giovedì, 17 Giugno 2021
HomeSTORIALa separazione tra libertà e verità, per la Chiesa, è il...

La separazione tra libertà e verità, per la Chiesa, è il peccato del modello democratico-capitalista

La “separazione tra libertà e verità” per la Chiesa è il peccato del modello democratico-capitalista mentre il peccato del comunismo dal punto di vista cristiano e cattolico è senza dubbio il frutto di un errore filosofico di Francesco Lamendola  

Se il peccato del comunismo, dal punto di vista cristiano e cattolico, è, senza dubbio, il frutto di un errore filosofico, ossia di un mancato riconoscimento della vera natura dell’uomo, quello del capitalismo e della democrazia non è di tipo filosofico, ma pratico, e consiste nella separazione che esso opera, arbitrariamente, tra la sfera della libertà e quella della verità.

Tale separazione ha luogo in ragione di una impostazione puramente contrattualistica e giusnaturalistica del fatto sociale: se la società deriva esclusivamente da un “patto” fra gli uomini, e se il suo scopo è attuare il volere della maggioranza, allora cade ogni garanzia di rispetto della verità, e la libertà diventa solamente di segno negativo, la libertà da qualcosa e contro qualcosa, che premia e sancisce ciò che vogliono i più, non ciò che è vero e giusto in se stesso. Un tipico esempio di questo pericolo è dato dalla legalizzazione dell’aborto, il quale, nelle società liberaldemocratiche, si è trasformato in un “diritto” acquisito, perché il diritto “naturale” della donna di determinare il proprio destino verrebbe prima di qualsiasi cosa. Anche la pena di morte, applicata per legge nella maggioranza degli Stati Uniti, è in armonia con il volere del “popolo”, giacché un eventuale referendum sicuramente la confermerebbe; ma ciò a scapito della verità, che, per il cristiano, consiste senza ombra di dubbio nella signoria assoluta di Dio sulla vita umana, da cui discende l’impossibilità, per l’uomo, di farsene arbitro, e sia pure nei confronti dei soggetti che si siano macchiati dei reati più gravi.

Il capitalismo, quindi, non è – come il comunismo – un male in se stesso; ma lo diventa quando si lascia prendere la mano dalle spinte egoistiche afferenti la sfera economica e quando, per ragioni ideologiche, o semplicemente di comodo, sacrifica la verità alla libertà (o la giustizia alla pace): La Chiesa, pertanto, non lo considera un avversario inconciliabile, ma nemmeno si riconosce interamente nel suo approccio ai problemi umani, nel quale essa vede, come minimo, la possibilità di gravi fraintendimenti e quindi, inevitabilmente, quella che vengano commessi abusi più o meno pronunciati.

In particolare, nel sistema produttivo del capitalismo regna una alienazione che non deriva, come sosteneva Marx, dal semplice fatto dello sfruttamento della borghesia a danno dei lavoratori, ma dal fatto che tutto il sistema è regolato e dominato da forze impersonali (oggi, possiamo aggiungere, soprattutto di natura finanziaria), le quali agiscono in maniera meccanica e tendenzialmente inumana nei confronti di tutti, sia dei capitalisti che dei lavoratori, sia dei produttori che dei consumatori, nessuno escluso; forze alle quali è difficilissimo sottrarsi, per non dire impossibile, poiché esse hanno pervaso e infiltrato ogni singolo aspetto della vita sociale, economica, politica e perfino culturale, strutturando ogni ambito e ogni istituzione in maniera tale da puntare al massimo profitto per i soggetto più forti e alla immissione sul mercato di una quantità illimitata di beni e servizi, molti dei quali, di per sé, niente affatto necessari al soddisfacimento dei veri bisogni della popolazione, ma inutili o addirittura dannosi. Ed ecco riaffiorare l’ineludibile domanda a proposito della verità: se l’economia di mercato tende a sconfinare in una economia dell’eccesso e dello spreco, non rappresenta questo, forse, un oltraggio alla verità dell’uomo, alla sua autentica natura, oltre che una offesa alla giustizia nei rapporti sociali, concretandosi, di fatto, in una distribuzione sempre più ineguale delle risorse e dei prodotti?

