lunedì, 20 Settembre 2021
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La resurrezione delle città morte, ovvero quando il capitalismo riscopre Keynes sulla via di Damasco

Ai signori del capitalismo nostrano, vorremmo consigliare la lettura non soltanto di Keynes, ma anche del grande Ezra Pound di Francesco Lamendola 

Le recenti disavventure della Borsa di Wall Street, con le loro prossime, inevitabili ripercussioni sul resto del mondo, Europa compresa (checché abbiano detto in contrario i nostri economisti, più o meno in buona fede, per tranquillizzare i risparmiatori), hanno messo in evidenza una verità che tutti sapevano, ma nessuno osava dire: che il re è in mutande.

Dagli effimeri trionfi della cosiddetta finanza creativa e dalla politica dei mutui «facili», quasi tutti i mostri Soloni dell’economia politica sono ritornati con i piedi per terra e hanno fatto l’insigne scoperta dell’acqua calda: che nessuna economia può dirsi sana se, invece di produrre beni e servizi reali, si limita a trafficare con obbligazioni e titoli, e se finisce per credere che dei semplici pezzi di carta possano sostituire il lavoro, la produzione, il consumo.

Davanti al tracollo dell’economia cartacea e speculativa, davanti al misero fallimento della bolla di sapone costituita dal bluff del gioco in borsa, tutti si sono scoperti virtuosamente assennati e moderati e hanno avuto la folgorazione sulla via di Damasco, come san Paolo quando rimase accecato dallo splendore di quel Dio i cui seguaci si accingeva a perseguitare. La folgorazione dei nostri economisti e dei nostri uomini politici si chiama niente di meno che teoria keynesiana, dal nome dell’economista inglese John Maynard Keynes, primo barone Keynes di Tilton, nato a Cambridge nel 1883 e morto nella sua tenuta di Tilton, nel 1946.

Studente creativo e geniale al King’s College, poi all’Università di Cambridge, dapprima di matematica, poi di economia; membro della Royal Commission of Indian Currency and Finance; autore di testi originali e innovativi, come Gli effetti economici della pace (1919), Per una revisione del Trattato (1922); Trattato sulla riforma monetaria (1923); Trattato sulla moneta (1930, in due volumi); e, soprattutto, della Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936); omosessuale notorio e, poi, marito della bella e famosa ballerina russa Lydia Lopokova; negoziatore finanziario dell’accordo anglo-americano di Bretton Woods (1944) e capo della commissione per l’istituzione della Banca Mondiale: tutto questo – e molto altro ancora – è stato il personaggio che, in questi tempi grami per il capitalismo finanziario e rampante, è stato evocato come una specie di parafulmine o di ancora di salvezza per la malandata nave dell’economia mondiale.

Ora che lo stesso pontefice, Benedetto XVI, ha preso la parola per mettere in guardia contro i rischi e le conseguenze della dissennata economia di cartapesta, nella quale hanno imperversato i grandi dell’economia statunitense (e, al loro seguito, le cosiddette «tigri asiatiche»: tigri, ahinoi, sempre più di carta che fatte di carne e ossa), e i fumi dell’ubriacatura neoconservatrice e dello sfrenato laissez-faire di un capitalismo senza regole e senza coscienza stanno bruscamente sbollendo, tutti fanno a gara nel tirar fuori dagli scaffali delle biblioteche i testi di Keynes e nel dire che l’avevano sempre saputo che così non poteva durare, e che non è stato stabilito da nessuna parte che, quando le maggiori banche o imprese di una nazione si trovano sull’orlo della bancarotta, lo Stato non possa né debba intervenire per salvarli, salvando altresì milioni di posti di lavoro e arrestando una spirale inflazionistica che potrebbe far impallidire quella, pur memorabile, del «venerdì nero» del 1929.

Ebbene anche noi, che non abbiamo mai cantato le lodi del capitalismo in generale, né, tanto meno, di quello finanziario e speculativo in particolare, andiamo a tirar giù dallo scaffale il nostro bravo Keynes e cerchiamo di suggerirne la lettura e la meditazione ai nostri Soloni dell’economia e della politica, nella speranza che anch’essi rimangano, se non folgorati, quanto meno un po’ scottati sulla loro personale via di Damasco, ovvero sulla Piazza Affari ove hanno realizzato le loro fortune pubbliche e private e costruito le loro leggende e i loro discutibili miti.

