lunedì, 27 Settembre 2021
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Marsupiali grandi come rinoceronti si aggirano ancora nell’interno del continente australiano?

Marsupiali grandi come rinoceronti si aggirano ancora nell’interno del continente australiano? Stiamo parlando del “Diprotodon”, un animale estremamente massiccio, lungo quattro metri e della stazza di un rinoceronte di Francesco Lamendola  

Marsupiali grandi come rinoceronti si aggirano ancora nelle  boscaglie all’interno del continente australiano, ove certamente vissero migliaia di anni fa?

Stiamo parlando del “Diprotodon”, un animale estremamente massiccio, lungo quattro metri e della stazza di un rinoceronte, con una testa enorme, impressionante, lunga un buon metro e con delle mascelle formidabili, appartenente all’antica megafauna australiana, che popolava il continente-isola dell’Oceania in epoca pliocenica e fin dopo le ultime grandi glaciazioni. Si trattava del più grande marsupiale che sia mai esistito.

Gli scheletri conservati nei musei di storia naturale sono completi e ci permettono di farcene un’idea alquanto precisa, che lascia poco spazio all’immaginazione, così come avviene solo per pochi dei grandi vertebrati che abitavano in un passato non molto remoto il nostro pianeta. Ora, la domanda che vogliamo porre è proprio questa: siamo del tutto certi che questo gigante marsupiale abbia abitato l’Australia solo nelle epoche passate? Non potrebbe darsi che alcuni esemplari siano sopravvissuti fino ad epoca recentissima e che, forse, tuttora si aggirino nelle lande più inospitali e remote dello “scrub” australiano, misto alla vegetazione xerofila, o in qualche boschetto di eucalipti, presso le rive dei laghi salati?

Sappiamo, con un grado assoluto di certezza, che esso era ancora presente, e anzi era largamente diffuso, all’epoca in cui l’uomo fece la sua comparsa in questa parte del mondo, qualche cosa come quaranta o cinquantamila anni or sono.

Tuttora si discute animatamente fra gli studiosi sulla data esatta dell’arrivo dell’uomo nel continente australiano. Il metodo del radiocarbonio ha permesso, finora, di datare a circa 40.000 anni i siti archeologi più antichi; mentre il metodo della termoluminescenza ha fornito date più remote, che vanno dai 50.000 anni ad un massimo di 120.000 per un sito del Territorio del Nord; data, quest’ultima, che ha suscitato un vespaio di pareri contrastanti e che è stata respinta dalla maggior parte degli archeologi di formazione accademica. Bisogna dire, infatti, che non tutti gli scienziati accettano la validità del metodo basato sulla termoluminescenza, per cui la discussione rimane tuttora aperta, in attesa di ulteriori sviluppi.

Sia come sia, fra gli archeologi e gli storici vi erano pochi dubbi su fatto che il dingo, il cane australiano rinselvatichito, sia stato introdotto in quel continente dall’uomo; per cui non poco scalpore ha destato la scoperta di ossa di dingo insieme ai resti del “Diprotodon”. Infatti, delle due l’una: o il dingo è giunto in Australia non già al seguito dell’uomo, ma per proprio conto, sfruttando il ponte continentale che si formò, in epoca glaciale, nell’area dello Stretto di Torres; oppure il “Diprotodon” non si estinse affatto in epoca antica, ma sopravvisse fin in età storica. E, se fosse vera la seconda delle due ipotesi, sorge spontanea la domanda se il “Diprotodon” fosse davvero estinto allorché,  all’inizio del XVII secolo, gli Europei fecero la loro comparsa sulla scena, arrecando il secondo e definitivo colpo al delicato ecosistema australiano; e se, per caso, qualche esemplare non possa essere sopravvissuto fino a noi.

L’idea che un vertebrato sconosciuto di grandi dimensioni sia potuto passare inosservato fino alla nostra epoca può, a tutta prima, sembrare strana, ma i fatti dimostrano che non è campata in aria. Animali terrestri di grande mole, come il gorilla di montagna, l’okapi, il leopardo delle nevi, il cervo di padre David, il gigantesco varano di Komodo e il cavallo di Przevalski, sono stati tutti riconosciuti dalla scienza solo in tempi recentissimi; per non parlare di animali marini come il celacanto, scoperto nei mari dell’Africa australe solamente nel 1938, mentre l’intera comunità scientifica era fermamente persuasa che fosse ormai estinto da qualcosa come trecento milioni di anni.

