martedì, 22 Giugno 2021
HomeSCIENZACriptozoologia e paleontologiaScricchiola il paradigma degli storici sulle origini «recenti» della civiltà

Scricchiola il paradigma degli storici sulle origini «recenti» della civiltà

L’8 ottobre 1922 l’American Weekly di New York pubblicava un articolo intitolato Il mistero di una suola di scarpa pietrificata di 5 milioni di anni di Francesco Lamendola 

L’8 ottobre del 1922 l’American Weekly, inserto del New York Sunday American, pubblicava un articolo intitolato Il mistero di una suola di scarpa pietrificata, vecchia di cinque milioni di anni.  Si trattava del rinvenimento, in una località del Nevada (Stati Uniti Sud-Occidentali, nell’area del Cosiddetto Great Basin, Gran Bacino, di uno stranissimi reperto archeologico: l’impronta di una parte di suola (per la precisione, la parte posteriore, corrispondente al “tacco”), cucita in pelle, all’interno di una roccia del Triassico. Autore del sensazionale rinvenimento era stato un rispettabile ingegnerie minerario e geologo, John T. Reid.

Ora, i geologi pongono l’inizio dell’era triassica a duecentoquarantotto milioni di anni fa, e la sua fine duecentotredici milioni di anni fa: un periodo durante il quale, secondo il paradigma scientifico ufficiale, mancava ancora moltissimo tempo alla comparsa dei primi uomini sulla faccia del nostro pianeta; per non parlare di scarpe o massimi che fossero, i quali sono, evidentemente, il frutto di un livello di civiltà relativamente progredito. E allora? E allora, in questo come in molti altri casi, agli scienziati accademici non restava che una cosa da fare: dare torto ai fatti, per salvare le loro belle teorie. Ed è quanto essi fecero. 

Il fatto è riportato, fra l’altro, nel libro di Michael A. Cremo e Richard L.. Thompson, Archeologia proibita. Storia segreta della razza umana (titolo originale: The Hidden History of the Human Race, 1996; traduzione italiana di Mariagrazia Oddera, Roma, Newton & Compton Editori, 2002, pp. 146-147). 

Quello che gran parte delle persone comuni ignorano è che ritrovamenti del genere non sono affatto così rari, e si contano ormai a decine; ma la cosa difficilmente trapela al di fuori della letteratura specializzata, perché l’informazione scientifica è monopolizzata dai sostenitori del paradigma dominante, secondo il quale l’uomo “moderno” è apparso sulla Terra in tempi a noi relativamente vicini, non più di 100.000 anni fa; mentre le più antiche civiltà conosciute, quella mesopotamica e quella egiziana, non rimonterebbero indietro nel tempo a più di 6.000 anni fa. Tutti i fatti e tutte le speculazioni che sono in contrasto con tale paradigma, non diciamo di molti milioni di anni – come nel caso della suola di mocassino del Nevada, sopra riferito – ma anche soltanto di qualche migliaio di anni, vengono automaticamente respinti e, se possibile, censurati e insabbiati, sicché la maggior parte delle persone di media cultura non ne sono neppure a conoscenza.

Così, per fare un altro esempio, oggi è stato provato che la Sfinge della piana di Gizah, in Egitto, è stata dilavata dall’acqua; e che l’ultimo periodo in cui la valle del Nilo conobbe un clima particolarmente piovoso fu al termine dell’ultima glaciazione, fra 15.000 e 13.000 anni fa; mentre le piogge furono ancora discretamente abbondanti fra i 9.000 e i 7.000 anni fa, e non oltre. È chiaro, pertanto, che la Sfinge non poté essere costruita più tardi di tale periodo; altrimenti non potrebbe presentare segni di erosione da acqua piovana, che dovette protrarsi per migliaia di anni. Questo senza contare le prove astronomiche, che tendono anch’esse a retrodatare di parecchio, rispetto alla cronologia “ufficiale”, l’intero complesso monumentale di Gizah.