Nel suo saggio Fine del lasciar fare (titolo originale: The End of Laissez-Faire; in: J. K. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, a cura di Alberto Campolongo, U. T. E. T., Torino, 1971, 1978, pp. 101-106), Keynes osserva, fra l’altro:

Liberiamoci dai principi metafisici e generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il lasciar fare. Non è vero che sia prescritta una «libertà naturale» per le attività economiche degli individui.. Non esiste alcun patto o contratto che conferisca diritti perpetui a coloro che posseggono o a coloro che acquistano. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privato e sociali coincidano sempre; né è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico; né è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato: più spesso gli individui che agiscono separatamente per promuovere i propri fini sono troppo ignoranti o troppo deboli anche per raggiungere questi fini. L’esperienza non mostra che gli individui, quando costituiscono un’unità sociale, siano sempre di vista meno acuta di quando agisco separatamente. (…)

Illustrerò con due esempi ciò che ho in mente.

1) Credo che in molti casi la dimensione ideale per l’unità di controllo e di organizzazione sia in un punto intermedio fra l’individuo e lo stato moderno. Ritengo perciò che il progresso stia nello sviluppo e nel riconoscimento di enti semi-autonomi entro lo stato: questi enti avrebbero come unico criterio di azione, nel proprio campo, il bene pubblico, come essi lo concepiscono, e dalle loro deliberazioni sarebbero esclusi moventi di vantaggio privato; benché possa ancora essere necessario – finché l’altruismo umano non acquisti maggior peso- lasciare un certo campo al vantaggio separato di particolari gruppi, classi o facoltà. Questi enti, nel corso ordinario degli affari, sarebbero di massima autonomi entro le proprie prescritte limitazioni, ma sarebbero soggetti in estrema istanza alla sovranità della democrazia quale è espressa attraverso il parlamento.

Si dirà che io propongo un ritorno verso concezioni medioevali di autonomie separate. Ma, almeno in Inghilterra, gli enti pubblici sono un modo di governo che è sempre stato importante ed è in armonia con le istituzioni inglesi. È facile dare esempi da quanto già esiste, di autonomie separate che hanno raggiunto, o si stanno avvicinando alla forma cui alludo: le università, la banca d’Inghilterra, la Port of London Authority e forse anche le compagnie ferroviarie. In Germania vi sono indubbi esempi analoghi.

Ma più interessante di questi è la tendenza delle società azionarie, quando hanno raggiunto una certa età e una certa importanza, ad avvicinarsi più alla situazione di certi enti pubblici che a quella di imprese individualistiche private. Uno degli sviluppi più interessanti e inosservati degli ultimi decennipè stata la tendenza delle grandi imprese a socializzarsi. Arriva un momento nello sviluppo di un grande ente – particolarmente una grande impresa ferroviaria o di pubblica utilità, ma anche una grande banca o una grande compagnia d’assicurazioni – in cui i proprietari del capitale, ossia gli azionisti, sono quasi interamente dissociati dall’amministrazione, col risultato che l’interesse personale diretto degli amministratori nel conseguimento di grossi profitti diventa del tutto secondario. Quando si è raggiunto questo stadio, saranno più considerate dagli amministratori la stabilità generale o la reputazione dell’ente che il massimo profitto per gli azionisti. Gli azionisti devono accontentarsi di dividenti convenzionalmente adeguati; ma una volta assicurato ciò, l’interesse diretto degli amministratori consiste spesso nell’evitare critiche da parte del pubblico e dei clienti dell’impresa. Questo si verifica particolarmente quando le sue grandi dimensioni o la sua posizione semi-monopolistica la rendono notevole nei riguardi del pubblico e vulnerabile ad un pubblico attacco. Forse l’esempio estremo di questa tendenza, nel caso di un’istituzione che teoricamente è di proprietà assoluta di alcune persone private, è la Banca d’Inghilterra. Si può fondatamente asserire che non vi è classe di persone nel Regno quanto i suoi azionisti cui il governatore della Banca d’Inghilterra pensi di meno quando decide circa la  sua politica. I loro diritti, oltre al dividendo convenzionale, sono già discesi fin quasi a zero. Ma lo stesso è vero di molti altri enti: col passar del tempo, si vanno socializzando. (…)

