giovedì, 17 Giugno 2021
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La “Bestia” del Gevaudan: Enigma irrisolto della Criptozoologia

Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulla ‘bestia’ del Gévaudan tipico enigma irrisolto della criptozoologia che continua a interrogarci da una distanza di 2 secoli e mezzo. il Gévaudan era una regione agricola della Francia di Francesco Lamendola

Fra il 1764 e il 1767 i boschi e i pascoli della regione del Gévaudan (corrispondente, più o meno, all’odierno dipartimento della Lozère, tra le Cevenne e il massiccio Centrale) più di cento esseri umani vennero uccisi e sbranati da una terribile e inafferrabile ‘bestia’, che sembrava agire con astuzia più che animale. Neppure l’intervento di un corpo scelto di archibugieri del re, inviati da Luigi XV, riuscì ad arrestare le stragi. Frattanto serpeggiava e andavano crescendo delle supposizioni, delle voci, secondo le quali la ‘bestia’ non era non poteva essere solo un grosso lupo o un branco di lupi; molti, troppi indizi portavano ad altre conclusioni, davanti alle quali la ragione pareva arretrare, inorridita.

Proviamo a qui a rievocare quella lontana pagina di storia che, anche recentemente, ha tornato a far parlare di sé grazie ad un film di Christophe Gans, Le pacte des loups, una co-produzione franco-tedesca apparsa sugli schermi cinematografici nel 2001, animato dalla coppia diabolica Vincenti Cassel- Monica Bellucci. Altrettanto rumore ha fatto la comparsa, nelle librerie, del romanzo omonimo di Pierre Pelot (tradotto in Italia dall’Editore Frassinelli), nonostante la qualità non eccelsa della scrittura (che risente fortemente dello stile proprio della sceneggiatura cinematografica e televisiva). Ma sia il libro che il film offrono una ‘soluzione’ del mistero che non convince. Più si leggono le antiche cronache del Gévaudan, infatti, più ci si convince che dietro la ‘bestia’ (mai identificata con sicurezza scientifica) vi erano, sì, probabilmente, una regìa umana, ma forse anche qualche cosa d’altro… qualcosa che sfida tuttora la nostra ragione strumentale e calcolante, convinta di aver sempre sottomano la risposta giusta per ogni interrogativo.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati sulla ‘bestia’ del Gévaudan, tipico enigma irrisolto della criptozoologia che continua a interrogarci, da una distanza di due secoli e mezzo, e a sfidare le nostre certezze in fatto di scienze naturali non meno che di scienza storica. I fatti sono abbastanza noti, anche perché quella pagina oscura della storia ‘minore’ (il Gévaudan era una regione agricola e arretrata della Francia occitanica) è stata recentemente fatta rivivere da un film e da un libro egualmente fortunati anche se, nel complesso, poveri di reali meriti artistici. Per quanti, tuttavia, non la conoscessero, vogliamo rievocarla a partire da un essenziale ma sostanzialmente fedele resoconto apparso sulla rivista Historia dell’editore Cino del Duca di Milano, trentasette anni fa (numero 4 del 1970, p. 6), senza la firma dell’autore (forse l’allora direttore Alberto Tagliati) col titolo La «bestia» del Gévaudan.

“Agli inizi di giugno dell’anno 1764 nel villaggio di Langogne, nella contea di Gévaudan, in Francia, una donna se ne stava tranquillamente pascolando il suo gregge appena al di fuori el caseggiato, quando fu attaccata da una bestia dall’aspetto spaventoso. I cani da pastore, alla vista dell’animale, presi da terrore non fecero neppure una mossa in difesa della loro padrona; fuggirono di gran corsa. Alcuni buoi, al contrario, si strinsero attorno a lei facendo cerchio e la salvarono, mettendo in fuga l’animale che li aveva attaccati.

