navigandi atque etiam natandi maxime pueri. His gloria et virtus altissime provehi; victor ille qui longissime reliquit, ut litus, ita simul natantes. Hoc certamine puer quidam, audentior ceteris, in ulteriora tendebat. Delphinus occurrit, et nunc praecedere puerum, nunc sequi, nunc circumire, postremo subire, deponere, iterum subire trepidantemque perferre primum in altum. Mox flectit ad litus, redditque terrae et aequalibus.

“serpit per coloniam fama. Concurrere omnes,  tanquam miraculum adspicere, interrogare, audire, narrare. Postero die obsident litus, prospectant mare et si quid est mati simileNatant pueri; inter hos ille, sed cautius. Delphinus rursus ad tempus, rursus ad puerum. Fugit ille cum ceteris. Delphinus, quasi invitet, revocet, exsilit,mergitur, variosque orbes implicitat expeditque. Hoc altero die, hoc tertio, hoc pluribus diebus, donec homines, innutritos mari, subiret timendi pudor. Accedunt et adludunt et appellant, tangunt etiam, pertrectantque praebentem. Crescit audacia experimento. Maxime puer, qui primus expertus est, adnatat nanti, insilit tergo, fertur referturque, agnosci se, amari putat, amat ipse; neuter timet, neuter timetur. Huius fiducia, mansuetudo illius augetur. Nec non alii pueri, dextra laevaque, simul eunt hortantes monentesque.

“Ibat una (id quoque mirum) delphinus alius, tantum spectator et comes. Nihil enim simile faciebat aut patiebatur, sed alterum illum ducebat, reducebat, ut puerum ceteri pueri.

“Incredibile, tam verum tamen quam priora, delphinum gestatorem collusoremque puerorum in terram quoque extrahi solitum, harenisque siccatum, ubi incaluisset, in mare revolvi.

“Constat Octavium Avitum, legatum proconsulis, in litus educto, religione prava, superfudisse unguentum, cuius illum novitatem odoremque in altum refugisse, nec nisi post multos dies visum languidum et maestum, mox, redditis viribus, priorem lasciviam et solita ministeria repetisse.

“Confluebant ad spectaculum omnes magistratus, quorum adventu et mora modica res publica novis sumptibus atterebatur. Postremo locus ipse quietem suam secretumque perdebat.

“Placuit occulte interfici ad quod coibantur.”

“V’è in Africa la colonia di Ippona vicina al mare. Nei pressi uno stagno navigabile: da questo sbocca in mare una specie di fiume, le cui acque con alterna vicenda sono dalla marea ora trattenute ora sospinte, ora sgorgano nel mare ora rientrano nello stagno. Gente di ogni età vi conviene per pescare, andare in barca e anche nuotare, soprattutto i ragazzi, che vi sono portati dall’ozio e dal desiderio di divertirsi. Per costoro è vanto e prodezza spingersi in alto mare: vincitore risulta chi si è maggiormente distaccato dalla spiaggia e dai compagni di nuoto. Durante questa gara un ragazzo più ardimentoso degli altri cercava di spingersi più al largo possibile. Gli venne incontro un delfino che si mise ora a precedere ora a seguire il ragazzo, ora gli gira attorno, infine gli va sotto, lo solleva e lo depone, di nuovo lo solleva e, tutto tremante, dapprima lo porta verso l’alto mare, poi ritorna verso la spiaggia e lo riconsegna alla riva e ai suoi compagni.

“La notizia di tale fatto si diffonde per tutta la colonia: accorre molta gente, per vedere quel ragazzo, come un prodigio, lo interrogano, lo ascoltano, poi narrano la cosa agli altri.Il giorno seguente gran folla sulla spiaggia; scrutano il mare e tutto ciò che al mare somiglia [cioè lo stagno, di cui sopra, che comunica col mare]. I ragazzi cominciano a nuotare e fra essi quel tale, ma più guardingo. Il delfino riappare allo stesso momento, di nuovo è presso al ragazzo. Questi fugge coi compagni. Il delfino, sembra quasi lo inviti, lo chiami, emerge, si immerge, compie intorno a lui vari giri e infine se ne va.