Io critico il socialismo di stato dottrinario non perché esso cerchi di assoldare al servizio della società gli impulsi altruisti degli uomini o perché si discosti dal lasciar fare, o perché esso sottragga una parte della libertà naturale dell’uomo di crearsi una gran ricchezza, o perché esso abbia il coraggio di effettuare audaci esperimenti.  Io lo encomio per tutto ciò. Io lo critico perché non afferra il significato di quanto accade realmente; perché, in sostanza, è poco meglio di una resurrezione di un piano polveroso per far fronte ai problemi di cinquant’anni fa, basato su un fraintendimento di ciò che qualcuno disse cent’anni or sono. Il socialismo di stato del secolo XIX sorse dal Bentham, dalla libera concorrenza, ecc., ed è sotto alcuni riguardi una versione più chiara, e sotto altri più confusa, proprio della stessa filosofia che forma la base dell’individualismo del secolo XIX. Ambedue insistettero al massimo sulla libertà, l’uno in senso negativo, per evitare limitazioni alla libertà esistente, l’altro in senso positivo, per distruggere i monopoli naturali o acquisti. Essi sono reazioni diverse alla stessa atmosfera intellettuale.

2) Vengo poi ad un criterio di agenda che è particolarmente rilevante circa quanto è urgente e desiderabile di fare nel prossimo futuro. Dobbiamo tendere a separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali. L’azione più importante dello stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma  a quelle funzioni che cadono al di fuori del raggio d’azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto. (…)

Molti dei maggiori mali economici del nostro tempo sono frutto del rischio, dell’incertezza e  dell’ignoranza. È perché certi individui, fortunati in situazione o in abilità, sono in grado di trarre vantaggio dall’incertezza e dall’ignoranza, e anche perché i grossi affari sono spesso una lotteria, che si creano forti diseguaglianze di ricchezza; e questi stessi fattori sono pure causa della disoccupazione dei lavoratori o della delusione di ragionevoli aspettative commerciali e della menomazione dell’efficienza e della produzione. Tuttavia la cura è al di fuori dell’operato degli individui; può essere nell’interesse degli individui perfino di aggravare il male. Credo che il rimedio per tali cose si debba cercare in parte nel controllo deliberato della moneta e del credito da parte di un’istituzione centrale e in parte nella raccolta e nella diffusione su vasta scala di dati riferentisi alla situazione commerciale, compresa la piena pubblicità, obbligatoria per legge se necessario, di tutti i fatti commerciali che sia utile conoscere. Queste misure porterebbero lo stato ad esercitare un’intelligenza direttiva attraverso alcuni organi appositi di azione su molte delle intime complicazioni delle aziende private; e tuttavia lascerebbero intatta l’iniziativa privata. Anche se queste misure si dimostrassero insufficienti, ciò non di meno ci fornirebbero una miglior cognizione di quanta ne abbiamo ora per compiere il passo successivo.

Il mio secondo esempio si riferisce al risparmio e agli investimenti. Credo sia opportuna una certa azione coordinata di giudizio intelligente circa la misura in cui è desiderabile che la società nel suo complesso risparmi, la misura in cui questi risparmi debbano andare all’estero  sotto forma di investimenti e la questione se l’organizzazione presente del mercato degli investimenti distribuisca il risparmio lungo i canali più produttivi dal punto di vista nazionale.

Il mio terzo esempio concerne la popolazione. È già venuto il tempo in cui ogni paese ha bisogno di una ponderata politica nazionale circa la questione di quale volume di popolazione – se maggiore, uguale o minore dell’attuale – sia più opportuno. E, una volta stabilita questa politica, si devono fare dei passi per metterla in atto.. Può venire il tempo, in seguito, in cui la società nel suo complesso debba dedicare attenzione ala qualità intrinseca oltre che al semplice numero dei suoi membri futuri.

Abbiamo diretto queste riflessioni verso possibili miglioramenti della tecnica del capitalismo moderno per mezzo dell’azione collettiva. Non vi è nulla in esse che sia seriamente incompatibile con quella che mi pare la caratteristica essenziale del capitalismo, ossia la dipendenza da un estremo appello all’istinto del guadagno e all’amore del denaro da parte degli individui come la forza motrice principale della macchina economica…

In questi giorni, mentre il Congresso americano vota e approva a tempo di record un consistente intervento dello Stato per salvare le banche sovraesposte e a rischio di fallimento, qui da noi si sprecano i commenti degli economisti liberal i quali vorrebbero arruolare Keynes, niente di meno, nelle armate socialiste, e parlano a vanvera di socialcapitalismo, ovvero di capitalismo socialista, con il tono di chi aveva sempre saputo e previsto da tempo tutto quello che oggi sta capitando nel mondo della finanza.