“La donna, tremante, appena fu in grado di tornare a casa, raccontò la sua avventura: nulla di eccezionale, se ad attaccarla in quel modo fosse stato un lupo… ma il fatto straordinario era che la «Bestia» – come da quel giorno si prese a chiamarla – aveva un aspetto mostruoso e terrificante. Corpo della grandezza di un asino, pelo rossiccio lungo ed arricciato, occhi che parevano mandare fiamme, una bocca immensa, zampe enormi.

“A sentire quella descrizione, i familiari della brava donna pensarono che la paura l’avesse indotta a vedere quello che non c’era… e la mandarono a letto a rimettersi dallo spavento.

“Ma l’indomani tutto il paese dovette ricredersi: un pastorello fu trovato sgozzato ai margini di un bosco, altre due donne furono attaccate dalla «Bestia» mentre erano intente ad attinger acqua al pozzo. Una ebbe la gola squarciata, l’altra si salvò a stento e poté confermare il racconto della sua compaesana.

“Da quel giorno, per settimane, per mesi, tutto il Gévaudan fu teatro di orrende carneficine: la «Bestia» colpiva all’improvviso, di giorno o di sera, nelle case o all’aperto, soprattutto donne e bambini. Li assaliva, li sgozzava, talvolta arrivava a togliere loro il cuore, il fegato, a strappar il cuoio capelluto.

“Furono organizzate battute di caccia, i notabili del villaggio offrirono forti somme a chi riuscisse a presentare, vivo o morto, il corpo del misterioso animale. Ma non si ottenne alcun risultato. I morti si aggiungevano ai morti. Alla fine dell’anno, più di sessanta persone avevano perduto la vita.

“La notizia di questi fatti straordinari giunse naturalmente anche a Parigi. Re Luigi XV mandò un distaccamento di valenti soldati a dar man forte ai contadini. Ma la «Bestia» vinse anche questa battaglia: caduta un paio di volte in un’imboscata, ferita da colpi d’arma da fuoco, riuscì sempre a fuggire.

“Il re, messo di malumore dallo scacco subito dai suoi uomini, incaricò allora il signor di Bauterne, suo primo archibugiere, di assumere la direzione di quelle incredibili operazioni. L’ufficiale raggiunse il Gévaudan, studiò a lungo la situazione con i paesani, i signori locali e degli esperti che aveva portato con sé, preparò per settimane ei tranelli alla «Bestia»… passò notate e giorni in misteriosi appostamenti… alla fine rientrò da una delle tante battute recando con sé il corpo di un enorme lupo dalla pelle rossiccia.

” – Ecco la vostra «Bestia» – disse con aria sarcastica ai contadini acorsi a vedere l’animale ucciso. – È  solo un lupo un po’ più grosso degli alri… Altro che mostro! -.

E se ne tornò a Parigi con il suo trofeo, ben bene imbalsamato. Il re lo ricevette a corte con tutti gli onori, rise con lui dell’ingenua stupidità degli ingenui contadini del Gévaudan, lo nominò gran croce dell’ordine di San Luigi. E della curiosa storia non si parlò più.

“Ma pochi mesi dopo, nel Gévaudan, al cader della prima neve altre due donne furono trovate sgozzate davanti alle loro case: sulla candida coltre, erano visibile tracce di una zampa mostruosa. La «Bestia» aveva colpito ancora. In alcuni mesi più di quaranta persone morirono in quel modo.

“A Versailles il re, irritato, ordinò che nessuno parlasse più della cosa: temeva che il suo primo archibugiere, l’anno prima, l’avesse preso in giro!

“Fu allora che nel Gévaudan un bravo cacciatore, robusto quanto pio, Jean Chastel, dopo aver ricevuto in chiesa una particolare benedizione, partì alla caccia ella «Bestia». La incontrò sul far della sera, lungo un ruscello, dove egli si era fermato a pregare. La vide pronta a preparare il gran balzo. Imbracciò il fucile e sparò. Colpita al centro della fronte, la bestiaccia cadde a terra priva di vita.

