giovedì, 23 Settembre 2021
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La negazione della storia è il difetto essenziale del sistema fisiocratico di Quesnay

E’ la proiezione delle leggi del mondo naturale:”così come è possibile indagare la natura altrettanto si può fare per i processi dell’economia” di Francesco Lamendola  

«L’imperatore della Cina è un despota, ma in che senso è usato il termine? A me sembra che, in generale, in Europa abbiamo un’opinione sfavorevole del governo di quell’impero; ma dalle descrizioni che si hanno della Cina ho concluso che la costituzione cinese è fondata su leggi sagge e irrevocabili che l’imperatore fa osservare e che osserva egli stesso scrupolosamente»: così si esprimeva, a proposito del Celeste Impero, il massimo esponente del pensiero fisiocratico francese, François Quesnay, nel 1767.

Egli si era interessato al sistema politico-sociale della Cina per giungere a delle conclusioni di carattere economico, procedimento che adoperava anche nei confronti di altre aree lontane, come l’impero degli Incas, nell’America meridionale precolombiana. Quesnay pensava che le leggi fondamentali dell’economia devono essere ovunque le stesse e pertanto, partendo da questo assunto di tipo meccanicistico, cercava a trecentosessanta gradi la conferma dell’assunto medesimo, spingendo lo sguardo lontano nello spazio e nel tempo.

Se si vuole, è un procedimento simile a quello che, più tardi, Sir James Frazer userà per la stesura della sua immensa opera di antropologia religiosa «Il ramo d’oro» («The Golden Bough: A Study in Magic and Religion», pubblicato fra il 1890 e il 1915): collezionare una serie di dati empirici e allinearli per “dimostrare” una tesi che, in effetti, è già largamente precostituita: vale a dire che il comportamento umano è fondamentalmente lo stesso in ogni luogo e in ogni tempo, risponde alle stesse “leggi” e agli stessi bisogni.

Entrambi gli autori si attengono a un’idea evoluzionista della storia: ed è interessante osservare come l’idea di una continua evoluzione, lenta e progressiva, ma inesorabile, delle forme di vita e di organizzazione sociale, da strutture più semplici verso altre, sempre più complesse, si sia sviluppata sia prima che dopo l‘affermarsi della teoria biologica di Darwin e Wallace sull’evoluzione delle specie di viventi mediante un continuo adattamento all’ambiente (ma i cosiddetti “fossili viventi”, dove li mettiamo? come spiegare, ad esempio, che squali e coccodrilli siano rimasti pressoché identici da 300 milioni di anni?).  Tanto andava detto per ridimensionare la pretesa originalità della teoria darwiniana, che, il più delle volte, viene presentata – tra l’altro, forzando le date e fissandone la nascita fin dall’epoca del viaggio sul «Beagle», dal 1831 al 1836, cosa che è ben lungi dal vero – come un inatteso e folgorante colpo di genio (a dispetto del fatto che i colpi di genio sarebbero stati due, e pressoché contemporanei: ci si dimentica troppo spesso di Wallace). E qui chiudiamo la parentesi e torniamo a Quesnay.

Cerchiamo di vedere un po’ più da vicino in che senso si possa parlare, per Quesnay – e, in generale, per quasi tutta la cultura del XVIII secolo – di disinteresse, insensibilità o disprezzo per la storia, per i fattori concreti, specifici, caratterizzanti del passato, nel loro divenire, nel loro incrociarsi e sovrapporsi, nel loro costituirsi, dissolversi e riformarsi. Si tratta anche di un atteggiamento di disinteresse, insensibilità o disprezzo per tutto ciò che è mutamento, libertà, imprevedibilità, postulando una necessaria e inesorabile evoluzione, secondo  una logica meccanica, sempre uguale a se stessa e inesorabile nelle sue dinamiche? Sembrerebbe di sì: non per nulla è ben questa l’epoca in cui Dio viene visto come “il grande Architetto dell’universo”; e gli architetti, si sa, specialmente se sono bravi, non lasciano nulla al caso; mentre il Dio cristiano, per esempio, avendo dotato l’uomo del libero volere, ha anche permesso che la storia possa diventare il luogo del disordine, dell’irrazionalità e della malvagità (salvo riservarsi, anche in essa, l’ultima parola).