Va bene che, nella babelica inflazione del significato della parole (di cui un buon esempio è l’autopresentazione di Marco Pannella che, da decenni, definisce sé e il suo partito liberale, liberista e libertario, mettendo insieme cose diversissime in un unico minestrone), nessuno guarda più tanto per il sottile, e tutti prendono per buone le sparate più grosse. Tuttavia, c’è un limite a tutto; per definire «socialista» la teoria keynesiana dell’economia politica, bisogna proprio non aver mai letto una riga di quell’autore. A meno che si voglia definire «socialista» la Banca d’Inghilterra, che è uno degli esempi che Keynes fa per indicare il tipo di economia finanziaria che egli ha in mente, quando parla di fine del laissez-faire.

In effetti, più che i singoli punti della sua «ricetta», a noi pare che sia necessario guardare allo spirito complessivo della filosofia economica di John M. Keynes. Egli, come Marx (e questa è l’unica cosa che i due hanno in comune, oltre al sovrano disprezzo che il primo aveva per Il capitale e per la dottrina economica del secondo), era più che convinto della possibilità che si verificassero anche delle crisi da sottoconsumo, nonché della radicale inconsistenza della cosiddetta legge di Says.

Questa (dal nome dell’economista francese che l’ha formulata) recitava che,  in regime di libero scambio, non possono verificarsi delle crisi prolungate, per il fatto che i prodotti si pagano con altri prodotti e non con il denaro, che è solo una merce rappresentativa. Legge che potrebbe anche essere vera, se il capitalismo fosse l’insieme dei beni e dei servizi immessi liberamente sul mercato; e non, come è divenuto sempre più nel tempo, e come lo è soprattutto oggi, una enorme bolla d’aria fatta di carta stampata, ossia un sistema economico «drogato» da una prevalenza assoluta (oltre il 95%) dell’economia cartacea, virtuale, su quella reale, vale a dire sulla produzione di beni e servizi effettivi.

Questo è il punto.

E lo vediamo anche nel nostro piccolo, in Italia, con i crolli a ripetizione di banche ed imprese che hanno puntato su questo modello capitalista: un modello cialtrone e velleitario, costruito su misura per i pescecani della finanza e reso possibile da un diffuso malcostume e da una diffusa incultura delle classi dirigenti, incapaci di concepire l’impresa come impegno egoistico finalizzato al profitto privato,  ma in armonia, o almeno non in conflitto, con l’interesse generale della società.

Anche la recente vicenda della «cordata» di imprenditori italiani per il cosiddetto salvataggio di Alitalia induce a fosche previsioni. Infatti, in quella cordata – se davvero i suoi fini fossero stati quelli dichiarati – ci saremmo aspettati di vedere i nomi di imprenditori esperti e appassionati del settore aeronautico; o, comunque, di imprenditori «puri». Se, viceversa, ci si trovano i nomi di palazzinari e di imprenditori inclini più alla speculazione finanziaria che alle attività produttive, sorge un brutto, bruttissimo sospetto: che i «salvatori» non abbiano affatto di mira il salvataggio dell’Alitalia, quanto piuttosto il vantaggio, se non addirittura il salvataggio, di se stessi e dei propri affari. Tanto, alla fine sarà lo Stato a doversi fare carico della voragine nei conti aziendali, dei licenziamenti e di tutto il resto: ossia, il denaro pubblico.

E tutta questa spirale perversa è praticamente inevitabile, quando le banche non vedono nel risparmio il frutto del lavoro produttivo e, quindi, il sangue vivo dei cittadini pulsante nelle vene e nelle arterie della società, ma soltanto una occasione di facile speculazione e di arricchimento senza rischi né pericoli; ossia, in parole poverissime, una grande vacca da mungere spietatamente, fino a che le sue mammelle siano completamente  spremute fin dell’ultima goccia di latte.

Ai signori del capitalismo nostrano vorremmo, a questo punto, consigliare la lettura non soltanto di Keynes o di qualche altro economista, ma anche un grande poeta, l’americano Ezra Pound (tanto apprezzato dai suoi connazionali, che lo hanno chiuso prima in una prigione militare, poi in un manicomio criminale per quasi tredici anni), che, nei suoi Cantos, ha denunciato nell’usura e nella nascita delle prima banche fiorentine, bel XIV secolo, l’origine di uno dei mali più gravi della modernità: la mercificazione del mondo; l’attitudine, da parte dei capitalisti, a vivere di rendita sul lavoro sudato ed onesto della gente comune.

Perché questo è il vero, grande problema di cui oggi si dovrebbe discutere, e non solo per quanto riguarda l’Italia, ma a livello mondiale.

Già pubblicato su Arianna Editrice il 07/10/2008 e sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 04 Aprile 2018

Del 15 Settembre 2020

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