domenica, 13 Giugno 2021
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La storia moderna non è che il tentativo dei popoli di sottrarsi alla dittatura finanziaria mondiale

La storia moderna non è che il tentativo dei popoli di sottrarsi alla dittatura finanziaria mondiale. Questa è la giusta chiave di lettura per comprendere guerre e rivoluzioni crisi economiche e conflitti sociali e molto altro di Francesco Lamendola  

La storia moderna non è che il continuo, incessante, faticoso tentativo dei popoli di sottrarsi alla dittatura invisibile, ma estremamente reale, del grande capitale finanziario: questa è la giusta chiave di lettura per comprendere guerre e rivoluzioni, crisi economiche e conflitti sociali, politiche industriali e commerciali, lotte per accaparrarsi materie prime e mercati, rivalità fra stati e sistemi di stati, comprese le due guerre mondiali del XX secolo; e perfino per comprendere i risvolti di parecchie tendenze culturali, filosofiche, artistiche, religiose.

La Seconda guerra mondiale, tanto per fare un esempio, non è stata, semplicemente, una guerra per l’egemonia politica e per la redistribuzione delle risorse planetarie, ma è stata anche, e soprattutto, una guerra (come allora si diceva) fra l’oro e il sangue, fra il capitale e il lavoro, fra l’usura e l’ideale: senza voler dire, con ciò – si badi – che tutto il bene stava dalla parte del Tripartito, e tutto il male da quella degli Alleati; ma certo senza cadere neanche nella esagerazione opposta, che è, poi, quella tuttora dominante, presentata come la sola e legittima interpretazione possibile: che gli Alleati, cioè, rappresentassero solo e unicamente il regno della democrazia, della libertà e della civiltà, e il Tripartito rappresentasse solo e unicamente il regno del totalitarismo, dell’oppressione e della barbarie.

Scriveva uno studioso di orientamento cattolico, poi antifascista e, nel secondo dopoguerra, divenuto un uomo politico democristiano, Italo Mario Sacco, mostrando una singolare convergenza rispetto alle posizioni della politica estera fascista dopo la guerra d’Etiopia, o, quanto meno, rispetto alle linee generali del corporativismo fascista – e lo scriveva, alla vigilia della guerra, in un libro pubblicato da una delle più importanti case editrici cattoliche italiane (da: I. M. Sacco, «Orientamenti corporativi nel mondo», Torino, S.E.I., 1939, pp. 122, 124-6):

«Bisogna proprio credere che spesso la ricchezza attenui certe sensibilità ai popoli come agli individui. A chi afferma che le colonie sono desiderate perché possono fornire uno sbocco alla popolazione della metropoli, aprire nuovi mercati alla produzione nazionale, procurare materie prime necessarie all’industria e cioè al lavoro nazionale, si risponde che la politica della porta aperta supera la questione delle importazioni di materie prime e di esportazione di manufatti e si ricorda che negli anni dal 1911 al 1913 lì’emigrazione degli italiani era il 23,2% di quella europea, e quella degli inglesi, quasi pari, senza rilevare, però, che quegli italiani andavano a fecondare con il proprio lavoro il campo altrui e quegli inglesi andavano per lo più a raccogliere  sui campi propri i frutti degli altrui sudori. [A quanti hanno criticato la guerra italiana in Etiopia, sostenendo che il tempo dello sfruttamento coloniale è ormai passato, si risponde facendolo rilevare] un errore che deve essere comune a molti: quello di credere che le colonie siano utili. Non si può escludere qualche fondamento di verità alla lezione [che esse, ormai, costano più di quello che rendono], come non si può escludere che abbia ragione colui che, minacciato dalla gotta, ammonisce chi ha il pane scarso sul desco, che la carne e il vino sono sconsigliati dal medico. […]