“Così il secondo giorno, il terzo, e molti altri ancora finché quella gente assuefatta al mare si vergogna della propria paura. Si avvicinano al delfino, giocano con lui, lo chiamano, arrivano perfino a toccarlo, ad accarezzarlo, mentre esso li lascia fare. Cresce l’audacia con l’esperienza. Soprattutto quel ragazzo, che per primo aveva provato, nuota accanto al delfino, gli monta sul dorso, va e viene, crede di esser riconosciuto dall’animale, di essere amato e di amarlo; nessuno dei due ha paura, nessuno è temuto; cresce la fiducia dell’uno col crescere della docilità dell’altro. E parecchi compagni nuotando a destra e a sinistra lo accompagnano confortando e incitando. Nuotava assieme (anche questo fa meraviglia)  un altro delfino, comportandosi quasi da spettatore e compagno; nulla faceva né tollerava; ma conduceva e riconduceva l’altro delfino, come con il ragazzo faceva con gli altri ragazzi.  Cosa incredibile, ma vera come tutto quanto sin qui ho detto, il delfino che faceva da cavalcatura e da compagno di giochi dei ragazzi, si lasciava a volte tirare sulla spiaggia e, una volta asciugatosi sull’arena e riscaldatosi, si rituffava in mare.

“Si è saputo che Ottavio Avito, legato pro consolare, per una ridicola superstizione, trovato il delfino sulla spiaggia, lo profumò con un unguento [l’unzione del delfino poteva essere stata una cerimonia propiziatoria, poiché i casi strani potevano essere interpretati come preannuncio di disgrazie: vedi Svetonio, Caes., 81], e l’animale per l’insoluta sensazione e per l’odore si rifugiò in alto mare e solo dopo alcuni giorni ricomparve languido e mesto. Successivamente, ritornato in forze, riprese la sua passata gaiezza e i suoi precedenti servizi. Tutti i magistrati accorrevano a tale spettacolo; per la loro presenza e dimora, quel modesto villaggio era stremato da inattesi esborsi: alla fine quella località perdeva anche la consueta quiete e tranquillità: si decise pertanto di uccidere segretamente il delfino, che causava tali fastidi.”

Questa, dunque, è la storia del delfino d’Ippona: la storia di un incontro prodigioso fra l’uomo e l’animale che si svolge in un’atmosfera mitica e gioiosa, e ove quel che più colpisce è il fatto che il secondo, oltre a rivelare doti d’intelligenza e di sensibilità per nulla inferiori a quelle del primo, giunge a concedere al suo nuovo amico una fiducia assoluta, totale (che gli costerà, purtroppo, la vita). È la storia di come due specie diverse, abitanti due mondi totalmente diversi (la erra ed il mare), giungano a sfiorarsi, a conoscersi, a fare amicizia ed a fraternizzare, abbandonando ogni istinto di difesa e godendo del puro scambio della reciproca amicizia, senza altro fine che quello di regalarsi dei momenti di rara felicità, di fusione perfetta. Sembra il racconto inventato da un poeta: non ne conosciamo altri, almeno primo dell’ultimo secolo (quando vi è stato un inizio di nuova consapevolezza da parte dell’uomo rispetto ai suoi fratelli minori, gli animali: ma, per lo più, gli animali domestici), in cui uomo e animali siano arrivati così vicini a ritrovare quell’intesa, quella fraternità che aveva caratterizzato l’età dell’oro. E anche l’uomo, in questo rapporto di amicizia disinteressata, sembra diventare migliore, deponendo – per una volta- quell’atteggiamento di superiorità e quella volontà di dominio che sempre ha caratterizzato i suoi rapporti con le altre specie viventi. Ahimé, un’altra occasione mancata: quando l’accorrere di una folla di curiosi mette in crisi i fragili equilibri sociali della comunità locale, la reazione è decisa e irreversibile: il delfino, attratto nelle reti dell’amicizia umana e ormai completamente fiducioso ed inerme, viene ucciso a tradimento: il suo sangue innocente servirà a riportare l’ordine e la quiete nella cittadina in riva al Mediterraneo.

