venerdì, 24 Settembre 2021
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Perché i Cinesi sono diventati così?

Confronto con la civiltà orientale per antonomasia: la cinese. E’ semplicistico e puerile attribuire ogni colpa all’Occidente come se fosse portatore di un morbo alieno di Francesco Lamendola  

Fra cinquant’anni o un secolo, coloro che verranno (se ci saranno) e si domanderanno da dove abbia avuto origine la distruzione della spiritualità nel mondo moderno, disporranno di una visuale più ampia di quella che ci viene offerta oggi e capiranno, probabilmente, che è puerile e semplicistico attribuire ogni “colpa” all’Occidente, come se l’Occidente fosse stato il portatore di un morbo alieno in un mondo sostanzialmente sano.

Il materialismo e l’utilitarismo occidentali, il capitalismo industriale e finanziario, il consumismo sfrenato, non sono state “invenzioni” dell’Occidente; è vero, piuttosto, che l’Occidente, avendo imboccato quella strada prima di altre civiltà, è giunto per primo a cibarsi dei suoi frutti avvelenati e ha incominciato a diffonderli ai quattro angoli del pianeta, affrettando un processo “naturale” che, con molta probabilità, anche se in forme più lente e graduali, si sarebbe comunque verificato: l’eclissi del sacro, l’adorazione dell’esistente e l’oblio dell’essere.

Come facciamo ad affermarlo? Semplicemente guardando, fin da oggi, al di fuori dell’angolo visuale della nostra civiltà; guardando, per esempio, alla civiltà “orientale” per antonomasia, ossia la cinese; dove “orientale” ha significato, e continua per molti occidentali a significare, l’antitesi al materialismo e all’edonismo volgare, la quintessenza di ciò che è saggio, interiore, spirituale, diciamo pure quel mito di Agartha, di una sorta di Eden perduto del sapere e della pace autentica (si pensi romanzo di James Hilton «Orizzonte perduto» e alla sua mitica “Shangri-la”, nonché al successo straordinario del film omonimo), che, nato e alimentato dalla cattiva coscienza dell’Occidente, è divenuto, a sua volta, parte del meccanismo consumistico del “kitsch” di marca New Age, proprio laddove pretende di sfornare un surrogato di massa alla vera necessità di ritrovare la pace dello spirito, rifiutando la frenesia del mondo moderno.

La civiltà cinese è stata, senza alcun dubbio, una grande civiltà: le sue basi spirituali, però, non sono mai state molto solide, e questo precisamente per la ragione che, in essa, l’elemento religioso non ha mai affondato in profondità le proprie radici, non ha mai coinvolto le coscienze nel profondo; non ha mai saputo interpretare la tensione dell’anima verso l’assoluto, l’inquietudine ontologica della creatura umana, il suo bisogno di proiettarsi fuori dal piccolo Io. Il confucianesimo non è mai stato una vera religione, ma piuttosto un insieme di riti e di norme per il buon vivere, con i vivi e con i defunti; il taoismo è stato sempre qualche cosa di più o qualche cosa di meno: una filosofia per pochi eletti, o una superstizione per le masse ignoranti; e il buddismo, corpo estraneo piovuto dalla lontana India, è stato così riadattato allo spirito cinese, da snaturarlo completamente.

Si dirà, partendo da una analogia con gli individui, che un popolo non ha bisogno della religione per sviluppare una sua spiritualità; ma è uno sbaglio. La società non è soltanto una somma aritmetica di individui e ciò che può essere vero per il singolo individuo (si badi: può essere vero, ma non è detto che lo sia), non può essere esteso automaticamente a una società intera, a un popolo intero. Un individuo interiormente molto evoluto e dotato di un buon livello di consapevolezza può avere una vita spirituale intensa e profonda, pur senza aderire ad alcuna religione e senza praticarne alcuna; ma un popolo privo di religione accumula un “gap” spirituale sempre più ampio, e una società che possiede solo una religione formale, rischia di poggiare letteralmente sul vuoto.

La religione, senza dubbio, è altra cosa dalla fede: è la fede che vivifica la religione, e la fede è, prima di tutto, una esperienza interiore. Tale esperienza interiore, tuttavia, a un certo punto traluce all’esterno, diventa un fatto visibile, che modifica e rivitalizza i rapporti tra le persone, tra le generazioni e tra gli individui e la società nel suo insieme. Non ne consegue, tuttavia, che la religione non abbia, in se stessa, alcun valore positivo: la società, nel suo insieme, non può vivere la dimensione della fede senza quella della religione, ma neppure quella della religione senza la fede, pena il suo regredire allo stato di mera superstizione e di puro formalismo.

