domenica, 13 Giugno 2021
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Sola, sulle scogliere battute dal mare, una ragazzina dodicenne scopre interi fossili di dinosauro

Sola, sulle scogliere battute dal mare, una ragazzina dodicenne scopre interi fossili di dinosauro. La scoperta dell’ittiosauro è stata rievocato con parole suggestive dal noto divulgatore scientifico Guido Ruggieri di Francesco Lamendola 

Nell’estate del 1811, sulle scogliere della Lyme Bay battute dai marosi della Manica, una svelta figuretta colorata si muove agilmente da una roccia all’altra, da una lastra di arenaria all’altra, ispezionando con occhio vigile ogni anfratto e ogni ciottolo.

Ci sembra di vederla, mentre con una mano protegge il capellino di paglia dagli imprevedibili colpi di vento e, con l’altra, tiene al guinzaglio il suo cagnolino, avanzando con prudenza, ma decisa, lungo la scogliera. È una scena che, con l’arcobaleno delle minutissime gocce di spuma che si alzano, in controluce,  all’arrivo di ogni nuova ondata, ricorda le pagine iniziali del romanzo di John Fowles La donna del tenente francese (portato sul grande schermo, nel 1981, dal regista Karel Reisz e interpretato da Meryl Streep e Jeremy Irons).

La mobile figuretta appartiene a una ragazzina di nome Mary Anning, che si aggira tutta sola in quella cornice suggestiva, con l’unica compagnia del suo cagnolino; e si sposta con estrema disinvoltura attraverso il luogo impervio che le è, tuttavia, estremamente familiare. Suo padre, infatti, suole vendere ai turisti delle rocce adorne di fossili marini i quali, nella baia, si affacciano in gran numero, portati alla luce dall’azione incessante dell’alta marea. E, anche in quel limpido giorno d’estate, con la brezza che soffia dal mare e l’eco incessante della risacca sugli scogli, ella si è allontanata da casa in cerca di fossili, come tante altre volte.

La Baia di Lyme è una località splendida e, al tempo stesso, straordinariamente favorevole per lo studio della  geologia e della paleontologia.

Presso la cittadina di Lyme Regis, nel Dorset, gli strati di roccia calcarea e argillosa si alternano in regolare successione e offrono le loro superfici alle onde, le quali operano su di esse una costante abrasione. In conseguenza di ciò, le rocce fossilifere sono messe continuamente a nudo, con tutti i loro tesori delle antichissime forme di vita animale: come se un esercito innumerevole di scalpellini sgretolasse senza posa, giorno dopo giorno, le pareti rocciose rivolte al mare, portando alla luce sempre nuove ammoniti perfettamente conservate e bellissime conchiglie, resti di animali marini vissuti in epoche quanto mai remote.

Mary era nata nel 1799 e perciò, all’epoca, aveva appena dodici anni (sarebbe morta nel 1847, ad appena 48 anni di età); ma le frequenti escursioni sulla costa rocciosa l’avevano resa abile ed esperta come un adulto, in quella specie di gioco che era, al tempo stesso, un utile incremento al bilancio familiare.

Lei ancora non lo sapeva, ma stava per fare una scoperta paleontologica eccezionale, che avrebbe dato un prezioso contributo allo sviluppo di quella giovane scienza e che avrebbe impresso un orientamento definitivo alla sua stessa vita, spingendola a proseguire nelle sue esplorazioni e ad approfondire i suoi studi, fino a divenire una celebrità e una delle maggiori esperte nell’ambito dei fossili marini.

Per questo la sua storia è così interessante e, in un certo senso, commovente.

L’impulso all’amore per le scienze naturali si può presentare nelle forme più inconsuete, e ciò era tanto più vero a quell’epoca, quando la paleontologia, scienza appena neonata, non era stata ancora presa in ostaggio da una schiera di arcigni professori universitari ed era aperta, apertissima al contributo di chiunque avesse una buona vista, delle buone gambe per arrampicarsi e una sufficiente dose d’intuito e d’immaginazione per sapere, almeno approssimativamente, dove conveniva cercare e che cosa cercare.

Anche a una ragazzina dodicenne che non sapeva ancora niente della vita, ma che aveva abbastanza maturità, intelligenza e buona volontà per trovare la maniera di mettere d’accordo le ragioni del divertimento e dello svago con quelle del lavoro: perché, per lei, cercare fossili in riva al mare era un lavoro oltre che un gioco, e un modo di aiutare economicamente la famiglia.

Già da tempo era abituata cercare fossili di animali marini e a portarli a casa, destando la curiosità dei villeggianti. Una volta, pur di pur di avere uno di quei reperti, una signora aveva offerto alla ragazzina niente meno che mezza corona (cfr. I. O. Evans, La Terra; titolo originale: The Hearth, Hamling Publishing, London, 1969; traduzione italiana a cura di Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1971, pp. 90-91).

E ciò, naturalmente, l’aveva spronata a proseguire nelle sue passeggiate solitarie e nelle sue ricerche.

Ed ecco, a un certo punto, oltre alle ‘solite’ conchiglie e ammoniti, Mary aveva scorto un reperto decisamente inconsueto, per non dire straordinario: il cranio d’un animale favoloso, simile a un drago, inglobato in una lastra di ardesia e circondato da alcune strane ossa. Come in sogno si era chinata ad ammirarlo, col cuore che le batteva forte per l’emozione: era evidente che si era imbattuta in un ritrovamento eccezionale.

Quando aveva fatto vedere a suo padre lo stranissimo teschio di «drago», più tardi, nemmeno lui  aveva saputo che cosa pensarne. Ma una cosa era certa: doveva trattarsi di un oggetto molto, molto importante, dal momento che, ben presto, se ne erano interessati alcuni dei più valenti scienziati inglesi.

La scoperta dell’ittiosauro è stata rievocato con parole suggestive dal noto divulgatore scientifico Guido Ruggieri, autore – negli anni Settanta del secolo scorso – di una serie di bei saggi di astronomia, geologia e paleontologia rivolti a un pubblico giovanile (per quanto caratterizzati da un approccio decisamente positivistico ed evoluzionista «classico»), in La scoperta dei fossili, Mondadori, Milano, 1975, pp. 73-77:

Fu appunto in un giorno della lontana estate del 1811 che essa, dopo aver raccolto abbondanti ammoniti e belemniti messe a nudo da una tempesta recente, si imbatté in qualcosa di straordinario: un cranio che sembrava di drago e che sporgeva, insieme ad alcune strane ossa, da un’ardesia corrosa. Mary rimase stupita di fronte a quegli avanzi, che spiccavano in tenue grigio sull’ardesia nera e che il mare dilavava, a tratti, dopo averli messi da poco allo scoperto; poi corse ad avvertire il padre. Anning stupì a sua volta. Non capì, nemmeno lui, di che fossile si trattasse, però ne comprese l’importanza e la necessità di salvaguardarlo con cura e di consegnarlo a uno studioso qualificato; il che, in seguito, fu fatto.

Altre scoperte si succedettero a Lyme Regis nelle estati seguenti, tanto che nel 1814 un naturalista inglese, Everard Home, giunse a dare una prima descrizione dell’animale nuovo che egli ritenne, erroneamente, un anfibio e per il quale propose il nome di Pterosaurus. Le cose si chiarirono nel 1819 allorché, sempre a Lyme Regis, venne alla luce uno scheletro intero della misteriosa creatura. Esso fu studiato da W. D. Conybeare, un pioniere della geologia in Inghilterra; l’animale ricevete da lui il nome d’Ichtyosaurus, parola che vuol dire «pesce lucertola», e assunse presto un rango di primaria importanza fra le creature del passato.

In realtà diverse parti d’ittiosauro erano già sparse in varie collezioni, particolarmente in Germania, ma non si sapeva interpretarle oppure non s trovava alcun collegamento fra i vari pezzi. Un gruppo di vertebre raccolte nel 1708 era stato, addirittura, descritto da Scheuchzer come un frammento di colonna vertebrale umana; naturalmente di un uomo dei tempi del diluvio!

[Su questo notevole naturalista svizzero del XVIII secolo, cfr.. F. Lamendola, Jakob Scheuchzer e i «draghi volanti» delle Alpi, consultabile sempre sul sito di Arianna Editrice.]

Oggi gl’ittiosauri sono conosciuti in ogni dettaglio, specialmente grazie ai loro perfetti fossili ritrovati nelle ardesie nere della Svevia, in Germania, che spesso conservano l’impronta delle parti molli del loro corpo. Pur essendo rettili, erano perfettamente adattati alla vita marina. Possedevano quattro pinne, risultato della trasformazione dei loro arti; in più avevano una gran pinna dorsale senza sostegno osseo e una pinna caudale verticale, sostenuta dall’estremità della colonna vertebrale piegata all’ingiù. Somigliavano a delfini per il profilo slanciato e idrodinamico ed erano voraci predatori; erano tanto indipendenti dalla terraferma che le loro femmine partorivano i piccoli in alto mare. Contavano numerosi generi e specie con dimensioni svariatissime; i più comuni misuravano pochi metri, ma alcune forme colossali raggiungevano 12 metri di lunghezza. Questi animali prosperarono sulla Terra per un tempo straordinariamente lungo; dal Triassico medio al Cretaceo superiore, ossia, in cifra tonda, oltre 140 milioni d’anni!

Durante tutto questo tempo furono loro compagni nei mari, per quanto in acque più costiere, i plesiosauri (dal greco «vicini alle lucertole»), altri enormi rettili predatori, dotati, però, di caratteristiche assai diverse. Essi non avevano pinne dorsali e caudali; il loro corpo era largo e schiacciato e gli arti avevano l’aspetto di pagaie. Caratteristico era il collo, relativamente lungo e talora lunghissimo, terminante con una testa generalmente assai piccola in proporzione al corpo. La loro lunghezza oscillava di solito intorno ai 3 metri, ma qualche gigante del gruppo giunse a superare i 10 metri e,, nel tardo Cretaceo, a superare i 15 metri. Non partorivano i figli in mare come gli ittiosauri ma, secondo ogni evidenza, deponevano uova a terra sulle rive piate come fanno le odierne tartarughe di mare.

Anche nel caso dei plesiosauri la scoperta iniziale fu dovuta a Mary Anning che ne trovò uno scheletro a Lyme Regis nel 1821. Si comprese allora che i denti isolarti e i frammenti d’ossa, che si rinvenivano sparsi nella scogliera del Dorset occidentale, appartenevano a diversi gruppi di fossili marini dalle forme più impensate. Come nel caso dell’ittiosauro, il nuovo rettile dal ungo collo fu studiato da Conybeare che gli diede il nome e lo descrisse nel 1823. Intanto la popolarità di Mary Anning, ricercatrice sempre più esperta ed accurata, andava crescendo; ed i bambini inglesi cantavano sul so conto una filastrocca, che diceva: Mary Anning – she sells sea-shells(«Mary Anning vende conchiglie di mare»). Più tardi, nel 1828, Mary fece un’altra straordinaria scoperta; trovò uno scheletro completo di ptesrosauro, il rettile volante dalle ali membranose, fino allora non riconosciuto da resti estremamente rari ed incompleti.

Orami famosa, May Anning continuava ad estrarre dalle inesauribili scogliere di Lyme Regis magnifici avanzi fossili d’ittiosauri e di plesiosauri, che venivano poi contesi dai musei di varie città dell’Inghilterra. Intanto non aveva trascurato di farsi una raccolta personale dove, accanto ad ammoniti, brachiopodi e crinoidi, aveva posto vari rettili del mare, ch’essa considerava un poco cosa sua. Fra le altre cose possedeva, di questi animali, anche dei coproliti, cioè dei loro escrementi pietrificato, fra cui uno molto grande d’ittiosauro. Quando c’erano visitatori, esso veniva mostrato, ma non alle signore, per il pudore che caratterizzava l’Inghilterra dell’epoca. In questi casi, dopo che le signore erano uscire dalla stanza, un domestico portava il fossile su un vassoio, nascosto da un fazzoletto; il fazzoletto veniva tolto e il coprolito poteva essere oggetto d’ammirazione fra soli uomini.

Frattanto la divulgazione dei rettili marini e volanti di Lyme Regis andava via via eccitando la fantasia popolare, che ravvisava in essi veri draghi, uccisi un secolo prima dagli scienziati e risuscitati per opera degli scienziati stesi. Giocava in ciò, notevolmente, la stranezza delle figure che venivano pubblicate; dovuta da un lato alle incerte cognizioni scientifiche, dall’altro alla libertà con cui i disegnatori elaboravano i meditati schizzi dei paleontologi. Per di più gli artisti immaginavano il mondo della preistoria come un mondo provvisorio e violento che, giustamente, era stato distrutto; perciò delineavano fantastici plesiosauri e ittiosauri perpetuamente in lotta fra loro.

Dell’ittisoauro, in particolare, di cui non si conoscevano le pinne dorsale e caudale,  si aveva un concetto inesatto. Lo si credeva una specie di lucertolone marino con la coda appuntita e,, poiché certi sauri odierni hanno creste e spine, gli artisti si sentivano autorizzati a dotarlo di creste taglienti e, talora, di robuste squame. Nel 1840 un appassionato erudito inglese di nome Thomas Hawkins pubblicò a Londra un Book ofthe Great Sea Dragons («Libro dei grandi draghi del mare») e sulla copertina fece apporre un’immagine di tal genere. Nella figura si vedono famelici plesiosauri che aggrediscono ittiosauri grandi come navi, dal dorso ondulante irto di punte, mentre incredibili pterosauri, simili a pellicani, straziano su una scogliera un cadavere d’ittiosauro. Sulla scena, traluce dietro le nubi una luna sinistra che ne accentua l’orrore.

Tutto ciò è tramontato da un pezzo, sostituito dalle ricostruzioni moderne dove non ci sono più mostri, né lune sanguigne in cieli tenebrosi. Dell’età degli entusiasmi restano vivi alcuni ricordi, fra cui quello di Mary Anning; e ciò lo si può constatare al British Museum di Londra. Esiste in questo museo, nella sezione per la Storia naturale, un’intera galleria dedicata ai rettili marini del Mesozoico dove, lungo una parte, i «grandi draghi del mare» si snodano impressionanti sulle loro lastre di ardesia. Taluni di questi campioni portano, in un angolo, un cartoncino dal quale una figuretta di dona, d’aspetto modesto, sembra sorridere ai visitatori. È Mary Anning! Il suo ritratto distingue i fossili da lei raccolti a Lyme Regis; simpatico riconoscimento a un contributo determinante nella storia della paleontologia.

Riassumendo.

1811: Mary Anning, dodicenne, scopre un cranio di ittiosauro, animale non ancora noto ufficialmente alla scienza. Questa scoperta la spinge a dedicare sempre più tempo alla ricerca di nuovi fossili e al loro studio accurato.

1821: Mary Anning, ormai ventiduenne, rinviene, sempre sulla costa presso Lyme Regis, uno scheletro di plesiosauro, dando così un secondo e decisivo  impulso allo sviluppo della paleontologia.

1828: continuando a cercare fossili sulla spiaggia di Lyme Regis, Mary Anning (ora una giovane donna di ventinove anni), scopre e consegna alla scienza uno scheletro completo di pterosauro, il rettile volante, anch’esso non ancora noto agli scienziati dell’epoca.

Prima di compiere i trent’anni, quindi, ella ha effettuato ben tre scoperte sensazionali ed ha  contribuito in modo fondamentale al progresso degli studi paleontologici: un autentico primato, tale da far impallidire la carriera di molti professori universitari e scienziati «arrivati».

Ne ha fatta, di strada, la ragazzina che andava in cerca di fossili quasi per gioco, o forse in cerca d’evasione dalla noia della vita d’ogni giorno, come una delle protagoniste del film di Peter Weir Picnic a Hanging Rock; o, magari, come l’intrepida protagonista di Alice nel paese delle meraviglie Alice allo specchio, di Lewis Carroll! E pazienza se quel monumento di perbenismo culturale e di accademico sussiego, che è la Enciclopedia Britannica, non si è ricordato di dedicarle nemmeno una rapida citazione.

Quello che più colpisce, nella vita di questa interessante figura femminile (in un’epoca in cui, come abbiamo visto, le signore lasciavano la stanza prima che venissero mostrati in pubblico gli escrementi fossili delle creature preistoriche), è la sua fedeltà alla chiamata che, indubbiamente, ebbe in quel luminoso giorno dell’estate 1811, allorché fece – quasi per caso – la sua prima scoperta importante, quella del cranio di «drago» che solo più tardi venne identificato come appartenente a una nuova creatura di passate ere geologiche: l’ittiosauro.

Non c’erano testimoni, non c’era nessun altro, ad eccezione della scogliera, del ribollire delle onde del mare e, in alto, del cielo azzurro di una bella giornata estiva. Eppure, in quel momento, mentre raccoglieva con mani tremanti quel reperto favoloso, Mary stava pronunciando un segreto giuramento con se stessa: quello di non allontanarsi mai più da quel mondo incantato, che le parlava di un tempo in cui la Terra era giovane e nessuna barca solava solcava il mare, nessun suono di campane si spargeva nell’aria, perché l’uomo ancora non esisteva.

Crescendo, ella ebbe la possibilità di inserire quella giovanile intuizione in un contesto rigorosamente scientifico, divenendo, a suo modo, un’esperta nel settore dei fossili; ma senza mai lasciar svanire quell’alone di poesia che le aveva rivelato, ad un tempo, il suo futuro destino e la strada che le avrebbe permesso di dare un significato alla propria vita.

Mary Anning è l’esempio di un essere umano che, afferrato da un vivido sogno prima ancora di varcare l’incerto confine tra la fanciullezza e l’adolescenza, decide di serbarlo gelosamente in cuore,  e di non separarsene mai più, a nessun costo.

Si tratta di una coerenza e di una capacità di introspezione non frequenti, in un mondo dove pochissime persone possono dire di essere rimaste fedeli alla promessa fatta a se stesse, allorché, negli anni incantati in cui si schiude la vita adulta, avevano deciso «cosa fare da grandi».

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice in data 18/08/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 23 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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