A proposito dell’intelligenza dei delfini, lo studioso John C. Lilly, fondatore (nel 1959) del Communication Research Institute e autore di studi avanzatissimi e di numerosi libri sull’argomento (tra i quali Lilly of Dolphins, tradotto in Italiano con il titolo L’intelligenza dei delfini, Milano, SugarCo Edizioni, 1978,  dal quale traiamo la seguente citazione), osserva:

“Vorrei ancora una volta sottolineare e mettere in luce l’aspetto cooperativo del tentativo di comunicazione inter-specie. Nell’elaborare le ipotesi di questo progetto, dobbiamo anche tener presente le eventuali conseguenze. Abbiamo così scoperto che non possiamo fare progressi nel comunicare con un determinato delfino se non gli dimostriamo lo stesso rispetto, la stessa gentilezza che abbiamo con i nostri simili. Abbiamo scoperto che un giovane delfino al pari di un ragazzo si sente molto più a suo agio quando nota la nostra buona disponibilità. Sia noi che loro dobbiamo dimostrare un rispetto ed un’autodisciplina reciproca. Non vogliamo no sfruttamento unilaterale dell’uomo da parte del delfino. La vecchia teoria secondo cui una specie deve dominare tutte le altre è stata completamente ripudiata da me e da tutti i miei colleghi. Ci hanno spesso domandato: «Se i delfini sono così intelligenti, perché non sono diventati padroni del mondo?» La mia risposta meditata è che essi sono troppo saggi per cercar di dominare il mondo. Quella domanda si può facilmente capovolgere: «Perché l’uomo o singoli individui vogliono dominare il mondo?». Io credo che il desiderio di dominare tutte le altre specie e tutte le vaste risorse del nostro pianeta derivi fondamentalmente da una posizione di insicurezza, cioè da una profonda insicurezza del proprio ‘universo’ interiore o, in altre parole, dal bisogno di una sicurezza certificante. Le paure e i timori interiori sono proiettati su qualcosa di esterno: dominare il mondo significa in fondo cercare di dominare la propria interiorità. Sono convinto che, se non tratteremo i delfini con rispetto, considerazione e gentilezza, essi si allontaneranno ancora una volta da noi. Si sa per certo che i delfini avvicinarono l’uomo all’epoca di Aristotele o poco prima. Intorno al 50 d. C., in epoca romana, i delfini si erano allontanati dall’uomo per ritornare da lui solo all’inizio di questo secolo [cioè il Novecento; ma pare che Lilly non abbia letto l’epistola di Plinio il Giovane: nota nostra]. Dobbiamo aggiungere che all’epoca di Aristotele anche l’uomo si era rivolto ai delfini e che solo in questo secolo siamo ritornati a cercarli. Preferisco quindi pensare che, sia noi che loro, abbiamo tentato di incontrarci almeno due volte, la prima tra il 500 a. C. e il 200 a. C., la seconda all’inizio del ventesimo secolo.

“Lo sfruttamento dei delfini da parte dell’uomo non è solo un insulto ai nostri ideali umanitari ma anche un serio ostacolo ad ogni ulteriore sviluppo delle nostre relazioni con loro. Se vogliamo comunicare con i delfini, occorre in primo luogo non considerarli degli animali qualsiasi ma degli ‘esseri intelligenti’ e in secondo luogo mostrare loro sin dall’inizio il lato migliore di noi stessi. I loro attuali rapporti con noi si limitano quasi esclusivamente ai vari ‘spettacoli’ dei centri oceanografici e ad alcuni impieghi militari [in quanto la Marina statunitense li addestra a scopi bellici, ad es. a portare delle cinture cariche di esplosivo verso porti nemici o naviglio da colpire: nota nostra]. Se vogliamo che le nostre prospettive con loro siano le più ampie possibile, dobbiamo sin d’ora assumere un atteggiamento aperto e disponibile nel nostro lavoro insieme.

“Se consideriamo i delfini degli ‘animali inferiori’ è meglio non tentare neppure di avere dei rapporti da ‘eguali’ con loro. Se poi li consideriamo degli ‘animali intelligenti’ utili all’uomo da essere usati per i vari spettacoli nei centri oceanografici, nei circhi, alla televisione, allora vuol dire che abbiamo una mentalità segregazionista se non razzista.