“Tutti i bravi abitanti del Gévaudan uscirono dal lungo incubo. La «Bestia» era veramente un animale mostruoso, dalle proporzioni gigantesche, mezzo lupo e mezzo pantera… o qualcosa di simile. Jean Chastel pensò che fosse necessario farla vedere al re ed esaminare da qualche studioso, a Parigi. La mise in una cassa e partì per la capitale. Ma si era d’agosto e faceva molto caldo. Quando arrivò a corte, la bestia era in stato di avanzata putrefazione. Nessuno poté esaminarla, nessuno poté dire se gli abitanti del Gévaudan avevano veramente avuto a che fare, per tanti mesi, con un essere al di fuorid del normale.”

In lingua italiana esistono alcuni buoni studi sulla vicenda , tra i quali segnaliamo l’ottima monografia del francese Jean-Jacques Barloy Animali misteriosi fra cronaca e leggenda (tradotto dalla casa editrice Lucarini di Roma, 1987), che gli dedica un capitolo molto documentato ed altri ne dedica a ‘bestie’ analoghe, ma meno famose, che hanno imperversati in varie epoche e in diversi paesi; e quella di Vittorio Martucci, Strani animali e antiche storie (Padova, Franco Muzzio Editore, 1997) che gli dedica anch’esso un suggestivo capitolo.

Jean-Jacques Barloy, in particolare, ha condotto studi assai minuziosi servendosi delle tecniche moderne; con l’aiuto del calcolatore, ha steso una lista completa delle vittime documentate della “Bestia” (vale a dire cento morti e trenta feriti), annotando per ciascuna di esse il nome, la data, il sesso, l’età, la località,  il tipo di ferita, il tipo di luogo (prato, bosco, sentiero) e l’ora dell’attacco.  Ma, soprattutto, ha approfondito l’indagine sulla famiglia Chastel, cui apparteneva l’uccisore della “Bestia”, presentato come uomo talmente pio da terminare le sue preghiere mentre già essa stava per assalirlo, e da non fare fuoco prima di essersi segnato con il segno della croce. Sono emerse alcune circostanze inquietanti, tali da far pensare che proprio in seno a quella famiglia sia maturato un disegno criminale, una specie di complotto per straziare e terrorizzare la comunità locale, probabilmente a scopo di vendetta privata o, forse, politica (la regione delle Cevenne era stata coinvolta, qualche tempo prima, nella rivolta a sfondo religioso detta dei ‘Camisardi’ e nella sua sanguinosa repressione). Cediamo pertanto la parola al Barloy (che, come Heuvelmans, è uno zoologo e quindi possiede una solida formazione scientifica, che ne fa un ricercatore particolarmente esperto di questioni naturalistiche). Egli ha studiato a fondo la Histoire de la Bête du Gévaudan dell’abate Poucher, pubblicata nel 1889; l’autore era nativo della regione e pare fosse stato a piedi fino a Parigi per meglio documentarsi presso la Biblioteca Nazionale. Scrive dunque lo studioso francese (op. cit., pp. 152-153):

“L’11 agosto 1765, non lontano da Paulhac, una ragazza d’una ventina d’anni, Marie-Jeanne Valet e Thérèse, sua sorella, stanno attraversando un isolotto nel mezzo di un ruscello che si getta nella Desges e percorrono il sentiero sassoso che porta da un capo all’altro dell’isola, quando la Bestia compare. Essa fa per slanciarsi contro la maggiore, ma la ragazza le sferra un colpo al petto con la baionetta che porta con sé. La Bestia, allora, manda un grido di dolore portando la zampa anteriore alla ferita, un gesto, si ammetterà, tipicamente umano, poi si getta nel fiume e si rivoltola ripetutamente nell’acqua prima di dileguarsi.

