martedì, 2 Marzo 2021
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Perché furono costruite le linee di Nazca?

Deserto di Sechura Perù meridionale. Perché furono costruite le linee di Nazca che cosa spinse i Nazca a realizzare un’opera così imponente e insolita ma soprattutto così poco utile nel senso comunemente attribuito alla parola? di Francesco Lamendola  

Nel deserto di Sechura, nel Perù meridionale, vi è una delle opere umane più misteriose di tutto il continente americano: le cosiddette “linee” di Nazca, ossia delle grandi sagome di animali raffigurate sul terreno, ma in una maniera tale che solo dal cielo se ne può cogliere il disegno complessivo e si può degnamente apprezzare il rispetto delle proporzioni e la perfetta geometria delle linee stesse, le quali, pur essendo lunghe alcune decine di metri, paiono essere state disegnate con la squadra e il righello sulla superficie di un foglio da disegno.

Si tratta di circa 800 figure, per la maggior parte di animali, molto eleganti nella loro efficace stilizzazione: il cane, il condir, il ragno, il pappagallo, la balena, il pellicano, l’iguana, la scimmia, il serpente, il lama, il colibrì, l’alligatore (quest’ultimo ormai quasi del tutto cancellato, mentre le altre figure si sono perfettamente conservate); e, inoltre, le mani, l’albero, la stella, la spirale, e una strana figura umana, ribattezzata “l’astronauta” a causa di quello che sembra essere uno scafandro, o qualcosa del genere. Le figure sono dei geoglifi negativi, cioè sono state realizzate non dipingendo o scolpendo il terreno, ma semplicemente asportando i sassi lungo le direttrici prescelte, in modo da creare uno stacco cromatico fra i “solchi” così formati, di colore più chiaro, biancastro, e la superficie circostante, del caratteristico colore scuro della steppa semidesertica, qui chiamata ”pampa”. Le pietre rimosse contenevano ossidi di ferro. Poiché le precipitazioni sono scarsissime, i disegni – alcuni dei quali veramente smisurati (la lucertola è lunga più di 180 metri), che formano un intrico di migliaia di linee rette, molto precise – si sono conservato molto bene; in compenso, non è facile giungere a una datazione precisa.

La domanda che sorge spontanea, davanti ad un’opera come questa – che, ripetiamo, non può essere vista dall’alto, o, se pure ciò è possibile, solo salendo sulle vette delle montagne dominanti il deserto, dalle quali peraltro si gode una vista prospettica molto insoddisfacente -, è perché mai essa sia stata realizzata. Che cosa spinse i Nazca, che vivevano in una regione dalle caratteristiche ingrate, e dunque costantemente impegnati a risolvere il problema della sopravvivenza, a realizzare un’opera così imponente, così insolita, e, soprattutto, cosi’ poco “utile”, nel senso comunemente attribuito alla parola? Se non servivano a nulla, se avevano una funzione meramente decorativa, perché i Nazca avrebbero speso tanto tempo e tante energie a raffigurare animali come l’alligatore, il condor, il ragno, la scimmia, alcuni dei quali erano effettivamente a loro familiari, mentre altri non li vedevano di certo molto spesso?

Sono state fatte molte ipotesi e parecchi studiosi, archeologi e antropologi hanno voluto dire la loro. Le teorie più accreditate vedono nelle figure di Nazca un centro di culto religioso, o una sorta di calendario astronomico, come pensava la studiosa tedesca Maria Reiche; o un cammino iniziatico e sapienziale, o l’espressione di riti legati all’acqua (in una regione estremamente arida) e, di conseguenza, alla fertilità; oppure ancora delle figure magiche aventi lo scopo di attirare il ritorno, o la permanenza, di animali che erano necessari alla sopravvivenza degli uomini: un po’ come nei “culti del cargo” della Melanesia si realizzavano delle grandi figure di aerei per attirare i veri aerei e indurli a scendere con tutte le loro ricchezze. Quest’ultima teoria è stata particolarmente sostenuta da un’altra archeologa donna, la peruviana Maria Rostworowski.

Ed ecco l’opinione della nota esploratrice e americanista Simone Waisbard, che si è particolarmente occupata di questo mistero archeologico (da: S. Waisbard, Le piste di Nazca; titolo originale: Les pistes de Nazca, in collaborazione con Jack Waisbard, Paris, Éditions Robertr Laffont, 1977; traduzione dal francese Rosetta De Mauro e Claudio Coretti, Milano, Edizioni Sugar & Co., 1978, pp. 183-185):

A che cosa mai servirono? È questa a prima domanda che tutti gli appassionati di Nazca formulano, soprattutto a se stessi! Ma, purtroppo, finora, hanno ottenuto ben poche risposte razionali.  E io non credo che si possa sperare di trovare una soluzione a questo quesito, a meno che non si cosca – nella misura del possibile – il modo di pensare il modo di pensare, cos lontano e diverso dal nostro degli antichi peruviani! Per riuscire da acquisire quella mentalità vi è però un valido metodo: procurarsi il CONTATTO PROLUNGATO degli indiani delle Ande, i quali, generazioni dopo generazioni, hanno perpetuato e si sono tramandati le tradizioni orali e i miti ancestrali. Io, infatti, li ho visti vivere e comportarsi ai nostri giorni, così come avrebbero fatto mille o più anni or sono. E in questo mio studio etnografico non vi è dubbio che io sia stata particolarmente agevolata dai miei quindici continui ani di permanenza in Perù; un paese che ho percorso incessantemente in lungo e in largo, seguendo i consigli di archeologi ed esperti e spesso lavorando al loro fianco.