“Attualmente noi consideriamo i delfini alla stregua del ‘cane amico dell’uomo’, sul tipo di Lassie, degli scimpanzé o dei cavalli ‘televisivi’. I miei interessi ed i miei progetti sui delfini sono ben lontani da quelli d alcuni scienziati della Marina Militare che ‘insegnano’ ad alcuni delfini a fare da ‘esploratori marini’. Questa specie di rapporto del tipo ‘vai e riporta l’osso’ non è certo un rapporto tra uguali. La schiavitù dell’uomo sull’uomo ha lungamente pesato sulla storia della nostra specie. Oggi non si possono più ‘comprare’ degli uomini, ma si possono tranquillamente ‘comprare’ dei delfini. Fintanto che, dal punto di vista legale, i delfini saranno considerati degli ‘animali’, essi saranno considerati uno dei tanti articoli di commercio ad uso dell’uomo. Non esistono ancora delle leggi che proteggano i delfini.

“Può darsi che la parola ‘eguali’ non sia il termine appropriato per indicare il rapporto uomo-delfino. Personalmente considero il delfino un ‘eguale cognitivo’, cioè allo stesso livello di intelligenza dell’uomo, anche se la sua intelligenza può sembrare molto diversa e lontana se considerata da un punto di vista umano. Dobbiamo in qualche modo tradurre la Regola d’oro [non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso: nota di J. C. Lilly] e lo stesso deve fare il delfino perché possa esserci un contatto tra questi due esseri così diversi eppure così simili e socievoli. Secondo la Regola d’oro, né il diverso aspetto né il diverso pensiero dovrebbero scoraggiare il nostro incontro: entrambi dovremmo cercare le basi di un comune e possibile rapporto egualitario. Secondo i principii che sono alla base delle nazioni Unite, non vi devono essere distinzioni di razza, colore e fede tra gli esseri umani: lasciatemi aggiungere il termine ‘specie’ e il nostro modo di pensare ed avremmo un buon esempio di come dovremmo impostare il rapporto con i delfini e le balene. Oltre alla razza, al colore, al credo politico e religioso, dovremmo aggiungere un nuovo principio: «non si deve tener conto di alcuna differenza tra le specie, né delle differenze anatomiche, né delle differenze ambientali; tutte le specie dotate di un cervello di determinate dimensioni saranno considerate uguali all’uomo».

“Attualmente, poiché non si tiene conto di tale principio noi, esseri umani, possiamo far violenza ai delfini. Per esempio, potrebbe darsi che la peggior cosa che potesse capitare ad un delfino sia  quella di essere rinchiuso in una piscina (non importa di quale dimensione) anche se lo nutriamo e ci prendiamo cura di lui. È anche vero che questa situazione è fra le peggiori che possano capitare ad un essere umano. Proviamo a riflettere sui casi in cui degli esseri umani lo fanno ad altri. Anche i luoghi in cui le persone sono confinate come i delfini godono di una pessima reputazione. Questi posti dove le persone vengono custodite e nutrite gratis, vengono chiamati di volta in volta ‘prigioni’, ‘ospedali psichiatrici’, ‘campi di concentramento’, ecc. Detto in altre parole, fra gli ideali che noi amiamo maggiormente e che auguriamo a noi stessi e agli altri, vi sono i diritti civili, la libertà personale, l’iniziativa privata, ecc. Tenendo conto di quanto abbiamo detto, stiamo maltrattando i delfini.” (op. cit, pp. 90-93).

Le riflessioni di John C. Lilly sono particolarmente interessanti là dove le modalità de, rapporto che l’essere umano sta costruendo con il delfino suggeriscono ulteriori ragionamenti circa l’atteggiamento pericolosamente antropocentrico che, così come oggi caratterizza in senso violento i nostri rapporti con gli altri viventi, un domani potrebbe caratterizzarli con specie viventi provenienti da altri mondi. Oggi quasi tutti gli scienziati ammettono che tali specie devono certamente esistere, in vari luoghi dell’Universo, e che potrebbero aver raggiunto un livello di civiltà pari al nostro, se non di molti superiore. Eppure, stranamente, nessuno si pone il problema di come realizzeremo questo eventuale contatto, nonostante il terribile ammonimento di come avvenne il contatto fra la civiltà occidentale moderna e le civiltà dell’America pre-colombiana: paragone che calza benissimo e che dovrebbe farci riflettere alquanto.