La Nazione che s’ingegna, a costo di sacrifici e di rinunce, di svincolarsi da soggezioni verso altri Paesi e di formarsi un’economia interna di produzione e di consumo, fa proprio come il pioniere che, pur di acquistare  la propria indipendenza, intraprende la coltivazione di un terreno povero e si fa da sé una capanna ed un podere. È antieconomico, questo è certo, se per economia s’intende il rapporto aritmetico fra lo sforzo e io risultato materiale, e tale accusa fanno gli Stati privilegiati a quelli poveri che s’industriano per conquistare la propria indipendenza economica;  infatti il capitale non frutta se non vi sia chi lavori per farlo fruttare a beneficio del capitalista; e produrre non basta, se non vi è chi sia disposto ad acquistare i prodotti al più alto prezzo possibile. Come per il vignaiolo non è mai una buona annata quella in cui tutte le vigne producono molto e bene, così per uno Stato ad economia prevalentemente agraria, nulla giova l’esuberanza del prodotto se non la può esportare al prezzo remunerativo, ossia a nulla giova l’abbondanza se non si ha modo di abusare della carestia in altri Paesi. Ciò che più urta la mentalità bottegaia o mercantile che dir si voglia, di certi Stati produttori largamente dotati, è l’orgoglio dei popoli poveri che s’industriano e si impongono privazioni per fare da sé; anzitutto, perché “il povero dev’essere umile” e chiedere la grazia di lavorare per far fruttare il capitale altrui; poi, perché se il povero, individui e popoli, non consuma e non si abitua a consumare sempre di più, il “progresso” si arresta. Come se il progresso consistesse nelle ingestioni. Se si va a vedere in fondo a certe guerre del secolo scorso, ed anche alla guerra mondiale, si scorge questa triste verità: che si trattava di reprimere o di prevenire la concorrenza nello sfruttamento di vaste regioni del mondo.

La posizione singolarissima dell’Italia nel suo Risorgimento e nella guerra mondiale fu quella di esservi spinta da stimoli extraeconomici, eminentemente spirituali, e fu proprio tale fatto che produsse nell’immediato dopo guerra il disorientamento dei più e la delusione di Versaglia; ma fu anche quello che rese possibile la rinascita successiva e la rivoluzione continua nello Stato e per lo Stato corporativo. L’economia liberale, innanzi a sterminato numero di persone prive di lavoro, male alimentate e peggio vestite, in Paesi naturalmente dotati di ricchezza e di potenza, si pone questo problema: come vendere a costoro quanto più è possibile. E lo risolve così: fa lavorare un certo numero, paga poco e profitta molto, dato il vile costo delle materie prime e della mano d’opera, vendendo il prodotto su altri mercati; ma il denaro messo in circolazione ritorna agli speculatori perché “la civiltà industriale” ha creato bisogni nuovi, non soltanto in coloro che lavorano e sono pagati, ma in cerchia assai più vasta. La speculazione su queste necessità suscitate e stimolate, e sui vizi che vi si accompagnano, aumenta le necessità medesime, e ne viene un allargamento sempre più ampio dell’attività per cui un numero sempre maggiore di persone lavora ed uno maggiore ancora consuma il prodotto.

La civiltà liberale arriva per questa via e vede il trionfo nell’accensione sempre più formidabile di appetiti e di bisogni insoddisfatti in masse sempre più vaste di consumatori; nel convulso movimento che ne viene, nelle agitazioni dei complessi interessi che vi si urtano, vede la possibilità di tenere a freno e di sfruttare, a beneficio di ceti e di metropoli privilegiate, le turbe innumerevoli che popolano le colonie. Per colmo d’irrisione gli Stati più privilegiati si commuovono delle condizioni dei lavoratori negli Stati meno fortunati e chiedono a Ginevra, per tutti i Paesi, una legislazione del lavoro che freni la concorrenza mediante la riduzione dell’orario di lavoro ed altri provvedimenti “a favore” dei lavoratori degli altri Paesi; naturalmente chiedono e si danno anche tutte le deroghe utili per i territori coloniali o dominati.»

Si noti, dicevamo, quanto codesta analisi, lucida e intellettualmente onesta, pur muovendo da presupposti politici, filosofici e morali assai diversi da quelli del fascismo, e cioè da una visione sociale complessiva di orientamento cattolico, giunga a delle conclusioni assai vicine, per non dire coincidenti, con quelle del corporativismo fascista e della politica estera fascista.

Questo è un parlare chiaro: quando la Società delle Nazioni, vale a dire, in pratica, la Francia e la Gran Bretagna, s’indignano per l’aggressione italiana all’Etiopia, tirano in ballo grandi valori e grandi ideali di libertà, di democrazia, di pace e affermano, per soprammercato, che le colonie sono poco o niente convenienti, anche sul piano strettamente economico: ma i loro discorsi non sono credibili, poiché vengono da chi possiede gli imperi coloniali più grandi della storia, e, non pago di essi, ha avuto la faccia tosta di ingrandirli ulteriormente, dopo la Prima guerra mondiale, servendosi proprio dell’”idealismo” wilsoniano, vale a dire facendosi assegnare, come “mandati” della Società delle Nazioni, i territori coloniali ex tedeschi ed ex turchi.

Ancora più chiara e coerente è la critica alla civiltà liberale ed all’economia liberista, critica che approda sul terreno prettamente economico, ma partendo da una serie di considerazioni morali: il liberalismo è un sistema politico ed economico inumano, ciecamente egoistico e rozzamente materialista: ciò che esso persegue, è incentivare senza limite il consumismo delle masse, ridotte a gregge anonimo, da manipolare a fini meramente utilitaristici, suscitando in esse le più basse pulsioni di ordine materiale e promuovendo una competitività illimitata, così fra gli individui, come fra le classi sociali e le nazioni.