L’indio vive tuttora in un suo MONDO FATATO che è lo stesso del suo favoloso passato atavico – quello dei Nazca – la cui cultura si basava totalmente sulle concezioni magiche della vita.

Per l’aborigeno delle Ande o del litorale, ogni cosa vive e ha un’anima! Ecc, ad esempio, una pietra “che piange lacrime di sangue” (è l’ematite dalle rosse striature) perché gli Incas la rimossero dal suo posto originale e la trascinarono e portarono via, usandola per le loro costruzioni… Ecco la patata che, a sua volta, “versa lacrime” e bagna le mani di chi la ferisce sbucciandola. A me è capitato di vedere un indio che lavorava in un suo campicello, al Cuzco, baciare affettuosamente un tubero che aveva colpito con la zappa. In un’altra occasione vidi un indio comportarsi nello stesso modo nei confronti di una “papita” (zucchina) caduta e abbandonata Lungo il bordo di un sentiero… Montagne, laghi, sorgenti hanno un sesso, si sposano, diventano marito (oppure moglie), hanno dei figli, si amano, sono gelosi, si insultano, si abbracciano o si respingono! Gli alberi sono dotati di un’anima capricciosa e “frondista”. Animali, rocce e vento hanno una voce. Uomini e donne delle sierre andine, si intrattengono in conversazione cin tutti gli elementi e fenomeni naturali. “Il sole è molto più di un Dio – è il PADRE BENEFICO… Terra, acqua e aria sono i fratelli dell’indio, divinità materiali e non spirituali che si mischiano tra loro per creare le varie forme di vita e partecipare alla sua evoluzione. Non si potrebbe opprimere uno dei tre elementi – ha scritto Manasses Fernandez Lancho – senza alterare la vita del cosmo!

Quechua e Aymaras continuano ancor oggi a indicare nel cielo notturno il Padre Lama e la Madre Lama (da cui ebbe origine tutta la specie di questo animale) con i loro piccoli, e li ritengono da sempre protettori dei greggi. L’indio usa scrutare tra le nubi, da secoli, l’apparizione di un determinato punto, che gli è ben noto, di una certa stella o costellazione che lo avvertirà di iniziare la seminagione, l’irrigazione, la sarchiatura o il raccolto. Accade così che, in ogni suo minimo gesto quotidiano, l’indio vive colla e nella natura; la quale, a sua volta, vive per lui e con lui. La Natura e le cose gli appartengono e lui appartiene alla Natura, e non potrebbe mai non tenerne conto, come spesso facciamo noi per egoismo. Poiché sono a conoscenza dei concetti di cui sopra, la maggior parte dei peruanisti interpellati, mi hanno risposto nello stesso modo: è più che probabile che i geoglifi delle pampas di Nazca siano UNA FORMA DI CONVERSAZIONE ANIMISTA CON GLI DEI: UNA SPECIE DI DIALOGO TRA LA TERRA E IL CIELO. Un dialogo di cui era intermediario e interprete un “sacro collegio” di sapienti-astronomi (se non vogliamo chiamarli addirittura “grandi sacerdoti”), dato che nell’antichità gli eruditi di quel genere, di qualsiasi paese, hanno sempre fatto parte degli addetti a un culto religioso). Per questi intellettuali e studiosi del cielo- che noi non facciamo uno sforzo ad immaginarci costantemente alle prese con la necessità angosciosa di assicurare la sopravvivenza a un popolo insediatosi ai margini di un arido deserto – gli animali progenitori delle specie esistenti nel loro cosmo, nonché le piante, erano diventate non solo delle ENTITÀ SACRALI, ma, prima di tutto, dei GENI DOMESTICI. Harth-Terré esprime perfettamente questo concetto quando scrive: “Si tratta di immagini di animali apportatori di mezzi di vita, ai quali veniva reso un tributi deprecatorio. Essi impersonavano ed esprimevano cicli tellurici, sazi di temo, stagioni dedicate a una cosa o ad un’altra… essi rappresentavano, insomma, l’incessante successione delle resurrezioni della Natura”.