Esistono indizi che permettono di ipotizzare una sopravvivenza del “Diprotodon” fino ai giorni nostri, in qualche località interna dell’Australia?

Oltre alle analogie con il megaterio della Patagonia, di cui abbiamo parlato in un altro scritto, e con il “Dinornis maximus” della Nuova Zelanda (il cosiddetto “moa”), l’uno e l’altro sicuramente vissuti in epoca storica e cacciati dalle popolazioni primitive di quelle due regioni, effettivamente alcuni indizi più circostanziati esistono. Fra gli altri, la relazione di una spedizione scientifica francese dei primi dell’Ottocento; i racconti di alcuni cercatori d’oro, che lo avrebbero addirittura visto, vivo e vegeto, nel corso del XIX secolo; e, infine, i numerosissimi scheletri, perfettamente conservati, scoperti da una spedizione scientifica australiana nel corso degli anni Cinquanta del Novecento. Scheletri che avrebbero potuto benissimo avere solo poche decine d’anni, così come avrebbero potuto averne qualche migliaio: è impossibile, purtroppo, stabilirlo con qualche grado di certezza.

Il più grande fra tutti gli esploratori del continente australiano, il tedesco Ludwig Leichhardt (al quale abbiamo altra volta dedicato un ampio articolo) era talmente convinto della sopravvivenza del “Diprotodon”, che, nel 1848, volle organizzare la sua ultima, grandiosa spedizione nel cuore del deserto – dalla quale non fece mai più ritorno – in gran parte per fare dono alla scienza del suo tempo di alcuni esemplari di quel marsupiale gigante o, almeno, per annunciare al mondo che li aveva potuti osservare con i propri occhi.

Scriveva lo studioso tedesco Herbert Wendt nel suo eccellente – e oggi ingiustamente dimenticato – studio di zoogeografia «L’altra storia della Terra. Miti e realtà de mondo animale» (titolo originale: «Auf Nohas Spuren»; traduzione italiana di Giuseppe Bianchetti, Milano, Aldo Martello Editore,  1959, pp. 295-299):

«Nella regione degli odierni deserti salini, nell’interno dell’ Australia, vivevano [oltre a due giganteschi tilacini e ad un orso marsupiale grosso e robusto, nonché un marsupiale ancora più grande, parente del koala attuale] un “Phascholomus”, un vombat che era stato grosso come un tapiro; un “Nototherium”, goffo marsupiale della grandezza d’un bue; e infine il “Diprotodon”, marsupiale gigante il cui corpo aveva la circonferenza d’un rinoceronte. Il “Nototherium” e il “Diprotodon” furono collocati nel Terziario australiano, equivalenti marsupiali dei mammiferi giganti del Terziario del Vecchio Mondo, quando gli studiosi di preistoria erano ancora del parere che tali forme giganti esistente appartenevano a epoche terrestri passate. D’improvviso, nel 1882, una scoperta in apparenza molto strana e inspiegabile fu causa di grande confusione tra gli studiosi. L’australiano Frederick McCoy aveva infatti disseppellito in Victoria ossa di questi marsupiali giganti insieme a ossa di dingo. Dunque il dingo viveva già nel Terziario australiano, in un’epoca in cui sicuramente non esistevano uomini in  Australia? Ma allora, come ha potuto il dingo immigrare nel continente australiano, unico tra i mammiferi superiori, senza l’aiuto dell’uomo?

Il dingo (qualsiasi zoologo lo sapeva e lo sa) è un cane domestico tornato selvatico, forse un discendente del tengger giavanese oggi estinto. Nessuno poteva dubitare che i Predravidici, gli antenati dei boscimani australiani, avessero portato questo cane da Giava circa cinquanta millenni or sono. Nessun animale terrestre – e senz’altro neanche un cane selvatico – avrebbero potuto attraversare con mezzi propri lo Stretto di Torres che, largo mille chilometri, divide l’Australia dal’Indonesia.»