“In passato – osserva Lilly – molti uomini illustri hanno seguito la Regola d’oro. Furono tra quelli che meglio di ogni altro ne compresero lo spirito e lo misero in pratica: Cristo, Gandhi, Buddha, Quetzalcoatl, e molti altri maestri ancora. Tutti ci indicano con il loro insegnamento come interpretare e come realizzare la Regola d’oro.

“Se i moderni umanisti fossero maggiormente interessati a lavorare direttamente con i delfini od a sostenere lo sforzo di coloro che svolgono questa ricerca, potremmo forse riuscire ad ottenere un numero sufficiente di informazioni per poter meglio analizzare e capire la vera etica dei delfini.

“Forse per raggiungere questo obiettivo sarà necessaria l’opera e la dedizione  di un nuovo leader religioso. Spero di no. Mi auguro che si ossa trovare una soluzione nell’ambito della nostra società  in cui questo lavoro deve essere realizzato.

“Se improvvisamente dovessimo entrare in contatto con degli invasori provenienti dallo spazio, poiché investiamo gran parte delle ricchezze della terra nella costruzione di armi micidiali , finiremmo inevitabilmente per usarle contro di ,oro senza pensare alle possibili conseguenze.

“Attualmente l’industria della caccia alle balene può tranquillamente prosperare grazie alla mancata  applicazione della Regola d’oro a tutte le specie viventi.

“Supponiamo che il nostro pianeta sia invaso da extraterrestri aventi un aspetto simile a quello delle balene, i nostri cervelli militari non esiterebbero un attimo ad usare le armi contro di loro. Ciò accadrebbe anche se gli extraterrestri fossero sbarcati sulla erra solo in missione esplorativa e magari per offrirci la loro amicizia; non avrebbero il tempo di esprimere le loro idee in proposito. Probabilmente si tenterebbe di abbatterli  prima che potessero entrare in orbita intorno al nostro pianeta.

“Se l’industria che vive sulle balene è esemplare del modo con cui trattiamo gli esseri seriori e pacifici del mare, immaginate quale potrebbe essere il trattamento riservato ad esseri superiori provenienti dallo spazio. Abbiamo qui, sul nostro pianeta, degli esseri intelligenti  quanto noi, e noi insistiamo a considerarli dei semplici ‘animali’, non solo, ma continuiamo a mangiarli ed a trasformarli in fertilizzanti.  Se appartenessi ad una antica e superiore cultura localizzata da qualche parte nell’universo infinito, raccomanderei, ai miei simili ed agli altri esseri intelligenti di mia conoscenza, di evitare il pianeta Terra.. la specie umana è così arrogante  da ritenersi superiore a qualsiasi altro essere.  Gli esseri umani mostrano di rispettare solo coloro che sono capaci di sconfiggerli in guerra.” (op. cit., pp. 99-100).

Da tutto questo emerge con chiarezza una conclusione: il modo in cui l’essere umani si rapporta agli altri viventi è un riflesso del modo con cui egli si rapporta con i suoi simili e con sé stesso, ed è il banco di priva del modo in cui si rapporterà con altre specie viventi provenienti dal cosmo o – come alcuni pensano – da altri piani di realtà. Riscoprire la Regola d’oro ed estenderla a tutti i viventi, in spirito di francescana umiltà e saggezza, è dunque un modo non solo di ristabilire delle relazioni fra i viventi ispirate a un senso di giustizia, ma anche valorizzare quella parte buona e generosa che giace semi-addormentata in fondo al nostro essere, ricoperta da uno spesso strato di egoismo, presunzione ed ignoranza. Già filosofi come Plutarco di Cheronea ammonivano che l’uomo deve agli animali un atteggiamento non solo di pietà, ma anche di giustizia (cfr, l’ampia antologia a cura di Ginto Ditadi I filosofi e gli animali, Este-Padova, Casa Editrice Isonomia, 1994, 2 voll.), da cui derivava, fra l’altro, la necessità di adottare una dieta vegetariana. Possibile che in questi duemila anni l’essere umano non abbia fatto il più piccolo progresso rispetto alla consapevolezza di pensatori come Plutarco? Che in questi ultimo otto secoli non abbia imparato proprio nulla dalla lezione di Francesco d’Assisi?

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/06/2007 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 08 Febbraio 2018

Del 15 Settembre 2020

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