E non si dica che tutto è perfettamente chiarito, o quasi. Vi sono delle cose che i costruttori delle linee di Nazca non avrebbero dovuto sapere, stando a quel che stabilisce la versione ufficiale della storia dei popoli americani in età precolombiana. Per fare solo un esempio: come facevano i Nazca a conoscere, come appare dal disegno del ragno, come sia fatto realmente l’apparato riproduttivo di quegli animali? I biologi moderni lo hanno individuato da poco: l’organo genitale maschile è una escrescenza situata all’altezza della terza zampa: ma come facevano i Nazca a saperlo? Perché tale escrescenza è visibile solo al microscopio! Evidentemente, qui siamo in presenza di un mistero, in un certo senso paragonabile a quello dei Dogon del Mali, il popolo africano nella cui mitologia vi sono delle conoscenze inspiegabili a proposito della stella Sirio, che essi conoscono come solo gli astronomi occidentali, forniti del telescopio: sanno, per esempio, che essa ha una “compagna” meno luminosa, invisibile a occhio nudo. Ma i Dogon, il telescopio, non l’avevamo; eppure le loro conoscenze relative a Sirio sono sicuramente molto antiche, e, in ogni caso, più antiche del primo contatto avvenuto con i missionari europei, nel XIX secolo (cfr. il nostro articolo: La mitologia dei Dogon e il mistero della stella Sirio, pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/06/2007, e ripubblicato su Il Corriere delle Regioni il 31/01/2016). Nel caso dei Nazca, ci sarebbe voluto il microscopio per vedere l’organo sessuale dei ragni; in quello dei Dogon, ci sarebbe voluto il telescopio per scorgere la stella Sirio B: e dunque, come spiegare simili conoscenze “impossibili”, da parte di popoli a basso livello tecnologico? E non è finita qui. Il ragno raffigurato sulle linee di Nazca, dalle proporzioni gigantesche (45 metri di lunghezza!) sembra appartenere alla famiglia dei Ricinulei, ossia a una famiglia ben diversa da quelle viventi nel territorio del Perù meridionale, ma presente addirittura nel cuore della foresta amazzonica, a una distanza di almeno 1.500 km. in linea d’aria (e con la gigantesca Cordigliera delle Ande nel mezzo). Un’altra circostanza strana, dunque: e sono due. Due circostanze strane cominciano a sollevare qualche dubbio, a sollecitare qualche domanda “scomoda”. Scomoda per la scienza ufficiale, beninteso, che pretende di saper tutto e d’avere ogni cosa sotto controllo.

Il problema di fondo, comunque, è sostanzialmente quello legato alla datazione del manufatto. Quando sono state realizzate, le linee di Nazca? La cultura dei Nazca è fiorita fra il primo e il sesto secolo dopo Cristo; non è certo che essa discenda dalla civiltà di Paracas, nata verso il 750 a. C ed esauritasi verso il 100 d. C., anche se i due popoli sembrano aver convissuto per un certo tempo e aver condiviso la stessa zona geografica, almeno in parte, cioè il deserto di Sechura. Le “linee” potrebbero essere state disegnate, se così vogliamo esprimerci, in un arco di tempo vastissimo, ed essere antiche da duemila anni, o forse più, a circa millecinquecento anni. In verità sappiamo così poco circa il popolamento del continente americano: fino a non molti anni fa gli etnologi credevamo di sapere che la presenza dell’uomo nelle Americhe risalisse a non più di 12.000 anni fa, e che egli fosse giunto attraverso il “ponte” di Bering, fra la punta più orientale della Siberia e l’Alaska; invece le datazioni con il radiocarbonio nei siti australi, come quello di Monteverde, nel Cile meridionale, presso la città di Puerto Montt, risalirebbero a quasi 15.000 anni fa, mentre dovrebbero essere assai più recenti, secondo la teoria diffusionista a partire dall’Asia. Se l’uomo è giunto in America dalla Siberia non prima di 12.000 anni fa, come mai era stabilmente insediato all’altra estremità del continente, in Patagonia, già 15.000 anni fa?  

Una cosa è certa. Gli uomini antichi, e non solo i Nazca, ma tutti, anche i costruttori dei siti megalitici europei, con i loro dolmen e i loro menhir, non pensavano e non sentivano affatto come noi; e qui Simone Waisbard ha pienamente ragione. Noi non ci scomoderemmo mai a realizzare un’opera come quella di Nazca, pur potendo disporre di mezzi materiali estremamente più potenti e perfezionati, senza poterne almeno godere una visione adeguata. L’uomo antico, invece, si sottoponeva a duri sforzi ed elaborava complessi calcoli matematici per realizzare delle costruzioni, delle opere ciclopiche, le quali, apparentemente, non furono altro che immensi dispendi d’energia. Perché? Perché il dialogo con gli dei e la dimensione religiosa erano per loro perfino più importanti che le opere e gli sforzi della vita materiale d’ogni giorno. Invocando gli dei, propiziandosi gli animali e gli elementi della natura, essi cercavano di conferire ordine a un mondo così disordinato…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 19 Gennaio 2018

Del 15 Settembre 2020

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