“Un altro episodio strano s’era svolto alcuni mesi  prima, il 2 gennaio, al Mazel de Grèzes. Il giorno prima, un ragazzo di quattordici anni, Jean Chateauneuf, era stato divorato dalla Bestia. Ed ecco che questa compare e va a posare le ‘zampe’ sul davanzale della finestra di casa Chateauneuf, guardando verso l’interno della casa. La famiglia è terrorizzata, il padre, un ercole, dice a sua figlia: – Marie-Anne, vai a prendermi l’accetta! -, ed ecco che la Bestia fugge via come se avesse capito.

“La testimonianza di un guardiano di vacche di nome Pierre Blanc deporrebbe ancor più chiaramente a favore della natura umana della Bestia, se non fosse tanto imprecisa. L’aneddoto si colloca, pare, durante l’estate del 1766, ma non si sa dove. Questo Pierre Blanc, dunque, avrebbe lottato con la Bestia per circa tre ore, di tanto in tanto, i due contendenti interrompevano lo scontro per riprendere fiato, poi si misuravano di nuovo. La Bestia lottava in piedi, ed è così che Pierre Blanc avrebbe notato dei bottoni sotto il ventre: bottoni che chiudevano un abito di pelle d’animale, o semplicemente le mammelle di un mammifero femmina?

“L’idea che la Bestia potesse essere un uomo si era fatta già strada tra gli abitanti del Gévaudan, e la semplice vista di persone un po’ villose scatenava il terrore… Due donne che andavano a messa a Fournel incontrarono un uomo con una camicia abbottonata male, che lasciava intravedere dei peli abbondanti. Quale non fu il loro sollievo quand’egli, dopo averle accompagnate per un tratto di strada, finalmente se ne andò!

“Un’altra volta nei pressi di Saugues quattro donne cavalcavano su due cavalli. A un tratto, incontrano un uomo tutto stracciato, armato di un vecchio fucile, che asserisce di star cacciando la Bestia. Siccome una delle donne sta per cadere dal cavallo, egli la rimette ben salda in sella: lei si rende conto che ha una mano stranamente villosa. Le amazzoni continuano per la loro strada, ma giunte al villaggio di Pompeyrac, lo incontrano di nuovo: egli domanda se gradiscono essere guidate attraverso il bosco di Favart, ma le donne rifiutano. Poco dopo, sentono dire che la Bestia è stata segnalata proprio in quel bosco…

“Un altro episodio aveva contribuito a precisare certi sospetti. Un certo Pailleyre soprannominato Bégou, nativo di Pontajou nei pressi di Venteuges, si sveglia nottetempo e nota con sorpresa che c’è luce come in pieno giorno; poi si rende conto che la luna illumina la stanza. Dalla soglia della porta, scorge allora un individuo molto villoso che fa il bagno nel ruscello. All’improvviso, questi si trasforma in un animale e si slancia contro Bégou, che si barrica in fretta: ma ha riconosciuto l’uomo: è Antoine Chastel, il figlio di Jean, il bettoliere.

Non è il solo indizio che riconduce i sospetti nell’ambito della famiglia Chastel; una strana famiglia, sulla quale correvano voci inquietanti. Di Antoine si sapeva che viveva in una capanna sul Mont Mouchet e qualcuno affermava che, come un autentico uomo dei boschi, gli facevano compagnia delle bestie feroci. Si potrebbe dunque pensare che la “Bestia” (o le bestie, perché potrebbero essere state più d’una) fosse un ibridi ottenuto dall’incrocio di un cane lupo con un lupo, oppure un animale importato da lontano (pare che Antoine fosse stato prigioniero dei pirati barbareschi in Africa) o, ancora, fuggito da qualche serraglio, e in qualche modo addestrato con lo scopo preciso di uccidere e terrorizzare gli abitanti del Gévaudan. In quest’ultimocaso avrebbe potuto essere una iena o un giaguaro. Forse una parte delle uccisioni compiute dalla “Bestia” furono commesse in realtà da esseri umani travestiti da animali, un po’ come nella setta assassina degli ‘uomini-giaguaro’ in Africa (ne abbbaimo parlato nel nostro articolo Fenomeni psichici presso i popoli primitivi). Un caso abbastanza simile a quello immaginato, più tardi, dallo scrittore inglese sir Arthur Conan Doyle nel suo celebre romanzo Il mastino dei Baskerville.  A che scopo sarebbe stato ordito un piano così complesso, così diabolico e, in effetti, anche così rischioso per i suoi autori? Non possiamo dirlo con certezza: certo a scopo di vendetta; ma se personale, politica, religiosa o d’altro tipo ancora, probabilmente non lo sapremo mai. Conclude il barloy (op. cit., p.156):