Scriveva in proposito Henri Denis nella sua nota «Storia del pensiero economico» (titolo originale: «Histoire de la pensée économique», Pris, Presses Universitaires de France, 1965; traduzione dal francese di Franco Rodano, Milano, Il Saggiatore, 1965, vol. 1, pp. 214-5):

«La debolezza delle tesi fisiocratiche ci appare oggi  nel modo più netto, e proprio sullo stesso terreno della scienza economica. I fisiocratici –[…] sono partiti dall’idea che si potevano scoprire delle leggi, analoghe a quelle fisiche, le quali erano in grado di regolare le attività economiche; e in effetti sono pervenuti a definire delle leggi di questo genere. Ma, su questa base, essi hanno allora proceduto a una gigantesca estrapolazione , la quale, in definitiva, consisteva nel sostenere che, in primo luogo, tutti i fenomeni economici erano governati da leggi analoghe a quelle fisiche, e che, in secondo luogo, tali leggi erano universali: ossia le stesse in ogni tempo e in ogni luogo (proprio perché fondate sui bisogni fisici dell’uomo) e anteriori dunque alle “convenzioni sociali”.

Senza dubbio, la concezione cui in tal modo si perviene, è sostanzialmente mostruosa: da una parte, infatti, essa risolve tutti i rapporti economici in rapporti meccanici, analizzabili meccanicamente; e, dall’altra parte, viene a ridurre la scienza economica alla semplice enunciazione di leggi UNIVERSALMENTE valide. Così, ed è questo l’aspetto più grave, la scienza economica si presenta come una disciplina che non ha nulla a che vedere con la storia.

Quesnay pubblicò nel 1767 una “Analisi del governo degli Inca del Perù”, e dunque di quel regime politico-sociale, che sussisteva nell’America del Sud prima della conquista spagnola. Lo stesso anno poi […] dette alle stampe un lungo studio, intitolato “Il dispotismo della Cina”. Ora, in queste società, quella peruviana e quella cinese, organizzate sulla base di principi millenari, egli credeva precisamente di degli illustri esempi della propria economia politica; e questo mostra abbastanza chiaramente – ci sembra – come per lui la scienza economica fosse per lui del tutto indipendente dalla storia.

Come è chiaro, questa negazione del carattere storico delle leggi economiche dipende dal fatto che Quesnay manteneva fisso lo sguardo sulle “scienze della natura”, le cui leggi sono appunto atemporali. Né d’altro canto, se si vuole spiegare una negazione siffatta, si possono trascurare le preoccupazioni pratiche della scuola fisiocratica. In effetti, sulla base della convinzione che le leggi economiche sono valide sempre e dovunque, si giunge facilmente all’idea che è necessario rispettare tutte quelle conseguenze che esse determinano universalmente, e che occorre dunque accettare e adottare quel liberalismo economico, cui precisamente, alla fine del XVIII secolo, tendeva, in modo spontaneo, la classe borghese.

In realtà, la borghesia mercantile e industriale si considerava oramai abbastanza forte per poter fare a meno dell’aiuto dello Stato, e riteneva pertanto di essere ostacolata nelle sue attività dalle molteplici regolamentazioni economiche e sociali del vecchio regime. Si comprende perciò anche troppo bene che i fisiocratici abbiano esaltato e promosso il liberalismo economico e che, per difenderlo, abbiano aderito a una concezione dell’ordine naturale della società, pur così manifestamente erronea.

I fisiocratici, del resto, hanno contribuito anche praticamente a orientare la politica francese verso il libero commercio. È generalmente ammesso, ad esempio, che sono essi i veri autori dell’editto del 18 luglio 1764, con cui si autorizzava l’esportazione dei grani. In via immediata, però, questa politica non ebbe successo; aumentò il prezzo del pane, vi fu un gran malcontento nel paese e, dopo la caduta di Choiseul nel 1770, si ritornò quasi completamente alle vecchie regolamentazioni.

L’influenza dei fisiocratici declinò quindi rapidamente; e tuttavia, le idee liberali continuarono a fare la loro strada. Turgot (1727-1781), che affermava di non appartenere alla “setta” fisiocratica, ne accettava però quasi tutte le idee, e fu lui stesso un eminente economista, autore di un libro famoso: “Riflessioni sulla formazione e la distribuzione delle ricchezze” (1766). Così, divenuto controllore delle Finanze nel 1774 e fino al 1776, ristabilì la libertà di commercio dei grani e tentò anche di sopprimere le corporazioni artigianali. Ma dopo le sue dimissioni, vennero soppresse tutte le misure che egli aveva preso, sicché bisognò attendere la rivoluzione del 1789 per veder trionfare, sul terreno economico, la politica del liberalismo.»