Qui apriamo una brevissima parentesi per osservare che l’Autore è incorso in un cospicuo errore di geografia; perché lo Stretto di Torres separa non l’Indonesia, ma la Nuova Guinea, dal continente australiano, precisamente dalla penisola di Capo York; e non è affatto largo mille chilometri, ma solamente centocinquanta, tra il Mar dei Coralli e il Mare degli Arafura, e oltretutto è cosparso di piccole isole che possono aver facilitato il transito del dingo; senza contare che la sua sommersone si completò non prima di 12.000, o forse soltanto 8.000 anni fa.

Una distanza molto maggiore, ma sempre inferiore ai 1.000 km., è invece quella che separa le Piccole isole della Sonda, e in particolare Timor, dalla costa dell’Australia nord-occidentale; probabilmente è ad essa che si riferisce la frase del Wendt. Il Mar di Timor, vasto più di due volte l’Italia, raggiunge profondità massime di 3.300 metri e profondità minime di 200 metri, per cui non è mai emerso all’epoca delle glaciazioni e, di conseguenza, non è mai esistito un collegamento fra l’isola di Timor e la terraferma australiana.

«Per quanto gli argomenti in tal senso fossero convincenti, come si poteva conciliare il fatto con la coesistenza di ossa del dingo a fianco a fianco con quelle del diprotodonte, cioè con “ossa terziarie”, vecchie diversi milioni d’anni? C’era una soluzione sola per questo problema, la stessa inviata nel caso del bradipo gigante [del Sud America]: il mostruoso diprotodonte non poteva essere una creatura di epoche passate, ma, come gli altri marsupiali, era figlio dell’era moderna della terra, contemporaneo dei Boscimani [così il Wendt chiama gli Aborigeni] – forse estintosi o sterminato da pochi millenni. O forse ancor vivo? Si cominciò a cercarlo nelle steppe saline australiane, alla stessa maniera con cui si cercava il gripoterio nelle pampas della Patagonia. Questa caccia al diprotodonte vivo è rimasta fino ad oggi una storia senza soluzione.

La vicenda ebbe inizio nel 1801, quando ilo capitano francese Baudin, primo collezionista di marsupiali carnivori della Tasmania, decise di fermarsi con le due corvette “Le Naturaliste” e “Le Géographe” nell’odierno Golfo dei Geografi, sotto il Capo dei Naturalisti, lungo la costa dell’Australia occidentale. Gli scienziati della spedizione Baudin intrapresero un ampio giro dei Monti Darling meridionali; raggiunsero l’Avon River, e lì il geologo Charles Bailly udì al’improvviso un forte ruggito, che a suo avviso doveva provenire da un essere acquatico o palustre. Nei successivi decenni s’intensificarono le voci a proposito d’un mostri della grandezza d’un rinoceronte, dotato di poderose fauci da ippopotamo, vivente nelle acque australiane. Proprio in quel periodo vari cercatori d’oro che tornavano dai deserti dell’Australia occidentale e centrale raccontarono di aver visto in quella mortale solitudine “conigli lunghi tre metri”, e di aver perfino dissepolto ossa di quei mostri. I narratori eccitati furono derisi e compatiti, perché manifestamente febbricitanti. Ma quando poi qualcuno studiò a fondo il problema, scoprì effettivamente nella pianura di Nullarbor, regione arida e priva di alberi del meridione Australiano, e nei laghi salati dei vicini deserti, parecchi crani lunghi un metro e un paio d’ossa grosse come quelle d’un orso. L’animale fu chiamato “Diprotodon” (bidente) per via dei grossi incisivi che sembravano denti di roditore. Uno dei primi scienziati australiani, il presidente della Società Zoologica di Victoria, Ambrose Pratt, ritiene senz’altro possibile che l’animale vivesse ancora in quel periodo, che i cercatori d’oro l’abbiano visto, e infine che Monsieur Bailly l’abbia sentito.