D’altra parte, tutti sanno che gli antichi testi religiosi dell’India – per non parlare di quelli Maya – parlano di epoche storiche antichissime; epoche in cui l’uomo non avrebbe dovuto neppure esistere, secondo la paleontologia e l’antropologia accademiche, non avrebbe dovuto nemmeno esistere; ma in cui, secondo i testi sacri e profani dell’induismo, non solo esisteva e possedeva un alto livello di civiltà, ma sfruttava addirittura tecnologie a noi note da meno di un secolo un secolo o da pochi decenni, quali, ad esempio, il volo mediante aerei a reazione e armi sganciate dall’alto, simili alle moderne bombe atomiche.

Ma gli scienziati che, attualmente, custodiscono il paradigma del sapere “ufficiale” non sono disposti a dare alcun credito a simili racconti. Benché non abbiano, in genere, la minima competenza in fatto di sanscrito o di storia e civiltà dell’India antica, essi negano puramente e semplicemente la possibilità che siano esistite delle cose simili, perché ciò contrasta con il loro punto di vista relativamente al dogma evoluzionistico neodarwiniano. Perciò si affettano a liquidare ogni circostanza che potrebbe metterlo in dubbio, come destituita di ogni serio fondamento; e non esitano a ridicolizzare e sbeffeggiare quei rari colleghi che hanno il coraggio di allontanarsi dai sentieri noti e ufficialmente riconosciuti. Prendere sul serio uno dei numerosi reperti archeologici anomali significa giocarsi una brillante carriera universitaria; e fare un’apertura di credito agli antichi testi maya o indù significa, oltre che esporsi alla pesante ironia degli autoproclamati custodi della scienza ufficiale (che, spesso, sono dei giornalisti o dei divulgatori scientifici di modesto livello critico), non trovare una rivista specializzata o una casa editrice disposte a pubblicare i loro studi, a meno di scivolare nel vasto ma screditato arcipelago della stampa e dell’editoria grossolanamente “esoterica”, ufologica e sensazionalistica.

E non parliamo del racconto platonico circa il continente scomparso di Atlantide, contenuto nei due dialoghi Timeo e Crizia. Anche se un certo numero di  ricercatori hanno fatto notare delle concordanze impressionanti fra le pagine di Platone e una serie di dati emersi dalla geologia, dalla paleontologia, dalla mitologia e dalla linguistica, coloro i quali si azzardano a leggere quei due dialoghi, anche solo come ipotesi di lavoro, non in senso esclusivamente simbolico, ma anche storico, viene immediatamente sommerso da una valanga di scetticismo ed ironia. Gli studiosi di filosofia, in questo caso, sono in genere fra in più accaniti oppositori di una interpretazione storica del racconto contenuto nel Timeo e nel Crizia: come se prendere Platone alla lettera volesse dire, di per se stesso, venir meno al rispetto dovuto al grande filosofo e abbassare la vicenda da lui narrata a letteratura pseudo-scientifica alla Von Däniken, o giù di lì. 

Le cose vanno avanti così, per forza d’inerzia. Le tesi alternative al paradigma dominante vengono regolarmente bloccate, censurate o messe in ridicolo; mentre una valanga di riviste divulgative e di pubblicazioni scolastiche veicola l’immagine di un evoluzionismo assolutamente provato e dimostrato, di un quadro perfettamente esaustivo capace di spiegare perfettamente, o quasi, le prime tappe dell’uomo moderno, dal tipo di Neanderthal a quello di Cro Manon, senza dubbi o incertezze se non per quanto riguarda particolari del tutto secondari. 

Scrive Peter Lemesurier in Gli dei dell’alba (titolo originale Gods of the Dawn, 1997; traduzione italiana di Luca Vanni, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1998, pp. 8-13):

“(…) gli storici continuano ancor oggi a far partire quest’ultima [la storia] dal quarto millennio a.C. È vero, sostengono, le tecniche di coltivazione si andavano sviluppando e diffondendo già nel 9.000 a. C. e una sorta di città sorgeva a Gerico già nell’8.000 a. C.: tuttavia soltanto nel 3.000-4.000 a. C. entrano in scena, in Medio Oriente, segni in cui possiamo riconoscere una scrittura; e senza scrittura ovviamente non c’è storia. Su quanto c’era prima di allora non ci sono che dicerie, miti, superstizioni, racconti di dubbia provenienza e ricostruzioni speculative basate su fonti non scritte; su quanto c’era prima, insomma, c’è solo preistoria, una preistoria che soltanto gli archeologi possono sperare di decifrare. Una preistoria che, in base a tale impostazione, è chiamata a coprire l’intera esistenza della Terra a eccezione degli ultimi pochi battiti dell’orologio geologico.

