domenica, 7 Marzo 2021
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Orripilanti doccioni e mostri diabolici nella speleologia fantastica di Johann Valvasor

Orripilanti doccioni e mostri diabolici nella speleologia fantastica di Johann Valvasor. Sappiamo che Valvasor (1641-1693) esplorò e descrisse non meno di una settantina di grotte nel Ducato di Carniola di Francesco Lamendola

Il barone (Freiherr) Johann Weikhard von Valvasor, nato a Lubiana nel 1641 e morto a Krško, sulla Sava, nel 1693, è stato un nobile dell’antica Carniola, ardentemente appassionato della storia e della natura della sua terra, un poligrafo, un viaggiatore, un uomo di cultura autodidatta e un instancabile poligrafo.

La morte del padre lo sorprese mentre studiava in un collegio di Gesuiti, a Lubiana; diplomatosi nel 1658, a diciassette anni, decise di non proseguire gli studi all’Università ma di frequentare, come si suole dire, l’università della vita, studiando per proprio conto e, soprattutto, viaggiando.

Fu in giro per tutta l’Europa, Italia compresa, sempre osservando con intelligenza uomini e cose, acquistando e collezionando libri, stampe, monete, strumenti, spingendosi anche nell’Africa settentrionale; allo scoppio della guerra austro-turca – che, dopo alterne vicende, sarebbe culminata nell’assedio di Vienna e nella decisiva vittoria cristiana nella battaglia del Kahlenberg, nel 1683 – si arruolò nell’esercito asburgico e prestò servizio presso la Frontiera militare della Croazia contro gli Ottomani.

Sposatosi nel 1672 con Anna Rosina Grafenweger, trascorse il resto della sua vita a scrivere le sue opere storiche e naturalistiche e ad esplorare le grotte della Slovenia, facendo perno sulla sua residenza di Litija, ad est di Lubiana, nell’antico castello feudale di Bogenšperk (Strmol), tuttora esistente, e di cui si fa menzione fin dal XII secolo.

Possedeva una ricchissima collezione di stampe, una biblioteca prodigiosa per quell’epoca e per quei luoghi, nonché un laboratorio per la stampa e l’incisione su rame, con il quale illustrò le sue opere; egli stesso aveva pubblicato una mole enorme di scritti: la sua monumentale monografia storica, «Die Ehre deß Herzogthums» («La gloria del Ducato di Carniola») venne pubblicata nel 1689 in ben quindici volumi, e sino alla fine del XIX secolo è rimasta la principale fonte storica per l’antica Slovenia; mentre le sue ricognizioni speleologiche nelle grotte si tradussero in un’opera in quattro volumi, per un totale di quasi 3.000 pagine.

Non desta stupore il fatto che, a un certo punto, dovette vendere sia la biblioteca, sia la preziosa raccolta di stampe (più di settemila), che furono acquistate dall’arcivescovo di Agram, oggi Zagabria), sia, da ultimo, il castello di Bogenšperk, tali e tante erano state le spese da lui sostenute per puro amore della cultura, senza ricavarne nulla se non una gloria tardiva; ed è triste pensare a come dovettero trascorrere i suoi ultimi anni, nell’indigenza e nell’oscurità, privato delle cose che più amava e che avevano dato un senso alla sua vita.

Una certa fama internazionale lo accompagnò negli ultimi anni, dopo che l’astronomo Edmund Halley, che si interessava anche di geofisica ed aveva avuto notizia delle sue escursioni speleologiche e soprattutto dei suoi studi sul fenomeno carsico del Lago di Cerknica (l’antico lago Circonio), che periodicamente si prosciuga per effetto del regime delle piogge e dell’apporto di acque sotterranee, gli ottenne, nel dicembre 1687, l’ammissione alla Royal Society di Londra; anche se tale riconoscimento non migliorò le sue dissestate finanze.

La sua opera sulle decine di grotte della Carniola da lui esplorate, che in questa sede ci interessa più della monografia storica sulle vicende del ducato omonimo, era corredata da una quantità di incisioni personalmente curate dall’autore e realizzate nel suo castello, incisioni che ora sono raccolte presso la Biblioteca nazionale austriaca, e di cui un buon esempio è quello riportato all’inizio del presente articolo.

Si tratta di una raffigurazione delle stalagmiti e delle cortine concrezionali di una grande sala delle Grotte di Postumia (Postojnska Jama), che appaiono sotto forma di orripilanti doccioni e di ambigue figure che ricordano vagamente dei mostri diabolici.