Il nocciolo di questo ragionamento è stato esposto con chiarezza in una enciclica che appartiene al corpus dei documenti ufficiali della Chiesa nella sfera sociale: la «Centesimus annus», scritta e promulgata da Papa Wojtyla, Giovanni Paolo II, nel 1991, vale a dire nel centesimo anniversario della prima enciclica sociale della Chiesa, la «Rerum novarum» di Leone XIII. In quel momento storico, il primo e più dichiaratamente avverso al cristianesimo dei due modelli politico-economici esistenti durante la Guerra Fredda, quello comunista, era appena ingloriosamente crollato; ma il secondo, solo in apparenza più compatibile con l’etica cristiana e con la dottrina sociale cattolica, rischiava di inorgoglirsi follemente della propria vittoria, di perdere ogni senso del limite e di presentare se stesso come la sola proposta umana dotata di validità e universalità, la sola corrispondente al concetto stesso di “civiltà”.

Ha scritto Antonio Magliulo a proposito della filosofia sociale ed economica inerente alla «Centesimus annus» (in: Piero Barucci e Antonio Magliulo, «L’insegnamento economico e sociale della Chiesa (1891-1991). I grandi documenti sociali della Chiesa cattolica», Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1996, pp. 151-154):

«Se all’origine della crisi delle società comuniste il Papa pone la negazione della verità, ossia l’ateismo la critica che rivolge alle società occidentali si fionda sulla categoria della separazione tra libertà e verità. la critica riguarda le due istituzioni fondamentali che caratterizzano la civiltà occidentale: il capitalismo e la democrazia.

Si è molto discusso su un presunto fallimento di Giovanni Paolo II verso il modello di sviluppo occidentale. Dopo anni di anticapitalismo latente, la Chiesa avrebbe eticamente legittimato questo sistema economico riconoscendo la sua superiorità assoluta. Senza entrare in un dibattito assai complesso, ci pare di poter affermare che Giovanni Paolo II abbia soltanto esplicitato e forse chiarito una linea di pensiero che attraversa la storia del magistero sociale cattolico. La Chiesa, fin dalla “Rerum novarum”, ha assunto nei confronti del capitalismo una linea di !accettazione critica”. Accettazione delle sue fondamentali istituzioni economiche: la proprietà privata, il sistema salariale e il mercato. Critica delle teoria economica liberista e di taluni esiti del capitalismo.

L’enciclica parla delle “carenze umane del capitalismo”. Il riferimento è alla disoccupazione, all’emarginazione, alla povertà materiale e intellettuale, ma anche qualcosa di più profondo e di meno visibile. Il limite più grande del capitalismo consiste in quel senso di “alienazione” che affligge il lavoratore nelle moderne società occidentali. Per Giovanni Paolo II, l’alienazione non deriva dallo sfruttamento marxiano dell’uomo sull’uomo, ma dal dominio di un meccanismo impersonale come il mercato sui tutti gli uomini, capitalisti e lavoratori compresi. Il Papa non mette in discussione le istituzioni del capitalismo, ma lo “spirito” con cui vengono interpretate. La crisi è cioè innanzitutto morale e culturale.  L’alienazione dell’uomo contemporaneo nasce da una Separazione, un “Abschied” direbbe Heidegger, molto profonda che nessuna istituzione potrebbe colmare: ha origine in una perdita generalizzata “del senso autentico dell’esistenza”.

L’Occidente avrebbe commesso l’errore di cedere ad una concezione naturalistica della libertà. Si è considerato il mercato un ordine spontaneo autoregolantesi,  non alterabile, più di tanto, negli esiti finali,  mentre il mercato dev’essere integrato perché non è in grado di produrre e distribuire autonomamente i beni necessari all’appagamento di prioritari bisogni umani: “esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato. È stretto dovere di giustizia e di verità impedire che i bisogni umani fondamentali rimangano insoddisfatti e che gli uomini che ne sono oppressi periscano.”

L’approccio di Giovanni Paolo II appare scientificamente corretto. La moderna scienza economica ha sancito il “fallimento del mercato” nella produzione e distribuzione di “beni pubblici”. L’enciclica non affronta gli aspetti tecnici della questione, ma si limita ad enunciare un principio generale: “è compito dello Stato provvedere alla difesa e ala tutela di quei beni collettivi, come l’ambiente naturale e l’ambiente umano, la cui salvaguardia non può essere assicurata dai semplici meccanismi di mercato”. L’espressione “ambiente umano” usata dal Pontefice include una serie di obiettivi intermedi quali la salvaguardia della famiglia, la partecipazione dei lavoratori alla vita delle imprese , l’educazione dei consumatori nella scelta dei bisogni da appagare prioritariamente.