“Su questo punto non si insisterà mai abbastanza. Per lo storico ogni evento noto (e sottolineo ‘noto’) accaduto in passato si colloca all’interno degli ultimi seimila anni. Egli dà per scontato che durante i lunghi eoni che precedono quel periodo, milioni e milioni di anni, non si sia verificato alcun evento storico, nulla di registrabile, nulla di documentato.

“È un’idea sconcertante; così sconcertante che la maggior parte degli storici ignorano del tutto quanto sconcertante essa sia Solo specialisti di altre discipline, scossi dalla mostruosità di tale idea, tornano continuamente a additare un’intera serie di eventi ‘storici’, che spostano indietro di diversi millenni i termini ortodossi della storia.

“Ovviamente gli storica provano una certa irritazione dinanzi a queste proposte e in genere le tacciano senz’altro di eresia (circostanza che tradisce sempre e inevitabilmente la presenza di un dogma). «Chi è questa gente?», chiedono di solito. «Che ne capisce di storia?». E, quando scendono nel merito, «Dove sono le prove?».

“Da quest’ultima domanda segue che a prova data gli storici dovrebbero risolversi a cambiare atteggiamento e a sposare prospettive più ampie. Così, trascurando a bella posta i primi due interrogativi, i non specialisti hanno debitamente fornito quelle che essi ritengono autentiche prove. Ecco alcuni dei loro argomenti.

“- I Maya e gli Aztechi, che nei loro calcoli contemplavano date risalenti fino a 300 milioni di anni addietro, sostenevano che prima dell’età presente, di cui fissavano l’inizio al 3.114 a. C., il mondo aveva conosciuto altre quattro ere.

“«Superstizione di popoli primitivi»dicono gli storici.

“- Gli antichi scritti indù noti come Purana  affermano che attualmente l’umanità si trova alle battute iniziali dell’ultima di quattro ere, la prima delle quali ebbe inizio circa quattro milioni di anni fa.

“«Pure speculazioni religiose» dicono gli storici

“- Il sacerdote egiziano manto, archivista di Tolomeo Sotèr e di Tolomeo Filadelfo (323-247 a. C.) affermò che la civiltà egiziana esisteva già 36.525 anni prima della fine della XXX dinastia (332 a. C.) e nella sua Storia dell’Egitto lasciò veri e propri documenti atti a provarlo. L’opera scomparve intorno al IX sec. d. C., ma in compendio (compresa qualche citazione diretta) è giunta fino a noi, in particolare negli scritti di Sesto Giulio Africano II-III secolo), Eusebio di Cesarea (IV secolo) e Giorgio Sincello (IX secolo), anche se non tutti i dati da essi riportati coincidono. Il ben più antico papiro di Torino (XIII sec. a. C.) presenta dati altrettanto sconvolgenti, mentre sembra che buona parte dei dati di Maneto sia contenuta nelle dimensioni stesse della Grande Piramide e dunque fissata per sempre nella pietra.

“«Fantasie numerologiche da sacerdote» dicono gli storici.

“- Un’autorità come Platone riferisce che il venerabile saggio, legislatore e politico ateniese Solone (638-558 a. C. circa) era stato ragguagliato dai sacerdoti egiziani del suo tempo sulla distruzione di una grande civiltà chiamata Atlantide, annientata da terremoti e diluvi circa novemila anni prima, nonché sulle altre innumerevoli catastrofi che prima di quella si erano abbattute sul genere umano.

“«Supestizione religiosa» dicono gli storici.