Ecco: l’idea che le leggi della convivenza umana, comprese quelle economiche, derivino da quelle naturali, e siano equiparabili ad esse, è il cuore del pensiero di Quesnauy, dei fisiocratici, e, in generale, di gran parte del movimento illuminista: un’idea che Voltaire, ad esempio, non condivide, ma che Rousseau porta avanti con il massimo vigore: e sarà la “linea” russoviana, alla fine, a prevalere, e a consegnare alla cultura moderna (cominciando dalla Rivoluzione francese) l’eredità decisiva del pensiero illuminista; non quella volterriana. La concezione di Voltaire è razionalista e fondamentalmente scettica, figlia dell’empirismo inglese (da lui tanto amato e ammirato); quella di Rousseau è pre-romantica, e trasfonde nel razionalismo illuminista la forza irruente del sentimento e della passione, facendo dell’Illuminismo qualcosa di più di una fredda dottrina: una nuova religione; la religione del Progresso, e, più ancora, la religione del Bene e della Felicità (ove le due cose, assai significativamente ma non troppo logicamente, sono considerate come pressoché identiche, quanto meno all’atto pratico).

Si osservino le date: Quesnay nasce nel 1694 e muore nel 1774; Voltaire nasce nel 1694 e muore nel 1778; Rousseau nasce nel 1712 e muore, anch’egli, nel 1778. Quesnay è coetaneo di Voltaire e più vecchio di Rousseau di diciotto anni (anche se muoiono poi, tutti e tre, in un arco di soli quattro anni): quasi lo spazio temporale di una generazione (allora ci si sposava più presto di oggi); tuttavia la sua concezione generale della natura e della storia è più vicina a quella del ginevrino, che a quella del parigino.  Per Rousseau, infatti, la natura è il bene, e tutto ciò che viene dalla natura deve essere, per forza di cose, buono; quello che viene dalla società, viceversa, è cattivo. Buoni, dunque, sono gli uomini, e i costumi umani, se si tengono aderenti alla natura; cattivi, se se ne allontanano, in nome della “civiltà”. La natura, d’altra parte, è il frutto di un disegno ragionevole, dunque vi si esplica una intenzionalità razionale (come già avevano postulato, un secolo prima, i giusnaturalisti: Grozio, Altusio e Pufendorf). La natura non è affatto il contrario della ragione, è il suo prodotto e la sua dimostrazione; e il principio del reale, a questo punto, non può essere che un Dio sommamente razionale e sommamente “naturale” (lo sviluppo coerente di questa idea porterebbe dritto al panteismo, come per Spinoza; ma il pensiero illuminista è meno coerente di quel che si creda e procede fra sbalzi, inversioni di rotta e contraddizioni non indifferenti), ed è esso a fare da “garante” affinché vi sia un legame di continuità, e quasi di imitazione, fra le leggi della natura (“leggi”, perché gli illuministi fanno propria la prospettiva meccanicistica di Galilei e della cosiddetta Rivoluzione scientifica del XVII secolo) e le “leggi” del divenire storico. Del resto, che la storia umana sia soggetta a delle leggi, era considerata una ipotesi di lavoro più che valida anche da un pensatore anti-illuminista come Giambattista Vico: i suoi “corsi” e “ricorsi” sono equiparabili a delle leggi evolutive, anche se meno rigide, forse, di quelle immaginate dagli illuministi.

Ebbene: quel che si è detto di Rousseau, vale anche per Quesnay: le leggi del divenire storico sono come la proiezione delle leggi del mondo naturale; e così come è possibile indagare la natura scoprendone le leggi, altrettanto si può fare per i processi dell’economia, che è un prodotto umano. La curiosa conseguenza di questa impostazione è che le leggi economiche non variano, sono fuori del tempo, perché scaturiscono da una realtà immutabile, come lo è la natura stessa. A questo punto, il compito dell’economista è semplicemente quello di desumere le leggi eterne della produzione e del consumo; e il compito di un ministro delle finanze non sarà che quello di ripristinare, il più possibile, le condizioni di libertà della produzione e del commercio, che consentano all’economia, artificialmente stravolta dagli interventi della politica e da altri fattori, di rientrare nel proprio alveo naturale, assecondando le leggi, appunto, della natura. Al limite, non ci sarebbe neanche bisogno di una politica economica: basterebbe lasciare che le cose vadano per il loro verso, dopo aver tolto di mezzo gli ostacoli allo svolgimento “naturale” dei fattori e dei meccanismi produttivi. I fisiocratici, dunque, sono perfettamente in linea con il liberismo economico; e il loro pensiero non è che una variante del pensiero liberale. Lasciate che le cose vadano come devono andare; non intervenite, se non per facilitare al massimo il ritmo naturale degli eventi: e vedrete che tutto andrà per il meglio, come pensavano Locke e gli utilitaristi inglesi. Alla peggio, se le cose dovessero prendere una piega indesiderata, potrà sempre intervenire la Mano Invisibile di Adam Smith: e tutto tornerà a posto…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 16 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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