“Così dunque i membri della famiglia Chastel avrebbero aizzato degli animali contro le persone che volevano uccidere. Ma che specie di animali? Sicuramente non dei lupi, che sarebbe stato difficile addestrare così: semmai degli ibridi di cane e lupo. Infatti l’animale ucciso da Jean Chastel aveva una macchia bianca sul petto. S’intuisce dunque che Chastel, forse sotto l’effetto del rimorso, avrebbe ucciso una delle sue stesse bestie. Anche il ‘lupo’ di A, de Beauterne aveva una macchia bianca… Del resto questi due animali sono molto strani per più di una ragione.

“L’ipotesi di ibridi di cane e lupo, avanzata dallo zoologo canadese C. D. H. Clarke, è molto interessante. Si tratta di un incrocio facile da ottenere e che, in virtù dell’eterosi (o vigore degli ibridi) – fenomeno ben noto ai genetisti – produce animali forti e aggressivi: i cacciatori di lupi hanno utilizzato per molto tempo ibridi simili. La famiglia Chastel avrebbe potuto benissimo possedere dei mastini, i terribili ‘mâtins’, come venivano chiamati a quel tempo, e forse anche una iena o un orso. L’ipotesi ella iena, in particolare, è difesa da Gérard Ménatory. Una iena avrebbe potuto sopportare il clima del Gévaudan. La iena striata sopravvive nel Caucaso…

“Alcune delle ferite rilevate sui cadaveri, come il cuoio capelluto strappato, sembrano rappresentare il marchio dell’orso, anzi, si è pensato più in particolare all’orso labiato dell’India, già a quell’epoca ricercato e mostrato in pubblico: alcune descrizioni della Bestia ricordano quest’animale. Le decapitazioni si possono spiegare col fatto che i padroni di questi animali, sopraggiungendo in un secondo momento, tagliavano la testa ai cadaveri.

“Se i componenti della famiglia Chastel si sono accaniti in modo così scientifico, così metodico, contro gli abitanti del Gévaudan, un motivo c’era. Alcuni autori, come ben sappiamo, hanno riferito che Antoine Chastel aveva frequentato gli Ugonotti del Vivarais, i quali avrebbero potuto anche incitarlo a uccidere i cattolici: non dimentichiamo infatti che la valle della Lozère è stata insanguinata da lunghe lotte ra cattolici e protestanti. Ai tempi della Bestia, la guerra dei Camisardi non era poi così lontana: s’era svolta nelle Cevenne negli anni tra il 1702 e il 1704. Ancora nel 1752, dei curati erano stati uccisi dagli Ugonotti. Inoltre, a quanto pare, non ci furono soltanto cattolici tra le vittime; più precisamente, il suo ‘raggio d’azione’ corrisponde press’a poco alla parte cattolica del Gévaudan, senza estendersi, o estendendosi soltanto in minima parte, alle zone protestanti del Vivarais, dell’Aubrac e del Gévaudan centrale: Marvejols era una roccaforte protestante.”

Prima di concludere, ci sembra opporruno riportare le ipotesi formulate con chiarezza e competenza da Vittorio Martucci (op. cit., pp. 93-95) a proposito della vera identità della “bestia”, che tengono conto, in particolare, delle descrizioni fornite all’epoca dei fatti  e specialmente quella del curato di Lorciéres (riportata in G. Carbone, Le peur du loup, Parigi, Gallimard, 1991, pp. 30-35; 138-149), dalla quale si evince l’immagine un animale assai diverso da un normale lupo.