L’illustre sinologo Marcel Granet, nel suo saggio «La religione dei cinesi», considerando le tre grandi religioni come un tutto e riconducendole all’insieme compatto della civiltà cinese, sostiene che quella società, proprio in virtù della sua solidità e compattezza, ha saputo piegarle e adattarle al proprio “fondo”; ma a noi sembra che sarebbe più giusto, e anche più franco, ammettere che quel “fondo”, evidentemente, era talmente chiuso in se stesso, da non poter accogliere alcuna religione come elemento fondante della propria visione del mondo, ma da dover assimilare a se stesso qualunque religione: il che è quanto dire disinnescarla come religione. E trasformarla in qualche cosa d’altro, appunto, come un insieme di riti, utili per la coesione civile della società, ma non per aprire quest’ultima all’esperienza del sacro come “altro”.

Riportiamo una pagina della monografia «Cina» di Charles Meyer (titolo originale: «A Pékin et en Chine», Paris, Librairie Hachette, 1982; traduzione dal francese di C. Menegazzi, Verona, Edizioni Futuro, pp. 82-83):

«È difficile rispondere in poche parole alla domanda: “Qual è (qual era) la religione dei cinesi?”. Si ricordano di solito i tre grandi movimenti religiosi storici, il confucianesimo, il taoismo e il buddismo, senza considerare che i primi due furono essenzialmente delle scuole filosofiche e che il terzo, venuto dall’India, si trasformò al punto di rendere irriconoscibile l’originario messaggio. Di fatto, si può parlare di una religione ufficiale, di Stato, con un suo clero distinto, taoista e buddista, e di una mitologia popolare.

Il confucianesimo, o “scuola dei letterati”, si richiama al pensiero di Confucio, ma includeva anche antiche credenze: concretamente consisteva in tutta una serie di culti “amministrativi”, di corporazioni o privati, con rituali meticolosamente regolati per assicurare l’ordine morale nello Stato, nella società e nella famiglia. Ebbe i suoi momenti di vitalità e di splendore nella storia, ma cadde progressivamente in un esasperato ritualismo e conformismo, strumento di dominio in mano ai mandarini e ai grandi proprietari terrieri.

Fu inevitabilmente travolto dall’ondata rivoluzionaria, o almeno sembrava del tutto dimenticato e giudicato anacronistico, quando stranamente, nel 1973, il nome di Confucio, associato a quello del traditore Lin Biao, fu oggetto di una campagna di denuncia politica denominata “pi Lin pi Kong” (contro Lin e contro Confucio). Oggi ”il maestro” è lasciato in pace e se ne può visitare il tempio e la tomba a Qu Fu (Shandong), dove nacque nel 551 a. C.

Quanto poi ai bonzi buddisti e ai “daoshi” taoisti, furono ridotti alla vita laicale dopo il 1949. Del resto godevano già di una pessima reputazione in mezzo al popolo; il compito dei primi, battezzati comunemente “asini calvi”, si limitava alla recita di salmodie buddiste durante i funerali, quello dei secondi all’esorcismo dei demoni. Il sinologo francese Marcel Granet osservava ancora nel 1922: “È pacifico che bonzi e “daoshi” hanno ogni sorta di vizio: ladro, imbroglioni, golosi, dissoluti… o così almeno vengono rappresentati sulle scene  teatrali. La taccia di furfanti proviene loro dal fatto che tali appaiono effettivamente alla gente, non perché costituiscono un basso clero, schernito e temuto.”

Nonostante tutto, una piccola comunità di monaci buddisti sopravvive a Pechino, studiosi laici fanno ricerche sui vecchi testi, templi e pagode, dichiarati monumenti nazionali, sono ben curati e restaurati; la pagoda Guangji, a Pechino, è aperta al culto. La Costituzione cinese, all’art. 88, recita che ogni cittadino gode della libertà religiosa. Una cosa però appare evidente: che i problemi religiosi, in Cina, interessano una minima parte della popolazione. Persino fra i dieci milioni di musulmani delle minoranze etniche, i quattro milioni di cattolici o i 6-700.000 protestanti, secondo le stime ufficiali, i praticanti non sono mai stati in così gran numero. Scrive ancora Granet: “Né dogmi né clero presiedono alla vita religiosa dei cinesi. Essa consiste in una caterva di ricette pratiche, riguardo alle quali è difficile dire quale importanza ciascuno attribuisca loro, e in un groviglio di credenze confuse, di cui è difficile dire quanto ciascuno presti loro fede.” Sicuramente molto diffuso è sempre stato un tipo di culto degli antenati, familiare, semplicissimo, che resiste ancora nelle campagne, ma ciò che colpisce è il persistere di una mitologia fantasiosa, popolata di imperatori celesti, di re-dragoni, di dei e di dee, di geni familiari e di esseri immortali, di demoni e di fantasmi. Ma in realtà tutti questi personaggi non sono che dei pretesti per aneddoti, racconti, apologhi, indicazioni morali, che non implicano il credere nella loro esistenza.»