Un corpo di diprotodonte relativamente ben conservato, affiorato dal lago salato di Callabona e privo del’aspetto d’un fossile, risvegliò nel 1847 la curiosità dell’uomo allora più famoso d’Australia: il grande esploratore Ludwig Leichhardt. Tra il 1844 e il 1846 Leichhardt aveva intrapreso due spedizioni nell’interno sconosciuto del continente, aprendo una via transcontinentale da Brisbane (Est) al Golfo di Carpentaria (Nord). Si era arrischiato in regioni nelle quali, a quanto dicevano i coloni, esistevano “solo deserti mortali, giganti, uomini-uccello grondanti sangue, selvaggi primitivi e animali mostruosi”, dichiarandoli perfettamente transitabili. Aveva osservato le danze d’amore degli stupendi uccelli lira, aveva ascoltato la risata sinistra, quasi umana, del dacelide, o alcione gigante, e parlato con selvaggi che aveva scambiato “dapprima per scimmie, poi per i primi uomini in senso assoluto”. Ora, nel dicembre 1847, intendeva attraversare l’Australia da oriente a occidente in tutta la sua larghezza. E quando venne a sapere del diprotodonte non dubitò che in qualche parte della selvaggia Australia centrale avrebbe incontrato il gigantesco “bidente” in carne ed ossa. L’obiettivo principale della sua terza e ultima spedizione era proprio la caccia al marsupiale gigante.

Assieme al capitano di mare August Classen e ad altri cinque uomini Leichhardt raggiunse il fiume Cogun, e con ciò la fine della steppa australiana, il 3 aprile 1848, S’inoltrò poi nelle regioni desertiche – il regno dei diprotodonti, come egli credeva. “Se penso – scrisse nel suo resoconto dal fiume Cogun – a come fui fortunato, nell’avanzata fino a qui, non posso non sperare che il nostro onnipotente Protettore mi vorrà consentire di portare felicemente a termine il mio piano prediletto”. Da allora non si ebbe più notizia di Leichhardt. Solo molti anni più tardi una spedizione di soccorso, che avrebbe dovuto stabilire la sua fine, trovò lungo il Copper’s Creek un albero su cui era incisa una grossa L – l’ultimo segno di vita dell’esploratore. Probabilmente Leichhardt morì di sete durante la caccia ai marsupiali giganti.

Ed è lecito supporre che il diprotodonte abbia subito la stessa sorte alcune migliaia di anni prima. Dev’essersi trattato di un animale palustre; si può dedurlo non solo dai ritrovamenti di ossa nei aghi prosciugati e in lagune saline, ma anche dalle leggende indigene, nelle quali compare di continuo un favoloso animale acquatico, il “kadikamara”. I deserti australiani si sono effettivamente format nelle epoche postglaciali: ancora nel medio litico,in cui cade l’inizio delle civiltà del Vecchio Mondo, l’interno del “continente senza misericordia” doveva essere una savana fertile e ricca d’acqua. I diprotodonti, così si suppone, non poterono sfuggire l’incalzante siccità nei boschi costieri e montuosi, perché ivi erano braccati dall’uomo e dal dingo; si ritirarono nelle oasi del deserto, ove morirono con l’esaurirsi del’acqua.

Depone a favore di questa teoria il risultato della seconda ricerca in grande stile del diprotodonte, portata a termine dall’australiano E. G. Stirling quarant’anni dopo la morte di Leichhardt. Stirling, direttore del museo di Adelaide (di quel museo cioè in cui Haacke scoprì l’uovo di ornitorinco), non condivideva l’opinione de suo compatriota McCoy, secondo la quale i diprotodonti sarebbero stati creature del Terziario. Era anzi fermamente convinto che il marsupiale gigante fosse riuscito a sopravvivere fino al Neozoico. Costituì allora nella Idracowra Station (Australia centrale) un campo di ricerche che divenne il punto d partenza per una profonda esplorazione del deserto. Durante una di queste puntate Stirling trovò centinaia di scheletri di diprotodonte negli strati salini prosciugati del Lago Mulligan. Evidentemente un intero branco di marsupiali giganti era andato a impantanarsi nel fango mentre, assetato, stava cercando ‘acqua, e non era stato più capace di liberarsi,. Il paleontologo americano Ruben A. Stirton scoprì una schiera ancor più folta di protodonti morti di sete in un lago salino nell’Australia centrale nord-orientale (1953): quasi mille scheletri giacevano uno acanto all’altro nella terra, perfettamente conservati. “Alcuni animali – si legge nella descrizione di Stirton – avevano le zampe raccolte come e dormissero; sembrava che aspettassero la morte in tutta tranquillità”. Quando siano morti, se diecimila anni fa o solo in tempi recentissimi, non è possibile sapere. A dispetto di tutte le favole e voci, un diproptodonte vivo non è stato visto né da Stirling né da chiunque altro.»