“1. IPOTESI DEL LUPO.

” È l’ipotesi più ovvia,, anche se quasi tutti i suoi sostenitori aggiungono che è preferibile parlare di più lupi (almeno tre) che, in successione, avrebbero seminato il panico nella zona. A favore di questa tesi sta l’elevato numero degli animali presenti allora nella regione, e il loro accrescimento in quel periodo, dovuto sia alla guerra dei sette anni, che aveva utilizzato altrove braccia ed energie, sia alle leggi sulla caccia, che riservavano ai nobili la maggior parte delle prede. Contro i lupi depongono anche le reazioni dei bovini, che, in varie occasioni, avevano salvato i giovani proprietari da morte certa: difficilmente i pacifici erbivori avrebbero lottato contro aggressori ad essi non familiari.

“A questa ipotesi va ad affiancarsi quella di un ibrido selvatico lupo-cane; questo spiegherebbe la rande aggressività, quale conseguenza dell’eterosi, e la presenza di macchie bianche sul mantello della bestia, più volte segnalata.

“Contro l’ipotesi dei lupi starebbero, tuttavia, gli aspetti francamente outrés, decisamente eccessivi delle uccisioni, assolutamente estranei al modo di cacciare del carnivoro; si pensi, soprattutto, alle numerose decapitazioni.

“2. IPOTESI DI ALTRI ANIMALI SELVATICI DELLA ZONA.

“È la meno accettata, anche se la postura eretta della Bestia, così come descritta in molte aggressioni, potrebbe far pensare ad un orso. Qualcuno ha sostenuto con sicurezza l’opera di una lince.

“3. IPOTESI DI INTERVENTI UMANI.

“È, naturalmente, la più sconcertante, ma anche quella più soggetta ad amplificazioni e a fraintendimenti. Per esaminarla esaurientemente, la suddivideremo in due sottoipotesi.

3.1. IPOTESI DEL LICANTROPO.

“La voce di un mostro umano quale autore delle stragi cominciò a circolare molto presto, alimentata da numerose osservazioni e da inquietanti resoconti. La Bestia fu vista proteggere con la zampa una ferita che le era stata inferta, la si sorprese ad osservare, attraverso una finestra a pianterreno, l’interno di un casolare, con atteggiamento che fu giudicato troppo umano. E, infine, nel corso di un combattimento con un tal Pierre Blanc. Furono scorti strani bottoni sulla sua pelliccia.

“M.me Aibuad-Farrère parla senza mezzi termini di un uomo misterioso, conosciuto col nome di Messire, che si celava nell’abbazia di Mercoire, dalla quale si sarebbe spinto nei dintorni per compiere i suoi orripilanti delitti. La studiosa è pronta ad affermare che egli sarebbe stato l’autore almeno dei misfatti del Vivarais, ma aggiunge di non poter fornire maggiori precisazioni sul personaggio,  che sarebbe l0’antenato di un uomo politico attuale.

“3.2. IPOTESI DI ANIMALI ALLEVATI E AIZZATI DALL’UOMO.

“In questo caso l’attenzione si sposta su Antoine Chastel, figlio dell’uccisore dell’ultimo lupo. Si trattava di un misantropo, abituato a vivere nei boschi dove si mormorava allevasse ogni sorta di animali. Una simile ipotesi può far scendere in campo le specie esotiche, quali iene (spesso prese in considerazione anche nelle antiche cronache), scimmie antropomorfe, orsi labiati, ghiottoni e quant’altro mai. Il movente non andrebbe cercato nel puro sadismo, ma in oscure trame religiose e politiche. Chi è a favore della ‘tesi Chastel’ fa rilevare come vi fosse stato un periodo di relativa calma quando l’uomo era stato imprigionato per alcuni mesi. Tutte le ipotesi, poi, che prospettano interventi programmati sembrerebbero trovar conferma (ma fino a un certo punto) in un recente esame al computer di tutta la faccenda, che rivelerebbe alcune costanti significative nella distribuzione spazio-temporale degli eventi.