Viene così a cadere, agli occhi di chi possieda anche un minimo di onestà intellettuale, il quadro storico accreditato dalla Vulgata culturale oggi dominante: quello secondo cui, nel 1939, il mondo, e specialmente le nazioni democratiche, vivevano in pace, fratellanza e buona armonia, intenti solo ad un onesto lavoro e a degli onesti commerci, allorquando, sbucati da non si sa bene quale Inferno, sono apparsi, come altrettanti diavoli scatenati, Hitler, Mussolini e i militaristi giapponesi, intenti unicamente a fare preda e a cercare d’imporre un “ordine nuovo” crudele e barbarico, suscitando la giusta e sacrosanta reazione di tutta l’umanità civile, onesta e bene intenzionata.

Attenzione: non stiamo dicendo che Hitler, Mussolini e i militaristi giapponesi fossero i campioni della libertà contro la dittatura finanziaria mondiale della City di Londra e contro quella di Wall Street: ciò vorrebbe dire capovolgere i termini della questione, senza però modificarli nella sostanza; al contrario: è certo che Hitler e i suoi alleati rappresentavano delle forze aggressive e spietate e che, se parlavano di libertà, specialmente ai popoli coloniali (agli Arabi, per esempio, o agli Indiani), lo facevamo per ragioni essenzialmente opportunistiche. È certo, nondimeno, che i loro intenti non erano moralmente diversi a quelli di chi, come i capitalisti americani, britannici e francesi, tenevano in pugno l’economia mondiale e perseguivano unicamente ed egoisticamente il proprio interesse, solo avendo l’accortezza di ammantarlo con belle frasi e avvolgendolo di nobili intenzioni.

Perciò, a questo punto, la domanda da porre non dovrebbe essere, come oggi si è soliti fare, su quale, fra i due schieramenti allora in lotta, sia da considerare come moralmente migliore dell’altro, ma su quale fosse realmente la posta in gioco: e cioè non la libertà e la democrazia, o la loro soppressione in favore di un ordine totalitario, bensì se il nuovo ordine totalitario, cui l’umanità era destinata, in ogni caso, a soggiacere, avrebbe dovuto essere quello democratico, oppure quello fascista. Perché il punto è precisamente questo: le forze che sono uscite vittoriose dalla grande prova di forza della Seconda guerra mondiale non erano ciò che volevano apparire: infatti erano portatrici, anch’esse, di un modello totalitario (se le parole hanno un senso), tanto sul piano politico, come su quello economico e finanziario.

Dell’Unione Sovietica non c’è neanche bisogno di parlare: è fin troppo chiaro che non c’era alcuna differenza sostanziale fra la brutalità criminale del totalitarismo di Stalin e quello di Hitler (mentre, per Mussolini, piaccia o non piaccia ai signori democratici e antifascisti di casa nostra, il discorso sarebbe assai diverso). Ma il discorso è altrettanto vero per le grandi democrazie: Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia; e anche per quelle “piccole”, come la Cecoslovacchia di T. G. Masaryk, sbrigativamente presentata come la prima, e “innocente”, vittima della prepotenza hitleriana, nel 1938: ma si è visto cosa hanno saputo fare, i “democratici” cecoslovacchi, ai tre milioni e mezzo di Tedeschi dei Sudeti, dopo il 1945. Il fatto è che esiste un totalitarismo democratico, del quale molti non hanno la benché minima percezione, per il semplice fatto che esso ha l’accortezza di non presentarsi come tale; e che le fila di un tale totalitarismo sono tirate dai grandi centri del potere finanziario internazionale, oggi come nel 1939, e come nel 1914, e come nel 1792…

In conclusione: l’economia liberale è viziata da un peccato d’origine, la speculazione finanziaria, vera e propria pianta parassita, che prospera sfruttando l’energia ed il lavoro delle popolazioni; e tale cattiva pianta trae origine dai principi stessi del liberalismo, nato per consacrare quanto di più grettamente egoistico vi è nel fondo dell’animo umano, compreso l’istinto di accumulare sempre più beni, a scapito e a detrimento del prossimo. E ciò vale sia sul piano interno delle nazioni, sia sul piano internazionale: per cui è illusorio parlare di autentica pace, nel quadro della cosiddetta civiltà liberale. Essa non può che alimentarsi di conflitti, poiché vive di sfruttamento illimitato e perenne…

Già pubblicato sul sito dell’Accademia Nuova Italia il 17 Dicembre 2017

Del 15 Settembre 2020

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