La “Centesimus annus” formula un lungo elenco degli “agenda” dello Stato che contempla tre compiti fondamentali nel settore economico: a) garantire i diritti individuali di libertà e proprietà, una moneta stabile e servizi pubblici efficienti; b) sorvegliare e guidare l’esercizio di diritti primari, come quello al lavoro; c) intervenire nelle situazioni di monopolio e svolgere “funzioni di supplenza”, “quando settori sociali o sistemi di imprese, troppo deboli o in via di formazione, sono inadeguati al loro compito”. L’enciclica conferma la sfiducia della Chiesa nelle capacità auto-regolatrice del mercato e riafferma il primato della politica sull’economia. Un primato che tuttavia non equivale ad un’estensione del settore pubblico, ma che si sostanzia nella riproposizione del PRINCIPIO DI SUSSIDIARIETÀ quale idea-cardine per  una riforma del “Welfare State”. 

La  “soggettività della società” e i diritti dell’uomo sono i due parametri essenziali sulla base dei quali il papa giudica l’altra rande istituzione dell’occidente, la democrazia. La “Centesimus annus” esprime, forse per la prima volta in maniera così esplicita, la preferenza della Chiesa per il regime democratico. E tuttavia anche l’accettazione della democrazia non è incondizionata. Il Pontefice critica quella filosofia politica (contrattualistica) che affida al popolo, in quanto “depositario” e “fonte” della sovranità, il compito di stabilire ciò che è giusto e lecito fare, ossia la “verità”.

L’avversione della Chiesa verso questa teoria e cultura della democrazia trae origine da una visione giusnaturalistica della società,  che fonda il diritto positivo sul diritto naturale e riconduce quest’ultimo al diritto divino. La democrazia è quindi “autentica” quando tutela i diritti naturali, inviolabili e inalienabili, dell’uomo. 

In conclusione, le due fondamentali istituzioni della società occidentale, m, il capitalismo e la democrazia, vengono accettate per il loro METODO, che è quello della libertà e della  risoluzione pacifica dei conflitti sociali. Ciò che si critica sono alcuni esiti e la filosofia liberal-contrattualistica che talvolta li ispira. la correzione che si prefigura si richiama al paradigma leoniano, e cioè alla subordinazione della libertà alla verità e della pace alla giustizia.»

Quando afferma che esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato, dunque, Wojtyla mostra chiaramente di auspicare una estensione equa e ragionevole del mercato a tutti gli abitanti della Terra, mettendo da parte ogni critica radicale nei confronti del mercato stesso in quanto sistema globale politico-economico-sociale. Eppure, abbiamo visto che lo stesso Pontefice, nella «Centesimus annus», ribadisce la sfiducia della Chiesa nella capacitò del “mercato” di auto-regolarsi, cosa del resto confermata anche da alcuni insigni economisti classici, a cominciare da quel John Maynard Keynes che, nel 1933, vale a dire dopo la terribile esperienza della Grande crisi del 1929, affermava, senza tanti giri di parole, che «il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo»; però poi, onestamente, era costretto a soggiungere: «Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi». E questo lo diceva Keynes, non Marx o Lenin o Gramsci; perciò sbagliano quei critici della dottrina sociale della Chiesa i quali la accusano di contiguità col comunismo, solo perché riconosce la naturale a-morale, instabile e potenzialmente pericolosa del capitalismo. Ma non sbagliano affatto, aggiungiamo subito dopo, quando denunciano che dentro la cultura cattolica e nel senso stesso della Chiesa, a partire da alcuni decenni, si è formata una tendenza parallela al marxismo (e influenzata dalla teologia della liberazione), la quale critica il capitalismo non perché ingiusto nella distribuzione delle ricchezze e perché tende a dare più importanza alle cose che alle persone, più al profitto che al lavoro, ma proprio perché esiste. Si tratta di un catto-marxismo viscerale e spesso inconscio, che preferisce la mistica rivoluzionaria alla prudenza e ai tempi lunghi di un sistema che cerca faticosamente, a partire dai suoi errori e dalle sue contraddizioni, di riformarsi e di migliorarsi per il bene comune.

Resta la contraddizione, per la Chiesa, di vedere come il mercato sia incapace di auto-regolarsi, e dunque necessiti d’interventi e correttivi statali, insomma della priorità della politica sull’economia; ma, nello stesso tempo, di accettare, e sia pure criticamente, l’economia di mercato, auspicandone, anzi, la massima estensione, ammettendo, implicitamente, che non è pensabile un suo effettivo superamento. Ma la Chiesa non aveva, fin da Leone XIII, una sua dottrina sociale da portare avanti?

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 03 Aprile 2018

Del 15 Settembre 2020

Most Popular

Recent Comments