“- Il celebre medium e chiaroveggente statunitense Edgar Cayce (1877-1945) sosteneva che in origine la Grande Piramide egiziana di Giza fosse stata costruita sotto l’egida dei coloni di Atlantide, tra il 10.490 e il 10.390 a. C. (lettura 5.748-6).

“«Fandonie per ingenui»dicono gli storici, o più precisamente gli egittologi, che oggi ricopromno a un tempo il duplice ruolo di archeologi e di storici.

“-Un’iscrizione attribuita al faraone Khufu (Cheope) sulla Stele dell’Inventario della XXI dinastia (che ora si conserva al museo del Cairo) dice che la Grande Piramide e la Sfinge esistevano già molto tempo prima che egli salisse al trono.

“«È falsa» dicono gli egittologi.

“Nessuno però ci spiega perché mai quella che evidentemente è la copia di un’iscrizione antecedente debba essere ritenuta un falso. Con lo stesso criterio tutti gli scritti dell’antichità, di nessuno dei quali esiste l’originale manoscritto, dovrebbero essere rigettati in quanto ‘contraffazioni’.

“Il fatto che gli storici non tengano in considerazione un medium come Edgar Cayce è del tutto comprensibile, data la razionalità che essi amano ostentare. Per ragioni consimili è anche comprensibile il loro manifesto disprezzo per la parola di chi è ‘solo’ un sacerdote. Ma il fatto che essi non tengano conto di iscrizioni epigrafiche autentiche, per non dire della testimonianza fornita dagli scritti dei più eminenti storiografi e dotti del mondo antico (molti dei quali, si dà il caso, erano sacerdoti), è molto più preoccupante. Gli ingegnosi astronomi e matematici maya, il grande Platone e il grande Solone, l’archivista egiziano Maneto, tutti costoro sarebbero sciocchi creduloni da gettare nella medesima ignominiosa pattumiera.

“Cosa ben strana, visto che per la parte successiva all’inizio del periodo dinastico (3.100 a. C.) la cronologia di Maneto è accolta dagli storici e dagli egittologi e costituisce il fondamento stesso della loro comprensione della storia egiziana. Per quanto si cerchi di non attribuire loro secondi fini, si ha tuttavia l’impressione che essi non vogliano accettare il resto della medesima testimonianza…

“Tutto ciò ricorda piuttosto da vicino il poco dignitoso imbarazzo dei cosmologi fedeli al dogma di moda del ‘big bang’ e dell’universo in espansione, di fronte al continuo emergere di prove che gettano dubbi sulla loro diletta teoria. Critici come gi eminenti astronomi Halton Arp e Viktor Amazaspovich Ambartsumian sono ostracizzati, messi al bando, anatemizzati, mentre vengono continuamente elaborate teorie sussidiarie sempre più complesse volte a puntellare il dogma custodito e a neutralizzare le nuove prove: così l’intero edificio minaccia di crollare sotto il suo stesso peso. Qualcosa di molto simile ai castelli speculativi con cui nel medioevo si cercava di stabilire quanti angeli potessero danzare sulla capocchia di uno spillo, salvo che la speculazione medievale era un po’ più scientifica: in fondo tutti avevano visto degli spilli, e qualcuno sosteneva persino di avere visto anche gli angeli…

“Ma forse tutto ciò non è poi tanto sorprendente. Gli esperti sono diventati tali solo dopo essere riusciti a rigettare il sapere acquisito. Devono la loro posizione al finanziamento pubblico che ottengono soltanto sulla base della loro comprovata perizia nelle relative aree di pertinenza. Forse sono le persone meno adatte a cui rivolgersi se si è in cerca di nuove prospettive.

“In fondo Darwin era un teologo. Einstein era un impiegato dell’ufficio brevetti di Berna quando propose la sua ‘teoria speciale’ della relatività. Alfred Wegener, l’uomo che formulò la teoria della deriva dei continenti, non era un geologo, ma un meteorologo.