Sappiamo che Valvasor esplorò non meno di una settantina di grotte nel Ducato di Carniola e le rappresentò tutte secondo questo schema figurativo: stalattiti e stalagmiti hanno un aspetto più che inquietante, addirittura terrificante, proprio perché alludono, con innumerevoli volti, zampe, braccia e code, a delle creature orribili e mostruose; non sembrano affatto opera della natura, ma diaboliche colonne scolpite da mano umana, o forse da mano satanica, per evocare tutti gli incubi dell’Inferno dantesco.

A proposito, si dice che Dante sia stato da quelle parti, che abbia visto il Lago di Cerknica e che sia entrato in alcune grotte della Slovenia – se non in quelle di Postumia (Adelsberg), in quelle della Tolminka, non lungi da Tolmino – traendone ispirazione per la prima cantica del suo immortale poema. Ne era convinto, ad ogni modo, il dantista tedesco Alfred Bassermann, autore di un libro, «Orme di Dante in Italia», che, quando apparve in traduzione italiana, nel 1902, fece un certo rumore (cfr. il nostro saggio: «Dante e la Venezia Giulia», apparso su riviste cartacee e sui siti dell’Associazione Eco-Filosofica e di Arianna Editrice, quest’ultimo in datata 04/05/2006).

Ma torniamo a Valvasor e alla sua opera di pioniere della speleologia.

Scrive Donald Dale Jackson nella sua opera «I mondi sotterranei» (titolo originale: «Underground Worlds», 1982, Time-Life Books Inc.; traduzione italiana di Maria Ciccioli Leone, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1985, pp. 28-33):

«Altre esplorazioni come quella di Beaumont [un chirurgo inglese, studioso dilettante di geologia e pioniere della moderna speleologia nella seconda metà del 1600] furono effettuate in Gran Bretagna e nel resto dell’Europa, ma si trattava sempre di imprese considerate un po’ stravaganti. Questi esploratori solo raramente pubblicavano relazioni sulla loro attività, e i ricercatori successivi non potevano quindi basarsi su precedenti scoperte e su tecniche già adottate. L’unica eccezione si ebbe in una regione della Slovenia , sotto il dominio austriaco, denominata Karst (Carso). Questo termine geografico, riferito originariamente a una fascia calcarea larga 160 km. che corre lungo la costa adriatica, divenne nel XIX secolo una denominazione generica di zone ricche di grotte.

Uno dei primi esploratori sloveni fu il barone Johann Valvasor, scienziato dilettante e grande viaggiatore, che viveva ad un’ottantina di chilometri a nord-est di Trieste. Nel decennio 1670-80 Valvasor visitò 70 grotte del Carso e ne lasciò dettagliate relazioni, illustrandole con schizzi e carte, che poi pubblicò in quattro volumi per un totale di 2.800 pagine. Le dimensioni delle grotte, però, non sono attendibili, perché Valvasor si limitava a stimare a occhio le distanze e tendeva a esagerare. Una volta sostenne di avere esplorato per circa 10 km. una grotta che in realtà non raggiungeva il chilometro. Ma il suo lavoro era straordinariamente completo: per primo Valvasor intraprese una serie sistematica di esplorazioni e studiò i corsi d’acqua sotterranei suggerendo collegamenti tra grotte diverse.

Le sue ricerche gli fruttarono il titolo di membro della Royal Society di Londra. Soltanto ottant’anni dopo Joseph Nagel, un matematico trentenne, fu incaricato nel 1747 dalla corte di Vienna di esplorare e cartografare le principali caverne dell’Impero austroungarico. Per due anni, accompagnato da un disegnatore italiano, Nagel studiò le grotte slovene, tracciandone il rilievo ed eseguendo schizzi, ma le sue relazioni non furono mai rese pubbliche e si coprirono di polvere negli archivi. Se non contribuirono al progresso della speleologia, valsero comunque a Nagel il favore imperiale e gli schiusero una brillante carriera: nominato matematico di corte, divenne poi curatore delle raccolte scientifiche imperiali e direttore del dipartimento di scienze fisiche dell’Università di Vienna.

Sia Valvasor che Nagel dedicarono particolare attenzione alla più famosa grotta slovena, la Adelsberger Grotte, divenuta poi Postumia e quindi Postojna Jama quando la Jugoslavia si annesse il Karst (Carso sloveno) dopo la seconda guerra mondiale). Già nel XIII secolo questa caverna aveva attirato i viaggiatori per il suo ingresso imponente, dal quale sgorgavano le acque del fiume Pivka. I nobili in vacanza e i proprietari terrieri della zona vi organizzavano delle escursioni e le loro richieste di guide, candele e torce avevano atto fiorire un piccolo commercio locale. […]

Persino il corrispondente del “New York Times” [che visitò le grotte di Postumia nel 1881] rimase incantato dalle gallerie “con merlature scolpite, doccioni di forme grottesche, leggere colonne moresche, archi massicci e possenti, volte traforate, solenni portali gotici, spirali intrecciate, pilastri tozzi adorni di foglie di palma o di cipresso, cripte sepolcrali, immensi candelabri di fredda pietra bianca dove innumerevoli gocce d’acqua brillano come diamanti. C’è qualcosa di magico e di irreale”, scrisse”nel rombo sordo di questo fiume stigio che scorre sottoterra, nel luccichio spettrale delle sue acque che appena si intravvedono, nel vuoto immenso di queste grotte senza sole, che sembrano ancora più grandi per i piccoli punti luminosi che lottano invano contro l’ombra di questo regno di morte.”»