Che cosa possiamo concludere?

Come già detto, anche se noi crediamo di sapere ormai tutto sulla flora e sulla fauna del nostro pianeta, la verità è che rimangono molte migliaia di specie viventi ancora del tutto sconosciute alla scienza.

Stando ai racconti di indigeni e viaggiatori europei, nella foresta amazzonica vivrebbero serpenti molto più grandi di quelli riconosciuti dalla zoologia; e, stando a numerosi racconti, anche di testimoni europei, nelle foreste paludose dell’Africa centrale potrebbero forse aggirarsi gli ultimi discendenti di una qualche specie di dinosauri. Sulle pendici himalaiane si aggirano, molto probabilmente, elle creature umanoidi che i Tibetani conoscono da sempre, ma che nessuno scienziato occidentale è riuscito a vedere o a fotografare. Per non parlare dei grandi animali marini sconosciuti, di cui la marea getta, ogni tanto, dei resti sulle spiagge, e che, nonostante le loro enormi dimensioni, non sembrano appartenere ad alcuna specie conosciuta.

Insomma, vi sono ancora molti misteri zoologici (e botanici) da portare alla luce. Noi sappiamo, ad esempio, che un minuscolo gruppo di indiani Yahi della California, braccati a morte dall’uomo bianco nella seconda metà dell’Ottocento, riuscirono ad occultarsi nella boscaglia per molti decenni, finché il loro ultimo rappresentante, chiamato Ishi, si consegnò spontaneamente agli abitanti di Oroville, nel 1911.

Non è forse vero che nessun esponente della comunità scientifica internazionale avrebbe mai immaginato, in pieno XX secolo, di poter studiare dal vivo l’ultimo discendente di una popolazione indiana del Nord America ritenuta estinta da tempo?

E non è forse vero che nessun esponente della comunità scientifica internazionale avrebbe mai potuto immaginare che nel 1971, dalle caverne di un angolo remoto all’estremità meridionale dell’arcipelago delle Filippine, sarebbe emersa, intatta, la popolazione preistorica dei Tasaday, del tutto sconosciuta al mondo esterno, come da un romanzo sul tipo de “Un mondo perduto” di Arthur Conan Doyle?

E non è forse vero, che nel 1983, una spedizione scientifica internazionale ha esplorato un remoto altopiano, ai confini tra il Brasile e il Venezuela, scoprendovi, tra lo scroscio di cascate primordiali, tutto un mondo di animali dimenticati dalla zoologia “ufficiale” e ritenuto impossibile dalle orgogliose certezze della comunità accademica?

Posiamo perciò concludere, con le parole dello studioso francese Jean-Jacques Barloy, discepolo del fondatore della criptozoologia, Bernard Heuvelmans (in: «Gli animali misteriosi. Invenzione o realtà?»; titolo originale: «Les survivants de l’ombre. Enquête sur les animaux mystérieux», Paris, Les Editions Artaud, 1985; traduzione italiana di Roberta Ferrara, Roma, Lucarini Editore, 1987, p. 17):

«… il nostro pianeta è ben lontano dall’essere completamente esplorato come comunemente si crede.  Ai nostri giorni, pescecani sconosciuti lunghi quattro metri e mezzo  possono ancora solcare gli oceani, su cui volano albatri altrettanto sconosciuti e con un’apertura d’ali di tre metri.  Sì, esseri umani hanno potuto sopravvivere, completamente tagliati fuori dal resto dell’umanità,  fino alla fine del ventesimo secolo:  è una cosa che lascia all’avvenire la speranza di magnifiche scoperte.»

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 28/01/2010 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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