“4. IPOTESI DI ESSERI DIABOLICI E DI EXTRATERRESTRI-

“Le ipotesi estreme non sono mai mancate (si pensi alla leggenda sulla crescita dell’erba), anche con aggiornate versioni ufologiche; mancano, ovviamente, gli elementi concreti di valutazione.”

A conclusione di queste pagine sul caso della “bestia” del Gévaudan, ci piace riportare la descrizione dell’animale ferocissimo e misterioso che ne ha fatto il curato di Lorcières (cit. in V. Martucci, cit., pp. 95-96), affinché il lettore possa tentare di farsi una propria opinione circa la natura di esso.

“L’animale feroce e selvaggio ha un corpo allungato, e, quindi, due volte più lungo di un comune lupo e molto più alto. È basso sui forti piedi anteriori; le zampe estremamente larghe e armate di temibili artigli la cui impronta nel terreno molle o nella neve affonda per la profondità di un dito. La testa è molto grossa e molto larga; e si assottiglia terminando in un muso; la gola è enorme, quasi sempre aperta, con denti così micidiali e taglienti da staccare in poco tempo la testa di una persona: in una parola, affilati come rasoi. Le orecchie sono estremamente corte, ma dritte e rialzate, gli occhi scintillanti tanto da ispirare terrore, il torace molto più largo, quasi come quello di un cavallo, di svariati colori; i piedi posteriori più alti di quelli davanti, senza artigli, e non lasciano impronte se non qualcosa come un calcagno. I fianchi del corpo sono rossastri, la parte inferiore del ventre bianca, il dorso nerastro, con una banda nera per tutta la lunghezza, la coda lunga, folta e sollevata. È estremamente agile e veloce, accorto ed astuto, sa distinguere, per assalirlo, il sesso di cui è bramoso; non soggiorna mai nei boschi, ma li attraversa quando è inseguito. Generalmente si nasconde nei dintorni delle fattorie e nei pascoli sotto le ginestre e i ginepri e solleva la testa per esaminare la preda su cui si avventa a balzi. È così astuto, come si è detto, che da qualche tempo si è notato che siede sull’alto di qualche roccia o altra elevazione per esaminare cosa accada nelle zone circostanti, e, quando vuole accostarsi alla sua vittima, va ventre a terra. Strisciando come un serpente; la pelle è durissima, il pelo lungo e lucente.

“Ecco all’incirca la descrizione di questo animale feroce, o, piuttosto, di questo mostro crudele, secondo il parere di numerose persone.”

E conclude con questa osservazione:

“Secondo questa descrizione non si può provare che questo animale vorace e feroce, o piuttosto questo mostro, sia un lupo.”

A noi non resta che rimanere pensosi davanti a un mistero così intricato e così sinistramente affascinante. Perché se è credibile l’ipotesi che in tutto l’affaire della “bestia” del Gévaudan , regione scabra e isolata quant’altre mai nella Francia di re Luigi XV, sia riconoscibile un disegno intelligente, allora dobbiamo realmente domandarci fin dove la malvagità demoniaca degli esseri umani possa arrivare. Cento vittime umane, quasi tutte donne e bambini, uccise e orrendamente straziate, con una ferocia che non esitava a infierire oltre ogni limite su quei poveri cadaveri: è ancora un cuore umano, nel senso letterale della parola, quello che ha potuto compiacersi di una così orrenda carneficina? O non sarà piuttosto quello che James Hillman, nel suo libro Il codice dell’anima, ha definito la vocazione demoniaca la quale, per la sua stessa natura intrinsecamente malvagia, è attratta dall’innocenza? Quest’ultima considerazione spiegherebbe perché la “bestia” (o coloro che la manovravano), proprio come i satanisti nei rituali più esecrandi della magia nera, prediligesse versare il sangue di bambini o di giovani donne.

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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