Il moderno lettore che si soffermi a esaminare le incisioni delle grotte slovene contenute nell’opera di Johann Valvasor, così come, senza dubbio, il lettore a lui contemporaneo, non può non ritrarre una forte impressione da quelle fantastiche architetture di roccia vivente, da quelle spettrali sculture che sembrano uscite da un romanzo del terrore di Howard Phillips Lovecraft.

Anche se il loro stile tradisce quella passione per il primitivo, per il barbarico e per l’esotico che fu propria del Pre-Romanticismo, il fatto che vennero ideate e realizzate in pieno XVII secolo ci ricorda che il gusto per l’orrido, per il grottesco, per il demoniaco, fu tipico del Barocco o, almeno, di alcuni autori e di alcune opere del Barocco: è da lì che prende le mosse la prima grande rivolta contro l’ideale greco della bellezza apollinea, protesa al dominio e alla trasfigurazione delle passioni, rasserenatrice e catartica; rivolta nel cui solco ancora si muove gran parte dell’estetica moderna o, quanto meno, si è mossa fino all’avvento dell’arte informale.

Ma c’è dell’altro, nelle incisioni di Valvasor, oltre all’insofferenza per i canoni della bellezza classica e alla ricerca di un’estetica nuova, oltre i confini dell’insolito, del deforme, del pauroso, tipica della civiltà artistica seicentesca; qualche cosa di più sfuggente, di più inquietante, di più enigmatico, che ci sfida a squarciare il velo dietro cui sembra acquattarsi.

Abbiamo detto che Valvasor esplorò non meno di settanta grotte e che le illustrò tutte secondo quello schema iconografico: una ripetizione che ha qualcosa di decisamente ossessivo e che supera la semplice ricerca barocca della “meraviglia”, sconfinando nell’ambito del patologico; la si direbbe una nevrosi, un incubo permanente, il lugubre richiamo d’un mondo spettrale e allucinatorio, abbandonato da Dio e popolato da ghigni beffardi, da cachinni spaventevoli.

Se l’autore non fosse stato uno studioso serio e scrupoloso, ancorché portato a una certa dose di esagerazione, si potrebbe anche attribuire quelle fantasie monomaniacali ad un estro creativo esuberante e sregolato, tutto sommato non eccedente la misura di un secolo per molti aspetti strano e sorprendente, come è stato il Seicento.

Ma Valvasor possedeva la curiosità dello storico e l’attitudine razionale del naturalista; è assai probabile, pertanto, che egli, in un certo senso, dovesse vedere realmente a quel mondo il “mundus subterraneus” cui si rivolgeva, in quegli stessi anni (1665), l’attenzione di uno studioso altrettanto poliedrico e altrettanto eccentrico, quale il gesuita Athanasius Kircher.

In altre parole, è quasi impossibile immaginare che Valvasor abbia reiterato, incisione dopo incisione, una specie di macabra burla, una deliberata mistificazione della realtà; anche se è certo che a quell’epoca, quando ben pochi dei suoi lettori di lingua tedesca potevano permettersi un viaggio alle grotte della Carniola e non esistevano altre raffigurazioni di esse, non restava loro che “vederle” con i suoi stessi occhi, fidandosi della sua veridicità.

Eppure quei mostri erano nella fantasia dell’autore, non nelle stalattiti e nelle concrezioni colonnari; egli, pertanto, era quel che oggi diremmo, resi scaltriti e diffidenti dalla frequentazione di opere come l’«Ulysses» di Joyce o «La coscienza di Zeno», un narratore inattendibile, che mescola nel suo discorso, più o meno inconsapevolmente, realtà e menzogna (ma si tratta proprio di menzogna, se colui che la dice è il primo a credervi?).

O forse no, forse non erano solo nella fantasia dell’autore.

Forse erano gli incubi della modernità, evocati dal presentimento di un mondo senza più Dio né compassione, senza solidarietà umana, senza alcun rispetto per la dimora ospitale che tutti ci accoglie; di un mondo del tutto privo del conforto d’un raggio di luce a rischiarare il nostro cammino: proprio come una immensa, vuota, tenebrosa caverna.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 02/04/2012 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 18 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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