Come sono i Cinesi, oggi, dal punto di vista spirituale? Come si può considerare la loro attitudine, da questo punto di vista, osservando come si comporta la Cina nei confronti del popolo tibetano e della sua religione (ma anche nei confronti della popolazione musulmana del Turkestan orientale); come si orienta nei riguardi dei problemi ecologici e ambientali, a fronte della propria rivoluzione industriale, fondata sulle fabbriche a carbone; come si può valutare il suo atteggiamento nei confronti dei diritti umani, politici e sindacali da un lato, e dei miti consumisti e “americanisti” dall’altro? Detto più brutalmente: che ne è dell’anima cinese, saggia, paziente, antica, ora che la società cinese è stata risucchiata vorticosamente nei meccanismi della modernità avanzata e ora che quel popolo sembra avere bruscamente introiettato non solo quasi tutti i valori occidentali, ma specialmente quelli più discutibili, come la smania del profitto attraverso un lavoro incessante, una manipolazione delle cose e dell’ambiente senza alcun senso del limite, un rapido oblio delle proprie tradizioni a vantaggio di modelli comportamentali estranei?

Ci si sarebbe potuto aspettare che la società cinese, in virtù della propria antichità e della propria peculiarità, sapesse difendere assai meglio la propria specificità culturale e la propria tradizione spirituale, venendo a contatto con il mondo moderno, e sia pure nella fase estrema della globalizzazione; invece bisogna ammettere che i Giapponesi, che si sono aperti all’Occidente un secolo prima e che hanno portato all’estremo certe forme del “gigantismo” industriale e urbanistico nordamericano, in realtà, sotto la superficie, hanno conservato con molta più tenacia e fedeltà le proprie tradizioni e la propria spiritualità; mentre l’ascesa di una mentalità occidentalista deteriore, in Cina, è stata rapidissima, quasi fulminea.

Né giova, a spiegarla, la campagna lanciata contro Confucio dal maoismo, che distrusse quanto ancora restava di quella tradizione, dopo che, a partire dal 1949, tutte le religioni praticate in Cina, compreso ovviamente il cristianesimo, erano state poste, di fatto, sotto il pieno controllo dell’apparato statale comunista, che aveva imposto loro tali e tante limitazioni e imposizioni, da ridurle rapidamente all’ombra di se stesse. Infatti, se un sentimento religioso è vivo e vitale, scende magari nelle catacombe, ma non crolla verticalmente; non si lascia sradicare con tanta facilità, non appena viene lanciata una parola d’ordine contro di esso.

Un po’ di luce viene forse gettata sull’arcano dal clima generale di discredito e di vero e proprio disprezzo che circondava le tre religioni ed i loro sacerdoti, assai prima della rivoluzione comunista e della guerra civile che, nel 1949, portarono alla nascita della Repubblica popolare; discredito e disprezzo che trovano un riscontro, in Occidente, solo nel clima culturale dell’ellenismo e della romanità inoltrata, nella quale, leggendo le opere dei poeti e dei commediografi, si desume che la civiltà classica si era distaccata per sempre dalle proprie credenze religiose, ridotte a storie puerili per vecchiette superstiziose e fatte oggetto di lazzi e risate da parte degli intellettuali, ma anche delle persone comuni.

Quando una civiltà comincia a deridere i propri dèi e a disprezzare i propri sacerdoti, vuol dire che ha incominciato a perdere il collegamento con le proprie radici spirituali profonde, e si sta avviando inarrestabilmente verso quella che Oswald Spengler chiamava la fase della “civilizzazione”, caratterizzata da formalismo, incredulità, relativismo etico, edonismo, gigantismo architettonico, urbanizzazione massiccia. Una fase in cui essa va perdendo la propria anima.

Questa, nel caso della civiltà cinese, era una possibilità inscritta nel suo divenire storico fin dalle prime fasi, perché essa non seppe, o non volle, darsi una religione capace di esprimere a pieno le potenzialità spirituali insite nella natura umana. Forse Matteo Ricci lo vide e lo comprese, e fu sul punto di cristianizzare la Cina, se, da Roma, la condanna dei “riti cinesi” non avesse fermato l’opera dei gesuiti. O forse, chissà, anche se questi ultimi fossero riusciti a convertire l’intera Cina, dall’imperatore all’ultimo contadino, il vuoto spirituale sarebbe rimasto intatto: perché una religione venuta da fuori non può colmare una lacuna di spiritualità che sia il riflesso di un vuoto strutturale…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 11/02/2014 e del 27/08/2014 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

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