“E così gli storici, e con loro la storia stessa, rimangono aggrappati alla struttura della cronologia postbiblica elaborata temporibus illis da Giuseppe Giusto Scaligero (1540-1609), celebre figlio dell’uomo che fu mentore di Nostradamus ad Agen. E verosimilmente essi continueranno a rimanervici fino a quando non emergeranno prove più schiaccianti, tali da costringere infine i loro orizzonti a espandersi..

“Ma questo, piuttosto sorprendentemente, è proprio quello che sembra si stia verificando ora…”

Comunque, se vogliamo dirla tutta, una delle ragioni – e non fra le meno importanti – per le quali il mondo scientifico “ufficiale” si mostra così chiuso ed ostile nei confronti di tutte quelle ricerche che tendono a suggerire la necessità di una significativa retrodatazione della genesi delle ‘prime’ civiltà, nonché di una lettura non solo simbolica del racconto di Platone su Atlantide, è il fatto che questo, da circa un secolo, sembra essere divenuto il terreno prediletto di gruppi esoterici più o meno orientaleggianti, più o meno bizzarri, per non dire spiritistici: gruppi il cui solo nome fa rabbrividire gli scienziati e che essi considerano come tipici rappresentanti della ciarlataneria occultistica e pseudo-religiosa.

Senza timore di esagerare, si potrebbe affermare che se personaggi come Madame Blavatsky e i suoi seguaci della Società Teosofica (fondata nel 1875) non avessero parlato di antiche civiltà pre-diluviane, di una serie di razze che si sarebbero succedute sulla faccia del pianeta, nonché dello splendore e della successiva distruzione di Atlantide, forse la prevenzione degli ambienti scientifici ufficiali in proposito sarebbe meno rigida e implacabile, e almeno alcune di tali questioni verrebbero prese in considerazione con un minimo di apertura e di rispetto.

Ma l’idea, per un archeologo o uno storico di formazione neopositivista (come lo sono, oggi, quasi tutti gli esponenti del paradigma scientifico dominante) di dover prendere seriamente in considerazione, e sia pure come base ipotetica e bisognosa di verifiche e approfondimenti, testi come le famigerate Stanze di Dzyan, il libro ‘maledetto’ di cui parla la Blavatsky attribuendogli assoluta e incondizionata fiducia, è, per costoro, qualche cosa di decisamente superiore alle loro forze.

Noi non staremo a discutere di questo loro pregiudizio, né entreremo nel merito delle vaporose speculazioni dei teosofi e delle dubbie fonti di informazione di Helena Petrovna Blavatsy. Ci limiteremo ad osservare che lo stile involuto e barocco di costei, insieme al dichiarato substrato religioso, mistico ed esoterico della sua vastissima, ma confusa e, a volte, decisamente fantasiosa opera, certamente non hanno giocato a favore di una seria presa in considerazione delle sue teorie da parte degli ambienti storici e scientifici “ufficiali”.

E tuttavia, possiamo tollerare che uno stile ridondante e un po’ troppo colorito e una evidente mancanza di rigore nella indicazione delle fonti (per non dire altro), siano argomenti sufficienti per ignorare e gettare nel cestino della carta straccia tutto quello che ha scritto e insegnato la Blavatsky a proposito delle passate civiltà succedutesi sulla Terra, prima di quest’ultima, alla quale noi stessi  apparteniamo? Non rischieremmo di comportarci, così facendo, come quella levatrice che, nel gettare via l’acqua sporca, eliminasse anche il neonato?

Una cosa è certa: senza per questo cadere nella credulità, il vero storico dovrebbe sgomberare del tutto la propria mente da pregiudizi di qualsiasi sorta, e concentrarsi nell’esaminare unicamente i fatti e le ipotesi, da qualunque parte essi provengano e per quanto possano sconcertare le sue certezze consolidate.

Solo così sarà in grado di avvicinarsi, e sia pure faticosamente, a quella agognata verità che costituisce l’oggetto delle sue ricerche, e la ragione di esistere della scienza di cui egli vuole essere un obiettivo e disinteressato cultore.

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data in data 5/04/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 22 Novembre 2017

Foto dall’archivio de “Il Corriere delle Regioni”

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments