sabato, 18 Settembre 2021
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Sulle rotte «planetarie» degli antichi Austronesiani: dal Madagascar all’Isola di Pasqua

Sulle rotte planetarie degli antichi Austronesiani: dal Madagascar all’Isola di Pasqua. Sono definiti austronesiani i popoli che hanno raggiunto e colonizzato partendo dall’isola di Formosa gran parte dell’Asia sud-orientale di Francesco Lamendola  

Sono definiti austronesiani (o “delle isole meridionali”) i popoli che hanno raggiunto e colonizzato, partendo, probabilmente, dall’isola di Taiwan (Formosa), gran parte dell’Asia sud-orientale, dell’Arcipelago indo-malese, dei tre grandi raggruppamenti insulari della Melanesia, Micronesia e Polinesia, comprese, alle estremità di quest’ultima, i tre vertici del “triangolo” pacifico rappresentati dalle Isole Hawaii (a Nord), dell’Isola di Pasqua (a Est) e della Nuova Zelanda (a Sud-ovest), nonché, isolata in pieno Oceano Indiano, anzi, alquanto vicina alle coste orientali dell’Africa, la grande isola del Madagascar. L’arrivo dei primi Austronesiani a Taiwan risalirebbe al 6.000 a. C. circa; la colonizzazione delle isole più lontane, come il Madagascar, l’Isola di Pasqua, le Hawaii e, buon ultima, la Nuova Zelanda – l’unica di queste terre che giace al di fuori della fascia climatica tropicale, ossia in quella temperata -, si collocherebbe fra il 500 e l’800 d. C.: come si vede, un arco di circa 7.000 anni segnerebbe le migrazioni di questi popoli dal loro centro più antico alle terre più recentemente raggiunte.

La relazione esistente fra questi gruppi umani alquanto sparsi su di una immensa superficie, nonché la loro probabile origine nell’isola di Taiwan, sono state riconosciute non solo e non tanto in base ai caratteri somatici o alle caratteristiche culturali, quanto, soprattutto, in base alle affinità linguistiche, che ormai permettono di stabilire senza ombra di dubbio la loro comune origine e la loro affinità, a dispetto delle grandi distanze e delle condizioni locali apparentemente così differenti, le quali, di per sé, difficilmente permetterebbero d’immaginare una simile connessione.

Alle riconosciute affinità linguistiche, si è aggiunta, più di recente, una ulteriore e definitiva conferma dovuta agli studi genetici: in base ad essi è stato stabilito in modo irrefutabile che tali popolazioni sono legate da una origine comune e che quest’ultima deve essere individuata, con certezza pressoché assoluta, nell’isola di Taiwan, oltre che nell’isola di Hainan e in alcune altre zone della Cina meridionale, abitate da popolazioni di etnia diversa da quella predominante in quel Paese, ossia l’etnia Han (fra le quali spiccano i Lolo, oggi assai diminuiti di numero, un popolo con caratteri arcaici stanziato fra lo Yunnan ed il Vietnam), nonché in alcune aree della Penisola Indocinese, come la Cambogia.

Fino a qualche tempo fa gli studiosi di etnologia erano soliti considerare in maniera autonoma gli abitanti della Polinesia, così come erano propensi a vedere le straordinarie migrazioni oceaniche dei Polinesiani come un unicum della storia, degno, tutt’al più, di essere paragonato, ma restando ben superiore, alle navigazioni dei Vichinghi nei mari dell’Europa e nell’Atlantico settentrionale. Si pensi, a titolo di esempio, al libro di un etnologo maori come Peter Buck (il suo nome indigeno era Te Rangi Hiroa), significativamente intitolato «Les migrations des Polynesians: les Vikings du Soleil levant», apparso nel 1952, in lingua francese, per le edizioni Payot, e considerato un classico nel suo genere; che aveva, tuttavia, il limite di sottolineare in maniera un po’ unilaterale il valore di originalità e di “autosufficienza” delle culture polinesiane, quasi che non avessero dei debiti, anch’esse, con altri popoli e culture, e si fossero sviluppate in perfetta solitudine, senza nulla importare dall’esterno, ma solo esportando, coi loro viaggi audacissimi, le loro conoscenze e la loro civiltà originale (cfr., sulle navigazioni dei Polinesiani, il nostro saggio «La scoperta antartica di Hui-Te-Rangi-Ora. Una epopea polinesiana sulla rotta del Polo Sud», pubblicata diversi anni or sono sul sito di Esonet, e, prima ancora, sulla rivista «Il Polo», edita dall’Istituto Geografico Polare fondato da Silvio Zavatti, vol. 2, giugno 1988).

Oggi, questa impostazione non è più ritenuta valida, perché – come si è detto – le ricerche più recenti di linguistica comparata, e quelle, recentissime, di biologia genetica, hanno condotto gli studiosi, fra i quali gli stessi etnologi, ad allargare l’orizzonte delle culture polinesiane, comprese le loro straordinarie navigazioni, ad uno scenario ancora più ampio, che abbraccia gran parte dell’Asia sud-orientale ed suoi arcipelaghi; la quasi totalità delle terre Oceano Pacifico meridionale (in pratica, con la sola eccezione dell’Australia); e talune aree ben addentro all’Oceano Indiano, appunto sino all’isola del Madagascar. Anche i Canachi – o Kanak – della Nuova Caledonia, isola posta all’estremità meridionale dell’arco della Melanesia, appartengono all’area linguistico-culturale austronesiana (cfr. i nostri articoli «Fra i Canachi della Nuova Caledonia la persona non ha nome né io, ma è un insieme di relazioni», e «I tumuli dell’Isola dei Pini, in Nuova Caledonia: un enigma affascinante tuttora insoluto», pubblicati sul sito di Arianna Editrice, rispettivamente, in data 15/03/2010 e 10/06/2010).

Scrive Cesare Grazioli a proposito delle navigazioni degli antichi popoli austronesiani (da: Gianluca Solfaroli Camillocci e Cesare Grazioli, «Chronos. Tempi e spazi dell’antico» (Torino, Società Editrice Internazionale, 2003, vol. 1°, pp. 164-5):

«Particolarmente interessante un altro fenomeno migratorio del tardo Neolitico, la cosiddetta espansione austronesiana. Si trattò di una straordinaria migrazione marittima che portò al popolamento dell’Asia insulare e dell’Oceania (dall’Indonesia alla Polinesia). Nelle migliaia di isole grandi e piccole che costituiscono l’Austronesia (termine che indica l’insieme delle “isole del Sud” del Pacifico) si parlano oggi numerose lingue molto simili, che secondo gli studiosi derivano tutte da un antico linguaggio originario. Sorprendente è che anche la lingua parlata nella grande isola africana del Madagascar (il malgascio) deriva dall’austronesiano. Come è stato possibile che popolazioni parlanti lingue così simili siano arrivate a est fino all’isola di Pasqua, nel cuore del Pacifico, e a ovest fino al Madagascar, sulle coste dell’Africa? I linguisti e gli archeologi hanno ricostruito questa storia eccezionale. Alla fine del IV millennio a. C. gruppi di pescatori neolitici che parlavano austronesiano, conoscevano la ceramica e allevavano il maiale, si mossero dall’isola di Taiwan (Formosa) verso le Filippine. Circa un millennio dopo avevano popolato tutte le grandi isole indonesiane (Giava, Sumatra, Borneo, Celebes), spazzando via i precedenti abitatori, molto più primitivi, e perciò incapaci di resistere agli invasori venuti dal mare.

Come poterono gli austronesiani spostarsi di isola in isola sull’oceano? Una geniale invenzione rese possibile il viaggio: la piroga a bilanciere, un grande tronco scavato, reso stabile da uno o due galleggianti posti in parallelo allo scafo e collegati con pali. Su queste imbarcazioni, capaci di affrontare l’onda lunga dell’oceani senza rovesciarsi, gli austronesiani popolarono tutte le isole del Pacifico, fino ad allora disabitate. Il processo di espansione, date le enormi distanze, fu molto lento: l’isola di Pasqua fu raggiunta attorno al 500 d. C. e la Nuova Zelanda attorno al 1.000 d. C.

Ma come giunsero gli austronesiani fino al Madagascar, sulle coste dell’Africa? Secondo alcuni studiosi, i primi austronesiani approdarono nel Madagascar già alla fine del I millennio a. C., collegando poi l’isola all’Indonesia con un’importante rotta commerciale: la famosa via del cinnamomo (“legno dolce”), oggi chiamato cannella, una spezia di origine cinese, molto usata in cucina. In antico fu utilizzata, oltre che per scopi alimentari, nell’imbalsamazione, in vari riti religiosi, e per produrre unguenti e profumi. Costosissima, questa spezia veniva trasportata dall’Indonesia al Madagascar, e da qui fino in Egitto, per venire poi smerciata in tutto il Mediterraneo. Se ne fa cenno nella Bibbia, la ricorda il greco Erodoto, ma l’unico che parla con ammirazione degli audaci marinai che portavano via mare il prezioso cinnamomo è Plinio, uno scrittore latino del I secolo d. C. Ci racconta, tra l’altro [in quella miniera d’informazioni scientifiche che è la sua «Naturalis historia», libro 12, § 51-56: «Cinnamomo proxima gentilitas erat, ecc.»] che il viaggio di andata e ritorno attraverso l’Oceano Indiano durava cinque anni. Anche per questo gli austronesiani vanno ricordati, insieme con i Fenici, come i più grandi navigatori dell’antichità.»

Come si vede, anche da questo brano, non è vero che le popolazioni austronesiane si espansero in perfetta autonomia e solitudine; le stesse navigazioni di cui esse furono protagoniste, e che destano ancora oggi, ai tempi del radiogoniometro e delle gigantesche petroliere da più di 100 mila tonnellate di stazza – rispetto alle quali la piroga a bilanciere era un autentico fuscello, sospeso per miracolo sopra le onde altre fino a 20 metri dell’Oceano Pacifico -, la nostra giusta ammirazione e quasi la nostra incredulità, nascevano, almeno in parte, da iniziative di tipo commerciale, come il traffico del cinnamomo (cannella), la pregiatissima spezia cinese tanto apprezzata sui mercati dell’area mediterranea.

Ciò dimostra sia che gli Austronesiani navigarono non soltanto allo scopo di scoprire nuove terre ove trasferire parte della loro popolazione in eccesso, e dunque per colonizzare nuove isole e arcipelaghi, ma anche per ragioni economiche, intrecciando relazioni commerciali con empori anche lontanissimi dalle loro sedi originarie; sia che vi furono dei contati, indiretti e diretti, fra quei coraggiosi marinai ed i mercanti egiziani, arabi, persiani, greci e romani che avevano stabilito le loro basi sulle coste del Mar Rosso e su quelle del Golfo Persico – collegate, a loro volta, con quelle del Mediterraneo orientale -, nonché con le popolazioni della Penisola Indiana, e, quasi certamente, anche con quelle della costa orientale africana, dall’isola di Socotra a quella di Zanzibar, e anche più a mezzogiorno, sino alla foce dello Zambesi ed oltre, stante la vicinanza del Madagascar, da essi raggiunto e colonizzato, con quel litorale.

Della gente capace di navigare per cinque anni, fra andata e ritorno, per completare un viaggio di esportazione della cannella, merita sicuramente tutto il nostro rispetto: effettivamente, a parte i Vichinghi, non si trovano, nella storia del mondo pre-moderno, dei navigatori altrettanto audaci di loro, con la sola eccezione dei Cinesi, che, però, potevamo disporre di numerose flotte di giunche gigantesche – molto più grandi, stabili e robuste delle povere caravelle di Colombo – e che si misero per mare solo in un periodo limitato, nel XV secolo, e poi tornarono a chiudersi nella loro autosufficienza economica e culturale (cfr. il nostro articolo: «Le spedizioni dell’ammiraglio Chêng Ho: un notevole esempio di potenza non imperialista», pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 28/07/2010).

La vastità di concezioni e di iniziative degli antichi Austronesiani è tale da rivoluzionario il quadro delle nostre conoscenze della storia antica in quella vastissima sezione del globo che giace fra le isole Hawaii da una parte, e il Madagascar dall’altra. Alcuni studiosi, come è noto, ipotizzano che le stesse culture sudamericane, a cominciare da quella incaica, siano state influenzate da un elemento polinesiano giunto da Occidente, attraverso il Pacifico, probabilmente poco numeroso, ma forse significativo dal punto di vista tecnico e culturale. Colui che sostenne con forza la teoria opposta, ossia di una influenza sudamericana sulle culture della Polinesia, a cominciare da quella dell’isola di Pasqua, il noto esploratore e antropologo norvegese Thor Heyerdahl, fra il 1982 e il 1983 condusse anche una inedita campagna di scavi nell’arcipelago delle Maldive, a Sud-Ovest dell’India, portando in luce dei reperti piuttosto misteriosi, databili, pare, al 2.000 a. C. e tali da cambiare le nostre conoscenze sulla storia di quelle isole, retrodatando di molto la presenza umana su di esse e facendone un importante nodo di traffici, in pieno Oceano Indiano, proprio all’epoca dei grandi viaggi degli Austronesiani.

I reperti delle Maldive farebbero pensare che, prima dei Musulmani, dei Buddisti e degli Induisti, quelle isole siano state visitate ed abitate da un popolo antichissimo, i cui manufatti ricordano, da un lato, le architetture sacre della Mesopotamia e dell’Egitto, dall’altro quelle, appunto, dell’Isola di Pasqua e di altre isole polinesiane (vedi: T. Heyerdahl, «Il mistero delle Maldive», Milano, Mondadori, 1988). Questo popolo misterioso, detto dei Redin, costruiva, sembra, templi simili alle ziggurat, innalzava simboli solari e scolpiva animali domestici e selvaggi, come buoi e leoni, appartenenti alla fauna indiana e a quella africana. Difficile, allora, non pensare agli Austronesiani, i soli capaci di compiere simili viaggi in un’epoca così remota. Quante cose restano, per noi, ignote…

Già pubblicato sul sito di Arianna Editrice e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 24 Novembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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